03/04/2025
Verso un attacco USA-Israele contro l’Iran?
Venti di guerra contro l’Iran. Dopo le minacce di Donald Trump e le inequivocabili dichiarazioni del governo Netanyahu contro Teheran, il Pentagono ha dislocato nell’area mediorientale alcuni bombardieri strategici a capacità nucleare.
La scorsa settimana sono giunti nella grande infrastruttura militare di Diego Garcia (Oceano indiano) sei bombardieri subsonici B-2 Spirit (con caratteristica stealth, che consentono loro di sfuggire al controllo radar e predisposti al trasporto di testate nucleari B-61 e B-83).
Il 1 aprile, è stato registrato invece un intenso traffico di grandi velivoli da trasporto C-17A Globemaster III dell'US Air Force tra alcune importanti basi aeree in Europa (in particolare Ramstein, Germania) e lo scalo Al Udeid in Qatar, hub operativo e logistico chiave per le operazioni delle forze armate USA nello scacchiere mediorientale (presenza fino a 10.000 militari e un centinaio di velivoli). È presumibile che in Qatar siano stati trasferiti sistemi d’arma, munizioni e apparecchiature in vista dell’escalation bellica contro l’Iran.
Presso la base di Al Udeid è pure presente una Cellula Nazionale Interforze italiana che ha il compito di coordinare la pianificazione delle attività degli assetti dell’Aeronautica Militare impiegati nelle operazioni “anti-terrorismo” a guida USA in Iraq e Siria.
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La scorsa settimana sono giunti nella grande infrastruttura militare di Diego Garcia (Oceano indiano) sei bombardieri subsonici B-2 Spirit (con caratteristica stealth, che consentono loro di sfuggire al controllo radar e predisposti al trasporto di testate nucleari B-61 e B-83).
Il 1 aprile, è stato registrato invece un intenso traffico di grandi velivoli da trasporto C-17A Globemaster III dell'US Air Force tra alcune importanti basi aeree in Europa (in particolare Ramstein, Germania) e lo scalo Al Udeid in Qatar, hub operativo e logistico chiave per le operazioni delle forze armate USA nello scacchiere mediorientale (presenza fino a 10.000 militari e un centinaio di velivoli). È presumibile che in Qatar siano stati trasferiti sistemi d’arma, munizioni e apparecchiature in vista dell’escalation bellica contro l’Iran.
Presso la base di Al Udeid è pure presente una Cellula Nazionale Interforze italiana che ha il compito di coordinare la pianificazione delle attività degli assetti dell’Aeronautica Militare impiegati nelle operazioni “anti-terrorismo” a guida USA in Iraq e Siria.
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Contro il riarmo europeo è bene manifestare, ma occorre anche chiarezza
Come abbiamo scritto spesso, la guerra è un discrimine che taglia in due ogni ragionamento e presa di posizione. Mentre tutti i governi europei sembrano ormai posseduti dal furore guerrafondaio e varano un gigantesco piano di riarmo, la politica è costretta a schierarsi pro o contro, quasi sempre suo malgrado.
Nella maggioranza di governo si dividono strumentalmente, cercando disperatamente di non apparire spaccati in due, tra i sostenitori della “pace di Trump” e i facilitatori del riarmo e delle ambizioni europee.
All’opposizione c’è chi vorrebbe tenere il piede in due scarpe (vedi il PD) e chi come il M5S sembra aver imbracciato con maggiore determinazione lo stop al riarmo europeo.
I sondaggi finora disponibili, dimostrano che nell’opinione pubblica prevale ancora un sentimento contrario al coinvolgimento nella guerra in Ucraina e al riarmo. È un dato importante, ma che rischia di diventare aleatorio se non trova una espressione politica capace di pesare nei rapporti di forza. E questi, nell’attuale Parlamento, sono ancora sfavorevoli ad una scelta non guerrafondaia.
Pesa infatti l’ambiguità sull’idea che l’Unione Europea (arbitrariamente e strumentalmente confusa con “l’Europa”), per pesare nella competizione globale con le altre grandi potenze, debba dotarsi di un forte apparato militare e di politiche conseguenti.
La guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti in qualche modo rafforza questa opzione e la alimenta nella campagna massmediatica tra le opinioni pubbliche del Vecchio Continente.
Ma i fatti, oltre che la storia europea, ci insegnano che una intensa campagna di riarmo parallela ad una guerra commerciale di stampo protezionista formano un combinato disposto micidiale che ha sempre innescato le guerre, e che per qualche motivo queste hanno sempre trovato in Europa la loro incubazione principale.
In uno scenario così inquietante, raddrizzare il piano inclinato appare una priorità sulla quale far convergere tutte le forze che ne hanno consapevolezza, in contrasto con quelle che spingono per inclinarlo ancora di più verso il baratro.
In tale contesto, la manifestazione contro il riarmo europeo del 5 aprile convocata dal M5S coglie l’occasione e sembra riuscire a catalizzare una gran parte delle forze schierate per la pace.
Si può asserire che era nata in un modo – condizionare il dibattito nel “campo largo” – ed è diventata via via un’altra cosa. Ma non appare affatto scontato se questo segno della manifestazione del 5 aprile reggerà nel tempo oppure no.
L’esperienza fattuale ci ha insegnato che le posizioni delle forze politiche italiane cambiano significativamente tra quando si trovano al governo o all’opposizione. In materia di riarmo il M5S di governo ha dato una pessima prova di sé, sia sulla spesa militare che sulla prima fase della guerra in Ucraina. Una volta all’opposizione ha modificato – in meglio – le proprie posizioni. Ne prendiamo atto, ma...
Su questa contraddizione, negli anni passati, non abbiamo mai fatto sconti alle forze del centro-sinistra e della sinistra parlamentare sulle posizioni adottate quando erano al governo o all’opposizione. È sufficiente ricordare lo scontro con il governo D’Alema sull’aggressione Nato alla Jugoslavia (con Mattarella vice e ministro della Difesa) o, in tempi più recenti, quello con il secondo governo Prodi sulla partecipazione dei militari italiani alle guerre degli Usa in Iraq e Afghanistan.
Quando le forze politiche che avevano fatto quelle scelte, una volta tornate all’opposizione, hanno provato a rifarsi una verginità politica nelle piazze, non abbiano mai fatto sconti. Non si capisce perché con il M5S si dovrebbe usare uno standard diverso.
Dunque è un bene che ci sia una manifestazione contro il riarmo europeo, ma meno bene che le forze della sinistra di classe accettino l’egemonia del M5S su questa mobilitazione, che non abbiano previsto né prevedano altre ipotesi, né che esitino a definire più nitidamente le coordinate politiche sulle quali “convergere” con le altre forze che si battono per la pace.
