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martedì 27 dicembre 2011

Siria: le menzogne mediatiche preparano un altro "intervento umanitario"

Secondo numerosi rapporti di organizzazioni umanitarie, di media occidentali e dell’ ONU, un gran numero di manifestanti pacifici sono stati assassinati dalle forze siriane dall’inizio dei disordini nel Paese a metà di marzo. Ma da dove escono queste cifre?
Molti rapporti sulla presunta repressione cruenta da parte del governo siriano non citano la fonte delle loro informazioni e più volte fanno solo riferimento a “gruppi di difesa dei diritti umani” o ad “attivisti”:

“Gruppi di difesa dei diritti umani hanno affermato domenica scorsa che le truppe hanno represso manifestanti pacifici uccidendo otto persone nella  provincia settentrionale di Idlib e altri quattro in zone centrali vicino ad Hama. (Syrian Forces Kill 12 as ICRC Head Visits Damascus, 4 settembre  2011).

"Queste manifestazioni rappresentano una sfida senza precedenti del presidente Bashar Al-Assad e della sua famiglia che governa il Paese da più di 40 anni. I costi sono altissimi: molti cyberattivisti sono stati imprigionati e, secondo gruppi di difesa dei diritti umani, almeno 200 persone sono morte” (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, NPR, 22 aprile 2011).

"Attivisti dei diritti umani hanno informato Amnesty International che almeno 75 persone sono state assassinate oggi in Siria in importanti manifestazioni […] Trenta persone sono state assassinate nel sud della città di Izzra, 22 a Damasco, 18 nella regione di Homs e il resto in altre città e paesi, hanno affermato gli attivisti […]" (Scores killed in Syria as 'Great Friday' protests are attacked, Amnesty International, 22 aprile 2011.)

In certe circostanze, si può capire la necessità di rimanere “anonimi” laddove si dice che la dissidenza rappresenta un pericolo di morte. Tuttavia, questa posizione semina automaticamente il dubbio: le “cifre” possono essere utilizzate per denigrare il governo come parte delle operazioni coperte degli Stati od organizzazioni interessate a un cambio di regime a Damasco. È chiaro che varie potenze straniere, tra le quali Stati Uniti e Israele, vogliono da molto tempo abbattere il regime siriano.
La fiducia che i mezzi di comunicazione danno a queste informazioni di gruppi anonimi trasmette una comprensione distorta delle manifestazioni in Siria, appoggiando il più ampio obiettivo di destabilizzare il regime siriano.
Quando informazioni sul numero di morti da fonti anonime vengono pubblicate da un media dominante o da un organismo di difesa dei diritti umani riconosciuto, queste informazioni sono trasmesse “come prove” da altre fonti d’informazione o casse di risonanza, e questo senza alcuna verifica. Inoltre, nei vari passaggi, l’informazione è soggetta alla deformazione. Ecco qui un esempio di questo fenomeno:

"Il gruppo di difesa dei diritti umani Amnesty International ha detto venerdì scorso di aver registrato i nomi di 171 persone assassinate da quando sono morti i primi manifestanti a Daraa il 18 marzo. Il gruppo si è basato su informazioni fornite da attivisti per i diritti umani, avvocati e altre fonti, e ha detto che la maggioranza della gente sembrava essere stata assassinata a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza" (Protesters killed in southern Syria, Al Jazeera, 9 aprile 2011).

L’articolo precedente si basa sulla seguente dichiarazione:

"Dopo la morte di almeno altre otto persone durante le manifestazioni, Amnesty International ha segnalato oggi che almeno 171 persone sono state assassinate durante le tre settimane di disordini sociali in Siria. Oggi il numero di vittime degli scontri potrebbe aumentare drammaticamente secondo i rapporti di attivisti dei diritti umani nel Paese. Amnesty International ha registrato i nomi di 171 persone assassinate. Le informazioni vengono da varie fonti compresi attivisti per i diritti umani e avvocati" (Death toll rises amid fresh Syrian protests, Amnesty International, 8 aprile 2011.)

L’informazione iniziale di Amnesty International (AI) afferma che “171 persone sarebbero state assassinate”, questa informazione dimostra che anche se si sono “registrati i nomi di 171 persone assassinate”, l’organizzazione non è riuscita a confermare questa informazione. Al Jazeera omette questa “incertezza” e descrive così come un fatto la supposizione che 171 persone sono state assassinate. Ecco un altro esempio di questo tipo di deformazione:

"Nonostante la promessa di porre fine alla repressione, le forze di sicurezza siriane hanno continuato a reprimere i manifestanti antiregime, uccidendo almeno 18 persone giovedì scorso nella città di Homs (al-Jazeera)" (sic). (Jonathan Masters, Assad's Broken Promises, Council onForeignRelations, 3  novembre 2011).

