Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/10/2026

Neonazista progettava attentati, ma in questo caso niente riflettori

Pianificava nei minimi dettagli due attentati terroristici, uno contro una sinagoga e l’altro contro un luogo di preghiera islamico nell’hinterland milanese. Con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, nella mattinata di giovedì 29 ottobre i carabinieri hanno arrestato a San Giuliano Milanese Alessandro G.G., cittadino italiano di 22 anni.

Il giovane è stato portato in carcere in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Milano. Dagli accertamenti investigativi e dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati è emerso che Alessandro, che amava ritrarsi con bandiere con l’aquila fascista e la svastica, stesse pianificando il reperimento di varie sostanze chimiche con la finalità di confezionare ordigni artigianali e la modifica di armi da sparo.

Il neonazista aveva individuato due bersagli precisi: la sinagoga milanese di via Guastalla, nel centro di Milano, e la moschea di San Donato Milanese. Sui suoi dispositivi sono stati rinvenuti numerosi contenuti che i carabinieri hanno definito “suprematisti, accelerazionisti, negazionisti della Shoah e xenofobi”.

Alla base del progetto terroristico vi era l’ossessione per una fantomatica “invasione islamica” e il timore per la “fine della razza bianca”. Tra i file acquisiti dagli inquirenti figurano gli scritti di Anders Breivik, il terrorista neonazista autore delle stragi del 2011 in Norvegia, e ben 12 pagine di riflessioni che parrebbero un vero e proprio manifesto o testamento ideologico.

In esse, il 22enne metteva nero su bianco i propri propositi di passaggio all’azione anche in assenza di complici: “è arrivato il momento che qualcuno faccia qualcosa. Ho paura ad agire da solo, ma se nel frattempo che metto a punto un piano non troverò nessuno al mio fianco, lo farò lo stesso. Lo farò per il futuro. Io mi sento un soldato e so che la mia è una guerra già iniziata, anche se la sto ancora organizzando. Ma ci arriverò, credetemi”.

Il suo arresto ha impedito che i suoi piani si concretizzassero, ma in questo caso non si è scatenata la stessa gogna mediatica costruita intorno a Youssef Siher. E per fortuna, diciamo noi, in quello che millanta di essere uno “stato di diritto”. Nonostante il pericolo fosse evidentemente reale e il terrorismo antisemita – oltre che islamofobo – provenisse ancora una volta dalle file dell’estrema destra.

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Oggi è sciopero generale, e non solo

Oggi sarà una grande giornata di sciopero generale in tutto il paese. La mobilitazione convocata dall’Usb dà appuntamento nelle piazze di più di 50 città, dal Nord al Sud e alle isole.

È uno sciopero generale contro l’economia di guerra imposta dal Governo Meloni, il carovita che sta strangolando la popolazione, la repressione dei giovani e dei lavoratori che protestano per migliori condizioni di vita.

Ma oggi è anche una giornata di mobilitazione internazionale nei porti di quattro continenti contro il traffico di armi: un’iniziativa di lotta lanciata da diverse organizzazioni sindacali dei portuali, tra cui USB e Orsa, che ha ormai coinvolto ormai più di 100 scali portuali in 17 paesi diversi, dagli USA all’Europa, dal Mediterraneo all’India.

Lo sciopero generale di oggi è diventato con tutta evidenza uno sciopero generalizzato che intorno a lavoratrici e lavoratori vede convergere anche altri settori sociali importanti, a cominciare dagli studenti e dai movimenti per il diritto all’abitare, ma anche collettivi, associazioni della solidarietà internazionalista, artisti, mondo della cultura, comitati ambientalisti e territoriali.

È la ricomposizione di un blocco sociale che riconosce finalmente i propri interessi di classe comuni e li scaraventa in campo di fronte a disuguaglianze sociali non più accettabili e ad un clima di guerra interna ed esterna che minaccia sia la pace che la democrazia.

Oggi sarà un momento vero di mobilitazione popolare che chiede di abbassare i prezzi, le tariffe energetiche, gli affitti e i mutui, di alzare i salari e di dire basta con la guerra e le spese militari.

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«Chi conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo»

«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.

Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?

Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali. Nell’Unione europea, l’indice delle proteste e dei disordini è cresciuto enormemente, da un valore di appena 14 nel 1991 fino a un picco di 183 nel 2011, nel pieno della crisi finanziaria. Poi, dopo una pausa, l’indice è risalito vertiginosamente fino al record assoluto di 197 nel 2018.

A quel punto, però, è giunta la crisi pandemica, che ha fatto letteralmente precipitare le rivendicazioni di piazza. Ma solo per qualche anno. Negli ultimi tempi, infatti, l’indice delle proteste è tornato a salire. Per adesso a 113, ma siamo solo agli inizi della ripresa. Insomma, una tendenza generale è piuttosto evidente: con la raggelante eccezione dello shock pandemico, le contestazioni nelle strade tendono a montare nel tempo. Il movimento si verifica a livello globale, ma nel caso europeo sembra dirci qualcosa in più: direi un segno di fragilità dei vecchi equilibri sociali del continente.

Che ruolo hanno i giovani in questa tendenza?

Accentuano il conflitto. Rispetto alle grandi percentuali del secolo scorso, oggi le giovani generazioni rappresentano una quota relativamente piccola di popolazione. Eppure, se si innestano nei meccanismi della contestazione, alzano il livello dello scontro. Che si tratti di emergenza climatica, scuola, casa o carovita, quando i giovani partecipano alle proteste di piazza, magari con qualche azione appena più turbolenta del solito, il FMI tende quasi sempre a classificarle come “disordini sociali”.

