Ho riportato la notizia qualche giorno fa, ma è sempre bene tenere fresca la memoria.
La BCE ha prestato 500 miliardi di euro alle banche
europee a un interesse dell'uno per cento per tre anni. Praticamente
gratis. Lo ha fatto per far ripartire l'Europa. Per permettere alle
banche di riaprire i rubinetti e finanziare l'economia reale, per le imprese
che stanno chiudendo alla velocità della luce. Come direbbe Ciro, il
mio figlio più piccolo, è un vero barbatrucco. I soldi della BCE non
nascono sotto i cavoli, ma sono garantiti dagli Stati della UE, in
definitiva sono nostri. Le banche vanno salvate, sono in crisi di liquidità
e non si prestano neppure più i soldi tra loro. Inoltre hanno in pancia
miliardi di crediti inesigibili e di schifezze finanziarie varie che
devono, prima o poi, svalutare. 500 miliardi sono un'ancora di salvezza
e, infatti, c'è stata la coda dei banchieri per
ottenere il prestito come per i saldi di fine stagione. Le banche, però,
fanno le banche. E' nella loro indole usuraia. I capitali vanno
investiti dove è più alta la remunerazione. Dare soldi a un'azienda in
difficoltà o a una start up è un rischio. Comprare titoli pubblici lo è
un po' meno. Deve fallire un intero Stato. E allora è probabile che le
banche acquisteranno i titoli di Stato dei Pigs, quelli
con gli interessi più alti, dal 6/7% in su. Un guadagno netto
garantito. E anche un gesto nobile. Il prestito accordato dalla BCE
coprirebbe per tutto il 2012 l'intero fabbisogno di Italia e Spagna.
L'Europa sarebbe salva.
Qualcosa in questo gioco di prestigio però non torna. Per salvarci e collocare il debito pubblico dobbiamo pagare interessi altissimi
alle banche con soldi prestati da noi attraverso la BCE. Le stesse
banche, a iniziare da quelle francesi e tedesche, che hanno venduto a
piene mani titoli italiani e spagnoli nell'ultimo anno, e che ora li
ricompreranno con interessi quintuplicati. La ragione si smarrisce in
questo labirinto. In questo Giro di Bot. Perché
riconoscere gli interessi a banche private che comprano il nostro debito
prestandogli i soldi? Compriamocelo da soli il debito, con il Tesoro o
la Banca d'Italia, almeno gli interessi li pagheremo allo Stato. Loro
non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
Fonte.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/12/2011
27/12/2011
The seal
Ho ascoltato questo pezzo in chiusura d'una giornata surreale, come lo sono spesso i giorni tersi d'inverno, soprattutto quelli in cui quasi tutti sono in festa (spesso forzata) e quei pochi (fortunati) che tornano dal lavoro, sì muovono per le strade con più garbo del solito, forse per rispetto d'una tranquillità troppo sopra le righe, che calzerebbe a pennello in una sceneggiatura di Dario Argento.
Siria: le menzogne mediatiche preparano un altro "intervento umanitario"
Secondo numerosi rapporti di
organizzazioni umanitarie, di media occidentali e dell’ ONU, un gran
numero di manifestanti pacifici sono stati assassinati dalle forze
siriane dall’inizio dei disordini nel Paese a metà di marzo. Ma da dove
escono queste cifre?
Molti rapporti
sulla presunta repressione cruenta da parte del governo siriano non
citano la fonte delle loro informazioni e più volte fanno solo
riferimento a “gruppi di difesa dei diritti umani” o ad “attivisti”:
“Gruppi
di difesa dei diritti umani hanno affermato domenica scorsa che le
truppe hanno represso manifestanti pacifici uccidendo otto persone
nella provincia settentrionale di Idlib e altri quattro in zone
centrali vicino ad Hama. (Syrian Forces Kill 12 as ICRC Head Visits Damascus, 4 settembre 2011).
"Queste
manifestazioni rappresentano una sfida senza precedenti del presidente
Bashar Al-Assad e della sua famiglia che governa il Paese da più di 40
anni. I costi sono altissimi: molti cyberattivisti sono stati
imprigionati e, secondo gruppi di difesa dei diritti umani, almeno 200
persone sono morte” (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, NPR, 22 aprile 2011).
"Attivisti
dei diritti umani hanno informato Amnesty International che almeno 75
persone sono state assassinate oggi in Siria in importanti
manifestazioni […] Trenta persone sono state assassinate nel sud della
città di Izzra, 22 a Damasco, 18 nella regione di Homs e il resto in
altre città e paesi, hanno affermato gli attivisti […]" (Scores killed in Syria as 'Great Friday' protests are attacked, Amnesty International, 22 aprile 2011.)
In
certe circostanze, si può capire la necessità di rimanere “anonimi”
laddove si dice che la dissidenza rappresenta un pericolo di morte.
Tuttavia, questa posizione semina automaticamente il dubbio: le “cifre”
possono essere utilizzate per denigrare il governo come parte delle
operazioni coperte degli Stati od organizzazioni interessate a un cambio
di regime a Damasco. È chiaro che varie potenze straniere, tra le quali
Stati Uniti e Israele, vogliono da molto tempo abbattere il regime
siriano.
La fiducia che i mezzi di
comunicazione danno a queste informazioni di gruppi anonimi trasmette
una comprensione distorta delle manifestazioni in Siria, appoggiando il
più ampio obiettivo di destabilizzare il regime siriano.
Quando
informazioni sul numero di morti da fonti anonime vengono pubblicate da
un media dominante o da un organismo di difesa dei diritti umani
riconosciuto, queste informazioni sono trasmesse “come prove” da altre
fonti d’informazione o casse di risonanza, e questo senza alcuna
verifica. Inoltre, nei vari passaggi, l’informazione è soggetta alla
deformazione. Ecco qui un esempio di questo fenomeno:
"Il
gruppo di difesa dei diritti umani Amnesty International ha detto
venerdì scorso di aver registrato i nomi di 171 persone assassinate da
quando sono morti i primi manifestanti a Daraa il 18 marzo. Il gruppo si
è basato su informazioni fornite da attivisti per i diritti umani,
avvocati e altre fonti, e ha detto che la maggioranza della gente
sembrava essere stata assassinata a colpi d’arma da fuoco dalle forze di
sicurezza" (Protesters killed in southern Syria, Al Jazeera, 9 aprile 2011).
L’articolo precedente si basa sulla seguente dichiarazione:
"Dopo
la morte di almeno altre otto persone durante le manifestazioni,
Amnesty International ha segnalato oggi che almeno 171 persone sono
state assassinate durante le tre settimane di disordini sociali in
Siria. Oggi il numero di vittime degli scontri potrebbe aumentare
drammaticamente secondo i rapporti di attivisti dei diritti umani nel
Paese. Amnesty International ha registrato i nomi di 171 persone
assassinate. Le informazioni vengono da varie fonti compresi attivisti
per i diritti umani e avvocati" (Death toll rises amid fresh Syrian protests, Amnesty International, 8 aprile 2011.)