Può sembrare un dettaglio ma non lo è. È stato proprio l’aver perso questa funzione chiarificatrice che ha disgregato e indebolito la sinistra di classe e alternativa in questo paese. Ne riparliamo a partire dal 6 aprile.
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Nella maggioranza di governo si dividono strumentalmente, cercando disperatamente di non apparire spaccati in due, tra i sostenitori della “pace di Trump” e i facilitatori del riarmo e delle ambizioni europee.
All’opposizione c’è chi vorrebbe tenere il piede in due scarpe (vedi il PD) e chi come il M5S sembra aver imbracciato con maggiore determinazione lo stop al riarmo europeo.
I sondaggi finora disponibili, dimostrano che nell’opinione pubblica prevale ancora un sentimento contrario al coinvolgimento nella guerra in Ucraina e al riarmo. È un dato importante, ma che rischia di diventare aleatorio se non trova una espressione politica capace di pesare nei rapporti di forza. E questi, nell’attuale Parlamento, sono ancora sfavorevoli ad una scelta non guerrafondaia.
Pesa infatti l’ambiguità sull’idea che l’Unione Europea (arbitrariamente e strumentalmente confusa con “l’Europa”), per pesare nella competizione globale con le altre grandi potenze, debba dotarsi di un forte apparato militare e di politiche conseguenti.
La guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti in qualche modo rafforza questa opzione e la alimenta nella campagna massmediatica tra le opinioni pubbliche del Vecchio Continente.
Ma i fatti, oltre che la storia europea, ci insegnano che una intensa campagna di riarmo parallela ad una guerra commerciale di stampo protezionista formano un combinato disposto micidiale che ha sempre innescato le guerre, e che per qualche motivo queste hanno sempre trovato in Europa la loro incubazione principale.
In uno scenario così inquietante, raddrizzare il piano inclinato appare una priorità sulla quale far convergere tutte le forze che ne hanno consapevolezza, in contrasto con quelle che spingono per inclinarlo ancora di più verso il baratro.
In tale contesto, la manifestazione contro il riarmo europeo del 5 aprile convocata dal M5S coglie l’occasione e sembra riuscire a catalizzare una gran parte delle forze schierate per la pace.
Si può asserire che era nata in un modo – condizionare il dibattito nel “campo largo” – ed è diventata via via un’altra cosa. Ma non appare affatto scontato se questo segno della manifestazione del 5 aprile reggerà nel tempo oppure no.
L’esperienza fattuale ci ha insegnato che le posizioni delle forze politiche italiane cambiano significativamente tra quando si trovano al governo o all’opposizione. In materia di riarmo il M5S di governo ha dato una pessima prova di sé, sia sulla spesa militare che sulla prima fase della guerra in Ucraina. Una volta all’opposizione ha modificato – in meglio – le proprie posizioni. Ne prendiamo atto, ma...
Su questa contraddizione, negli anni passati, non abbiamo mai fatto sconti alle forze del centro-sinistra e della sinistra parlamentare sulle posizioni adottate quando erano al governo o all’opposizione. È sufficiente ricordare lo scontro con il governo D’Alema sull’aggressione Nato alla Jugoslavia (con Mattarella vice e ministro della Difesa) o, in tempi più recenti, quello con il secondo governo Prodi sulla partecipazione dei militari italiani alle guerre degli Usa in Iraq e Afghanistan.
Quando le forze politiche che avevano fatto quelle scelte, una volta tornate all’opposizione, hanno provato a rifarsi una verginità politica nelle piazze, non abbiano mai fatto sconti. Non si capisce perché con il M5S si dovrebbe usare uno standard diverso.
Dunque è un bene che ci sia una manifestazione contro il riarmo europeo, ma meno bene che le forze della sinistra di classe accettino l’egemonia del M5S su questa mobilitazione, che non abbiano previsto né prevedano altre ipotesi, né che esitino a definire più nitidamente le coordinate politiche sulle quali “convergere” con le altre forze che si battono per la pace.
Può sembrare un dettaglio ma non lo è. È stato proprio l’aver perso questa funzione chiarificatrice che ha disgregato e indebolito la sinistra di classe e alternativa in questo paese. Ne riparliamo a partire dal 6 aprile.
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La vittoria di Pirro della Troika in Grecia, sulla pelle della gente
Mentre Bruxelles e il FMI festeggiano i numeri del Pil greco, la realtà è un’altra: la Grecia sta solo rimandando il conto di un disastro annunciato. Sono queste le conclusioni che si possono trarre da un rapporto redatto dal Levy Economics Institute, che smaschera la grande menzogna delle politiche di austerity: dopo anni di tagli selvaggi, salari strozzati e privatizzazioni, Atene non è affatto “salva”. Anzi, la crescita odierna si regge su una montagna di debito estero, svendita del patrimonio pubblico e un mercato del lavoro allo sbando.
L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.
Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.
Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.
Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.
La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.
Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.
Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.
Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.
L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.
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L’economia greca ha registrato una crescita del 2,3% nel 2024, superiore alla media europea, ma questa ripresa nasconde gravi fragilità strutturali. Questo dice il rapporto, in merito ai limiti strutturali dell’economia greca che non è riuscita, più di un decennio dopo la devastante crisi del debito del 2011, a superare gli squilibri profondi che ne hanno minato lo sviluppo.
Nonostante i dati positivi su Pil, occupazione e consumi, il modello di sviluppo rimane insostenibile, secondo gli autori del report, in quanto basato su un eccessivo indebitamento estero, una crescente dipendenza dalle importazioni e un trasferimento massiccio di proprietà immobiliari a investitori stranieri.
Uno dei motori della crescita che ha permesso alla Grecia le ‘mirabolanti’ (si fa per dire) performance degli ultimi anni è stato il Recovery and Resilience Facility (RRF), il Fondo di Ripresa e Resilienza post-pandemico europeo da 650 miliardi, che ha finanziato investimenti pubblici, mentre i consumi privati hanno beneficiato temporaneamente di trasferimenti statali. Tuttavia, con l’esaurirsi di questi fondi nel 2027, il Paese rischia una brusca frenata. Infatti, l’RRF ha una natura temporanea ed è stato concepito per esaurirsi nel 2026.
Un altro punto critico è il deficit delle partite correnti, che nel 2024 ha raggiunto il -5,3% del Pil e potrebbe aggravarsi ulteriormente (-10,6% nel 2026), alimentando il debito del paese verso l’estero. Secondo gli autori, infatti, la crisi del debito prima e le misure di austerity poi hanno contribuito a distruggere la capacità produttiva del paese, con un grande numero di imprese sparito o aquisito da competitor stranieri.