Questa analisi proviene dal Council on Foreign Relations (CFR), la famosa e potentissima cassa di risonanza sulla politica estera degli Stati Uniti. Si basa sul seguente articolo di Al Jazeera nel quale l’informazione a proposito della strage è molto diversa:

"Decine di persone sarebbero state assassinate giovedì scorso nella città di Homs, il luogo dei maggiori scontri, quando le forze di sicurezza siriane hanno bombardato zone residenziali con i carri armati. I Comitati di coordinamento locale della Siria, un gruppo attivista che monitorizza la sollevazione del Paese, ha detto che le morti segnalate hanno avuto luogo giovedì scorso nel distretto di Bab Amor a Homs" (Syria “violence defies peace deal”, Al Jazeera, 4 novembre 2011.)

La formulazione di Al Jazeera “sarebbero state assassinate” e “morti segnalate” rivela che queste morti non sono confermate. Il media del Qatar ha indicato anche che queste dichiarazioni vengono da una sola fonte, cioè un gruppo di attivisti chiamato Local Coordination Committees of Syria (Comitati di coordinamento locale, CCL). L’articolo del CFR ha trasformato le supposizioni di Al Jazeera in fatti concreti.
Quando si tratta di contare i morti, i mezzi di comunicazione citano spesso il CCL come fonte d’informazione nei rapporti di assassini commessi dalle autorità siriane, lo possiamo vedere nei seguenti esempi:

"Un altro gruppo di opposizione, i Comitati di coordinamento locale (Comités de coordination locaux), ha dchiarato di non poter confermare il bilancio del Syrian Observatory [Osservatorio Siriano] per quanto concerne le perdite militari, pur avendo anch’essi definito la giornata di lunedì scorso come una delle più sanguinose della ribellione, con la morte di almeno 51 civili. 'Non abbiamo nessuna prova di quanto affermano', ha detto Omar Idlibi, un portavoce dei Comitati di coordinamento locale" (Nada Bakri e Rick Gladstone, Syria Faces New Threats as Opposition Seeks Allies, The New York Times, 15 novembre 2011).

"Secondo la rete dell’opposizione, i Comitati di coordinamento locale, almeno cinque persone sono state assassinate durante l’offensiva militare: tre nella provincia centrale di Homs, una a Tall Kalakh, una città al confine orientale, e un’altra a Idleb, lungo la frontiera con la Turchia" (Roula Hajjar, Syria: Activists report manhunt for defectors and protesters, Los Angeles Times, 5 settembre 2011).

"Un attivista della Syrian Revolution Coordinators Union (SRCU) [Unione dei  coordinatori della rivoluzione siriana] ha dichiarato ad Al Jazeera che la polizia segreta ha cominciato a sparare e lanciare gas lacrimogeni per disperdere più di 10.000 manifestanti a DeirEzzor, nell’est tribale della Siria. Dieci manifestanti sono stati feriti e circa 40 sono stati arrestati, ha affermato. SRCU è il nome dato questa settimana a una delle reti popolari di opposizione in Siria. La SRCU lavora in collaborazione con i Comitati di Coordinamento Locale (CCL), un’altra rete di opposizione popolare" (Al Jazeera Live Blog – Syria, 3 giugno 2011).

"Almeno 2.200 persone sono state assassinate in Siria dall’inizio dei disordini sociali secondo il bilancio delle Nazioni Unite. Un gruppo di attivisti [la SRCU] ha affermato martedi scorso che solo durante il Ramadan, 551 persone sono state assassinate. Il gruppo ha dichiarato che altre 130 persone sono morte il 31 luglio, la vígilia del Ramadan, in un attacco contro la città di Hama, che è stata anche lo scenario di una feroce repressione nel 1982. Hanno ucciso quattro persone martedì a Hara e altre due a Inkil, due città della provincia di Dara, secondo i Comitati di Coordinamento Locale, un altro gruppo di attivisti che documenta gli avvenimenti" (Naka Bakri, Syrian Security Forces Fire on Worshipers as Ramadan Ends, The New York Times, 30 agosto 2011).

