Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/12/2011

La BCE e il Giro di BOT

Ho riportato la notizia qualche giorno fa, ma è sempre bene tenere fresca la memoria.

La BCE ha prestato 500 miliardi di euro alle banche europee a un interesse dell'uno per cento per tre anni. Praticamente gratis. Lo ha fatto per far ripartire l'Europa. Per permettere alle banche di riaprire i rubinetti e finanziare l'economia reale, per le imprese che stanno chiudendo alla velocità della luce. Come direbbe Ciro, il mio figlio più piccolo, è un vero barbatrucco. I soldi della BCE non nascono sotto i cavoli, ma sono garantiti dagli Stati della UE, in definitiva sono nostri. Le banche vanno salvate, sono in crisi di liquidità e non si prestano neppure più i soldi tra loro. Inoltre hanno in pancia miliardi di crediti inesigibili e di schifezze finanziarie varie che devono, prima o poi, svalutare. 500 miliardi sono un'ancora di salvezza e, infatti, c'è stata la coda dei banchieri per ottenere il prestito come per i saldi di fine stagione. Le banche, però, fanno le banche. E' nella loro indole usuraia. I capitali vanno investiti dove è più alta la remunerazione. Dare soldi a un'azienda in difficoltà o a una start up è un rischio. Comprare titoli pubblici lo è un po' meno. Deve fallire un intero Stato. E allora è probabile che le banche acquisteranno i titoli di Stato dei Pigs, quelli con gli interessi più alti, dal 6/7% in su. Un guadagno netto garantito. E anche un gesto nobile. Il prestito accordato dalla BCE coprirebbe per tutto il 2012 l'intero fabbisogno di Italia e Spagna. L'Europa sarebbe salva.
Qualcosa in questo gioco di prestigio però non torna. Per salvarci e collocare il debito pubblico dobbiamo pagare interessi altissimi alle banche con soldi prestati da noi attraverso la BCE. Le stesse banche, a iniziare da quelle francesi e tedesche, che hanno venduto a piene mani titoli italiani e spagnoli nell'ultimo anno, e che ora li ricompreranno con interessi quintuplicati. La ragione si smarrisce in questo labirinto. In questo Giro di Bot. Perché riconoscere gli interessi a banche private che comprano il nostro debito prestandogli i soldi? Compriamocelo da soli il debito, con il Tesoro o la Banca d'Italia, almeno gli interessi li pagheremo allo Stato. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Fonte.

27/12/2011

The seal



Ho ascoltato questo pezzo in chiusura d'una giornata surreale, come lo sono spesso i giorni tersi d'inverno, soprattutto quelli in cui quasi tutti sono in festa (spesso forzata) e quei pochi (fortunati) che tornano dal lavoro, sì muovono per le strade con più garbo del solito, forse per rispetto d'una tranquillità troppo sopra le righe, che calzerebbe a pennello in una sceneggiatura di Dario Argento.

Siria: le menzogne mediatiche preparano un altro "intervento umanitario"

Secondo numerosi rapporti di organizzazioni umanitarie, di media occidentali e dell’ ONU, un gran numero di manifestanti pacifici sono stati assassinati dalle forze siriane dall’inizio dei disordini nel Paese a metà di marzo. Ma da dove escono queste cifre?
Molti rapporti sulla presunta repressione cruenta da parte del governo siriano non citano la fonte delle loro informazioni e più volte fanno solo riferimento a “gruppi di difesa dei diritti umani” o ad “attivisti”:

“Gruppi di difesa dei diritti umani hanno affermato domenica scorsa che le truppe hanno represso manifestanti pacifici uccidendo otto persone nella  provincia settentrionale di Idlib e altri quattro in zone centrali vicino ad Hama. (Syrian Forces Kill 12 as ICRC Head Visits Damascus, 4 settembre  2011).

"Queste manifestazioni rappresentano una sfida senza precedenti del presidente Bashar Al-Assad e della sua famiglia che governa il Paese da più di 40 anni. I costi sono altissimi: molti cyberattivisti sono stati imprigionati e, secondo gruppi di difesa dei diritti umani, almeno 200 persone sono morte” (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, NPR, 22 aprile 2011).

"Attivisti dei diritti umani hanno informato Amnesty International che almeno 75 persone sono state assassinate oggi in Siria in importanti manifestazioni […] Trenta persone sono state assassinate nel sud della città di Izzra, 22 a Damasco, 18 nella regione di Homs e il resto in altre città e paesi, hanno affermato gli attivisti […]" (Scores killed in Syria as 'Great Friday' protests are attacked, Amnesty International, 22 aprile 2011.)

In certe circostanze, si può capire la necessità di rimanere “anonimi” laddove si dice che la dissidenza rappresenta un pericolo di morte. Tuttavia, questa posizione semina automaticamente il dubbio: le “cifre” possono essere utilizzate per denigrare il governo come parte delle operazioni coperte degli Stati od organizzazioni interessate a un cambio di regime a Damasco. È chiaro che varie potenze straniere, tra le quali Stati Uniti e Israele, vogliono da molto tempo abbattere il regime siriano.
La fiducia che i mezzi di comunicazione danno a queste informazioni di gruppi anonimi trasmette una comprensione distorta delle manifestazioni in Siria, appoggiando il più ampio obiettivo di destabilizzare il regime siriano.
Quando informazioni sul numero di morti da fonti anonime vengono pubblicate da un media dominante o da un organismo di difesa dei diritti umani riconosciuto, queste informazioni sono trasmesse “come prove” da altre fonti d’informazione o casse di risonanza, e questo senza alcuna verifica. Inoltre, nei vari passaggi, l’informazione è soggetta alla deformazione. Ecco qui un esempio di questo fenomeno:

"Il gruppo di difesa dei diritti umani Amnesty International ha detto venerdì scorso di aver registrato i nomi di 171 persone assassinate da quando sono morti i primi manifestanti a Daraa il 18 marzo. Il gruppo si è basato su informazioni fornite da attivisti per i diritti umani, avvocati e altre fonti, e ha detto che la maggioranza della gente sembrava essere stata assassinata a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza" (Protesters killed in southern Syria, Al Jazeera, 9 aprile 2011).