Il governo Meloni insiste nel ridurre le proteste a questioni di ordine pubblico. E nell’affrontarle con nuove strette alle libertà civili e politiche. È un sintomo di quello che nel suo libro lei chiama “oltrefascismo”?

Sì, ma la definizione non riguarda solo i coltivatori dell’amarcord fascista che oggi albergano a Palazzo Chigi. Il concetto attiene anche a quegli esponenti del liberalismo che pochi anni fa dominavano la scena politica e che oggi invece appaiono morenti, direi in coma profondo. E che per tentare di sopravvivere stanno rinnegando i loro stessi principii, offrendosi come cavalier serventi dell’inedito “oltrefascismo” in ascesa. L’assetto guerresco delle forze di polizia, imposto da Macron in Francia, rappresenta solo uno dei molteplici esempi di questo tradimento liberale in atto. Direi che siamo “oltre” anche rispetto alla tetra apologia del “dittatore liberale” di Hayek. È una delle più sconcertanti ignominie politiche del nostro tempo, eppure se ne parla ancora poco. Bisognerebbe chieder conto a questi rinnegatori del liberalismo, prima che ai contestatori in piazza.

Però ammetterà che le vetrine spaccate e i saccheggi dei negozi rappresentano un problema, poiché offrono una tipica scusa alle strategie di repressione delle libertà…

Noto anche io che Meloni e Macron sono piuttosto uniti in questa durissima lotta contro i minacciosi ladruncoli di borsette griffate che infestano le vie dello shopping di Milano e Parigi. Se a colpi di nuove regole d’ingaggio delle forze dell’ordine alla fine ci scapperà anche il morto, potranno dire che almeno la proprietà delle borsette è stata tutelata. Se mi fosse concessa una parafrasi marxiana, direi che questi servitori della religione padronale perdonano l’attacco a trentotto dei loro trentanove articoli di fede liberale piuttosto che l’attacco a un trentanovesimo del capitale centralizzato che sono stati messi a piantonare. Ancora una volta, l’odierno liberalismo “oltrefascista” mostra le sue inquietanti ipocrisie.

Come si ferma questa deriva? Come si costruisce un’alternativa politica? I giovani tornano in piazza, magari respingono in massa i referendum governativi, ma poi restano allergici ai partiti. Sembra difficile coinvolgerli in una partecipazione politica più stabile e strutturata…

I giovani sono relativamente pochi rispetto alla popolazione ma sono tanti rispetto al totale degli astenuti e dei disillusi. Chi dunque conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo difficile. Vale per tutta l’Europa e per tutte le lotte che verranno. Certo, l’impresa è ostica: la partecipazione giovanile oggi avviene a onde, persino più instabili che in passato. Ma questo dipende da una contraddizione lampante tra le stravolte prospettive di vita dei giovani e la mite offerta politica dei partiti che pure vorrebbero rappresentare le loro istanze.

Il punto è che queste ragazze e questi ragazzi sono nati nel mezzo della grande crisi finanziaria, hanno vissuto l’annichilimento della crisi pandemica, sono in balia di una crisi bellica internazionale di cui non intravedono la fine, sono più consapevoli di tanti adulti sul rischio di una catastrofe ecologica e adesso devono pure fronteggiare la crisi occupazionale e la nuova concentrazione dei poteri che scaturiranno dall’intelligenza artificiale. Sanno meglio dei loro genitori che l’ascensore sociale è bloccato verso l’alto ma è in caduta libera verso il basso. E sanno benissimo che la dottrina del merito individuale, del farsi da soli, è un altro ferrovecchio retorico del liberalismo, smentito dall’evidenza empirica. Insomma, si sono formati nel mezzo di una vera e propria controrivoluzione tecno-sociale, che tra l’altro sta generando un’inedita comunione di destini tra molti giovani di famiglie piccoloborghesi e proletarie.

Quando dunque questo aggregato di disillusi va in piazza, è come se già fosse capace di individuare gli orrori insiti nella materia sociale del futuro. Mentre noi vecchi miopi, abituati alle residue bambagie del Novecento, ci ostiniamo a non vedere. Ora, io sommessamente domando: di quanta supponenza siamo pervasi per illuderci che questa generazione forgiata dalle dure tendenze del tempo possa sentimentalmente unirsi a forze politiche ancora sedotte dall’idea dell’ordinario amministrare, e che nella migliore delle ipotesi risultano timide persino su una patrimoniale o su un “no” secco alla guerra capitalista? Per riunificare le generazioni, io non credo che siano i giovani a doversi rassegnare alla nostra irresponsabile cecità sul futuro. Siamo noi vecchi che dovremmo allenarci a una razionale e tempestiva radicalità.

Professore, tutto documentato e innegabile. Ma non penserà che il Libercomunismo sia dietro l’angolo?

No di certo. Ma per dirla con Nietzsche, l’inattuale è urgente. Per chiarire: io penso che sarebbe un importante risultato se le forze democratiche sconfiggessero gli accrocchi tra nazionalisti reazionari e traditori del liberalismo che già imperversano nel continente. In Francia tra lepenisti e macroniani di risulta, in Spagna tra neo-franchisti e popolari, in Germania tra neonazisti e cristiano-democratici vogliosi di assecondarli. E in Italia, tra una maggioranza di governo che sempre più tenderà al vannaccismo e i transfughi del liberalismo pronti a servirla. Non c’è da indugiare, vanno sconfitti.

Al tempo stesso, però, io domando: ammesso che fermiamo questi orrendi agglomerati che per comodità chiamiamo “oltrefascisti”, il giorno dopo che facciamo? Come impediamo che l’onda nera rimonti subito, resa più potente dalla nostra inadeguatezza dinanzi alle catastrofi del tempo? Veda, io capisco l’odierna diffidenza verso ogni tentativo, raffinato o maldestro che sia, di rilanciare in forma inedita le colossali prospettive politiche del Novecento. Siamo così abituati a minimizzare lo spazio dell’azione politica che anche solo il riabituarci a pronunciare parole immani, come socialismo o comunismo, ci suscita un senso di filosofica vertigine.