L’informazione
iniziale di Amnesty International (AI) afferma che “171 persone
sarebbero state assassinate”, questa informazione dimostra che anche se
si sono “registrati i nomi di 171 persone assassinate”, l’organizzazione
non è riuscita a confermare questa informazione. Al Jazeera omette
questa “incertezza” e descrive così come un fatto la supposizione che
171 persone sono state assassinate. Ecco un altro esempio di questo tipo
di deformazione:
"Nonostante la
promessa di porre fine alla repressione, le forze di sicurezza siriane
hanno continuato a reprimere i manifestanti antiregime, uccidendo almeno
18 persone giovedì scorso nella città di Homs (al-Jazeera)" (sic). (Jonathan Masters, Assad's Broken Promises, Council onForeignRelations, 3 novembre 2011).
Questa
analisi proviene dal Council on Foreign Relations (CFR), la famosa e
potentissima cassa di risonanza sulla politica estera degli Stati Uniti.
Si basa sul seguente articolo di Al Jazeera nel quale l’informazione a
proposito della strage è molto diversa:
"Decine
di persone sarebbero state assassinate giovedì scorso nella città di
Homs, il luogo dei maggiori scontri, quando le forze di sicurezza
siriane hanno bombardato zone residenziali con i carri armati. I
Comitati di coordinamento locale della Siria, un gruppo attivista che
monitorizza la sollevazione del Paese, ha detto che le morti segnalate
hanno avuto luogo giovedì scorso nel distretto di Bab Amor a Homs" (Syria “violence defies peace deal”, Al Jazeera, 4 novembre 2011.)
La
formulazione di Al Jazeera “sarebbero state assassinate” e “morti
segnalate” rivela che queste morti non sono confermate. Il media del
Qatar ha indicato anche che queste dichiarazioni vengono da una sola
fonte, cioè un gruppo di attivisti chiamato Local Coordination
Committees of Syria (Comitati di coordinamento locale, CCL). L’articolo
del CFR ha trasformato le supposizioni di Al Jazeera in fatti concreti.
Quando
si tratta di contare i morti, i mezzi di comunicazione citano spesso il
CCL come fonte d’informazione nei rapporti di assassini commessi dalle
autorità siriane, lo possiamo vedere nei seguenti esempi:
"Un altro gruppo di opposizione, i Comitati di coordinamento locale (Comités de coordination locaux),
ha dchiarato di non poter confermare il bilancio del Syrian Observatory
[Osservatorio Siriano] per quanto concerne le perdite militari, pur
avendo anch’essi definito la giornata di lunedì scorso come una delle
più sanguinose della ribellione, con la morte di almeno 51 civili. 'Non
abbiamo nessuna prova di quanto affermano', ha detto Omar Idlibi, un
portavoce dei Comitati di coordinamento locale" (Nada Bakri e Rick
Gladstone, Syria Faces New Threats as Opposition Seeks Allies, The New York Times, 15 novembre 2011).
"Secondo
la rete dell’opposizione, i Comitati di coordinamento locale, almeno
cinque persone sono state assassinate durante l’offensiva militare: tre
nella provincia centrale di Homs, una a Tall Kalakh, una città al
confine orientale, e un’altra a Idleb, lungo la frontiera con la
Turchia" (Roula Hajjar, Syria: Activists report manhunt for defectors and protesters, Los Angeles Times, 5 settembre 2011).
"Un
attivista della Syrian Revolution Coordinators Union (SRCU) [Unione
dei coordinatori della rivoluzione siriana] ha dichiarato ad Al Jazeera
che la polizia segreta ha cominciato a sparare e lanciare gas
lacrimogeni per disperdere più di 10.000 manifestanti a DeirEzzor,
nell’est tribale della Siria. Dieci manifestanti sono stati feriti e
circa 40 sono stati arrestati, ha affermato. SRCU è il nome dato questa
settimana a una delle reti popolari di opposizione in Siria. La SRCU
lavora in collaborazione con i Comitati di Coordinamento Locale (CCL),
un’altra rete di opposizione popolare" (Al Jazeera Live Blog – Syria, 3 giugno 2011).
"Almeno
2.200 persone sono state assassinate in Siria dall’inizio dei disordini
sociali secondo il bilancio delle Nazioni Unite. Un gruppo di attivisti
[la SRCU] ha affermato martedi scorso che solo durante il Ramadan, 551
persone sono state assassinate. Il gruppo ha dichiarato che altre 130
persone sono morte il 31 luglio, la vígilia del Ramadan, in un attacco
contro la città di Hama, che è stata anche lo scenario di una feroce
repressione nel 1982. Hanno ucciso quattro persone martedì a Hara e
altre due a Inkil, due città della provincia di Dara, secondo i Comitati
di Coordinamento Locale, un altro gruppo di attivisti che documenta gli
avvenimenti" (Naka Bakri, Syrian Security Forces Fire on Worshipers as Ramadan Ends, The New York Times, 30 agosto 2011).
L’ultimo
articolo cita un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) come se si
trattasse di una fonte indipendente d’informazione. Tuttavia, secondo
uno dei suoi rapporti, anche l’ONU si basa sulla stessa fonte
d’informazione, il CCL, e indica in una nota di essere incapace di
confermare se le informazioni fornite da questo gruppo siano vere:
"Al
momento di scrivere questo rapporto, la missione aveva ricevuto più di
1.900 nomi e informazioni di persone assassinate nella Repubblica Araba
Siriana a partire dalla metà di marzo 2011. Tutte sarebbero civili.
Queste informazioni sono raccolte dai Comitati di Coordinamento Locale
attivi nella Repubblica Araba Siriana, che documentano i nomi delle
vittime e i dettagli su di loro. La missione non è in grado di
verificare queste informazioni in modo indipendente" (Report
of the United Nations High Commissioner for Human Rights on the
situation of human rights in the Syrian Arab Republic - A/HRC/18/53, 15 settembre 2011).
Cosa sono i Comitati di coordinamento locale (CCL)?
Secondo un articolo del Christian Science Monitor, il gruppo CCL
fa parte del Consiglio nazionale siriano (CNS), un’entità non eletta.
Anche se la maggioranza dei suoi membri vivono in esilio e i suoi membri
in Siria restano sconosciuti, si presenta il CNS come l’autorità
legittima della Siria ed è stato riconosciuto dal Consiglio Nazionale di
Transizione Libico, altro organismo non eletto riconosciuto dalle
potenze occidentali come rappresentante “democratico” del popolo libico.
I leader dell’opposizione siriana hanno creato formalmente il Consiglio Nazionale Siriano [CNS] (Conseil national syrien)
in un incontro domenica scorsa in Turchia che ha riunito i gruppi più
disparati che cercano di abbattere il presidente siriano Bashar Al-Assad
(président syrien Bachar Al-Assad).