L’articolo precedente si basa sulla seguente dichiarazione:

"Dopo la morte di almeno altre otto persone durante le manifestazioni, Amnesty International ha segnalato oggi che almeno 171 persone sono state assassinate durante le tre settimane di disordini sociali in Siria. Oggi il numero di vittime degli scontri potrebbe aumentare drammaticamente secondo i rapporti di attivisti dei diritti umani nel Paese. Amnesty International ha registrato i nomi di 171 persone assassinate. Le informazioni vengono da varie fonti compresi attivisti per i diritti umani e avvocati" (Death toll rises amid fresh Syrian protests, Amnesty International, 8 aprile 2011.)

L’informazione iniziale di Amnesty International (AI) afferma che “171 persone sarebbero state assassinate”, questa informazione dimostra che anche se si sono “registrati i nomi di 171 persone assassinate”, l’organizzazione non è riuscita a confermare questa informazione. Al Jazeera omette questa “incertezza” e descrive così come un fatto la supposizione che 171 persone sono state assassinate. Ecco un altro esempio di questo tipo di deformazione:

"Nonostante la promessa di porre fine alla repressione, le forze di sicurezza siriane hanno continuato a reprimere i manifestanti antiregime, uccidendo almeno 18 persone giovedì scorso nella città di Homs (al-Jazeera)" (sic). (Jonathan Masters, Assad's Broken Promises, Council onForeignRelations, 3  novembre 2011).

Questa analisi proviene dal Council on Foreign Relations (CFR), la famosa e potentissima cassa di risonanza sulla politica estera degli Stati Uniti. Si basa sul seguente articolo di Al Jazeera nel quale l’informazione a proposito della strage è molto diversa:

"Decine di persone sarebbero state assassinate giovedì scorso nella città di Homs, il luogo dei maggiori scontri, quando le forze di sicurezza siriane hanno bombardato zone residenziali con i carri armati. I Comitati di coordinamento locale della Siria, un gruppo attivista che monitorizza la sollevazione del Paese, ha detto che le morti segnalate hanno avuto luogo giovedì scorso nel distretto di Bab Amor a Homs" (Syria “violence defies peace deal”, Al Jazeera, 4 novembre 2011.)

La formulazione di Al Jazeera “sarebbero state assassinate” e “morti segnalate” rivela che queste morti non sono confermate. Il media del Qatar ha indicato anche che queste dichiarazioni vengono da una sola fonte, cioè un gruppo di attivisti chiamato Local Coordination Committees of Syria (Comitati di coordinamento locale, CCL). L’articolo del CFR ha trasformato le supposizioni di Al Jazeera in fatti concreti.
Quando si tratta di contare i morti, i mezzi di comunicazione citano spesso il CCL come fonte d’informazione nei rapporti di assassini commessi dalle autorità siriane, lo possiamo vedere nei seguenti esempi:

"Un altro gruppo di opposizione, i Comitati di coordinamento locale (Comités de coordination locaux), ha dchiarato di non poter confermare il bilancio del Syrian Observatory [Osservatorio Siriano] per quanto concerne le perdite militari, pur avendo anch’essi definito la giornata di lunedì scorso come una delle più sanguinose della ribellione, con la morte di almeno 51 civili. 'Non abbiamo nessuna prova di quanto affermano', ha detto Omar Idlibi, un portavoce dei Comitati di coordinamento locale" (Nada Bakri e Rick Gladstone, Syria Faces New Threats as Opposition Seeks Allies, The New York Times, 15 novembre 2011).

"Secondo la rete dell’opposizione, i Comitati di coordinamento locale, almeno cinque persone sono state assassinate durante l’offensiva militare: tre nella provincia centrale di Homs, una a Tall Kalakh, una città al confine orientale, e un’altra a Idleb, lungo la frontiera con la Turchia" (Roula Hajjar, Syria: Activists report manhunt for defectors and protesters, Los Angeles Times, 5 settembre 2011).

"Un attivista della Syrian Revolution Coordinators Union (SRCU) [Unione dei  coordinatori della rivoluzione siriana] ha dichiarato ad Al Jazeera che la polizia segreta ha cominciato a sparare e lanciare gas lacrimogeni per disperdere più di 10.000 manifestanti a DeirEzzor, nell’est tribale della Siria. Dieci manifestanti sono stati feriti e circa 40 sono stati arrestati, ha affermato. SRCU è il nome dato questa settimana a una delle reti popolari di opposizione in Siria. La SRCU lavora in collaborazione con i Comitati di Coordinamento Locale (CCL), un’altra rete di opposizione popolare" (Al Jazeera Live Blog – Syria, 3 giugno 2011).

"Almeno 2.200 persone sono state assassinate in Siria dall’inizio dei disordini sociali secondo il bilancio delle Nazioni Unite. Un gruppo di attivisti [la SRCU] ha affermato martedi scorso che solo durante il Ramadan, 551 persone sono state assassinate. Il gruppo ha dichiarato che altre 130 persone sono morte il 31 luglio, la vígilia del Ramadan, in un attacco contro la città di Hama, che è stata anche lo scenario di una feroce repressione nel 1982. Hanno ucciso quattro persone martedì a Hara e altre due a Inkil, due città della provincia di Dara, secondo i Comitati di Coordinamento Locale, un altro gruppo di attivisti che documenta gli avvenimenti" (Naka Bakri, Syrian Security Forces Fire on Worshipers as Ramadan Ends, The New York Times, 30 agosto 2011).