Mi permetto però di notare che stiamo coltivando questo ostinato scetticismo senza accorgerci che siamo ormai naufraghi trascinati da un fiume di cadaveri in piena: coi socialdemocratici che hanno celebrato la morte dei comunisti d’oltrecortina, poi i liberali hanno festeggiato la sparizione dei socialdemocratici, e ora gli oltrefascisti banchettano sulla tomba dei liberali. Come in un classico shakespeariano, chi brinda alla morte del nemico poi muore a sua volta.

Lei rimarca questa tesi della morte del liberalismo. Ma il premio Nobel Daron Acemoglu, che ha pure dibattuto con lei in tema, non è d’accordo: lui scommette ancora su un rilancio della prospettiva liberale.

Il problema di Acemoglu, come di altri intellettuali in voga, è che sono “post-moderni” in senso lyotardiano: ossia, per non ricadere nelle vecchie fiabe sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, finiscono per negare anche lo studio delle “tendenze” oggettive del sistema, scientificamente comprovate. Per intenderci, la sequenza di funerali delle idee che ho menzionato non è stata un succedersi casuale di spiacevoli accidenti. Al contrario, quella catena di delitti politici è stata il frutto di una tendenza storica potente, radicata nel meccanismo della centralizzazione capitalistica e destinata a distruggere gli assetti democratici. È la drammatica attualità della lezione marxiana, opportunamente aggiornata.

Allora, al di là del “libercomunismo”, chiamiamo pure come vogliamo la nuova prospettiva politica, ma iniziamo a riconoscere che l’epoca del facile guazzabuglio populista è finita. E che l’elaborazione di nomi e contenuti politici all’altezza di questo tempo funesto è divenuta condizione necessaria per costruire un’idea alternativa di futuro, una “sliding door” capace di convincere, attirare, accumulare massa critica. Fino a far deragliare la tendenza antidemocratica in atto. Prima che sia tardi.

Anche coinvolgendo le piazze tumultuose riempite da tanti giovani?

Certo che sì. Proprio quelle giovani leve ribelli ci stanno offrendo intuizioni feconde. Come il fatto che tra le strade di Parigi non si accontentano più di cantare Bella ciao. Adesso intonano pure «sciopero generale», nientemeno che sulla melodia della «rossa primavera» di Katiuscia. Se ci pensiamo, anche questo non è un caso. È una tendenza, da intercettare.

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29/10/2026

Brown sugar

La scienza critica del presente

di Sebastiano Taccola

Roberto Fineschi, A tu per tu con Il capitale, Laterza, 2026, pp. 184. 18€

Roberto Fineschi è uno studioso che da più di due decenni ha dedicato i suoi lavori a Marx. In particolare, Fineschi ha messo a più riprese in rilievo l’importanza della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (la “seconda” Marx-Engels-Gesamtausgabe, nota con l’acronimo di MEGA2, la cui pubblicazione, ancora in corso, è iniziata nel 1975) nel far emergere una nuova lettura di Marx, al di là delle vecchie formule dottrinarie ancora diffusa nel senso comune. In effetti, se c’è un classico del pensiero che, per usare una celebre espressione hegeliana, è “noto, ma non conosciuto”, quello è proprio Marx: “classe”, “capitale”, “ideologia”, “materialismo storico”, ecc. sono categorie diffuse nella galassia dei marxismi, ma spesso assunte in maniera dogmatica, per non dire feticistica (come se fossero formule magiche in grado di evocare soluzioni semplici per un presente quanto mai complesso).

In questo modo, però, si finisce per elidere uno degli aspetti che, in base a quanto testimoniato dai materiali messi a disposizione dalla MEGA2, caratterizza la teoria di Marx, e cioè la sua natura problematizzante. Per più di trent’anni (dal suo trasferimento a Londra nel 1850 fino alla sua morte, nel 1883), Marx ha lavorato per districare ed esporre in maniera adeguata (scientifica) la realtà del modo di produzione capitalistico e le forme della sua riproduzione. Un lavoro molto lungo, che ha richiesto l’affinamento di un metodo, l’approfondimento del confronto con l’economia politica anglosassone, la ripresa della logica hegeliana – su questo si vedano gli scritti raccolti, tradotti e commentati da Fineschi nell’antologia K. Marx, Discorso sul metodo (Scholé, 2025).

L’esito di questo lungo sforzo teorico, di cui ci rimane traccia nel Capitale e in una corposa serie di manoscritti, è rimasto purtroppo incompiuto. Incompiuto, ma non per questo sterile. Come lo stesso Fineschi ha contribuito a chiarire, la struttura scientifica dell’analisi marxiana del capitalismo è una ricca “cassetta degli attrezzi” ancora valida per interrogare criticamente il nostro presente. Quel presente in cui il dominio del rapporto di capitale si estende globalmente arrivando a minacciare la sopravvivenza stessa del pianeta. Quello proposto da Fineschi non è un semplice e asettico “ritorno a Marx”, ma piuttosto un tentativo di rileggere Marx con lenti nuove e più aderenti al pensiero dello stesso Marx, di rimettere in moto la macchina critica marxiana in una prospettiva problematizzante e produttiva per il nostro presente.