La guerra in Ucraina e l’aumento dei prezzi dell’energia che ne è conseguito hanno comportato una nuova esplosione della bilancia delle partite correnti, e il conseguente fallimento della strategia che sperava di portare la bilancia in pareggio attraverso la depressione della domanda interna.
Il settore turistico, nonostante i record di presenze, non basta a compensare lo squilibrio commerciale. Anzi, la crescita del turismo ha aumentato le importazioni, peggiorando il deficit. Inoltre, la vendita di immobili a stranieri (attraverso programmi come il Golden Visa) sta trasferendo ricchezza all’estero, mentre l’aumento dei prezzi delle case rende difficile l’accesso al mercato per i residenti.
Sul fronte del lavoro, la Grecia sconta ancora bassi salari (la quota salari sul Pil è al 34,7%, contro una media Ue del 57%) e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa (52,8%). La disoccupazione ufficiale (9,4%) nasconde una realtà più drammatica, dal momento che esiste una discrepanza tra il numero di disoccupati registrati dall’ufficio statistico di riferimento (ELSTAT) e l’agenzia dei servizi per l’impiego (DYPA), che invece riporta quasi il doppio di persone registrate come disoccupate, molte delle quali senza sussidi.
Le proiezioni del Levy Institute sono molto più pessimistiche di quelle del governo greco, della Commissione Europea e del FMI: si prevede una crescita di appena dello 0,9% nel 2025 e una recessione dell’1,3% nel 2026. Senza un cambio di rotta, che includa una riforma del sistema produttivo e politiche salariali più eque, la Grecia rischia di ritrovarsi in una nuova crisi, aggravata dal peso del debito pubblico e dalla dipendenza dai capitali esteri.
L’Europa ha trasformato la Grecia in un parco giochi per turisti e speculatori immobiliari, mentre i greci faticano ad arrivare a fine mese. E quando i fondi Ue si esauriranno, resterà solo il buco nero dei conti pubblici. L’austerity non ha risolto nulla: ha solo preparato la prossima crisi.
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Gli USA contro tutti, e potrebbe andarle male…
Ce n’è per tutti, nessuno escluso. L’America di Trump dichiara guerra (commerciale) al mondo intero, applicando “dazi reciproci” differenti per ogni paese in base alle molto presunte “disparità” applicate nei confronti delle merci statunitensi.
È un Trump con la faccia più tosta del consueto quello che ha agitato tabelle e 400 pagine di ordine esecutivo in conferenza stampa, recitando la parte del “paese saccheggiato” soprattutto dagli alleati storici che si sarebbero approfittati della stolidità dei governi precedenti. “Dazi reciproci” vorrebbe infatti significare che quella americana è una “risposta” ad analoghe tariffe già operanti su e contro le esportazioni statunitensi. Anche se molto raramente ciò è vero.
Solo per fare un esempio veloce, se si considera l’Iva applicata su tutte le merci europee come una “barriera tariffaria” è chiaro che si sta ciurlando nel manico. Perché l’“imposta sul valore aggiunto” (al 21%) viene pagata da tutti – consumatori e imprese, nelle loro forniture reciproche – anche in tutta Europa. Dunque non è e non può essere uno “svantaggio competitivo” per merci e prodotti statunitensi.
Il modo in cui sono state ricavate le percentuali da applicare è però molto più scriteriato di così, al punto da sorprendere persino gli smaliziati analisti del Financial Times:
Per restare alle cose di casa nostra “l’Europa” viene trattata come un’area unitaria, senza distinzioni tra i vari paesi, con dazi generali del 20%. Si tratta di dazi su merci e servizi diversi da acciaio, alluminio e automobili per cui erano stati già decise barriere del 25%, in parte già operativi, mentre per le auto sono scattati solo oggi.
Potrebbe sembrare un riconoscimento della entità europea come soggetto anche politicamente autonomo, ma è l’esatto contrario. La riprova formale/diplomatica sta nel fatto che Ursula von der Leyen – responsabile ufficiale dell’Unione Europea – chiede da tempo di poter incontrare “Potus” (President of the United States), ma non le viene neanche risposto. Come una questuante qualsiasi, insomma...
È chiaro dunque che imporre dazi identici a un’area frammentata in quanto a interessi specifici (i paesi membri della UE hanno rapporti commerciali molto diversi con gli Usa per quantità, valore, percentuali di Pil, ecc.) significa incentivare le differenze e inserire un cuneo divisivo fondato non sulle chiacchiere (i presunti “valori condivisi” e altra cialtronerie buone per le cerimonie o i talk show), ma sui profitti.
Gli effetti si vedranno presto, ma le risposte e i commenti dei vari governi europei già ora sono molto differenziati, tra appelli alla “prudenza” e minacce di “vendetta” comunque subordinata a trattative che ancora non sono state aperte. Ne si sa quando potranno esserlo...
A parte Gran Bretagna e Australia, “beneficiate” di dazi minimi al 10%, per il resto del mondo va decisamente peggio. La Cina è colpita con tariffe aggiuntive del 34%, curiosamente identiche a quelle riservate a Taiwan (+32%), cosa che potrebbe generare più sintonie che divergenze tra le “due Cine” (uno dei tanti paradossi di questa strategia statunitense).
Colpite al 49% le merci provenienti dal sud-est asiatico (Cambogia, Vietnam, ecc.), che fin qui erano state “facilitate” nel tentativo di favorirne lo sganciamento rispetto all’economia cinese.
Stessa misura, quasi incomprensibile per “noi europei”, nei confronti del Lesotho (una piccola enclave semi-indipendente all’interno del territorio del Sudafrica), di cui probabilmente Trump ignora persino la collocazione geografica.
Ma potete tranquillamente scorrere il “mattone” firmato ieri sera, qui allegato.
Sul piano politico, si diceva, è la fine certificata di un’epoca chiamata “globalizzazione”, da cui si esce con una frammentazione totale del mercato mondiale. Il tentativo apparente è quello di costringere ogni singolo paese a ricercare rapporti individuali con gli Stati Uniti, ovviamente mettendo a disposizione la possibilità di firmare accordi-capestro molto svantaggiosi.
Ma la reazione generale può facilmente essere anche l’opposto, ossia la ricerca di accordi commerciali migliori che prescindono totalmente dal rapporto individuale con gli Usa. L’esempio recente della triangolazione fin qui impensabile tra Cina, Giappone e Corea del Sud (le tre principali economia asiatiche nel Pacifico) ci sembra piuttosto indicativo di una tendenza che può rapidamente diventare valanga.
Una eventualità del genere, che sarà naturalmente contrastata con ogni mezzo – soprattutto finanziario e militare – da Washington, potrebbe così materializzare un potente boomerang che si abbatte sull’economia Usa.