L’ultimo articolo cita un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) come se si trattasse di una fonte indipendente d’informazione. Tuttavia, secondo uno dei suoi rapporti, anche l’ONU si basa sulla stessa fonte d’informazione, il CCL, e indica in una nota di essere incapace di confermare se le informazioni fornite da questo gruppo siano vere:

"Al momento di scrivere questo rapporto, la missione aveva ricevuto più di 1.900 nomi e informazioni di persone assassinate nella Repubblica Araba Siriana a partire dalla metà di marzo 2011. Tutte sarebbero civili. Queste informazioni sono raccolte dai Comitati di Coordinamento Locale attivi nella Repubblica Araba Siriana, che documentano i nomi delle vittime e i dettagli su di loro. La missione non è in grado di verificare queste informazioni in modo indipendente" (Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights on the situation of human rights in the Syrian Arab Republic - A/HRC/18/53, 15 settembre 2011).

Cosa sono i Comitati di coordinamento locale (CCL)?
Secondo un articolo del Christian Science Monitor, il gruppo CCL fa parte del Consiglio  nazionale siriano (CNS), un’entità non eletta. Anche se la maggioranza dei suoi membri vivono in esilio e i suoi membri in Siria restano sconosciuti, si presenta il CNS come l’autorità legittima della Siria ed è stato riconosciuto dal Consiglio Nazionale di Transizione Libico, altro organismo non eletto riconosciuto dalle potenze occidentali come rappresentante “democratico” del popolo libico.
I leader dell’opposizione siriana hanno creato formalmente il Consiglio Nazionale Siriano [CNS] (Conseil national syrien) in un incontro domenica scorsa in Turchia che ha riunito i gruppi più disparati che cercano di abbattere il presidente siriano Bashar Al-Assad (président syrien Bachar Al-Assad).
L’Associated Press informa che il Consiglio include tra gli altri i Comitati di Coordinamento locale (Comités de coordination locaux) che hanno organizzato la maggioranza delle manifestazioni nel Paese, ai Fratelli Musulmani siriani e ad altri gruppi kurdi. Quasi la metà dei membri [del CNS] sono attualmente in Siria secondo il Washington Post, rispondendo così alla grande preoccupazione che il Consiglio contarebbe troppo sugli esiliati. (Ariel Zirulnick, Syrian oppositon groups formally unify overcoming key hurdle, 3 ottobre 2011).
Il CCL è piuttosto anonimo. ll gruppo ha rifiutato un’intervista per telefono ma ha accettato di rispondere ad alcune domande per e-mail. Si afferma che per ragioni di sicurezza il numero dei membri dell’organizzazione non può essere rivelato, ma si indica che 13 di loro sono membri del CNS. “Abbiamo abbastanza membri per organizzare una manifestazione sul terreno, per i mezzi di comunicazione e per i gruppi di soccorso”.
I membri sarebbero di provenienze diverse e di tutte le fasce d’età; alcuni opererebbero in Siria, altri all’estero. Il CCL segnala che in Siria come in altri Paesi i suoi membri sono stati minacciati, arrestati e torturati dalle autorità siriane.
Come sono diventati una fonte d’informazione per i mezzi di comunicazione stranieri? Perché forniscono fatti credibili, afferma il portavoce.
Qual è l’obiettivo finale del CCL? “Il nostro obiettivo è cambiare il regime siriano e come prima tappa vogliamo porre fine al mandato dell’attuale presidente, il quale è politicamente e legalmente responsabile di crimini commessi dal suo regime contro il popolo siriano. Poi vogliamo trasferire il potere in modo sicuro”.
In conclusione, il CCL vuole un cambio di regime in Siria e sembra costituire la fonte principale d’informazione per i mezzi di comunicazione occidentali e le organizzazioni umanitarie. Anche se questo gruppo di opposizione afferma di fornire “fatti credibili”, non esiste nessun mezzo per verificare questi fatti. I presunti fatti potrebbero perfettamente essere propaganda per screditare il regime attuale e per galvanizzare l’opinione pubblica a favore del cambiamento di regime che il gruppo desidera realizzare.
Anche se il portavoce ha rifiutato di rivelare i nomi dei membri del gruppo, alcuni sono apparsi sui mezzi di comunicazione dominanti. Uno dei membri o collaboratori è Rami Nakhle, un cyberattivista che vive in esilio a Beirut, in Libano.
“Oggi, dopo 98 giorni di proteste, vive nella negazione”, dichiara Rami Nakhle, un siriano che lavora a Beirut con i Comitati di coordinamento locale, un centro di interscambio per le manifestazioni e le attività dell’opposizione siriana. “Ora è ovvio per tutti che Bashar Al-Assad non può cambiare. Non si rende conto che la Siria è cambiata per sempre, ma continua ad essere lo stesso presidente, quello che abbiamo ascoltato per l’ultima volta ad aprile” (Nicholas Blanford, Assad’s speech may buy time, but not survival, The Christian Science Monitor, 20 giugno 2011).
Secondo NRP, l’attivista ha un rapporto privilegiato con Al Jazeera:

"Quando il canale arabo Al-Jazeera trasmette le ultime notizie, le immagini provengono dalla rete di Nakhle. (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, 22 aprile 2011).