Per Fineschi il centro nevralgico della teoria critica di Marx è costituito dall’analisi della società capitalistica presentata nel Capitale. E così dopo aver curato una nuova traduzione basata sull’edizione MEGA2 di quest’opera per Einaudi (uscita nel 2024 nella collana “I millenni” e ristampata nel 2026 nella collana “ET Biblioteca”) Fineschi ha pubblicato A tu per tu con Il capitale (Laterza, 2026), un libro che presenta a un pubblico non specialistico il contenuto dei tre libri del Capitale. Un lavoro di per sé tutt’altro che semplice, per varie ragioni: a) Il capitale è un’opera di grande complessità sin dal primo capitolo del primo libro dedicato alla forma-merce; b) l’esposizione marxiana si svolge su più livelli di astrazione e non si basa sulla semplice descrizione storica, anche se spesso fa riferimento a dati storici; c) molti obiettivi polemici di Marx (economisti politici come James Steuart, Adam Ferguson, Adam Smith, David Ricardo, William Petty, Nassau Senior, John Stuart Mill, ecc.) non sono oggi particolarmente noti al di fuori della ristretta cerchia degli specialisti; d) il secondo e il terzo libro del Capitale sono rimasti allo stato di bozze e la loro pubblicazione è stata curata da Engels sulla base degli appunti stesi da Marx; e) infine, la fatica concettuale richiesta per sintetizzare il contenuto di migliaia di pagine in meno di duecento.

Ciononostante, Fineschi è riuscito perfettamente nel compito di restituire in maniera chiara e accessibile ai più la complessità del Capitale senza comprometterne la densità e la produttività concettuali. Un compito riuscito grazie a una netta presa di posizione interpretativa: seguire l’esposizione logica del Capitale. Rispetto, infatti, a certe interpretazioni di carattere sociologico e/o storicistico (che sciolgono la densità concettuale del Capitale nella palude della congiuntura storica e sociale), Fineschi ha preso alla lettera l’intento marxiano di ricostruire la dinamica processuale del capitalismo come se questo fosse un processo storico-naturale. Sì perché, osserva Marx nella Prefazione al primo libro del Capitale, la società capitalistica si presenta nella sua immediatezza come un qualcosa di assolutamente naturale: gli agenti economici (compratori, venditori, consumatori, distributori, speculatori, ecc.) pensano la loro attività e i contesti in cui avviene (mercati e supermercati, borse, banche, merci, ecc.) come un qualcosa di naturale, di scontato, di sempre esistito. Questo carattere naturale delle infrastrutture capitalistiche è un effetto prodotto dal capitale stesso, da quel rapporto che si presenta alla maniera di una cosa.

La demistificazione di questo stato di natura richiede la capacità di penetrare la forma storicamente specifica, il DNA, del capitalismo. Marx lo fa prendendo inizialmente per buona la maniera in cui le cose si presentano alla superficie della società. La società capitalistica si presenta, infatti, come un’immane raccolta di merci e proclama che la ricchezza si misura in merci. Tale autorappresentazione che il capitalismo dà di sé è fatta propria da Marx: se il capitale dice che la forma di cellula del suo organismo sociale è la merce, allora Marx parte dalla merce, ne analizza le determinazioni (valore d’uso e valore), e assiste allo svilupparsi di antagonismi, che non si conformano a quanto la società capitalistica dice di sé stessa. Laddove, infatti, il capitale pone la mercificazione universale come il principio della libertà degli individui, Marx vi vede la genesi dello sfruttamento.

L’autovalorizzazione del valore che emerge dall’analisi marxiana della forma-merce è la chiave di volta della riproduzione capitalistica e pone il capitale quale soggetto sociale che, alla maniera di uno spettro della letteratura gotica, è in grado di sussumere (e cioè, di ricondurre a sé, governare, dominare e rifunzionalizzare) ogni ambito che concorre alla riproduzione sociale complessiva (tale natura gotica e spettrale del Capitale è un aspetto che attraversa tutti e tre i libri: dal capitale-vampiro del primo libro, che succhia sangue-plusvalore ai lavoratori, fino ai fantasmi di Monsieur Le Capital e Madame Le Terre, che fanno la loro comparsa alla fine del terzo libro).

I tre libri del Capitale, come mostra Fineschi, intendono esporre lo sviluppo e il funzionamento della logica del dominio capitalistico su livelli di sempre maggiore complessità: la produzione (primo libro), la circolazione (secondo libro), la riproduzione sociale complessiva (terzo libro). Ricorrendo a esemplificazioni riprese dal nostro contesto storico, l’esposizione di Fineschi è efficace nel mettere in rilievo di volta in volta tutti gli antagonismi su cui si basa la riproduzione sociale capitalistica e i loro potenziali effetti. Antagonismi che, in determinate congiunture storiche dell’accumulazione, possono dar luogo a crisi. Marx, sottolinea Fineschi, non ha elaborato una teoria compiuta della crisi; di essa egli si è limitato, per così dire, a definire alcune forme in linea con le tendenze immanenti all’accumulazione capitalistica, di cui la crisi è un momento tanto strutturale quanto ambiguo: potenziale punto di crollo del capitalismo, ma anche occasione per l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione.

L’assenza di una teoria della crisi è da mettere in relazione ad altri due aspetti incompiuti del Capitale, che risultano particolarmente rilevanti per il nostro presente: la mancanza di una teoria organica del capitale finanziario e di una teoria dello Stato quale agente economico e politico. Ciò non significa che nei materiali a nostra disposizione manchino i germi, delle linee guida fondamentali, per provare a estendere il ragionamento di Marx oltre i suoi limiti. È questo un tentativo effettivamente profilato da Fineschi nell’ultimo capitolo del libro, laddove, utilizzando l’arsenale teorico del Capitale, si affrontano alcuni nodi problematici e urgenti dell’attualità: la deriva politica fascista, la divisione mondiale del lavoro nell’era del capitale globale, la guerra, la crisi ecologica. Su tutti questi fronti l’analisi marxiana continua a mostrare la propria fertilità per guardare controluce il nostro presente e cogliere sotto la sua crosta più esterna la stratificazione delle forme antagonistiche poste dal capitale e le figure storiche in cui esse si esprimono (questa distinzione tra forma antagonistica e figura congiunturale della sua espressione è un altro elemento cruciale, secondo Fineschi, per liberare le potenzialità dell’analisi di Marx di fronte ai problemi del nostro presente).