L’Associated Press informa che il Consiglio include tra gli altri i Comitati di Coordinamento locale (Comités de coordination locaux)
che hanno organizzato la maggioranza delle manifestazioni nel Paese, ai
Fratelli Musulmani siriani e ad altri gruppi kurdi. Quasi la metà dei
membri [del CNS] sono attualmente in Siria secondo il Washington Post, rispondendo così alla grande preoccupazione che il Consiglio contarebbe troppo sugli esiliati. (Ariel Zirulnick, Syrian oppositon groups formally unify overcoming key hurdle, 3 ottobre 2011).
Il
CCL è piuttosto anonimo. ll gruppo ha rifiutato un’intervista per
telefono ma ha accettato di rispondere ad alcune domande per e-mail. Si
afferma che per ragioni di sicurezza il numero dei membri
dell’organizzazione non può essere rivelato, ma si indica che 13 di loro
sono membri del CNS. “Abbiamo abbastanza membri per organizzare una
manifestazione sul terreno, per i mezzi di comunicazione e per i gruppi
di soccorso”.
I membri sarebbero di
provenienze diverse e di tutte le fasce d’età; alcuni opererebbero in
Siria, altri all’estero. Il CCL segnala che in Siria come in altri Paesi
i suoi membri sono stati minacciati, arrestati e torturati dalle
autorità siriane.
Come sono diventati
una fonte d’informazione per i mezzi di comunicazione stranieri? Perché
forniscono fatti credibili, afferma il portavoce.
Qual
è l’obiettivo finale del CCL? “Il nostro obiettivo è cambiare il regime
siriano e come prima tappa vogliamo porre fine al mandato dell’attuale
presidente, il quale è politicamente e legalmente responsabile di
crimini commessi dal suo regime contro il popolo siriano. Poi vogliamo
trasferire il potere in modo sicuro”.
In
conclusione, il CCL vuole un cambio di regime in Siria e sembra
costituire la fonte principale d’informazione per i mezzi di
comunicazione occidentali e le organizzazioni umanitarie. Anche se
questo gruppo di opposizione afferma di fornire “fatti credibili”, non
esiste nessun mezzo per verificare questi fatti. I presunti fatti
potrebbero perfettamente essere propaganda per screditare il regime
attuale e per galvanizzare l’opinione pubblica a favore del cambiamento
di regime che il gruppo desidera realizzare.
Anche
se il portavoce ha rifiutato di rivelare i nomi dei membri del gruppo,
alcuni sono apparsi sui mezzi di comunicazione dominanti. Uno dei membri
o collaboratori è Rami Nakhle, un cyberattivista che vive in esilio a
Beirut, in Libano.
“Oggi, dopo 98 giorni di proteste, vive nella negazione”, dichiara Rami Nakhle, un siriano che lavora a Beirut con i Comitati di coordinamento locale,
un centro di interscambio per le manifestazioni e le attività
dell’opposizione siriana. “Ora è ovvio per tutti che Bashar Al-Assad non
può cambiare. Non si rende conto che la Siria è cambiata per sempre, ma
continua ad essere lo stesso presidente, quello che abbiamo ascoltato
per l’ultima volta ad aprile” (Nicholas Blanford, Assad’s speech may buy time, but not survival, The Christian Science Monitor, 20 giugno 2011).
Secondo NRP, l’attivista ha un rapporto privilegiato con Al Jazeera:
"Quando il canale arabo Al-Jazeera trasmette le ultime notizie, le immagini provengono dalla rete di Nakhle. (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, 22 aprile 2011).
È opportuno segnalare qui che Al Jazeera ha svolto un ruolo chiave nella promozione di un cambiamento di regime in Libia.
La cyberdissidenza
CyberDissident.org,
una pagina web presentata dal Bush Center come una “Voce della libertà
on line” dipinge un ritratto di Nakhle che non può non ricordare gli
altri ritratti simili sulla stampa mainstream, i quali lo descrivevano
unicamente come fosse un cyberdissidente, come se non avesse mai avuto
altra occupazione. Rami Nakhle è un
cyberdissidente di 27 anni. Il suo utilizzo dei mezzi di comunicazione
sociale per diffondere informazioni sulla rivoluzione siriana ha
richiamato l’attenzione delle autorità siriane, per questo è fuggito in
Libano nel gennaio 2011. Negli ultimi tre anni ha lavorato con lo
pseudonimo di Malath Aumran. Anche se la polizia segreta siriana ha
scoperto la sua vera identità, continua ad utilizzare questo pseudonimo
perché chi lo segue in rete lo continui a riconoscere.
Nonostante
queste minacce da parte del governo siriano, Nakhle continua a lavorare
clandestinamente e continua a fare campagne per la libertà su Facebook,
Twitter e fa interviste senza restrizioni con i mezzi di comunicazione
più importanti come la BBC e il New York Times. (Cyber Dissident Datebase).
Il governo statunitense e organizzazioni non governative come Freedom House, che lavora per la CIA, sono importanti promotori della cyberdissidenza:
Dissidenti
politici di Cina, Iran, Russia, Egitto, Siria, Venezuela e Cuba si
recheranno a Dallas per unirsi ai fellows dell’Istituto George W. Bush,
agli esperti di Freedom House, ai rappresentanti del Berkman Center for
Internet and Society di Harvard, ai membri del governo statunitense e ad
altri leader in questo campo per discutere i successi e le sfide dei
movimenti globali della dissidenza politica in Internet.
L’Istituto
George W. Bush ha annunciato oggi [30 marzo 2010] che sarà l’anfitrione
il 19 aprile 2010 di una conferenza sui cyberdissidenti, in
collaborazione con l’organizzazione per i diritti umani FreedomHouse. (George
W. Bush Institute and Freedom House to Convene Freedom Activists, Human
Rights and Internet Experts to Assess Global Cyber Dissident Movement, Business Wire, 30 marzo 2011).
Rami Nakhle non nasconde il suo interesse per le organizzazioni statunitensi. Sulla sua pagina Facebook,
compare la seguente lista di “interessi”: National Democratic Institute
(NDI), presieduto da Madeleine Albright, Human Rights Watch e
l’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco.
L’interesse
del cyberattivista per queste organizzazioni mostra chiaramente da che
parte sta, così come il membro del CNS, Radwan Ziadeh, vecchio fellow
del National Endowment for Democracy, altra organizzazione conosciuta
per i suoi legami con la CIA.
In un’intervista al Guardian,
il cyberdissidente dice di essere stato minacciato dalla polizia
segreta sulla sua pagina Facebook. È possibile, tuttavia si tratterebbe
di una tattica inusuale per la polizia segreta, che in generale, come
indica il suo nome, agisce segretamente. Questa minaccia sembra
piuttosto propaganda nera: gente contraria al regime cercano di dare una
cattiva immagine delle autorità siriane. Una specie di “cyberoperazione
sotto false bandiere”, destinata ad essere vista da tutti.