L’ultimo articolo cita un rapporto delle Nazioni Unite (ONU) come se si trattasse di una fonte indipendente d’informazione. Tuttavia, secondo uno dei suoi rapporti, anche l’ONU si basa sulla stessa fonte d’informazione, il CCL, e indica in una nota di essere incapace di confermare se le informazioni fornite da questo gruppo siano vere:

"Al momento di scrivere questo rapporto, la missione aveva ricevuto più di 1.900 nomi e informazioni di persone assassinate nella Repubblica Araba Siriana a partire dalla metà di marzo 2011. Tutte sarebbero civili. Queste informazioni sono raccolte dai Comitati di Coordinamento Locale attivi nella Repubblica Araba Siriana, che documentano i nomi delle vittime e i dettagli su di loro. La missione non è in grado di verificare queste informazioni in modo indipendente" (Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights on the situation of human rights in the Syrian Arab Republic - A/HRC/18/53, 15 settembre 2011).

Cosa sono i Comitati di coordinamento locale (CCL)?
Secondo un articolo del Christian Science Monitor, il gruppo CCL fa parte del Consiglio  nazionale siriano (CNS), un’entità non eletta. Anche se la maggioranza dei suoi membri vivono in esilio e i suoi membri in Siria restano sconosciuti, si presenta il CNS come l’autorità legittima della Siria ed è stato riconosciuto dal Consiglio Nazionale di Transizione Libico, altro organismo non eletto riconosciuto dalle potenze occidentali come rappresentante “democratico” del popolo libico.
I leader dell’opposizione siriana hanno creato formalmente il Consiglio Nazionale Siriano [CNS] (Conseil national syrien) in un incontro domenica scorsa in Turchia che ha riunito i gruppi più disparati che cercano di abbattere il presidente siriano Bashar Al-Assad (président syrien Bachar Al-Assad).
L’Associated Press informa che il Consiglio include tra gli altri i Comitati di Coordinamento locale (Comités de coordination locaux) che hanno organizzato la maggioranza delle manifestazioni nel Paese, ai Fratelli Musulmani siriani e ad altri gruppi kurdi. Quasi la metà dei membri [del CNS] sono attualmente in Siria secondo il Washington Post, rispondendo così alla grande preoccupazione che il Consiglio contarebbe troppo sugli esiliati. (Ariel Zirulnick, Syrian oppositon groups formally unify overcoming key hurdle, 3 ottobre 2011).
Il CCL è piuttosto anonimo. ll gruppo ha rifiutato un’intervista per telefono ma ha accettato di rispondere ad alcune domande per e-mail. Si afferma che per ragioni di sicurezza il numero dei membri dell’organizzazione non può essere rivelato, ma si indica che 13 di loro sono membri del CNS. “Abbiamo abbastanza membri per organizzare una manifestazione sul terreno, per i mezzi di comunicazione e per i gruppi di soccorso”.
I membri sarebbero di provenienze diverse e di tutte le fasce d’età; alcuni opererebbero in Siria, altri all’estero. Il CCL segnala che in Siria come in altri Paesi i suoi membri sono stati minacciati, arrestati e torturati dalle autorità siriane.
Come sono diventati una fonte d’informazione per i mezzi di comunicazione stranieri? Perché forniscono fatti credibili, afferma il portavoce.
Qual è l’obiettivo finale del CCL? “Il nostro obiettivo è cambiare il regime siriano e come prima tappa vogliamo porre fine al mandato dell’attuale presidente, il quale è politicamente e legalmente responsabile di crimini commessi dal suo regime contro il popolo siriano. Poi vogliamo trasferire il potere in modo sicuro”.
In conclusione, il CCL vuole un cambio di regime in Siria e sembra costituire la fonte principale d’informazione per i mezzi di comunicazione occidentali e le organizzazioni umanitarie. Anche se questo gruppo di opposizione afferma di fornire “fatti credibili”, non esiste nessun mezzo per verificare questi fatti. I presunti fatti potrebbero perfettamente essere propaganda per screditare il regime attuale e per galvanizzare l’opinione pubblica a favore del cambiamento di regime che il gruppo desidera realizzare.
Anche se il portavoce ha rifiutato di rivelare i nomi dei membri del gruppo, alcuni sono apparsi sui mezzi di comunicazione dominanti. Uno dei membri o collaboratori è Rami Nakhle, un cyberattivista che vive in esilio a Beirut, in Libano.
“Oggi, dopo 98 giorni di proteste, vive nella negazione”, dichiara Rami Nakhle, un siriano che lavora a Beirut con i Comitati di coordinamento locale, un centro di interscambio per le manifestazioni e le attività dell’opposizione siriana. “Ora è ovvio per tutti che Bashar Al-Assad non può cambiare. Non si rende conto che la Siria è cambiata per sempre, ma continua ad essere lo stesso presidente, quello che abbiamo ascoltato per l’ultima volta ad aprile” (Nicholas Blanford, Assad’s speech may buy time, but not survival, The Christian Science Monitor, 20 giugno 2011).
Secondo NRP, l’attivista ha un rapporto privilegiato con Al Jazeera:

"Quando il canale arabo Al-Jazeera trasmette le ultime notizie, le immagini provengono dalla rete di Nakhle. (Deborah Amos, Syrian Activist In Hiding Presses Mission From Abroad, 22 aprile 2011).