Nella sua ricostruzione Fineschi riesce a mostrare che “quello marxiano, se inteso correttamente, resta insomma un solido modello analitico; uno strumento ancora vitale, indispensabile per orientarsi nel difficile mondo che ci circonda, per non perdere la speranza in un cambiamento possibile, per operare quel passaggio urgente verso una società libera ed emancipata” (p. 170). Per recuperare questa speranza è dunque indispensabile rovesciare le solite domande ideologiche sulla dubitabile attualità di Marx: posto che viviamo ancora in una società capitalistica, il punto non è tanto chiedersi se Marx sia all’altezza del nostro presente, ma se la nostra prospettiva su di esso sia all’altezza della forma scientifica e critica definita dallo stesso Marx. Un simile processo di riflessione critica e autocritica non può che essere collettivo. Libri come A tu per tu con Il capitale sono oggi indispensabili per allargare questa collettività nel segno di un ragionamento sulle forme del dominio capitalistico e sugli strumenti dell’emancipazione.

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I tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa

Non era mai accaduto che nel giro di tredici giorni ci fossero tre scioperi generali in Europa e uno sciopero intercontinentale.

È quanto previsto per il 30 ottobre in Italia, il 5 novembre in Francia, l’11 novembre in Spagna. E per lo stesso 30 ottobre i sindacati dei portuali hanno convocato uno sciopero internazionale contro la guerra che sta coinvolgendo quattro continenti e decine di porti. È una prima volta che ha ed avrà effetti rilevanti. 

Per estensione, ci sarà il 20 novembre uno sciopero europeo degli studenti contro la leva militare e la militarizzazione.

Possiamo ben dire “bentornata lotta di classe”, e questa volta non c’è solo quella scatenata dall’alto, come rivendicava il miliardario Warren Buffet.

Le questioni poste dai movimenti sociali che riempiono le strade spagnole, francesi, italiane (ma anche quelle portoghesi, greche, austriache e, con qualche fatica in più, quelle tedesche), stanno tutte dentro una agenda politica e sociale che rivendica interessi materiali (dalla casa al salario, dal carovita all’istruzione) e priorità politiche determinanti come il no alla guerra, al riarmo e allo stato di polizia.

In sostanza è un rifiuto generalizzato delle disuguaglianze sociali diventate insopportabili e di una logica politica delle classi dirigenti che vede nella guerra e nella soppressione degli spazi democratici la propria exit strategy dalla crisi di sistema del capitalismo occidentale.

Non deve sfuggire il fatto che in Europa proprio le classi dirigenti stanno subendo da anni una vorticosa perdita di credibilità ed egemonia sulle loro società.

In Spagna, Francia e Italia abbiamo rispettivamente un governo “di sinistra”, uno liberale e uno di destra con diverse modulazioni delle loro politiche interne ed internazionali. Eppure nessuno dei tre, per esempio, ha mai cercato di sottrarsi ai vincoli dell’Unione Europea o della Nato per tentare una strada diversa da quella tracciata e imposta nei decenni precedenti dalle classi dominanti.

La scelta di continuare sulla logica della competitività interna, dell’austerity, dei vincoli di bilancio, ha scavato ferite sociali profonde nelle società europee, aggravate dal fatto che oggi quelle stesse classi dirigenti scelgono di spendere miliardi in spese militari e per la guerra.

E a giustificare tutto questo non basta più evocare la natura “progressiva e democratica” dell’Europa, tanto più quando questa si manifesta ormai come presunzione suprematista verso l’esterno e razzismo esplicito all’interno.

Questo cortocircuito tra esplosione delle disuguaglianze sociali e accentuazione del carattere reazionario e autoritario degli apparati decisionali, non poteva non provocare prima malessere, poi collera ed infine conflitti sociali.

Ma ha prodotto anche una narrazione diversa della realtà, soprattutto tra i giovani che stanno riempiendo tutte le piazze europee riconoscendosi e connettendosi sempre più spesso con le esigenze dei lavoratori. In pratica è cresciuta quella “contro-educazione” spontanea che ha tanto preoccupato il ministro Crosetto di fronte alle manifestazioni e agli scontri di Milano e l’anno scorso i complici e i sostenitori italiani del genocidio dei palestinesi da parte di Israele.

Fatta salva la dovuta dose di spontaneità, fisiologica nell’esplosione dei movimenti sociali, questa stagione del conflitto politico e sociale in Europa e in Italia, è anche il risultato di anni di ricomposizione delle forze e di sperimentazione sul piano sindacale, sociale e politico.

Insomma, non è qualcosa che nasce da un semplice account su Instagram o Telegram.

I movimenti nascono spesso su episodi specifici e occasionali (una pensilina crollata, lo sfratto di un donna anziana, un atto di particolare brutalità degli apparati di polizia, etc), ma che poi riescono ad intercettare sentimenti comuni – dall’indignazione al malessere sociale – esistenti e agenti sottotraccia nella società, in attesa dell’occasione per manifestarsi in tutta la loro potenza.

Quando questa “oggettività” delle contraddizioni sociali incontra una soggettività adeguata si producono le rotture politiche e i cambiamenti che possono segnare la storia, se non – in alcuni e purtroppo non numerosi casi – cambiarne il corso.

In tal senso, ci sono giorni che valgono anni. Questo può essere il 30 ottobre in Italia, ma anche i prossimi tredici giorni che possono sconvolgere l’Europa.