La quale non è pensabile possa in tempi brevi re-internalizzare le produzioni de-localizzate nell’arco di 80 anni e con più velocità dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Se per le merci di lusso il problema non è drammatico (i dazi possono essere comodamente riassorbiti grazie agli alti margini di profitto dei produttori, e comunque peserebbero marginalmente nelle tasche piene di soldi degli acquirenti abituali di Ferrari e alta moda), per l’infinita lista di merci e servizi a basso costo che “l’America” ha smesso di produrre già da decenni non si vede possibilità di sostituzione in tempi rapidi.
Per esempio, circa venti anni fa WalMart (una catena di grande distribuzione presente capillarmente sul territorio americano, con presenza in ogni sperduto villaggio e con quasi un milione di dipendenti) rappresentava il 12% di tutte le esportazioni cinesi nel mondo. Parliamo di merci che noi troviamo “dal cinese” sotto casa, e che nessuno più produce in Occidente. Men che meno negli Usa...
I giochi sono dunque, a questo punto, tutti aperti. La scommessa dei trumpiani è di restare “king maker” contando sullo strapotere nei rapporti individuali con tutti i paesi del mondo. Ma non è proprio detto che tutto il mondo reagisca accettando di finire sotto il cappio uno alla volta.
E a quel punto si comincia a ragionare sulle possibile alternative. I Brics+ si erano già portati avanti col lavoro, ci sembra...
Fonte
È un Trump con la faccia più tosta del consueto quello che ha agitato tabelle e 400 pagine di ordine esecutivo in conferenza stampa, recitando la parte del “paese saccheggiato” soprattutto dagli alleati storici che si sarebbero approfittati della stolidità dei governi precedenti. “Dazi reciproci” vorrebbe infatti significare che quella americana è una “risposta” ad analoghe tariffe già operanti su e contro le esportazioni statunitensi. Anche se molto raramente ciò è vero.
Solo per fare un esempio veloce, se si considera l’Iva applicata su tutte le merci europee come una “barriera tariffaria” è chiaro che si sta ciurlando nel manico. Perché l’“imposta sul valore aggiunto” (al 21%) viene pagata da tutti – consumatori e imprese, nelle loro forniture reciproche – anche in tutta Europa. Dunque non è e non può essere uno “svantaggio competitivo” per merci e prodotti statunitensi.
Il modo in cui sono state ricavate le percentuali da applicare è però molto più scriteriato di così, al punto da sorprendere persino gli smaliziati analisti del Financial Times:
“Ecco cosa sembrano aver fatto la Casa Bianca e il suo team di investigatori commerciali: prendi il deficit commerciale degli Stati Uniti con un qualsiasi paese in particolare e dividilo per la quantità totale di beni importati da quel paese. Dimezza quella percentuale e ottieni il tasso tariffario ‘reciproco’ degli Stati Uniti. Possiamo confermare che questo corrisponde ai numeri dei primi 24 paesi elencati, che abbiamo controllato a mano perché non ci potevamo credere e anche perché ci rifiutiamo di usare l’IA per qualsiasi cosa”.Sollecitando dunque una reazione davvero scandalizzata in chi vive per affermare il capitalismo occidentale:
“Gli USA... insinuano che tutti i deficit commerciali sono il risultato di pratiche sleali o manipolazione della valuta? E il vantaggio comparato? David Ricardo si starà sicuramente rivoltando nella tomba. E le banane? Non crescono negli USA!”Dettagli a parte – rintracciabili appunto nelle 400 pagine del diktat imperiale – la botta al commercio internazionale è tale da segnare un passaggio d’epoca, con conseguenze in qualche caso devastanti ma anche con aspetti paradossali che vale la pena di accennare, più avanti.
Per restare alle cose di casa nostra “l’Europa” viene trattata come un’area unitaria, senza distinzioni tra i vari paesi, con dazi generali del 20%. Si tratta di dazi su merci e servizi diversi da acciaio, alluminio e automobili per cui erano stati già decise barriere del 25%, in parte già operativi, mentre per le auto sono scattati solo oggi.
Potrebbe sembrare un riconoscimento della entità europea come soggetto anche politicamente autonomo, ma è l’esatto contrario. La riprova formale/diplomatica sta nel fatto che Ursula von der Leyen – responsabile ufficiale dell’Unione Europea – chiede da tempo di poter incontrare “Potus” (President of the United States), ma non le viene neanche risposto. Come una questuante qualsiasi, insomma...
È chiaro dunque che imporre dazi identici a un’area frammentata in quanto a interessi specifici (i paesi membri della UE hanno rapporti commerciali molto diversi con gli Usa per quantità, valore, percentuali di Pil, ecc.) significa incentivare le differenze e inserire un cuneo divisivo fondato non sulle chiacchiere (i presunti “valori condivisi” e altra cialtronerie buone per le cerimonie o i talk show), ma sui profitti.
Gli effetti si vedranno presto, ma le risposte e i commenti dei vari governi europei già ora sono molto differenziati, tra appelli alla “prudenza” e minacce di “vendetta” comunque subordinata a trattative che ancora non sono state aperte. Ne si sa quando potranno esserlo...
A parte Gran Bretagna e Australia, “beneficiate” di dazi minimi al 10%, per il resto del mondo va decisamente peggio. La Cina è colpita con tariffe aggiuntive del 34%, curiosamente identiche a quelle riservate a Taiwan (+32%), cosa che potrebbe generare più sintonie che divergenze tra le “due Cine” (uno dei tanti paradossi di questa strategia statunitense).
Colpite al 49% le merci provenienti dal sud-est asiatico (Cambogia, Vietnam, ecc.), che fin qui erano state “facilitate” nel tentativo di favorirne lo sganciamento rispetto all’economia cinese.
Stessa misura, quasi incomprensibile per “noi europei”, nei confronti del Lesotho (una piccola enclave semi-indipendente all’interno del territorio del Sudafrica), di cui probabilmente Trump ignora persino la collocazione geografica.
Ma potete tranquillamente scorrere il “mattone” firmato ieri sera, qui allegato.
Sul piano politico, si diceva, è la fine certificata di un’epoca chiamata “globalizzazione”, da cui si esce con una frammentazione totale del mercato mondiale. Il tentativo apparente è quello di costringere ogni singolo paese a ricercare rapporti individuali con gli Stati Uniti, ovviamente mettendo a disposizione la possibilità di firmare accordi-capestro molto svantaggiosi.
Ma la reazione generale può facilmente essere anche l’opposto, ossia la ricerca di accordi commerciali migliori che prescindono totalmente dal rapporto individuale con gli Usa. L’esempio recente della triangolazione fin qui impensabile tra Cina, Giappone e Corea del Sud (le tre principali economia asiatiche nel Pacifico) ci sembra piuttosto indicativo di una tendenza che può rapidamente diventare valanga.