La
“sollevazione siriana” sembra essere una copia degli avvenimenti di
Libia, che hanno favorito un intervento della NATO e hanno portato a un
cambiamento di regime. La stampa dominante ha ancora una volta una fonte
principale d’informazione, cioè il gruppo di opposizione. I mezzi di
comunicazione ignorano le perdite militari e omettono di dire che nel
gruppo di manifestanti si trovano uomini armati, che arrivano a 17.000
persone, stando a un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies.
Un gruppo non eletto come il CNS viene presentato paradossalmente come
un movimento democratico, e gli viene accordata credibilità e la più
ampia copertura mediática.
Un articolo da tenere bene a mente quando finanzieremo l'ennesima missione di pace all'estero nell'indifferenza totale del popolo pacifista della domenica.
M-346 per non dimenticarci che Finmeccanica c'è
Non ha certo gli stratosferici costi dei cacciabombardieri F-35 "Joint Strike Fighter", ma il nuovo aereo d'addestramento avanzato M-346 "Master"
dell'Aeronautica militare italiana sta causando l'ennesima emorragia di
risorse finanziarie statali a favore del complesso militare industriale
di Finmeccanica & soci. Progettato appositamente
per la formazione dei piloti dei velivoli da guerra come i "Tornado",
gli "Eurofighter Typhoon" e i famigerati F-35, l'M-346 "Master" è
realizzato da un consorzio di costruttori internazionali guidato da
Alenia-Aermacchi.
Fu il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi ad annunciare nel giugno 2007 l'intenzione di acquisire 14 esemplari dell'addestratore di quarta generazione, completi del relativo supporto logistico. Fu preventivato un costo complessivo di 400 milioni di euro e, l'anno successivo, il Ministero dello Sviluppo economico (esecutivo Berlusconi) inserì il programma dell'M-346 nel bilancio dello Stato. Nel giugno 2009, in occasione del salone internazionale dei mercanti d'armi di Le Bourget (Parigi), fu annunciato ufficialmente l'acquisto da parte dell'Aeronautica di sei aerei con un'opzione per ulteriori nove. Valore della commessa, 280 milioni di euro. Ai costi unitari odierni, per i rimanenti velivoli i contribuenti italiani potrebbero essere salassati per altri 420 milioni. Non poco per un programma la cui spesa è quasi raddoppiata in meno di cinque anni.
L'M-346 nasce dal prototipo dello YAK-AEM130, un addestratore progettato a metà anni '90 da Aermacchi in collaborazione con l'azienda russa Yakovlev Design Bureau. Nel dicembre 1999 i due gruppi industriali decidevano tuttavia di procedere alla produzione in modo autonomo. Aermacchi si rivolgeva ai partner nazionali e statunitensi per sviluppare componenti e sistemi di bordo: la progettazione del Flight Control System veniva assegnata ad Alenia SIA e Selex Communications (Finmeccanica), l'assemblaggio delle turboventole e dei comandi allo stabilimento Avio di Brindisi, mentre la costruzione dei motori, con un contratto di 41,5 milioni di euro, alla transnazionale statunitense Honeywell.
Lungo 11,5 metri e dotato di una larghezza alare di 9,72, l'Alenia-Aermacchi M-346 può raggiungere la velocità massima di 1.083 Km/h; l'autonomia di volo è di 1.889 km, 2.537 Km con due serbatoi esterni. Il raggio d'operazione è di 185 Km per 20 minuti di addestramento di combattimento aereo con pod e due missili AIM-9L "Sidewinder". il velivolo può essere armato pure con un cannone da 30 mm ed è configurabile per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Un addestratore, dunque, con licenza di uccidere.
Il primo M-346 è stato consegnato un paio di settimane fa alla Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici e presto sarà inviato al Reparto Sperimentale Volo dell'Aeronautica militare di Pratica di Mare (Roma) per le prove operative. La consegna degli altri cinque velivoli è prevista nel corso del 2012. Ammesso che non si ripeta quanto avvenuto lo scorso 19 dicembre negli Emirati Arabi Uniti - cinque giorni dopo l'annuncio ufficiale del trasferimento all'AMI del primo addestratore - quando l'M-346 con matricola militare X615, inviato alla fiera dei mercanti di morte di Dubai precipitava in mare durante il rientro verso l'Italia. L'incidente ha causato solo una frattura ad una gamba di un pilota e altre ferite più leggere al co-pilota, ma il velivolo è andato completamente distrutto. Trentacinque milioni di euro andati in fumo.
Non è solo l'incidente di Dubai a turbare i sogni di manager e azionisti dell'azienda aerea del gruppo Finmeccanica. Secondo la stima più recente, alla fine del prossimo anno i costi di progettazione e sviluppo dell'addestratore per le guerre aeree raggiungeranno i 915 milioni di euro. I piani industriali prevedevano di far fruttare gli investimenti con la realizzazione e vendita di almeno 600 esemplari entro il 2020, ma sino ad oggi gli unici due contratti sottoscritti da Alenia-Aermacchi sono quelli con l'Aeronautica militare italiana e con le forze armate di Singapore. Al piccolo stato asiatico è prevista la fornitura di dodici M-346, la cui produzione è in fase avanzata nello stabilimento di Venegono Superiore (Varese). In realtà si tratta di una commessa di cui meno della metà del valore andrà all'azienda italiana. Per gli M-346 di Singapore è stato costituito un consorzio formato da ST Aerospace Singapore Technologies Aerospace (società aerospaziale controllata della transnazionale ST Engineering), dalla statunitense Boeing e da Alenia-Aermacchi. L'ammontare del contratto indicato da ST Aerospace è di 543 milioni di dollari e comprende anche la consegna di parti di ricambio e del sistema addestrativo a terra.
In previsione della consegna a Singapore dei caccia-addestratori, il 18 e 19 ottobre 2011 si è svolto a Roma l'Expert Meeting tra l'Aeronautica militare e la Republic Singapore Air Force (RSAF). "I colloqui hanno consentito di creare i presupposti per una rafforzata cooperazione tra le rispettive Forze Aeree nel campo del programma M-346A e dell'addestramento al volo", recita il comunicato dello Stato maggiore dell'AMI.
"L'aeronautica ha accolto la richiesta singaporiana di partecipare con proprio personale, in qualità di osservatore, alle attività Initial Operational Test and Evaluation sul velivolo M-346A, che saranno svolte nei prossimi mesi a Pratica di Mare presso il Centro Sperimentale di Volo. Nell'ambito delle attività d'addestramento, sono state avviate e concordate le azioni per l'invio presso il 61° Stormo di Lecce di allievi piloti singaporiani per la relativa frequenza ai corsi da svolgersi entro la fine del prossimo anno". Una conferma ufficiale dei piani di trasformazione dell'aeroporto pugliese in centro di formazione d'eccellenza per la guerra aerea dei piloti NATO ed extra-NATO.