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L’Onu conferma: “togliete il bloqueo contro Cuba!”

Sul voto hanno pesato le minacce del fascista Marco Rubio esercitate su molti paesi affinché votassero contro la risoluzione di Cuba, che chiede l’abolizione dell’embargo.

L’Assemblea Generale dell’ONU, mercoledì 28 ottobre 2026, ha votato la risoluzione per chiedere la fine del blocco economico contro Cuba. La mozione è stata approvata a larga maggioranza, ma con un significativo calo dei voti favorevoli rispetto agli anni passati dovuto alle forti pressioni diplomatiche statunitensi.

Questo il bilancio ufficiale della votazione:

  • 130 Voti Favorevoli, tra cui Turchia, Cina, Canada e Russia.
  • 17 Voti Contrari guidati da Stati Uniti e Israele, ai quali si sono uniti tra gli altri Ucraina, Argentina ed Emirati Arabi Uniti.
  • 25 Astensioni per la prima volta in 34 anni, diverse nazioni occidentali si sono astenute, comprese Italia, Germania e Lettonia.

L’Italia ha storicamente sempre votato a favore della risoluzione ONU per porre fine all’embargo contro Cuba. Il passaggio all’astensione, voluto dal governo Meloni e registrato nella votazione odierna, rappresenta una storica rottura rispetto alla tradizionale linea della diplomazia italiana.

Ecco come il governo Meloni ricambia l’aiuto che i medici cubani hanno portato al popolo italiano nel momento dell’emergenza Covid-19.

L’intensa attività diplomatica dell’ambasciatore statunitense Mike Waltz e marco Rubio è riuscita a convincere circa venti governi a modificare la propria linea strategica rispetto allo scorso anno (quando i favorevoli furono 165), spingendoli verso l’astensione o il voto contrario. Nonostante questo, il blocco di sanzioni è stato formalmente condannato dall’ONU per la trentaquattresima volta.

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Dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione delle Nazioni Unite contro il blocco statunitense, l’Italia ha scelto l’astensione. La Farnesina riconosce che l’embargo produce conseguenze economiche e umanitarie negative, ma attribuisce alle scelte delle autorità cubane la responsabilità della crisi e subordina la revoca delle misure a riforme politiche ed economiche. Questa posizione rappresenta una grave rottura con la tradizione diplomatica italiana e una concessione alla strategia di pressione di Washington contro la Rivoluzione cubana. 

Appare infatti insanabile la contraddizione tra il riconoscimento ufficiale, da parte della Farnesina, degli effetti economici e umanitari negativi dell’embargo statunitense e la scelta italiana di astenersi, dopo 33 anni di voti favorevoli alla risoluzione per la sua revoca. Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre 2026 aggiunge inoltre critiche inaccettabili alle libertà politiche ed economiche a Cuba e chiede riforme sostanziali alle autorità dell’Avana invece di denunciare il tentativo di sterminio della popolazione attraverso il Bloqueo.

L’astensione del governo italiano sulla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba non è un semplice cambiamento diplomatico. È una scelta politica grave, che rompe una continuità durata 33 anni e mette in discussione il principio fondamentale secondo cui ogni popolo ha il diritto di decidere autonomamente il proprio destino.

Il comunicato della Farnesina del 28 ottobre, con il quale il governo Meloni ha cercato di motivare la decisione, non riesce a superare la contraddizione che ne costituisce il nucleo. Da una parte, riconosce che l’embargo statunitense provoca conseguenze economiche e umanitarie negative per il popolo cubano; dall’altra, sostiene che la crisi dipenda anche dalle decisioni delle autorità dell’Avana e reclama riforme politiche, economiche, sociali e giudiziarie come condizione per un cambiamento sostanziale.

L’astensione italiana: una scelta politica dietro il linguaggio umanitario

Ma quale logica politica può giustificare l’astensione di fronte a una misura coercitiva che colpisce un’intera popolazione? Quale principio di diritto internazionale consente a un governo straniero di esercitare una pressione economica sistematica su un Paese sovrano, pretendendo che modifichi il proprio ordinamento politico?

La risposta, a mio giudizio, è una sola: nessuna considerazione umanitaria può diventare il pretesto per legittimare l’ingerenza negli affari interni di un altro Stato.

Non si può separare la sofferenza del popolo cubano dal blocco che la aggrava

Il governo italiano dichiara di essere vicino al popolo cubano e di voler continuare gli aiuti umanitari. Tuttavia, questa solidarietà rischia di trasformarsi in una formula priva di coerenza quando non si traduce nella richiesta inequivocabile di porre fine alle misure che contribuiscono a provocare le sofferenze denunciate.

Non nego che Cuba debba affrontare problemi economici strutturali, difficoltà produttive, carenze e contraddizioni interne. Nessuna analisi seria può ignorare la complessità della situazione cubana. Ma è proprio per questo che bisogna distinguere tra la discussione legittima sulle politiche economiche di un Paese e l’imposizione di una punizione collettiva attraverso la pressione economica esterna.

Il blocco non è una misura neutrale. È uno strumento di pressione che condiziona gli scambi commerciali, le possibilità di finanziamento e l’accesso a beni, tecnologie e risorse essenziali, con ricadute sulla vita quotidiana delle famiglie e sul funzionamento dei servizi pubblici. Le sue conseguenze non possono essere comprese pienamente se vengono isolate dalle difficoltà che il sistema economico cubano già deve affrontare.

Per questo considero politicamente inaccettabile rovesciare l’ordine delle responsabilità, riconoscendo gli effetti negativi dell’embargo e, nello stesso tempo, utilizzando la necessità di riforme interne per giustificare una posizione meno netta sulla sua revoca.