Una eventualità del genere, che sarà naturalmente contrastata con ogni mezzo – soprattutto finanziario e militare – da Washington, potrebbe così materializzare un potente boomerang che si abbatte sull’economia Usa.
La quale non è pensabile possa in tempi brevi re-internalizzare le produzioni de-localizzate nell’arco di 80 anni e con più velocità dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Se per le merci di lusso il problema non è drammatico (i dazi possono essere comodamente riassorbiti grazie agli alti margini di profitto dei produttori, e comunque peserebbero marginalmente nelle tasche piene di soldi degli acquirenti abituali di Ferrari e alta moda), per l’infinita lista di merci e servizi a basso costo che “l’America” ha smesso di produrre già da decenni non si vede possibilità di sostituzione in tempi rapidi.
Per esempio, circa venti anni fa WalMart (una catena di grande distribuzione presente capillarmente sul territorio americano, con presenza in ogni sperduto villaggio e con quasi un milione di dipendenti) rappresentava il 12% di tutte le esportazioni cinesi nel mondo. Parliamo di merci che noi troviamo “dal cinese” sotto casa, e che nessuno più produce in Occidente. Men che meno negli Usa...
I giochi sono dunque, a questo punto, tutti aperti. La scommessa dei trumpiani è di restare “king maker” contando sullo strapotere nei rapporti individuali con tutti i paesi del mondo. Ma non è proprio detto che tutto il mondo reagisca accettando di finire sotto il cappio uno alla volta.
E a quel punto si comincia a ragionare sulle possibile alternative. I Brics+ si erano già portati avanti col lavoro, ci sembra...
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[Contributo al dibattito] - Il grande disegno di Trump
di Chiara Brusini
Cosa c'è nel "Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio" scritto da Stephen Miran, consigliere economico della Casa Bianca. Che sogna di costringere i partner commerciali a indebolire il dollaro per aumentare la competitività Usa, usando anche la difesa come leva.
Un nuovo ordine commerciale (e finanziario) globale – Sarebbe questo il vero obiettivo dietro l’annuncio di Donald Trump sui nuovi dazi nei confronti dei partner commerciali. Il piano è tutt’altro che segreto. L’economista Stephen Miran l’ha esposto nel dettaglio lo scorso novembre, quando ancora lavorava per la società di investimento Hudson Bay Capital, in un paper dal titolo inequivocabile: A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio). Poco dopo, il 41enne Miran è stato chiamato dal presidente Usa a guidare il suo Consiglio dei consulenti economici. Cosa che fa potenzialmente di quel saggio, secondo molti osservatori non privo di errori e contraddizioni, il canovaccio del grande disegno della Casa Bianca per rilanciare l’industria americana. Conviene leggerlo per capire quali potrebbero essere le prossime mosse di Washington. A partire da un accordo internazionale mirato a ridurre il valore del dollaro, secondo Miran sopravvalutato a danno della competitività dei prodotti statunitensi, e ad allungare la vita del debito pubblico Usa per stabilizzarne i tassi a spese dei detentori stranieri. I quali – e così il cerchio si chiude – verranno convinti con “il bastone delle tariffe” e “la carota della difesa”, cioè la minaccia di essere privati dell’ombrello protettivo fin qui fornito da Washington.
Un vademecum per Trump – Miran, Ph.D ad Harvard e un passato da advisor del dipartimento del Tesoro durante il primo mandato di Trump, si era fatto notare lo scorso agosto per un paper a doppia firma con Nouriel Roubini che accusava l’allora segretaria al Tesoro Janet Yellen di manipolazione dell’emissione di titoli del debito pubblico a fini politici (avrebbe favorito l’indebitamento a breve termine per tener bassi i rendimenti e “drogare” l’economia favorendo una rielezione di Joe Biden). Tesi molto apprezzata dai Repubblicani, anche se il successore di Yellen, Scott Bessent, si è finora ben guardato dall’invertire la rotta. A una settimana dalle elezioni presidenziali, l’economista ha poi sfornato la Guida che è dichiaratamente un vademecum per il tycoon intenzionato a “rendere di nuovo grande l’America”. Miran mette nero su bianco di attendersi che il secondo mandato trumpiano “sarà probabilmente ancora più determinato del primo nel riconfigurare il sistema commerciale e finanziario internazionale” e di aver voluto proprio per questo mettere insieme “un menù di strumenti di policy” che gli consentirebbero a suo dire di raggiungere i suoi obiettivi di rivitalizzazione della manifattura e aumento della competitività a stelle e strisce.
Il dollaro sopravvalutato causa dei mali dell’industria Usa – Per Miran la radice del “profondo malcontento nei confronti dell’ordine economico prevalente” sta nella sopravvalutazione del dollaro, che rende più costoso e dunque meno competitivo l’export Usa imponendo un “handicap” alla manifattura statunitense e provocando la perdita di posti di lavoro. Il dollaro sarebbe sopravvalutato a causa – stando all’economista – dell’accumulazione di riserve di dollari e titoli di Stato Usa da parte di Paesi terzi in cerca di un rifugio sicuro. Ci sarebbe insomma un eccesso di domanda di dollari che finisce per determinare un deficit commerciale, visto che la bilancia dei pagamenti (export meno import) tende sempre ad assestarsi fino a pareggiare i flussi di capitale in entrata nel Paese. Attraverso il biglietto verde, Washington starebbe di fatto reggendo sulle proprie spalle la crescita mondiale a beneficio dei partner e a spese della propria economia. Una spiegazione troppo semplicistica, ha evidenziato il Nobel Paul Krugman, visto che fino a fine anni Settanta – nonostante il ruolo del dollaro come valuta di riserva fosse identico – il Paese ha registrato persistenti surplus commerciali. Ma tant’è.
Il secondo tempo: l’accordo di Mar-a-lago – Il doppio binario è necessario perché, di per sé, colpire le importazioni tende a far salire i prezzi a danno dei consumatori Usa e rafforzare ulteriormente la valuta nazionale. Risultato opposto a quello desiderato nell’architettura della Guida. E allora ecco l’idea, dopo aver “ammorbidito” i leader dei maggiori Paesi a suon di dazi punitivi, di convocarli a Mar-a-Lago, la residenza di Palm Beach che è il buen retiro del tycoon, per la firma di un nuovo grande accordo sui tassi di cambio come quello sottoscritto all’hotel Plaza di New York da Usa, Francia, Germania, Giappone e UK nel 1985. Si tratterebbe di convincere i partner, in cambio di una riduzione delle tariffe e del mantenimento per chi aderisce dell'“ombrello difensivo” Usa, a mettere in campo azioni coordinate – vendendo le loro riserve – per ridurre il valore del dollaro.