Appare invece su un binario morto il ventilato trasferimento di 48 M-346 "Master" al governo degli Emirati Arabi Uniti. I negoziati, annunciati in pompa magna dall'ex dominus di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, durante la fiera internazionale delle armi di Dubai nel 2009, sono stati congelati dagli emiri amareggiati dal veto statunitense e israeliano ad un accordo per la produzione in joint venture Italia-EAU di velivoli senza pilota UAV armati. Non maggiore fortuna in Grecia e in Cile, dove tra il 2005 e il 2008 sono stati firmati da Alenia-Aermacchi due memorandum d'intesa con le industrie nazionali per la co-produzione degli addestratori avanzati. La grave crisi economica e finanziaria ha infatti convinto l'Hellenic Aerospace Industry e la cilena ENAER a soprassedere sui programmi per l'M-346.
Qualche lieve speranza giunge dal bellicoso governo d'Israele, intenzionato a congelare un contratto da un miliardo di dollari per l'acquisto di aerei d'addestramento coreani per firmare invece un accordo preliminare con Alenia-Aermacchi per una ventina di M-346. Negli Stati Uniti, un prototipo derivato dal velivolo "italiano" è uno dei candidati al programma di costruzione di un nuovo addestratore per i piloti dei cacciabombardieri dell'US Air Force. Anche in questo caso, però, all'azienda e ai lavoratori di Finmeccanica andrebbero solo le briciole del multimilionario affaire.
Fonte.
Che gioia assistere al becero sperpero di preziose risorse pubbliche ed industriali (a vantaggio dei soliti ovviamente) per l'ennesimo prodotto che non serve a un cazzo, soprattutto in guerra, vedasi Iraq e Afghanista, dove la schiacciante supremazia aerea, non ha salvato la pelle ai circa 5000 (!!!) soldati americani morti in combattimento.
Fu il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi ad annunciare nel giugno 2007 l'intenzione di acquisire 14 esemplari dell'addestratore di quarta generazione, completi del relativo supporto logistico. Fu preventivato un costo complessivo di 400 milioni di euro e, l'anno successivo, il Ministero dello Sviluppo economico (esecutivo Berlusconi) inserì il programma dell'M-346 nel bilancio dello Stato. Nel giugno 2009, in occasione del salone internazionale dei mercanti d'armi di Le Bourget (Parigi), fu annunciato ufficialmente l'acquisto da parte dell'Aeronautica di sei aerei con un'opzione per ulteriori nove. Valore della commessa, 280 milioni di euro. Ai costi unitari odierni, per i rimanenti velivoli i contribuenti italiani potrebbero essere salassati per altri 420 milioni. Non poco per un programma la cui spesa è quasi raddoppiata in meno di cinque anni.
L'M-346 nasce dal prototipo dello YAK-AEM130, un addestratore progettato a metà anni '90 da Aermacchi in collaborazione con l'azienda russa Yakovlev Design Bureau. Nel dicembre 1999 i due gruppi industriali decidevano tuttavia di procedere alla produzione in modo autonomo. Aermacchi si rivolgeva ai partner nazionali e statunitensi per sviluppare componenti e sistemi di bordo: la progettazione del Flight Control System veniva assegnata ad Alenia SIA e Selex Communications (Finmeccanica), l'assemblaggio delle turboventole e dei comandi allo stabilimento Avio di Brindisi, mentre la costruzione dei motori, con un contratto di 41,5 milioni di euro, alla transnazionale statunitense Honeywell.
Lungo 11,5 metri e dotato di una larghezza alare di 9,72, l'Alenia-Aermacchi M-346 può raggiungere la velocità massima di 1.083 Km/h; l'autonomia di volo è di 1.889 km, 2.537 Km con due serbatoi esterni. Il raggio d'operazione è di 185 Km per 20 minuti di addestramento di combattimento aereo con pod e due missili AIM-9L "Sidewinder". il velivolo può essere armato pure con un cannone da 30 mm ed è configurabile per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Un addestratore, dunque, con licenza di uccidere.
Il primo M-346 è stato consegnato un paio di settimane fa alla Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici e presto sarà inviato al Reparto Sperimentale Volo dell'Aeronautica militare di Pratica di Mare (Roma) per le prove operative. La consegna degli altri cinque velivoli è prevista nel corso del 2012. Ammesso che non si ripeta quanto avvenuto lo scorso 19 dicembre negli Emirati Arabi Uniti - cinque giorni dopo l'annuncio ufficiale del trasferimento all'AMI del primo addestratore - quando l'M-346 con matricola militare X615, inviato alla fiera dei mercanti di morte di Dubai precipitava in mare durante il rientro verso l'Italia. L'incidente ha causato solo una frattura ad una gamba di un pilota e altre ferite più leggere al co-pilota, ma il velivolo è andato completamente distrutto. Trentacinque milioni di euro andati in fumo.
Non è solo l'incidente di Dubai a turbare i sogni di manager e azionisti dell'azienda aerea del gruppo Finmeccanica. Secondo la stima più recente, alla fine del prossimo anno i costi di progettazione e sviluppo dell'addestratore per le guerre aeree raggiungeranno i 915 milioni di euro. I piani industriali prevedevano di far fruttare gli investimenti con la realizzazione e vendita di almeno 600 esemplari entro il 2020, ma sino ad oggi gli unici due contratti sottoscritti da Alenia-Aermacchi sono quelli con l'Aeronautica militare italiana e con le forze armate di Singapore. Al piccolo stato asiatico è prevista la fornitura di dodici M-346, la cui produzione è in fase avanzata nello stabilimento di Venegono Superiore (Varese). In realtà si tratta di una commessa di cui meno della metà del valore andrà all'azienda italiana. Per gli M-346 di Singapore è stato costituito un consorzio formato da ST Aerospace Singapore Technologies Aerospace (società aerospaziale controllata della transnazionale ST Engineering), dalla statunitense Boeing e da Alenia-Aermacchi. L'ammontare del contratto indicato da ST Aerospace è di 543 milioni di dollari e comprende anche la consegna di parti di ricambio e del sistema addestrativo a terra.
In previsione della consegna a Singapore dei caccia-addestratori, il 18 e 19 ottobre 2011 si è svolto a Roma l'Expert Meeting tra l'Aeronautica militare e la Republic Singapore Air Force (RSAF). "I colloqui hanno consentito di creare i presupposti per una rafforzata cooperazione tra le rispettive Forze Aeree nel campo del programma M-346A e dell'addestramento al volo", recita il comunicato dello Stato maggiore dell'AMI.
"L'aeronautica ha accolto la richiesta singaporiana di partecipare con proprio personale, in qualità di osservatore, alle attività Initial Operational Test and Evaluation sul velivolo M-346A, che saranno svolte nei prossimi mesi a Pratica di Mare presso il Centro Sperimentale di Volo. Nell'ambito delle attività d'addestramento, sono state avviate e concordate le azioni per l'invio presso il 61° Stormo di Lecce di allievi piloti singaporiani per la relativa frequenza ai corsi da svolgersi entro la fine del prossimo anno". Una conferma ufficiale dei piani di trasformazione dell'aeroporto pugliese in centro di formazione d'eccellenza per la guerra aerea dei piloti NATO ed extra-NATO.