Se davvero si vuole aiutare il popolo cubano, occorre rimuovere gli ostacoli che ne aggravano le condizioni materiali di esistenza, non aggiungere condizioni politiche alla solidarietà internazionale.

La sovranità di Cuba non è negoziabile

La questione decisiva è quella dell’autodeterminazione. Cuba ha intrapreso, con la Rivoluzione del 1959, un percorso politico e sociale socialista che ha rappresentato un punto di riferimento per molti movimenti antimperialisti e per le lotte di liberazione nazionale.

Quel percorso può essere discusso, criticato e analizzato anche nelle sue contraddizioni. Ma non può essere sottoposto al diritto di veto di Washington, né a una pressione internazionale finalizzata a imporre un cambiamento di sistema.

Quando il comunicato della Farnesina collega la necessità di superare la crisi cubana alla mancanza di libertà politiche ed economiche e all’urgenza di riforme sostanziali, assume una posizione che va ben oltre la solidarietà umanitaria. Entra direttamente nel terreno della valutazione e del condizionamento dell’ordinamento interno di uno Stato sovrano.

Naturalmente, i diritti umani e le libertà fondamentali devono essere tutelati in ogni Paese. Ma questo principio deve valere universalmente, senza doppi standard e senza diventare uno strumento selettivo della competizione geopolitica. Non è accettabile invocare le libertà politiche per Cuba (dove peraltro sono ampiamente tutelate) e ignorare, in altri contesti, le violazioni commesse da governi considerati alleati delle potenze occidentali.

La difesa dei diritti non può trasformarsi in una giustificazione per l’assedio economico. Né la richiesta di riforme può diventare il prezzo imposto a un popolo per ottenere la fine di misure che ne danneggiano le condizioni di vita.

Il governo Meloni e il servilismo atlantico

La decisione italiana deve essere letta anche nel quadro dei rapporti con gli Stati Uniti e della crescente subordinazione della politica europea alle priorità strategiche di Washington.

A mio giudizio, l’astensione rappresenta una manifestazione di servilismo atlantico e una rinuncia a esercitare un’autonoma funzione diplomatica. Il governo Meloni ha scelto di allinearsi a un gruppo di Paesi alleati che comprende la Germania, i Paesi Bassi e altri Stati europei, anziché mantenere la tradizionale posizione italiana favorevole alla risoluzione contro il blocco.

La Farnesina richiama gli aiuti umanitari europei e italiani destinati a Cuba. Sono interventi che possono offrire un sostegno concreto alle persone più vulnerabili e che non vanno sottovalutati. Ma la cooperazione allo sviluppo non può sostituire una posizione politica coerente sulla causa delle difficoltà che si dichiara di voler alleviare.

Non basta finanziare programmi alimentari, sanitari o di sviluppo rurale se, sul piano diplomatico, si rinuncia a chiedere con chiarezza la fine di una politica coercitiva che contribuisce ad aggravare la crisi.

La solidarietà non può essere ridotta a una gestione umanitaria delle conseguenze, mentre si accetta che continui a operare il meccanismo che produce parte di quelle sofferenze.

È questa la contraddizione che il governo italiano deve spiegare ai cittadini. Perché l’Italia, che per decenni ha sostenuto la risoluzione contro il blocco, dovrebbe oggi abbandonare quella posizione? Quale interesse nazionale giustifica una scelta che rischia di indebolire la credibilità della nostra diplomazia e la tradizione italiana di dialogo con l’America Latina?

Non vedo, in questa decisione, una strategia autonoma di pace e cooperazione. Vedo piuttosto il rischio che la politica estera italiana venga subordinata alle priorità di una potenza alleata, anche quando queste entrano in conflitto con i principi di sovranità e autodeterminazione che dovrebbero orientare le relazioni internazionali.

Il blocco come strumento di pressione contro un’esperienza socialista

Per comprendere la portata della questione bisogna ricordare che il conflitto tra Washington e L’Avana non nasce oggi. Da oltre sei decenni, Cuba affronta una politica di isolamento e pressione economica legata alla volontà statunitense di contrastare la sopravvivenza e lo sviluppo di un’esperienza socialista a poche decine di miglia dalle proprie coste.

Il blocco non può essere considerato soltanto una controversia commerciale. È anche uno strumento politico, che mira a esercitare pressione sul sistema economico e sociale cubano e sulle decisioni delle sue istituzioni.

In questo senso, la richiesta di riforme accompagnata dalla rinuncia a una condanna netta dell’embargo rischia di accettare, almeno sul piano diplomatico, la logica secondo cui la sovranità di Cuba possa essere condizionata da una potenza esterna.

È una logica che va respinta, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può esprimere sull’esperienza cubana. Il diritto di un popolo a scegliere il proprio modello politico non dipende dal gradimento dei governi occidentali.

Difendere questo principio non significa negare i problemi reali di Cuba, peraltro riconducibili proprio al Bloqueo che da 60 anni la cinge d’assedio. Significa affermare che le trasformazioni politiche ed economiche devono scaturire da processi autonomi, dalla partecipazione della popolazione e dal confronto interno, non da una strategia di strangolamento economico imposta dall’esterno.

Cuba, l’America Latina e il diritto a un mondo multipolare

La vicenda cubana riguarda anche il futuro delle relazioni internazionali. In un mondo segnato dalla crisi dell’ordine unipolare, dalle tensioni tra grandi potenze e dalla crescita delle relazioni Sud-Sud, la difesa della sovranità dei Paesi latinoamericani assume un significato che supera i confini dell’isola.

L’America Latina ha conosciuto interventi esterni, colpi di Stato, pressioni economiche e tentativi di condizionamento politico che hanno lasciato profonde ferite nella sua storia. La Rivoluzione cubana, con tutte le sue specificità, è diventata un simbolo della possibilità di rivendicare un percorso indipendente.