È opportuno segnalare qui che Al Jazeera ha svolto un ruolo chiave nella promozione di un cambiamento di regime in Libia.

La cyberdissidenza
CyberDissident.org, una pagina web presentata dal Bush Center come una “Voce della libertà on line” dipinge un ritratto di Nakhle che non può non ricordare gli altri ritratti simili sulla stampa mainstream, i quali lo descrivevano unicamente come fosse un cyberdissidente, come se non avesse mai avuto altra occupazione. Rami Nakhle è un cyberdissidente di 27 anni. Il suo utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere informazioni sulla rivoluzione siriana ha richiamato l’attenzione delle autorità siriane, per questo è fuggito in Libano nel gennaio 2011. Negli ultimi tre anni ha lavorato con lo pseudonimo di Malath Aumran. Anche se la polizia segreta siriana ha scoperto la sua vera identità, continua ad utilizzare questo pseudonimo perché chi lo segue in rete lo continui a riconoscere.
Nonostante queste minacce da parte del governo siriano, Nakhle continua a lavorare clandestinamente e continua a fare campagne per la libertà su Facebook, Twitter e fa interviste senza restrizioni con i mezzi di comunicazione più importanti come la BBC e il New York Times.  (Cyber Dissident Datebase).
Il governo statunitense e organizzazioni non governative come Freedom House, che lavora per la CIA, sono importanti promotori della cyberdissidenza:
Dissidenti politici di Cina, Iran, Russia, Egitto, Siria, Venezuela e Cuba si recheranno a Dallas per unirsi ai fellows dell’Istituto George W. Bush, agli esperti di Freedom House, ai rappresentanti del Berkman Center for Internet and Society di Harvard, ai membri del governo statunitense e ad altri leader in questo campo per discutere i successi e le sfide dei movimenti globali della dissidenza politica in Internet.
L’Istituto George W. Bush ha annunciato oggi [30 marzo 2010] che sarà l’anfitrione il 19 aprile 2010 di una conferenza sui cyberdissidenti, in collaborazione con l’organizzazione per i diritti umani FreedomHouse. (George W. Bush Institute and Freedom House to Convene Freedom Activists, Human Rights and Internet Experts to Assess Global Cyber Dissident Movement, Business Wire, 30 marzo 2011).
Rami Nakhle non nasconde il suo interesse per le organizzazioni statunitensi. Sulla sua pagina Facebook, compare la seguente lista di “interessi”: National Democratic Institute (NDI), presieduto da Madeleine Albright, Human Rights Watch e l’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco.
L’interesse del cyberattivista per queste organizzazioni mostra chiaramente da che parte sta, così come il membro del CNS, Radwan Ziadeh, vecchio fellow del National Endowment for Democracy, altra organizzazione conosciuta per i suoi legami con la CIA.
In un’intervista al Guardian, il cyberdissidente dice di essere stato minacciato dalla polizia segreta sulla sua pagina Facebook. È possibile, tuttavia si tratterebbe di una tattica inusuale per la polizia segreta, che in generale, come indica il suo nome, agisce segretamente. Questa minaccia sembra piuttosto propaganda nera: gente contraria al regime cercano di dare una cattiva immagine delle autorità siriane. Una specie di “cyberoperazione sotto false bandiere”, destinata ad essere vista da tutti.

La “sollevazione siriana” sembra essere una copia degli avvenimenti di Libia, che hanno favorito un intervento della NATO e hanno portato a un cambiamento di regime. La stampa dominante ha ancora una volta una fonte principale d’informazione, cioè il gruppo di opposizione. I mezzi di comunicazione ignorano le perdite militari e omettono di dire che nel gruppo di manifestanti si trovano uomini armati, che arrivano a 17.000 persone, stando a un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies. Un gruppo non eletto come il CNS viene presentato paradossalmente come un movimento democratico, e gli viene accordata credibilità e la più ampia copertura mediática.


Un articolo da tenere bene a mente quando finanzieremo l'ennesima missione di pace all'estero nell'indifferenza totale del popolo pacifista della domenica.

M-346 per non dimenticarci che Finmeccanica c'è

Non ha certo gli stratosferici costi dei cacciabombardieri F-35 "Joint Strike Fighter", ma il nuovo aereo d'addestramento avanzato M-346 "Master" dell'Aeronautica militare italiana sta causando l'ennesima emorragia di risorse finanziarie statali a favore del complesso militare industriale di Finmeccanica & soci. Progettato appositamente per la formazione dei piloti dei velivoli da guerra come i "Tornado", gli "Eurofighter Typhoon" e i famigerati F-35, l'M-346 "Master" è realizzato da un consorzio di costruttori internazionali guidato da Alenia-Aermacchi.

Fu il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi ad annunciare nel giugno 2007 l'intenzione di acquisire 14 esemplari dell'addestratore di quarta generazione, completi del relativo supporto logistico. Fu preventivato un costo complessivo di 400 milioni di euro e, l'anno successivo, il Ministero dello Sviluppo economico (esecutivo Berlusconi) inserì il programma dell'M-346 nel bilancio dello Stato. Nel giugno 2009, in occasione del salone internazionale dei mercanti d'armi di Le Bourget (Parigi), fu annunciato ufficialmente l'acquisto da parte dell'Aeronautica di sei aerei con un'opzione per ulteriori nove. Valore della commessa, 280 milioni di euro. Ai costi unitari odierni, per i rimanenti velivoli i contribuenti italiani potrebbero essere salassati per altri 420 milioni. Non poco per un programma la cui spesa è quasi raddoppiata in meno di cinque anni.