Appare invece su un binario morto il ventilato trasferimento di 48 M-346 "Master" al governo degli Emirati Arabi Uniti. I negoziati, annunciati in pompa magna dall'ex dominus di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, durante la fiera internazionale delle armi di Dubai nel 2009, sono stati congelati dagli emiri amareggiati dal veto statunitense e israeliano ad un accordo per la produzione in joint venture Italia-EAU di velivoli senza pilota UAV armati. Non maggiore fortuna in Grecia e in Cile, dove tra il 2005 e il 2008 sono stati firmati da Alenia-Aermacchi due memorandum d'intesa con le industrie nazionali per la co-produzione degli addestratori avanzati. La grave crisi economica e finanziaria ha infatti convinto l'Hellenic Aerospace Industry e la cilena ENAER a soprassedere sui programmi per l'M-346.
Qualche lieve speranza giunge dal bellicoso governo d'Israele, intenzionato a congelare un contratto da un miliardo di dollari per l'acquisto di aerei d'addestramento coreani per firmare invece un accordo preliminare con Alenia-Aermacchi per una ventina di M-346. Negli Stati Uniti, un prototipo derivato dal velivolo "italiano" è uno dei candidati al programma di costruzione di un nuovo addestratore per i piloti dei cacciabombardieri dell'US Air Force. Anche in questo caso, però, all'azienda e ai lavoratori di Finmeccanica andrebbero solo le briciole del multimilionario affaire.
Fonte.
Che gioia assistere al becero sperpero di preziose risorse pubbliche ed industriali (a vantaggio dei soliti ovviamente) per l'ennesimo prodotto che non serve a un cazzo, soprattutto in guerra, vedasi Iraq e Afghanista, dove la schiacciante supremazia aerea, non ha salvato la pelle ai circa 5000 (!!!) soldati americani morti in combattimento.
Le cipolle amare del Governo Monti
Il Governo Monti è come una cipolla. Lo strato esterno, quello più visibile, è la BCE. Governo della UE
quindi. Ricordate? Soltanto un mese fa l’Italia rischiava di far
implodere l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina, il mondo intero, se lo
spread avesse superato i 500 punti con il bund e gli interessi sui
titoli di Stato il 7%. Cose che sono puntualmente successe anche con
Monti, il bocconiano, l’uomo del Colle, ma senza conseguenze a parte le
tasse. Governo dei bocconiani quindi. Il terzo strato
sono le banche, italiane e straniere, che rischiavano di veder diventare
carta straccia le decine di miliardi di euro di titoli italiani
acquistati. Governo delle banche allora, in particolare quelle francesi, dopate di Btp. Il quarto strato della cipolla è Banca Intesa, la più grande del Paese. Governo di Banca Intesa infine, con due esponenti di primissimo piano come Passera e la Fornero.
Entrambi con un curriculum di tutto rispetto a favore dei lavoratori.
Si è passati dal governo delle televisioni private di Mediaset a quello
di Banca Intesa. Nulla è cambiato, tranne i beneficiari diretti.
Beppe Scienza ci spiega nel suo Passaparola chi sono Passera e la Fornero (detta Frignero).
Fonte.
Beppe Scienza ci spiega nel suo Passaparola chi sono Passera e la Fornero (detta Frignero).
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26/12/2011
Un'occasione per cambiare la vita
Appena inizio a leggere faccio un salto sulla sedia: "Vanessa, 26 anni è una delle «vittime» della crisi greca. Ma questo termine non le piace. «La responsabilità di questa situazione sono collettive. Noi tutti abbiamo colpe.
Noi che abbiamo accettato corruzione per trovare un posto di lavoro.
Noi che abbiamo chiuso gli occhi davanti all'evasione costante. Noi che
abbiamo usufruito di un sistema che era chiaro ci avrebbe portato a
ripiegarci su noi stessi»." Ecco il nuovo premio Nobel per l'economia,
penso. Poi però vado avanti.
"Il suo è un lungo curriculum con stage ed esperienze di lavoro all'estero (...) Da sei mesi cerca disperatamente una maniera per andarsene. «E non tornare più. Odio il mio Paese. Lo odio per quello che ci ha fatto. Per averci distrutto le speranze di un futuro»." Allora penso che no, non la possiamo candidare per il Nobel. Però va citata, perché d'un fiato, in un unico discorso che sembra lo sfogo da un terapeuta, Vanessa ci rappresenta perfettamente.
"«Non usciamo più tutte le sere. C'era un tempo in cui potevamo permetterci di andare a mangiare al ristorante. Bere nei locali. Ora non è più possibile». E quando lo fanno «stiamo molto attenti a quanto beviamo, cosa mangiamo»." Beh, cara Vanessa, benvenuta nella realtà. La nostra. La tua. Una notizia: era così anche prima, solo che tu non volevi ammetterlo. E ora cadi da più in alto. Ma non voglio sentire il tuo lamento.
Siamo così, un po' "piove governo ladro" un po' sinceri. Un po' "che mondo lasceremo ai nostri figli" e un po' "che figli lasceremo al nostro mondo". Insomma Vanessa, se la colpa è tua, perché odi il tuo Paese? E il Paese non dovrebbe odiare anche te? Non eri tu a drogarne l'economia uscendo tutte le sere, e facendo finta di vivere in un Paese ricco?
Vanessa deve stare attenta a quello che beve, adesso. E non può più uscire per ristoranti tutte le sere. Forse andava fatto già prima, da tempo, cercando uno schema di vita migliore, meno dispendioso. Smettere di fare una cosa sbagliata è importante, ma vale meno se si smette per impotenza. Le cose giuste non si fanno per forza. Si scelgono.
Vanessa, forse per brevità giornalistica, non ci dice niente della necessità di consumare meno, lavorare meno, spendere meno, generare meno rifiuti, tenere le lampadine spente quando non servono, smettere di spendere lo stipendio semestrale di un etiope in una cena soltanto, rinunciare a crescere sempre. Non ce lo dice perché se non ci fosse stata la crisi lei sarebbe stata ben felice di lavorare come un treno, uscire tutte le sere, godere della vista luminosa della sua città piena di lampade accese fino all'alba. Eppure era partita bene: "la colpa è anche nostra". Io direi soprattutto nostra.
Cogliamo l'occasione. Cogliamola! Vanessa svegliati, impara a fare da mangiare! Ora dobbiamo farlo per forza di ridimensionare le nostre abitudini. Ma mentre lo facciamo, cerchiamo di capire. Non è anormale vivere sobriamente. Lo era non farlo. Per due ragioni: la prima è che non si poteva e abbiamo fatto finta di sì. La seconda è che non serviva ad essere felici. Quando si sbaglia bisognerebbe capirlo. Per non perseverare. Se oggi i fiumi di denaro virtuale ricominciassero per magia a scorrere, quanti vivrebbero come hanno sempre vissuto? Quanti coglierebbero l'occasione di questa crisi per cambiare vita?