Un approccio multilaterale basato sull’intimidazione – Il conseguente aumento dei tassi di interesse, deleterio per Washington il cui debito è previsto in salita dall’attuale 100% al 156% del pil entro il 2055, verrebbe tamponato facendolo pagare ai Paesi che quel debito lo stanno finanziando. L’idea è quella di chiedere o imporre loro di scambiare i titoli del Tesoro a breve termine che hanno in portafoglio con obbligazioni di lunghissimo termine, addirittura century bonds, con rendimenti ridotti. Un “approccio multilaterale”, così lo definisce Miran, basato di fatto sull’intimidazione. L’alternativa unilaterale appare del resto ancora più improbabile: tra le proposte ci sono l’attivazione dell’International emergency economic powers act per imporre agli Stati che detengono buoni del Tesoro Usa una commissione d’uso (con la motivazione che “sono un fardello per l’export”) o l’uso del Fondo di stabilizzazione del cambio per comprare valuta estera e gonfiarne il valore.
Tutti i dubbi – È lo stesso Miran a riconoscere che le mosse che consiglia potrebbero annullarsi a vicenda: per esempio, se la compensazione valutaria funzionasse i dazi smetterebbero di incidere sui flussi commerciali rendendo più costose le importazioni. Palesi anche altre incoerenze rispetto agli obiettivi dichiarati dall’amministrazione Trump: come ha evidenziato Krugman, la rinazionalizzazione della produzione pare in evidente contrasto con la convinzione che non si registrerà alcun effetto inflattivo (perché allora i consumatori dovrebbero preferire prodotti domestici?). L’esplicito legame con la fornitura di “servizi di difesa” suscita poi diverse perplessità, che nel paper vengono tacitate sostenendo che nel caso l’Europa non si adegui e decida di procedere sulla strada di un drammatico aumento della propria spesa militare non sarà un problema, anzi: “Gli Usa potranno concentrarsi di più sulla Cina, che è una minaccia peggiore della Russia”. Analisti e banche d’affari, da JP Morgan a Abn Amro, giudicano del tutto improbabile che l’accordo di Mar-a-Lago possa materializzarsi. E si attendono che il primo step del piano, i dazi, porterà con sé inflazione e un impatto negativo sulla crescita.
Fonte
Cosa c'è nel "Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio" scritto da Stephen Miran, consigliere economico della Casa Bianca. Che sogna di costringere i partner commerciali a indebolire il dollaro per aumentare la competitività Usa, usando anche la difesa come leva.
Un nuovo ordine commerciale (e finanziario) globale – Sarebbe questo il vero obiettivo dietro l’annuncio di Donald Trump sui nuovi dazi nei confronti dei partner commerciali. Il piano è tutt’altro che segreto. L’economista Stephen Miran l’ha esposto nel dettaglio lo scorso novembre, quando ancora lavorava per la società di investimento Hudson Bay Capital, in un paper dal titolo inequivocabile: A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Manuale per una ristrutturazione del sistema globale del commercio). Poco dopo, il 41enne Miran è stato chiamato dal presidente Usa a guidare il suo Consiglio dei consulenti economici. Cosa che fa potenzialmente di quel saggio, secondo molti osservatori non privo di errori e contraddizioni, il canovaccio del grande disegno della Casa Bianca per rilanciare l’industria americana. Conviene leggerlo per capire quali potrebbero essere le prossime mosse di Washington. A partire da un accordo internazionale mirato a ridurre il valore del dollaro, secondo Miran sopravvalutato a danno della competitività dei prodotti statunitensi, e ad allungare la vita del debito pubblico Usa per stabilizzarne i tassi a spese dei detentori stranieri. I quali – e così il cerchio si chiude – verranno convinti con “il bastone delle tariffe” e “la carota della difesa”, cioè la minaccia di essere privati dell’ombrello protettivo fin qui fornito da Washington.
Un vademecum per Trump – Miran, Ph.D ad Harvard e un passato da advisor del dipartimento del Tesoro durante il primo mandato di Trump, si era fatto notare lo scorso agosto per un paper a doppia firma con Nouriel Roubini che accusava l’allora segretaria al Tesoro Janet Yellen di manipolazione dell’emissione di titoli del debito pubblico a fini politici (avrebbe favorito l’indebitamento a breve termine per tener bassi i rendimenti e “drogare” l’economia favorendo una rielezione di Joe Biden). Tesi molto apprezzata dai Repubblicani, anche se il successore di Yellen, Scott Bessent, si è finora ben guardato dall’invertire la rotta. A una settimana dalle elezioni presidenziali, l’economista ha poi sfornato la Guida che è dichiaratamente un vademecum per il tycoon intenzionato a “rendere di nuovo grande l’America”. Miran mette nero su bianco di attendersi che il secondo mandato trumpiano “sarà probabilmente ancora più determinato del primo nel riconfigurare il sistema commerciale e finanziario internazionale” e di aver voluto proprio per questo mettere insieme “un menù di strumenti di policy” che gli consentirebbero a suo dire di raggiungere i suoi obiettivi di rivitalizzazione della manifattura e aumento della competitività a stelle e strisce.
Il dollaro sopravvalutato causa dei mali dell’industria Usa – Per Miran la radice del “profondo malcontento nei confronti dell’ordine economico prevalente” sta nella sopravvalutazione del dollaro, che rende più costoso e dunque meno competitivo l’export Usa imponendo un “handicap” alla manifattura statunitense e provocando la perdita di posti di lavoro. Il dollaro sarebbe sopravvalutato a causa – stando all’economista – dell’accumulazione di riserve di dollari e titoli di Stato Usa da parte di Paesi terzi in cerca di un rifugio sicuro. Ci sarebbe insomma un eccesso di domanda di dollari che finisce per determinare un deficit commerciale, visto che la bilancia dei pagamenti (export meno import) tende sempre ad assestarsi fino a pareggiare i flussi di capitale in entrata nel Paese. Attraverso il biglietto verde, Washington starebbe di fatto reggendo sulle proprie spalle la crescita mondiale a beneficio dei partner e a spese della propria economia. Una spiegazione troppo semplicistica, ha evidenziato il Nobel Paul Krugman, visto che fino a fine anni Settanta – nonostante il ruolo del dollaro come valuta di riserva fosse identico – il Paese ha registrato persistenti surplus commerciali. Ma tant’è.