L'M-346 nasce dal prototipo dello YAK-AEM130, un addestratore progettato a metà anni '90 da Aermacchi in collaborazione con l'azienda russa Yakovlev Design Bureau. Nel dicembre 1999 i due gruppi industriali decidevano tuttavia di procedere alla produzione in modo autonomo. Aermacchi si rivolgeva ai partner nazionali e statunitensi per sviluppare componenti e sistemi di bordo: la progettazione del Flight Control System veniva assegnata ad Alenia SIA e Selex Communications (Finmeccanica), l'assemblaggio delle turboventole e dei comandi allo stabilimento Avio di Brindisi, mentre la costruzione dei motori, con un contratto di 41,5 milioni di euro, alla transnazionale statunitense Honeywell.

Lungo 11,5 metri e dotato di una larghezza alare di 9,72, l'Alenia-Aermacchi M-346 può raggiungere la velocità massima di 1.083 Km/h; l'autonomia di volo è di 1.889 km, 2.537 Km con due serbatoi esterni. Il raggio d'operazione è di 185 Km per 20 minuti di addestramento di combattimento aereo con pod e due missili AIM-9L "Sidewinder". il velivolo può essere armato pure con un cannone da 30 mm ed è configurabile per attacchi al suolo con bombe e missili aria-terra o antinave. Un addestratore, dunque, con licenza di uccidere.

Il primo M-346 è stato consegnato un paio di settimane fa alla Direzione Generale degli Armamenti Aeronautici e presto sarà inviato al Reparto Sperimentale Volo dell'Aeronautica militare di Pratica di Mare (Roma) per le prove operative. La consegna degli altri cinque velivoli è prevista nel corso del 2012. Ammesso che non si ripeta quanto avvenuto lo scorso 19 dicembre negli Emirati Arabi Uniti - cinque giorni dopo l'annuncio ufficiale del trasferimento all'AMI del primo addestratore - quando l'M-346 con matricola militare X615, inviato alla fiera dei mercanti di morte di Dubai precipitava in mare durante il rientro verso l'Italia. L'incidente ha causato solo una frattura ad una gamba di un pilota e altre ferite più leggere al co-pilota, ma il velivolo è andato completamente distrutto. Trentacinque milioni di euro andati in fumo.

Non è solo l'incidente di Dubai a turbare i sogni di manager e azionisti dell'azienda aerea del gruppo Finmeccanica. Secondo la stima più recente, alla fine del prossimo anno i costi di progettazione e sviluppo dell'addestratore per le guerre aeree raggiungeranno i 915 milioni di euro. I piani industriali prevedevano di far fruttare gli investimenti con la realizzazione e vendita di almeno 600 esemplari entro il 2020, ma sino ad oggi gli unici due contratti sottoscritti da Alenia-Aermacchi sono quelli con l'Aeronautica militare italiana e con le forze armate di Singapore. Al piccolo stato asiatico è prevista la fornitura di dodici M-346, la cui produzione è in fase avanzata nello stabilimento di Venegono Superiore (Varese). In realtà si tratta di una commessa di cui meno della metà del valore andrà all'azienda italiana. Per gli M-346 di Singapore è stato costituito un consorzio formato da ST Aerospace Singapore Technologies Aerospace (società aerospaziale controllata della transnazionale ST Engineering), dalla statunitense Boeing e da Alenia-Aermacchi. L'ammontare del contratto indicato da ST Aerospace è di 543 milioni di dollari e comprende anche la consegna di parti di ricambio e del sistema addestrativo a terra.
In previsione della consegna a Singapore dei caccia-addestratori, il 18 e 19 ottobre 2011 si è svolto a Roma l'Expert Meeting tra l'Aeronautica militare e la Republic Singapore Air Force (RSAF). "I colloqui hanno consentito di creare i presupposti per una rafforzata cooperazione tra le rispettive Forze Aeree nel campo del programma M-346A e dell'addestramento al volo", recita il comunicato dello Stato maggiore dell'AMI.

"L'aeronautica ha accolto la richiesta singaporiana di partecipare con proprio personale, in qualità di osservatore, alle attività Initial Operational Test and Evaluation sul velivolo M-346A, che saranno svolte nei prossimi mesi a Pratica di Mare presso il Centro Sperimentale di Volo. Nell'ambito delle attività d'addestramento, sono state avviate e concordate le azioni per l'invio presso il 61° Stormo di Lecce di allievi piloti singaporiani per la relativa frequenza ai corsi da svolgersi entro la fine del prossimo anno". Una conferma ufficiale dei piani di trasformazione dell'aeroporto pugliese in centro di formazione d'eccellenza per la guerra aerea dei piloti NATO ed extra-NATO.

Appare invece su un binario morto il ventilato trasferimento di 48 M-346 "Master" al governo degli Emirati Arabi Uniti. I negoziati, annunciati in pompa magna dall'ex dominus di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, durante la fiera internazionale delle armi di Dubai nel 2009, sono stati congelati dagli emiri amareggiati dal veto statunitense e israeliano ad un accordo per la produzione in joint venture Italia-EAU di velivoli senza pilota UAV armati. Non maggiore fortuna in Grecia e in Cile, dove tra il 2005 e il 2008 sono stati firmati da Alenia-Aermacchi due memorandum d'intesa con le industrie nazionali per la co-produzione degli addestratori avanzati. La grave crisi economica e finanziaria ha infatti convinto l'Hellenic Aerospace Industry e la cilena ENAER a soprassedere sui programmi per l'M-346.