Fonte.
"Il suo è un lungo curriculum con stage ed esperienze di lavoro all'estero (...) Da sei mesi cerca disperatamente una maniera per andarsene. «E non tornare più. Odio il mio Paese. Lo odio per quello che ci ha fatto. Per averci distrutto le speranze di un futuro»." Allora penso che no, non la possiamo candidare per il Nobel. Però va citata, perché d'un fiato, in un unico discorso che sembra lo sfogo da un terapeuta, Vanessa ci rappresenta perfettamente.
"«Non usciamo più tutte le sere. C'era un tempo in cui potevamo permetterci di andare a mangiare al ristorante. Bere nei locali. Ora non è più possibile». E quando lo fanno «stiamo molto attenti a quanto beviamo, cosa mangiamo»." Beh, cara Vanessa, benvenuta nella realtà. La nostra. La tua. Una notizia: era così anche prima, solo che tu non volevi ammetterlo. E ora cadi da più in alto. Ma non voglio sentire il tuo lamento.
Siamo così, un po' "piove governo ladro" un po' sinceri. Un po' "che mondo lasceremo ai nostri figli" e un po' "che figli lasceremo al nostro mondo". Insomma Vanessa, se la colpa è tua, perché odi il tuo Paese? E il Paese non dovrebbe odiare anche te? Non eri tu a drogarne l'economia uscendo tutte le sere, e facendo finta di vivere in un Paese ricco?
Vanessa deve stare attenta a quello che beve, adesso. E non può più uscire per ristoranti tutte le sere. Forse andava fatto già prima, da tempo, cercando uno schema di vita migliore, meno dispendioso. Smettere di fare una cosa sbagliata è importante, ma vale meno se si smette per impotenza. Le cose giuste non si fanno per forza. Si scelgono.
Vanessa, forse per brevità giornalistica, non ci dice niente della necessità di consumare meno, lavorare meno, spendere meno, generare meno rifiuti, tenere le lampadine spente quando non servono, smettere di spendere lo stipendio semestrale di un etiope in una cena soltanto, rinunciare a crescere sempre. Non ce lo dice perché se non ci fosse stata la crisi lei sarebbe stata ben felice di lavorare come un treno, uscire tutte le sere, godere della vista luminosa della sua città piena di lampade accese fino all'alba. Eppure era partita bene: "la colpa è anche nostra". Io direi soprattutto nostra.
Cogliamo l'occasione. Cogliamola! Vanessa svegliati, impara a fare da mangiare! Ora dobbiamo farlo per forza di ridimensionare le nostre abitudini. Ma mentre lo facciamo, cerchiamo di capire. Non è anormale vivere sobriamente. Lo era non farlo. Per due ragioni: la prima è che non si poteva e abbiamo fatto finta di sì. La seconda è che non serviva ad essere felici. Quando si sbaglia bisognerebbe capirlo. Per non perseverare. Se oggi i fiumi di denaro virtuale ricominciassero per magia a scorrere, quanti vivrebbero come hanno sempre vissuto? Quanti coglierebbero l'occasione di questa crisi per cambiare vita?
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La dottrina nucleare americana tra Washington e Hollywood
Nel marzo 2005, in piena era neo-conservatrice,
l'Amministrazione degli Stati Uniti e le Forze armate americane
stilarono la nuova dottrina nucleare denominata DJNO (Doctrine for Joint
Nuclear Operations) che dettava le regole di ingaggio per l'uso degli
armamenti atomici in uno scenario bellico circoscritto o in caso di
aggressione asimmetrica da parte di entità nemiche.
Conseguente
alla linea di condotta delineata con la "guerra preventiva", gli
armamenti nucleari, intesi durante la guerra fredda quasi unicamente
nella loro funzione di deterrente e come difesa contro eventuali
attacchi atomici nemici massivi, in quella che si prospettava come MAD
(Mutual Assured Destruction), divenivano in quel frangente esplicite
armi tattiche.
Si leggeva nel documento: «È
essenziale che le forze armate statunitensi si preparino all'uso di armi
atomiche, e che siano determinate ad impiegarle se ciò è necessario per
prevenire o per reagire all'uso di armi di distruzione di massa».
Dunque anche la semplice previsione che un eventuale nemico potesse
utilizzare armi di distruzione massa giustificava l'utilizzo di armi
atomiche a scopo preventivo.
Un altro cambiamento
strutturale era relativo alla decisione operativa sull'utilizzo di tali
armi. Mentre precedentemente tale prerogativa era esclusivo appannaggio
del Presidente, da quel momento la decisione ultima spettava ai
comandanti militari sul campo. Il Presidente, in caso di crisi bellica,
si sarebbe limitato a fornire un via libera a priori, consentendo
l'utilizzo di tutti gli armamenti, convenzionali e non, ad appannaggio
della cosiddetta "cassetta degli attrezzi" di cui dispone ogni
comandante. A costui, che in ultima analisi potrebbe essere anche un
generale di brigata, spetterà la decisione discrezionale sull'utilizzo
degli armamenti più appropriati determinati dallo scenario di guerra,
comprese le testate atomiche in sua dotazione.
Questa
discrezionalità era anche figlia delle innovazioni tecnologiche che
avevano portato alla definizione di piccole testate nucleari, cosiddette
mini-nukes, con caratteristiche di estrema flessibilità nell'utilizzo
e, a detta dei vertici militari, «sicure per la popolazione civile». Il
tipo di scenario previsto si attagliava perfettamente ad una possibile
crisi tra Stati Uniti e Iran.
All'inizio di aprile
2010, Barack Obama ha inaugurato un nuovo corso con un documento di 80
pagine (Nuclear Posture Review), stilato con il segretario della Difesa
Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato
maggiore Michael Mullen, il segretario dell'Energia Steven Chou, che ha
parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare
militare, prevista da George W. Bush, prevedendo la restrizione delle
condizioni nelle quali sarebbe ammesso l'uso dell'atomica.
Da
quel momento gli Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente (come
del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai
l'arma nucleare contro un avversario che non la possieda e che rispetti
il Trattato di Non-proliferazione, ma, aveva precisato Obama al "New
York Times", «gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da
questa nuova regola».
Allo stesso modo gli
americani non avrebbero risposto col nucleare ad attacchi chimici,
battereologici, cibernetici, purché non si trattasse di minacce dalla
portata «devastante». Ed in ogni caso si «continueranno a preservare
tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo
americano».
In previsione di un 2030 senza armi
atomiche, Obama era quindi giunto ad un accordo, a conclusione di sei
mesi di serrate trattative, per una nuova edizione del Trattato START
con l'altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo,
ratificato a Praga l'8 aprile 2010 dallo stesso presidente Obama e
dall'omologo Dimitri Medvedev (poi approvato dal Congresso americano a
fine anno), prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute
dai due paesi, da 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili
intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sarà ridotto
della metà, da1.600 a 800. L'accordo prevede inoltre rispettive
verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati,
reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.
