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martedì 13 dicembre 2011

Pagheremo caro, pagheremo tutto

Ci vorranno altre 48 ore, con una serie di accordi tecnici e politici in vista della riapertura dei mercati globali del lunedì, per capire quanto e come potrà tenere l'accordo di Bruxelles di 23, forse meno, paesi dell'Ue su 27.
L'accordo ha per adesso, poi i termini possono cambiare, il significato di una piena vittoria tedesca su qualsiasi ipotesi alternativa di uscita dalla crisi della zona euro. Radicalizzazione delle politiche di tagli in ogni paese, lotta all'inflazione, mancata garanzia europea ai debiti di un singolo stato. Il sogno di buona parte dell'asse bancario-industriale tedesco. Non di tutto l'establishment teutonico ma di una sua componente abbastanza forte per farsi valere.
E' evidente che mezza maggioranza in Germania, perchè neanche tutta la Cdu la pensa come la Merkel, ha avuto la forza economica e finanziaria per imporre sul continente un patto pensato secondo i desideri di Berlino. Per cui se l'euro fallisce la Germania sceglierà di continuare la partnership con i paesi che avranno saputo mantenere le regole di Bruxelles (tagli duri, politica di bilancio centralizzata, severe multe automatiche a chi sfora i bilanci. I desiderata tedeschi di sempre riproposti con monotonia). Tenendo conto che dalla caduta del muro la Germania guarda più a est, verso la Russia, in sede di integrazione economica di quanto si comprenda sulle sponde del Mediterraneo. Basti vedere gli accordi sul gasdotto North Stream che rendono Russia, Polonia e Germania economicamente più integrate tagliando Bielorussia e Ucraina.
Se l'euro sopravvive, anche se questo non coincide con la salute della popolazione europea, invece una ventina di paesi europei avranno la vita regolata secondo il german standard. Che si tratti di un accordo tra potenze forti, anche se in difficoltà, e paesi succubi, piuttosto che un trattato di politica continentale, lo mostra clamorosamente il fatto che Berlino e Parigi sono esentate dal meccanismo automatico di multe in caso di sforamento di bilancio.
L'Italia si è adeguata sull'attenti alle misure proposte dalla vecchia capitale dell'impero borusso-germanico. Dal quale, come per il financial times in lingua tedesca, spuntano articoli che sembrano comunicati di vittoria. Mentre diverse aziende europee stanno spostando capitali in Germania. Ma quale è la strategia di Mario Monti in questo scenario?
Abbiamo un Mario Monti in versione A e uno per il piano B. Quello in versione A, con una manovra lacrime e sangue che prelude alle successive, si presenta in veste di gauleiter. Attento ad eseguire gli ordini di Berlino finchè dalla capitale tedesca lo si riterrà necessario. Mai Monti ha osato, da quando è presidente del consiglio, contraddire pubblicamente la linea della Germania. Anzi, al parlamento italiano ha ribadito la versione tedesca, del tutto fantasiosa, del debito italiano come responsabilità storica tutta nazionale. Come se l'euro esistesse da ieri.
Poi c'è il piano B e qui arriva la versione caporale. La manovra lacrime e sangue, specie nella tutela del grande capitale italiano e delle banche nazionali, serve anche a tenere il piedi, dal punto di vista dei poteri forti, questo paese in caso di espulsione forzosa dalla zona euro.
Fare in modo quindi che il "risparmio", con le banche italiane già garantite come da decreto salvaitalia, e i capitali tengano. Per sostenere l'impatto di una inflazione, ovvero il killer dei capitali, in caso di uscita dall'euro e di imposizione coatta di una lira svalutata. Un costo del lavoro ridotto ai minimi termini dovrebbe poi essere l'arma in più in mano alle classi dirigenti italiane in caso di uscita dall'area euro. Giocando sulla forza delle esportazioni.
In attesa dell'assestamento dell'accordo di Bruxelles, e qui bisogna attendere almeno l'inizio della settimana prossima, pubblichiamo il report de l'inchiesta sugli accordi nella capitale belga. Una cosa è certa: se continua così pagheremo caro, pagheremo tutto. Comunque vada.

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