Qualche lieve speranza giunge dal bellicoso governo d'Israele, intenzionato a congelare un contratto da un miliardo di dollari per l'acquisto di aerei d'addestramento coreani per firmare invece un accordo preliminare con Alenia-Aermacchi per una ventina di M-346. Negli Stati Uniti, un prototipo derivato dal velivolo "italiano" è uno dei candidati al programma di costruzione di un nuovo addestratore per i piloti dei cacciabombardieri dell'US Air Force. Anche in questo caso, però, all'azienda e ai lavoratori di Finmeccanica andrebbero solo le briciole del multimilionario affaire.

Fonte.

Che gioia assistere al becero sperpero di preziose risorse pubbliche ed industriali (a vantaggio dei soliti ovviamente) per l'ennesimo prodotto che non serve a un cazzo, soprattutto in guerra, vedasi Iraq e Afghanista, dove la schiacciante supremazia aerea, non ha salvato la pelle ai circa 5000 (!!!) soldati americani morti in combattimento.

Le cipolle amare del Governo Monti

Il Governo Monti è come una cipolla. Lo strato esterno, quello più visibile, è la BCE. Governo della UE quindi. Ricordate? Soltanto un mese fa l’Italia rischiava di far implodere l’Europa, gli Stati Uniti, la Cina, il mondo intero, se lo spread avesse superato i 500 punti con il bund e gli interessi sui titoli di Stato il 7%. Cose che sono puntualmente successe anche con Monti, il bocconiano, l’uomo del Colle, ma senza conseguenze a parte le tasse. Governo dei bocconiani quindi. Il terzo strato sono le banche, italiane e straniere, che rischiavano di veder diventare carta straccia le decine di miliardi di euro di titoli italiani acquistati. Governo delle banche allora, in particolare quelle francesi, dopate di Btp. Il quarto strato della cipolla è Banca Intesa, la più grande del Paese. Governo di Banca Intesa infine, con due esponenti di primissimo piano come Passera e la Fornero. Entrambi con un curriculum di tutto rispetto a favore dei lavoratori. Si è passati dal governo delle televisioni private di Mediaset a quello di Banca Intesa. Nulla è cambiato, tranne i beneficiari diretti.
Beppe Scienza ci spiega nel suo Passaparola chi sono Passera e la Fornero (detta Frignero).



Fonte.

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Sempre meglio!

26/12/2011

Un'occasione per cambiare la vita

Appena inizio a leggere faccio un salto sulla sedia: "Vanessa, 26 anni è una delle «vittime» della crisi greca. Ma questo termine non le piace. «La responsabilità di questa situazione sono collettive. Noi tutti abbiamo colpe. Noi che abbiamo accettato corruzione per trovare un posto di lavoro. Noi che abbiamo chiuso gli occhi davanti all'evasione costante. Noi che abbiamo usufruito di un sistema che era chiaro ci avrebbe portato a ripiegarci su noi stessi»." Ecco il nuovo premio Nobel per l'economia, penso. Poi però vado avanti.

"Il suo è un lungo curriculum con stage ed esperienze di lavoro all'estero (...) Da sei mesi cerca disperatamente una maniera per andarsene. «E non tornare più. Odio il mio Paese. Lo odio per quello che ci ha fatto. Per averci distrutto le speranze di un futuro»." Allora penso che no, non la possiamo candidare per il Nobel. Però va citata, perché d'un fiato, in un unico discorso che sembra lo sfogo da un terapeuta, Vanessa ci rappresenta perfettamente.

"«Non usciamo più tutte le sere. C'era un tempo in cui potevamo permetterci di andare a mangiare al ristorante. Bere nei locali. Ora non è più possibile». E quando lo fanno «stiamo molto attenti a quanto beviamo, cosa mangiamo»." Beh, cara Vanessa, benvenuta nella realtà. La nostra. La tua. Una notizia: era così anche prima, solo che tu non volevi ammetterlo. E ora cadi da più in alto. Ma non voglio sentire il tuo lamento.

Siamo così, un po' "piove governo ladro" un po' sinceri. Un po' "che mondo lasceremo ai nostri figli" e un po' "che figli lasceremo al nostro mondo". Insomma Vanessa, se la colpa è tua, perché odi il tuo Paese? E il Paese non dovrebbe odiare anche te? Non eri tu a drogarne l'economia uscendo tutte le sere, e facendo finta di vivere in un Paese ricco?

Vanessa deve stare attenta a quello che beve, adesso. E non può più uscire per ristoranti tutte le sere. Forse andava fatto già prima, da tempo, cercando uno schema di vita migliore, meno dispendioso. Smettere di fare una cosa sbagliata è importante, ma vale meno se si smette per impotenza. Le cose giuste non si fanno per forza. Si scelgono.

Vanessa, forse per brevità giornalistica, non ci dice niente della necessità di consumare meno, lavorare meno, spendere meno, generare meno rifiuti, tenere le lampadine spente quando non servono, smettere di spendere lo stipendio semestrale di un etiope in una cena soltanto, rinunciare a crescere sempre. Non ce lo dice perché se non ci fosse stata la crisi lei sarebbe stata ben felice di lavorare come un treno, uscire tutte le sere, godere della vista luminosa della sua città piena di lampade accese fino all'alba. Eppure era partita bene: "la colpa è anche nostra". Io direi soprattutto nostra.

Cogliamo l'occasione. Cogliamola! Vanessa svegliati, impara a fare da mangiare! Ora dobbiamo farlo per forza di ridimensionare le nostre abitudini. Ma mentre lo facciamo, cerchiamo di capire. Non è anormale vivere sobriamente. Lo era non farlo. Per due ragioni: la prima è che non si poteva e abbiamo fatto finta di sì. La seconda è che non serviva ad essere felici. Quando si sbaglia bisognerebbe capirlo. Per non perseverare. Se oggi i fiumi di denaro virtuale ricominciassero per magia a scorrere, quanti vivrebbero come hanno sempre vissuto? Quanti coglierebbero l'occasione di questa crisi per cambiare vita?