***
Per
un paese come gli Stati Uniti, l'architettura giuridica nazionale ed
internazionale sull'uso delle armi atomiche, o più in generale sul tema
della guerra, è altrettanto importante quanto la costruzione di un
immaginario emotivo per la popolazione.
I legami
tra la filmografia popolare americana e i sentimenti patriottici sono
sempre esistiti, ma a ridosso e dopo l'11 settembre questi rapporti sono
sembrati entrare in una fase evoluta e complessa. Nel periodo classico,
infatti, i film di guerra prodotti a Hollywood avevano soprattutto un
carattere celebrativo, e durante gli anni reaganiani i produttori
sembravano piuttosto odorare il vento e di conseguenza sfornare film e
personaggi che accompagnassero le tendenze della politica e della
società. Per fare un esempio ci si può riferire al Rambo di Sylvester
Stallone, che, da reduce del Vietnam disadattato ed emarginato del primo
episodio, diventa un autentico freedom fighter nei successivi sequel.
Negli
anni immediatamente successivi all'11 settembre, il film di guerra
tornava prepotentemente di moda, tanto da rappresentare 1/3 della
produzione totale. E non erano più i film di guerra classici, di
denuncia o meno, ma comunque pellicole con intenti di ricostruzione
storica o sociale, dai classicissimi Il giorno più lungo sullo sbarco in
Normandia, al corrosivo Il dottor Stranamore di Kubrik, fino ad
Apocalypse Now o Platoon sulla tragedia del Vietnam. I nuovi film
sembravano inserirsi in una sorta di progetto sociologico tendente a
creare modelli che lo spettatore americano medio avrebbe ritrovato poi,
con linguaggi del tutto simili, nei telegiornali e nelle corrispondenze
degli inviati nelle guerre vere. Attraverso quello strumento
potentissimo che è la narrazione emotiva, si potevano ingenerare nella
psicologia dello spettatore paure, desideri di rivalsa e vendetta,
accettazione di schemi culturali.
Non è quindi un
caso che in questi film di nuova generazione, a cavallo dell'anno 2000,
si mescoli guerra e terrorismo e che gli Stati Uniti siano costantemente
sotto la minaccia catastrofica da parte di gruppi terroristici, magari
con l'uso di armi nucleari.
Nel film Broken Arrow
(1996) un ufficiale corrotto dell'aviazione (John Travolta) ruba delle
bombe atomiche per rivenderle sul mercato nero e ne fa esplodere una
come ammonimento; per The Peacemaker (1997) con George Clooney e Nicole
Kidman, l'ambientazione è New York e il terrorista che cerca di far
esplodere nel centro della città un ordigno atomico, acquistato ancora
sul mercato nero, è un serbo; in Attacco al potere (1998), invece,
Denzel Washington è un funzionario dell'FBI che sventa la minaccia
portata contro New York da terroristi arabi. Molto interessante in
questa pellicola è la risposta data dal potere, personificato da un
generale col volto di Bruce Willis, che, contro una campagna di terrore,
decide di sospendere i diritti civili della popolazione in una sorta di
annuncio del Patriot Act post 11 settembre; in The sum of all fears
(titolo particolarmente evocativo, approssimativamente tradotto in
italiano con Al vertice della tensione) un film Paramount del 2002
tratto da un romanzo di Tom Clancy, con Ben Affleck e Morgan Freeman, i
terroristi fanno esplodere una bomba nucleare per uccidere il presidente
degli Stati Uniti e provocare un conflitto con la Russia. La pellicola,
di grande successo popolare negli Usa, diventò anche l'ambientazione
per un videogame, con una penetrante capacità educativa che non si
limitava alle due ore della visione ma diventava addirittura un compagno
di gioco per i ragazzi.
Una bomba atomica può
essere anche un amico. In Armageddon, del 1998, film del filone
catastrofista con i soliti muscolari Bruce Willis e Ben Affleck, sarà
proprio un ordigno nucleare a distruggere il meteorite che minaccia di
cancellare la vita sulla terra.
La familiarità del
pubblico americano con l'uso delle testate atomiche procede nell'ultimo
decennio attraverso le serie televisive di maggior successo, quelle che
entrano direttamente nelle case degli americani. Nella celebre serie
24, in onda sulla emittente Fox dal 2001, le prime stagioni ruotano
attorno al tentativo dell'agente federale Jack Bauer (Kiefer Sutherland)
di salvare Los Angeles dallo scoppio di una bomba atomica; in Jericho,
prodotto dalla CBS, si narrano le vicende post-apocalittiche di una
immaginaria cittadina della provincia americana dopo che le maggiori
città del paese sono state rase al suolo da attacchi atomici; anche in
Lost (ancora della Fox), probabilmente il serial più famoso del
decennio, si viene a scoprire che le surreali alterazioni
spazio-temporali vissute dai protagonisti sono state provocate dallo
scoppio di un ordigno nucleare.
È possibile trarre
un significato profondo da tutte queste tendenze? Sicuramente si è
instillato nel pubblico americano un terrore che si è materializzato
come in un incubo l'11 settembre, allorché la più ricorrente
considerazione tra la popolazione a proposito delle immagini di quel
giorno riguardò, appunto, l'immaginario collettivo: «Sembrava un film,
ma stavolta era vero». E da quel momento si faceva sempre più tangibile
la possibilità che il colpo successivo sarebbe stato con un'arma di
distruzione massiva.
La comunicazione politica di
massa si impossessò immediatamente di quella emozione. Quando si
chiedeva a Bush di fornire le prove che giustificassero l'attacco
all'Iraq, la prova provata, la "pistola fumante", gli spin doctor della
Casa Bianca confezionarono uno splendido discorso per il presidente.
Bush disse che l'inazione era un crimine, poiché dopo l'11 settembre il
fumo della smoking gun poteva assumere la forma di un fungo atomico.
Tale
immagine poetica ebbe un effetto psicologico davvero forte presso
l'opinione pubblica americana, e fu talmente efficace da fare il giro
del mondo. Ma il successo comunicativo non poteva essere così completo
se il terreno non fosse stato sapientemente preparato. Fu poi del tutto
irrilevante che la minaccia nucleare irachena, e quella di ogni altra
arma di distruzione di massa, risultasse completamente inventata. Lo
scopo era stato raggiunto.
Nel contesto attuale,
l'uso immaginifico della bomba assume un duplice significato. Quello
classico, della minaccia distruttrice che giunge dall'esterno; quello
familiare, se non addirittura benevolo, di ritrovata concordia col
concetto di guerra atomica, e quanto sia accettabile da parte degli
Stati Uniti, o dei suoi alleati, il ricorso all'uso di armamenti
nucleari come strumento di difesa, anche preventivo. Dopo 50 anni di
terrore per un possibile olocausto nucleare, si tratta di un epocale
cambiamento culturale. Ma la filmografia popolare non è uno dei mezzi
più efficaci per questo scopo?
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