Per questo la solidarietà con Cuba non è una questione marginale, né un residuo della Guerra fredda. È parte della battaglia per un sistema internazionale nel quale i rapporti tra gli Stati non siano regolati esclusivamente dalla forza economica, militare e finanziaria delle potenze dominanti.

Il multipolarismo, tuttavia, non può ridursi a una diversa distribuzione del potere tra Stati. Deve tradursi nella possibilità concreta per i popoli di sottrarsi ai ricatti, costruire forme di cooperazione e scegliere autonomamente il proprio sviluppo.

In questa prospettiva, l’Italia avrebbe potuto svolgere un ruolo diverso: utilizzare la propria tradizione diplomatica per sostenere il dialogo tra Washington e L’Avana, chiedere la fine del blocco e promuovere la cooperazione economica e scientifica senza condizioni politiche imposte dall’esterno.

L’astensione ha invece indebolito questa possibilità e contribuito a normalizzare una posizione che rischia di confondere il sostegno umanitario con il diritto di interferire nelle scelte di un altro popolo.

La solidarietà deve diventare una scelta politica concreta

La mia condanna della posizione assunta dal governo Meloni è dunque netta. Considero questa astensione una decisione politicamente vergognosa, perché interrompe una continuità diplomatica importante e sacrifica il principio dell’autodeterminazione sull’altare dell’allineamento agli Stati Uniti.

Il governo italiano non può dichiararsi vicino al popolo cubano e, nello stesso tempo, rinunciare a una posizione inequivocabile contro il blocco. Non può presentare gli aiuti umanitari come una risposta sufficiente, quando la stessa Farnesina riconosce le conseguenze economiche e umanitarie negative delle misure statunitensi.

Occorre ripristinare una politica estera autonoma, fondata sul rispetto della sovranità, sulla cooperazione tra i popoli e sul rifiuto delle misure coercitive unilaterali. Occorre chiedere la revoca del blocco, favorire gli scambi commerciali e scientifici, rafforzare la cooperazione sanitaria e alimentare e sostenere ogni iniziativa diplomatica che consenta di superare le tensioni senza imporre cambiamenti di sistema.

La solidarietà con Cuba deve essere concreta, politica e sociale. Deve riguardare il diritto del popolo cubano a vivere senza essere sottoposto a una pressione economica permanente e a decidere liberamente il proprio futuro.

La questione, in definitiva, non è se si condivida o meno ogni scelta del governo cubano. La questione è se si riconosca a Cuba lo stesso diritto all’indipendenza che rivendichiamo per ogni altro Paese.

Per noi comunisti e antimperialisti, questo principio non può essere negoziato in cambio di un rapporto privilegiato con Washington.

Cuba non è sola. E l’Italia deve scegliere da che parte stare: dalla parte del diritto internazionale, della solidarietà tra i popoli e della pace, oppure da quella di una politica di pressione che pretende di decidere il destino di una nazione sovrana.

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Ogni progetto israeliano si trova a un bivio

Netanyahu non ha vinto, ma non ha nemmeno perso. La palla ora è nel campo dell’altra metà della società ebraica, che deve decidere se vuole liberarsi del razzismo seminato da Netanyahu e dalla sua banda fascista.

Questa metà, che si rifiuta di accettare le idee di Netanyahu, deve affrontare realisticamente il fatto che Israele non sarà mai uno stato ebraico puro e che la rivolta del voto arabo è servita da crudo promemoria del fatto che gli ebrei non sono gli unici abitanti di questo stato, che afferma di praticare una democrazia basata sul puro razzismo.

Netanyahu si rende conto di non poter formare un governo perché il voto arabo lo ha paralizzato. Pertanto, ricorrerà a una battaglia razzista, escludendo il voto arabo e limitando i suoi sforzi al voto sionista. Sta scommettendo su questo in una società in cui l’ignoranza è tanto diffusa quanto l’intelligenza.

Il blocco di Netanyahu comprende almeno 16 membri della Knesset appartenenti a partiti ultraortodossi non sionisti che eludono il servizio militare, negano i principi sionisti e impoveriscono lo Stato. Che differenza c’è tra loro e gli arabi quando si tratta di accusarli di non essere sionisti?

L’eredità di Netanyahu e dei suoi accoliti impone alla società sionista di prendere una decisione coraggiosa: convivere con la realtà e riconoscere che sfrattare i palestinesi dalle loro terre è un fallimento e che la via della convivenza offre maggiori opportunità.

Il cambiamento è imperativo perché, in sostanza, il voto era un voto sulla convivenza con gli arabi o sulla pratica dell’odio nei loro confronti e sulle azioni conseguenti.

La comunità araba ha danneggiato Netanyahu e ha posto una questione difficile e strategica sulle possibilità di sopravvivenza di Israele nella regione. I palestinesi in Israele hanno svolto il loro ruolo in modo intelligente, preciso e con piena consapevolezza, ben lontani dalle voci discordanti che cercavano di salvare Netanyahu.

Una volta concluse le votazioni, questa sarà un’opportunità per la società israeliana di ascoltare seriamente un appello arabo ufficiale per rilanciare l’Iniziativa di Pace Araba, di fatto stroncata dagli Accordi di Abramo. Sarebbe anche opportuno rassicurare coloro che si sono opposti a Netanyahu.

Questa è una lunga battaglia che deve essere combattuta, anche se l’altra parte nutre una chiara ostilità nei confronti dei diritti del popolo palestinese. Tutte le opzioni si collocano tra il male e il peggio; pertanto, smantellare il sanguinoso campo di Netanyahu ha la precedenza su ogni altra considerazione.

L’intero progetto israeliano è a un bivio.

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