Fonte.

La dottrina nucleare americana tra Washington e Hollywood

Nel marzo 2005, in piena era neo-conservatrice, l'Amministrazione degli Stati Uniti e le Forze armate americane stilarono la nuova dottrina nucleare denominata DJNO (Doctrine for Joint Nuclear Operations) che dettava le regole di ingaggio per l'uso degli armamenti atomici in uno scenario bellico circoscritto o in caso di aggressione asimmetrica da parte di entità nemiche.
Conseguente alla linea di condotta delineata con la "guerra preventiva", gli armamenti nucleari, intesi durante la guerra fredda quasi unicamente nella loro funzione di deterrente e come difesa contro eventuali attacchi atomici nemici massivi, in quella che si prospettava come MAD (Mutual Assured Destruction), divenivano in quel frangente esplicite armi tattiche.
Si leggeva nel documento: «È essenziale che le forze armate statunitensi si preparino all'uso di armi atomiche, e che siano determinate ad impiegarle se ciò è necessario per prevenire o per reagire all'uso di armi di distruzione di massa». Dunque anche la semplice previsione che un eventuale nemico potesse utilizzare armi di distruzione massa giustificava l'utilizzo di armi atomiche a scopo preventivo.
Un altro cambiamento strutturale era relativo alla decisione operativa sull'utilizzo di tali armi. Mentre precedentemente tale prerogativa era esclusivo appannaggio del Presidente, da quel momento la decisione ultima spettava ai comandanti militari sul campo. Il Presidente, in caso di crisi bellica, si sarebbe limitato a fornire un via libera a priori, consentendo l'utilizzo di tutti gli armamenti, convenzionali e non, ad appannaggio della cosiddetta "cassetta degli attrezzi" di cui dispone ogni comandante. A costui, che in ultima analisi potrebbe essere anche un generale di brigata, spetterà la decisione discrezionale sull'utilizzo degli armamenti più appropriati determinati dallo scenario di guerra, comprese le testate atomiche in sua dotazione.
Questa discrezionalità era anche figlia delle innovazioni tecnologiche che avevano portato alla definizione di piccole testate nucleari, cosiddette mini-nukes, con caratteristiche di estrema flessibilità nell'utilizzo e, a detta dei vertici militari, «sicure per la popolazione civile». Il tipo di scenario previsto si attagliava perfettamente ad una possibile crisi tra Stati Uniti e Iran.
All'inizio di aprile 2010, Barack Obama ha inaugurato un nuovo corso con un documento di 80 pagine (Nuclear Posture Review), stilato con il segretario della Difesa Robert Gates, il segretario di Stato Hillary Clinton, il capo di stato maggiore Michael Mullen, il segretario dell'Energia Steven Chou, che ha parzialmente rivoluzionato la dottrina strategica americana sul nucleare militare, prevista da George W. Bush, prevedendo la restrizione delle condizioni nelle quali sarebbe ammesso l'uso dell'atomica.
Da quel momento gli Stati Uniti si sono impegnati unilateralmente (come del resto era unilaterale la precedente dottrina) a non utilizzare mai l'arma nucleare contro un avversario che non la possieda e che rispetti il Trattato di Non-proliferazione, ma, aveva precisato Obama al "New York Times", «gli Stati come Iran e Corea del Nord sono esclusi da questa nuova regola».
Allo stesso modo gli americani non avrebbero risposto col nucleare ad attacchi chimici, battereologici, cibernetici, purché non si trattasse di minacce dalla portata «devastante». Ed in ogni caso si «continueranno a preservare tutti gli strumenti necessari a garantire la sicurezza del popolo americano».
In previsione di un 2030 senza armi atomiche, Obama era quindi giunto ad un accordo, a conclusione di sei mesi di serrate trattative, per una nuova edizione del Trattato START con l'altra grande potenza atomica globale, la Russia. Il testo, ratificato a Praga l'8 aprile 2010 dallo stesso presidente Obama e dall'omologo Dimitri Medvedev (poi approvato dal Congresso americano a fine anno), prevede una riduzione di circa il 30% delle ogive detenute dai due paesi, da 2.200 a 1.500. Il numero di vettori (missili intercontinentali e a bordo di sommergibili e bombardieri) sarà ridotto della metà, da1.600 a 800. L'accordo prevede inoltre rispettive verifiche sul posto delle installazioni nucleari, scambi di dati, reciproche notifiche sugli armamenti offensivi.
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Per un paese come gli Stati Uniti, l'architettura giuridica nazionale ed internazionale sull'uso delle armi atomiche, o più in generale sul tema della guerra, è altrettanto importante quanto la costruzione di un immaginario emotivo per la popolazione.
I legami tra la filmografia popolare americana e i sentimenti patriottici sono sempre esistiti, ma a ridosso e dopo l'11 settembre questi rapporti sono sembrati entrare in una fase evoluta e complessa. Nel periodo classico, infatti, i film di guerra prodotti a Hollywood avevano soprattutto un carattere celebrativo, e durante gli anni reaganiani i produttori sembravano piuttosto odorare il vento e di conseguenza sfornare film e personaggi che accompagnassero le tendenze della politica e della società. Per fare un esempio ci si può riferire al Rambo di Sylvester Stallone, che, da reduce del Vietnam disadattato ed emarginato del primo episodio, diventa un autentico freedom fighter nei successivi sequel.