È opportuno segnalare qui che Al Jazeera ha svolto un ruolo chiave nella promozione di un cambiamento di regime in Libia.

La cyberdissidenza
CyberDissident.org, una pagina web presentata dal Bush Center come una “Voce della libertà on line” dipinge un ritratto di Nakhle che non può non ricordare gli altri ritratti simili sulla stampa mainstream, i quali lo descrivevano unicamente come fosse un cyberdissidente, come se non avesse mai avuto altra occupazione. Rami Nakhle è un cyberdissidente di 27 anni. Il suo utilizzo dei mezzi di comunicazione sociale per diffondere informazioni sulla rivoluzione siriana ha richiamato l’attenzione delle autorità siriane, per questo è fuggito in Libano nel gennaio 2011. Negli ultimi tre anni ha lavorato con lo pseudonimo di Malath Aumran. Anche se la polizia segreta siriana ha scoperto la sua vera identità, continua ad utilizzare questo pseudonimo perché chi lo segue in rete lo continui a riconoscere.
Nonostante queste minacce da parte del governo siriano, Nakhle continua a lavorare clandestinamente e continua a fare campagne per la libertà su Facebook, Twitter e fa interviste senza restrizioni con i mezzi di comunicazione più importanti come la BBC e il New York Times.  (Cyber Dissident Datebase).
Il governo statunitense e organizzazioni non governative come Freedom House, che lavora per la CIA, sono importanti promotori della cyberdissidenza:
Dissidenti politici di Cina, Iran, Russia, Egitto, Siria, Venezuela e Cuba si recheranno a Dallas per unirsi ai fellows dell’Istituto George W. Bush, agli esperti di Freedom House, ai rappresentanti del Berkman Center for Internet and Society di Harvard, ai membri del governo statunitense e ad altri leader in questo campo per discutere i successi e le sfide dei movimenti globali della dissidenza politica in Internet.
L’Istituto George W. Bush ha annunciato oggi [30 marzo 2010] che sarà l’anfitrione il 19 aprile 2010 di una conferenza sui cyberdissidenti, in collaborazione con l’organizzazione per i diritti umani FreedomHouse. (George W. Bush Institute and Freedom House to Convene Freedom Activists, Human Rights and Internet Experts to Assess Global Cyber Dissident Movement, Business Wire, 30 marzo 2011).
Rami Nakhle non nasconde il suo interesse per le organizzazioni statunitensi. Sulla sua pagina Facebook, compare la seguente lista di “interessi”: National Democratic Institute (NDI), presieduto da Madeleine Albright, Human Rights Watch e l’ambasciata degli Stati Uniti a Damasco.
L’interesse del cyberattivista per queste organizzazioni mostra chiaramente da che parte sta, così come il membro del CNS, Radwan Ziadeh, vecchio fellow del National Endowment for Democracy, altra organizzazione conosciuta per i suoi legami con la CIA.
In un’intervista al Guardian, il cyberdissidente dice di essere stato minacciato dalla polizia segreta sulla sua pagina Facebook. È possibile, tuttavia si tratterebbe di una tattica inusuale per la polizia segreta, che in generale, come indica il suo nome, agisce segretamente. Questa minaccia sembra piuttosto propaganda nera: gente contraria al regime cercano di dare una cattiva immagine delle autorità siriane. Una specie di “cyberoperazione sotto false bandiere”, destinata ad essere vista da tutti.

La “sollevazione siriana” sembra essere una copia degli avvenimenti di Libia, che hanno favorito un intervento della NATO e hanno portato a un cambiamento di regime. La stampa dominante ha ancora una volta una fonte principale d’informazione, cioè il gruppo di opposizione. I mezzi di comunicazione ignorano le perdite militari e omettono di dire che nel gruppo di manifestanti si trovano uomini armati, che arrivano a 17.000 persone, stando a un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies. Un gruppo non eletto come il CNS viene presentato paradossalmente come un movimento democratico, e gli viene accordata credibilità e la più ampia copertura mediática.


Un articolo da tenere bene a mente quando finanzieremo l'ennesima missione di pace all'estero nell'indifferenza totale del popolo pacifista della domenica.

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