Il secondo tempo: l’accordo di Mar-a-lago – Il doppio binario è necessario perché, di per sé, colpire le importazioni tende a far salire i prezzi a danno dei consumatori Usa e rafforzare ulteriormente la valuta nazionale. Risultato opposto a quello desiderato nell’architettura della Guida. E allora ecco l’idea, dopo aver “ammorbidito” i leader dei maggiori Paesi a suon di dazi punitivi, di convocarli a Mar-a-Lago, la residenza di Palm Beach che è il buen retiro del tycoon, per la firma di un nuovo grande accordo sui tassi di cambio come quello sottoscritto all’hotel Plaza di New York da Usa, Francia, Germania, Giappone e UK nel 1985. Si tratterebbe di convincere i partner, in cambio di una riduzione delle tariffe e del mantenimento per chi aderisce dell'“ombrello difensivo” Usa, a mettere in campo azioni coordinate – vendendo le loro riserve – per ridurre il valore del dollaro.
Un approccio multilaterale basato sull’intimidazione – Il conseguente aumento dei tassi di interesse, deleterio per Washington il cui debito è previsto in salita dall’attuale 100% al 156% del pil entro il 2055, verrebbe tamponato facendolo pagare ai Paesi che quel debito lo stanno finanziando. L’idea è quella di chiedere o imporre loro di scambiare i titoli del Tesoro a breve termine che hanno in portafoglio con obbligazioni di lunghissimo termine, addirittura century bonds, con rendimenti ridotti. Un “approccio multilaterale”, così lo definisce Miran, basato di fatto sull’intimidazione. L’alternativa unilaterale appare del resto ancora più improbabile: tra le proposte ci sono l’attivazione dell’International emergency economic powers act per imporre agli Stati che detengono buoni del Tesoro Usa una commissione d’uso (con la motivazione che “sono un fardello per l’export”) o l’uso del Fondo di stabilizzazione del cambio per comprare valuta estera e gonfiarne il valore.
Tutti i dubbi – È lo stesso Miran a riconoscere che le mosse che consiglia potrebbero annullarsi a vicenda: per esempio, se la compensazione valutaria funzionasse i dazi smetterebbero di incidere sui flussi commerciali rendendo più costose le importazioni. Palesi anche altre incoerenze rispetto agli obiettivi dichiarati dall’amministrazione Trump: come ha evidenziato Krugman, la rinazionalizzazione della produzione pare in evidente contrasto con la convinzione che non si registrerà alcun effetto inflattivo (perché allora i consumatori dovrebbero preferire prodotti domestici?). L’esplicito legame con la fornitura di “servizi di difesa” suscita poi diverse perplessità, che nel paper vengono tacitate sostenendo che nel caso l’Europa non si adegui e decida di procedere sulla strada di un drammatico aumento della propria spesa militare non sarà un problema, anzi: “Gli Usa potranno concentrarsi di più sulla Cina, che è una minaccia peggiore della Russia”. Analisti e banche d’affari, da JP Morgan a Abn Amro, giudicano del tutto improbabile che l’accordo di Mar-a-Lago possa materializzarsi. E si attendono che il primo step del piano, i dazi, porterà con sé inflazione e un impatto negativo sulla crescita.
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Salari più bassi per i giovani lavoratori, una miseria per precari e stagionali
I dati sulla crescita dell’occupazione in Italia contengono parecchi scheletri nell’armadio. Se nel nostro paesi i salari sono i più bassi a livello Ocse, per i neo-assunti e i giovani lavoratori la forbice diventa ancora più profonda. Dunque si lavora ma si viene pagati poco.
Osservando i salari dei dipendenti nel settore privato si scopre che oltre ad una media già di per se modesta (solo 22.839 euro lordi l’anno) quella dei giovani lavoratori scende a 15.616 euro. Ma questo solo nel caso di un posto di lavoro stabile e per milioni di giovani non è affatto così.
Viene rilevato che il 40,9% dei lavoratori sotto i 35 anni ha un contratto precario, a tempo determinato o stagionale. Ma il dato è andato peggiorando perché i dati relativi ai nuovi contratti stipulati nel 2023 vedono salire la quota dei lavori precari tra gli under 30 addirittura al 79,8% dei casi. Si tratta di contrattini della durata che va tra una settimana e un mese di lavoro.
Con questi lavori a fine anno si racimolano briciole di salario: 9.038 euro lordi per chi ha un contratto a termine e 6.433 per gli stagionali. Molto meno di mille euro al mese. Ma intanto le statistiche possono affermare – facendo gonfiare il petto alle donne e uomini di governo – che l’occupazione è cresciuta e che tutto va bene sul fronte sul lavoro.
I dati qui sopra, inoltre, non rendono una sorpresa il fatto che la forza lavoro sta invecchiando. “Dal 2004 al 2024 – ha detto il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli – gli occupati sono 1 milione 631 mila in più (+7,3%): il saldo positivo sintetizza un calo di oltre due milioni di occupati tra i giovani di 15-34 anni e di quasi un milione tra i 35 e 49 anni, più che compensato dall’aumento degli over 50, pari a quasi 5 milioni”.
I giovani scappano da un paese che non offre possibilità. Chelli ha sottolineato che nel decennio 2013-2022 sono espatriati oltre un milione di cittadini italiani, di cui circa un terzo, 352 mila, aveva tra i 25 e i 34 anni. Di queste persone, il 37,7% – oltre 132 mila – avevano la laurea. Se parliamo di chi è tornato nel Bel Paese, “i rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono stati circa 104mila, di cui oltre 45mila laureati”.
Ha poi continuato: “mentre il Nord e il Centro riescono a compensare le uscite dei giovani laureati grazie ai movimenti migratori provenienti dal Mezzogiorno, quest’ultima ripartizione registra una perdita netta di 168mila individui tra il 2013 e il 2022, un’erosione di capitale umano che ne riduce la capacità di sviluppo e la possibilità di recupero a fronte di possibili shock esogeni”.
Al solito, il governo si fregia delle statistiche che gli fanno comodo, nascondendo inoltre la realtà di povertà che soggiace ad esse.
Fonte
Osservando i salari dei dipendenti nel settore privato si scopre che oltre ad una media già di per se modesta (solo 22.839 euro lordi l’anno) quella dei giovani lavoratori scende a 15.616 euro. Ma questo solo nel caso di un posto di lavoro stabile e per milioni di giovani non è affatto così.
Viene rilevato che il 40,9% dei lavoratori sotto i 35 anni ha un contratto precario, a tempo determinato o stagionale. Ma il dato è andato peggiorando perché i dati relativi ai nuovi contratti stipulati nel 2023 vedono salire la quota dei lavori precari tra gli under 30 addirittura al 79,8% dei casi. Si tratta di contrattini della durata che va tra una settimana e un mese di lavoro.