Negli anni immediatamente successivi all'11 settembre, il film di guerra tornava prepotentemente di moda, tanto da rappresentare 1/3 della produzione totale. E non erano più i film di guerra classici, di denuncia o meno, ma comunque pellicole con intenti di ricostruzione storica o sociale, dai classicissimi Il giorno più lungo sullo sbarco in Normandia, al corrosivo Il dottor Stranamore di Kubrik, fino ad Apocalypse Now o Platoon sulla tragedia del Vietnam. I nuovi film sembravano inserirsi in una sorta di progetto sociologico tendente a creare modelli che lo spettatore americano medio avrebbe ritrovato poi, con linguaggi del tutto simili, nei telegiornali e nelle corrispondenze degli inviati nelle guerre vere. Attraverso quello strumento potentissimo che è la narrazione emotiva, si potevano ingenerare nella psicologia dello spettatore paure, desideri di rivalsa e vendetta, accettazione di schemi culturali.
Non è quindi un caso che in questi film di nuova generazione, a cavallo dell'anno 2000, si mescoli guerra e terrorismo e che gli Stati Uniti siano costantemente sotto la minaccia catastrofica da parte di gruppi terroristici, magari con l'uso di armi nucleari.
Nel film Broken Arrow (1996) un ufficiale corrotto dell'aviazione (John Travolta) ruba delle bombe atomiche per rivenderle sul mercato nero e ne fa esplodere una come ammonimento; per The Peacemaker (1997) con George Clooney e Nicole Kidman, l'ambientazione è New York e il terrorista che cerca di far esplodere nel centro della città un ordigno atomico, acquistato ancora sul mercato nero, è un serbo; in Attacco al potere (1998), invece, Denzel Washington è un funzionario dell'FBI che sventa la minaccia portata contro New York da terroristi arabi. Molto interessante in questa pellicola è la risposta data dal potere, personificato da un generale col volto di Bruce Willis, che, contro una campagna di terrore, decide di sospendere i diritti civili della popolazione in una sorta di annuncio del Patriot Act post 11 settembre; in The sum of all fears (titolo particolarmente evocativo, approssimativamente tradotto in italiano con Al vertice della tensione) un film Paramount del 2002 tratto da un romanzo di Tom Clancy, con Ben Affleck e Morgan Freeman, i terroristi fanno esplodere una bomba nucleare per uccidere il presidente degli Stati Uniti e provocare un conflitto con la Russia. La pellicola, di grande successo popolare negli Usa, diventò anche l'ambientazione per un videogame, con una penetrante capacità educativa che non si limitava alle due ore della visione ma diventava addirittura un compagno di gioco per i ragazzi.
Una bomba atomica può essere anche un amico. In Armageddon, del 1998, film del filone catastrofista con i soliti muscolari Bruce Willis e Ben Affleck, sarà proprio un ordigno nucleare a distruggere il meteorite che minaccia di cancellare la vita sulla terra.
La familiarità del pubblico americano con l'uso delle testate atomiche procede nell'ultimo decennio attraverso le serie televisive di maggior successo, quelle che entrano direttamente nelle case degli americani. Nella celebre serie 24, in onda sulla emittente Fox dal 2001, le prime stagioni ruotano attorno al tentativo dell'agente federale Jack Bauer (Kiefer Sutherland) di salvare Los Angeles dallo scoppio di una bomba atomica; in Jericho, prodotto dalla CBS, si narrano le vicende post-apocalittiche di una immaginaria cittadina della provincia americana dopo che le maggiori città del paese sono state rase al suolo da attacchi atomici; anche in Lost (ancora della Fox), probabilmente il serial più famoso del decennio, si viene a scoprire che le surreali alterazioni spazio-temporali vissute dai protagonisti sono state provocate dallo scoppio di un ordigno nucleare.
È possibile trarre un significato profondo da tutte queste tendenze? Sicuramente si è instillato nel pubblico americano un terrore che si è materializzato come in un incubo l'11 settembre, allorché la più ricorrente considerazione tra la popolazione a proposito delle immagini di quel giorno riguardò, appunto, l'immaginario collettivo: «Sembrava un film, ma stavolta era vero». E da quel momento si faceva sempre più tangibile la possibilità che il colpo successivo sarebbe stato con un'arma di distruzione massiva.
La comunicazione politica di massa si impossessò immediatamente di quella emozione. Quando si chiedeva a Bush di fornire le prove che giustificassero l'attacco all'Iraq, la prova provata, la "pistola fumante", gli spin doctor della Casa Bianca confezionarono uno splendido discorso per il presidente. Bush disse che l'inazione era un crimine, poiché dopo l'11 settembre il fumo della smoking gun poteva assumere la forma di un fungo atomico.
Tale immagine poetica ebbe un effetto psicologico davvero forte presso l'opinione pubblica americana, e fu talmente efficace da fare il giro del mondo. Ma il successo comunicativo non poteva essere così completo se il terreno non fosse stato sapientemente preparato. Fu poi del tutto irrilevante che la minaccia nucleare irachena, e quella di ogni altra arma di distruzione di massa, risultasse completamente inventata. Lo scopo era stato raggiunto.
Nel contesto attuale, l'uso immaginifico della bomba assume un duplice significato. Quello classico, della minaccia distruttrice che giunge dall'esterno; quello familiare, se non addirittura benevolo, di ritrovata concordia col concetto di guerra atomica, e quanto sia accettabile da parte degli Stati Uniti, o dei suoi alleati, il ricorso all'uso di armamenti nucleari come strumento di difesa, anche preventivo. Dopo 50 anni di terrore per un possibile olocausto nucleare, si tratta di un epocale cambiamento culturale. Ma la filmografia popolare non è uno dei mezzi più efficaci per questo scopo?