Con questi lavori a fine anno si racimolano briciole di salario: 9.038 euro lordi per chi ha un contratto a termine e 6.433 per gli stagionali. Molto meno di mille euro al mese. Ma intanto le statistiche possono affermare – facendo gonfiare il petto alle donne e uomini di governo – che l’occupazione è cresciuta e che tutto va bene sul fronte sul lavoro.
I dati qui sopra, inoltre, non rendono una sorpresa il fatto che la forza lavoro sta invecchiando. “Dal 2004 al 2024 – ha detto il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli – gli occupati sono 1 milione 631 mila in più (+7,3%): il saldo positivo sintetizza un calo di oltre due milioni di occupati tra i giovani di 15-34 anni e di quasi un milione tra i 35 e 49 anni, più che compensato dall’aumento degli over 50, pari a quasi 5 milioni”.
I giovani scappano da un paese che non offre possibilità. Chelli ha sottolineato che nel decennio 2013-2022 sono espatriati oltre un milione di cittadini italiani, di cui circa un terzo, 352 mila, aveva tra i 25 e i 34 anni. Di queste persone, il 37,7% – oltre 132 mila – avevano la laurea. Se parliamo di chi è tornato nel Bel Paese, “i rimpatri di giovani della stessa fascia d’età sono stati circa 104mila, di cui oltre 45mila laureati”.
Ha poi continuato: “mentre il Nord e il Centro riescono a compensare le uscite dei giovani laureati grazie ai movimenti migratori provenienti dal Mezzogiorno, quest’ultima ripartizione registra una perdita netta di 168mila individui tra il 2013 e il 2022, un’erosione di capitale umano che ne riduce la capacità di sviluppo e la possibilità di recupero a fronte di possibili shock esogeni”.
Al solito, il governo si fregia delle statistiche che gli fanno comodo, nascondendo inoltre la realtà di povertà che soggiace ad esse.
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Il protezionismo che accelera la crisi dell’impero americano
di Emiliano Brancaccio
È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.
Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il Mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.
Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine.
Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati Uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.
Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.
Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.
Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.
Quanto all’Unione Europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali.
Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri (1 aprile, ndr) von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’UE è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.
In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati Uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento USA verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.
Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.
Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».
Fonte
È il gran «giorno della liberazione», come Trump ama chiamarlo: vale a dire, una nuova ondata di barriere doganali con cui l’America indebitata verso l’estero punta a limitare gli afflussi di merci provenienti dal resto del mondo. Definirla «liberazione», in effetti, suona ironico.
Per decenni gli Stati Uniti hanno potuto importare senza freni dall’estero anche in virtù dell’esorbitante privilegio di emettere dollari, la valuta più richiesta per i pagamenti internazionali. È quello che gli economisti chiamano il «grado di libertà in più» della politica economica americana: una forza monetaria che è anche espressione di una più vasta egemonia imperiale, nel senso che la moneta dominante si è fatta largo anche grazie al controllo politico-militare delle aree in cui si diffondeva. Risultato: il Mondo portava i beni all’America, e questa in cambio lo ingozzava di banconote.
Proprio quel «grado di libertà» della politica americana, tuttavia, è oggi messo in discussione. Come riconosciuto da Larry Fink e da altri insider del capitalismo statunitense, è possibile che l’egemonia monetaria dell’America stia volgendo al termine.
Del resto, se i paesi esportatori accumulano dollari e gli Stati Uniti alzano barriere commerciali e finanziarie che impediranno il libero utilizzo di quegli stessi dollari, per quanto tempo ancora ci si potrà fidare del valore universale del biglietto verde? A ben vedere, proprio la politica protezionista americana accelera la crisi egemonica americana.
Se dunque così stanno le cose, in effetti proprio di «liberazione» si tratta. Ma a liberarsi non è tanto l’America, quanto piuttosto quella enorme parte di mondo che per decenni si è assoggettata all’imperio «militar-monetario» statunitense. Le parole di Donald Trump, come spesso capita, significano il contrario di quel che sembrano.
Certo, la storia insegna che nessuna «liberazione» è indolore. Tanto meno questa, il cui travaglio si annuncia lungo e carico di minacce. Il problema di una crisi egemonica è che bisogna costruire un’egemonia alternativa, possibilmente attraverso un accordo multilaterale globale. Facile a dirsi. Come una bestia abituata a dominare che avverte i segni del proprio declino, l’America farà ogni tipo di resistenza a un accordo che delinei la fine del suo esorbitante privilegio.
Ma anche i cinesi si guardano bene dal prendere un’iniziativa di coordinamento. Per adesso, a Pechino preferiscono agitare la vecchia bandiera del libero commercio globale contro quella insorgente del protezionismo statunitense. Ma è pura retorica. Il liberismo indiscriminato degli anni passati, infatti, è esso stesso una causa degli squilibri finanziari che hanno poi dato la stura alle barriere americane. Con buona pace di Xi Jinping, un ritorno al globalismo deregolato non può esser soluzione poiché è parte del problema.
Quanto all’Unione Europea, per aiutare a governare la crisi americana in modo pacifico potrebbe in primo luogo ammettere le sue responsabilità. Come il fatto che il veleno dell’austerity europea ha represso anche le nostre importazioni dal resto del mondo, e così ha contribuito a far montare il debito americano e gli altri squilibri internazionali.
Ma a Bruxelles non sembrano di questo avviso. Anzi, ieri (1 aprile, ndr) von der Leyen ha dichiarato che in caso di nuovi dazi americani l’UE è pronta a «vendicarsi». Altro che promozione del multilateralismo. Ancora una volta un linguaggio guerresco, che rivela mefitiche ambizioni da nuova Europa imperiale.
In questa angosciosa tormenta delle relazioni internazionali, resta da capire la linea dell’Italia. Il nostro paese si trova in una posizione difficile, poiché è tra quelli che più vendono agli Stati Uniti e quindi più contribuiscono all’indebitamento USA verso l’estero. Gli americani registrano infatti un eccesso di importazioni dall’Italia di ben 44 miliardi di dollari e lamentano di comprare quasi due volte e mezzo più beni e servizi di quelli che noi acquistiamo da loro.
Con un tale squilibrio, può anche darsi che nel «giorno della liberazione» l’Italia risulti un po’ meno colpita di altri paesi. Ma i dati indicano che resteremo a lungo tra i bersagli più grossi della politica protezionista di Washington. Rimembrando Marco Polo, faremmo bene a guardarci intorno in cerca di sbocchi commerciali alternativi.
Uscire senza troppe ferite dalla crisi strutturale del capitalismo atlantico richiederà lungimiranza strategica. L’esatto opposto della grottesca disputa tra Meloni, Tajani e Salvini a chi sa impersonare meglio «un americano a Roma».
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