Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

18/01/2026

Delitto e castigo (1983) di Aki Kaurismäki - Minirece

La nuova corsa verso il Polo nord

‘Situazione insolita’ ironizza Mosca

«La situazione è insolita, direi addirittura straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale», ha affermato Peskov, citando Trump quando ha affermato «che il diritto internazionale non rappresenta per lui alcuna priorità». Dal Cremlino per ora un morbido avvertimento: «Noi, insieme al resto del mondo, osserveremo quale sarà questa traiettoria». Ma il braccio armato europeo si agita in cerca di rogne. «La Germania è in azione nel Mar Baltico a causa delle navi russe», afferma il portavoce del ministero dell’Interno tedesco. Germania di Merz ‘Volenterosa’ anche verso l’Artico? Non sono stati forniti ulteriori dettagli perché – dicono –, le operazioni sono ancora in corso. Concretamente, la polizia negli ultimi giorni avrebbe impedito il passaggio a navi russe. «La polizia federale ha il compito di controllare il traffico marittimo nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, nella zona economica esclusiva tedesca e nelle acque costiere tedesche». «Per prevenire eventuali pericoli», senza spiegare quali.

Negli ultimi tempi la stampa tedesca ha pubblicato diversi rapporti in base ai quali petroliere attribuite alla flotta ombra russa navigavano nel Baltico sotto falsa bandiera o con numeri di identificazione falsificati.

Groenlandia a colpi di dazi

«Potrei imporre dazi doganali per la Groenlandia, di cui abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale», ha detto Trump. Minacce tariffarie per garantire il prezzo dei farmaci prima di menzionare la Groenlandia. Definendosi il ‘tariff king’, il re delle tariffe, Trump ha quindi aggiunto che se l’amministrazione non vincesse alla Corte Suprema sui dazi sarebbe una ‘vergogna per il Paese’. Certo danno politico pesante per lui. Risorse e scioglimento dei ghiacci: sia che gli Stati Uniti trovino un modo per annettere la Groenlandia, sia che non ci riescano, l’isola sarà al centro degli interessi dell’insistente personaggio nel futuro prossimo.

L’anschluss della Groenlandia

Donald Trump, ormai senza repertorio novità, rilancia la possibilità di ampliare la guerra commerciale anche a coloro che si mettono di traverso sull’anschluss della Groenlandia. E i sui ‘collaboratori’ obbediscono e gli vanno dietro. «L’inviato speciale Usa per la Groenlandia Jeff Landry – anche governatore della Louisiana – ha parlato della questione come se fosse praticamente cosa fatta, e i groenlandesi fossero in ‘giubilante attesa’ di lanciare fiori all’arrivo degli emissari della potenza occupante. O magari a lui stesso, dato che ai giornalisti di Fox ha detto che intende visitare la Groenlandia a marzo – il suo primo viaggio nel Paese per il quale lo scorso dicembre è stato nominato inviato speciale del governo Usa», denuncia e ironizza Giovanna Branca. «Il presidente è serio sulle sue intenzioni», ha affermato Landry. «Ha dettato le sue condizioni, ha detto alla Danimarca ciò che vuole, e ora spetta a Marco Rubio e al vicepresidente Vance stringere un accordo».

E le ‘visioni’ di Trump diventano verbo

La sera prima, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva detto alla stampa, come sempre contraddicendo ogni evidenza della realtà, che le delegazioni diplomatiche danesi e groenlandesi si erano dette d’accordo a «continuare il dialogo per l’acquisizione della Groenlandia». Entrambi i ministri degli Esteri che mercoledì avevano partecipato all’incontro alla Casa bianca la hanno subito smentita: Lars Løkke Rasmussen, ministro degli Esteri danese, ha specificato a un quotidiano locale di essersi detto disposto solo a istituire un team che possa occuparsi delle «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» che Trump continua ad agitare a proposito del territorio autonomo.

Il troppo di Trump anche in casa

Mentre il presidente Usa minacciava dazi contro i riottosi, un gruppo di 11 senatori e deputati statunitensi (fra cui i senatori repubblicani Thom Tillis e Lisa Murkowski) hanno incontrato a Copenaghen sia la prima ministra danese Mette Frederiksen che quello groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in segno di solidarietà e come gesto distensivo, sottolinea il Manifesto. «Credo sia importante sottolineare che quando il popolo americano viene interpellato sull’annessione della Groenlandia – ha dichiarato Murkowski – la stragrande maggioranza, il 75%, sostiene di non ritenerla una buona idea. Questa senatrice dell’Alaska – ha aggiunto parlando di sé – non pensa sia una buona idea». «I segnali sono chiari – ha detto Murkowski – il sostegno del Congresso all’annessione della Groenlandia non c’è».

Peggio del capo chi lo ossequia

Ieri anche l’Islanda ha sobbalzato, dopo una ‘battuta’ fatta dall’uomo scelto da Trump per ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, riportata da Politico: «L’Islanda potrebbe diventare il 52esimo stato, e io il suo governatore». Il ministero degli Esteri islandese ha comunicato al Guardian di aver subito chiesto chiarimenti all’ambasciata Usa. E una petizione già firmata da quasi 3.500 persone chiede alla prima ministra Kristrún Frostadóttir di rigettare la nomina di Long ad ambasciatore.

E ora anche la Russia

Comunque vada e per ora, avverte Sabato Anghieri, «l’isola artica sarà al centro degli interessi geopolitici del futuro prossimo». Putin dal Forum sull’Artico di Murmansk: «Quello che sta succedendo ora non è sorprendente. I piani Usa sulla Groenlandia hanno profonde radici storiche», ricordando che già nel 1860 Washington aveva ipotizzato di acquisire l’isola, ma il Congresso non aveva appoggiato l’iniziativa. «È ovvio che Washington continuerà a promuovere con coerenza i propri interessi geostrategici, politico-militari ed economici nell’Artico». Le parole, pronunciate dal presidente di uno stato che nel 1867 vendette l’Alaska proprio agli Usa, sono emblematiche di quanto oggi l’interesse sulle terre settentrionali sia crescente. Dalla storia all’attualità: «Con il cambiamento climatico che apre l’Artico, la regione diventerà una frontiera sempre più critica».

L’estremo nord da riscoprire

La Russia possiede più di metà della costa artica (53%) e trae da quelle terre circa il 7% del suo Pil: idrocarburi, metalli preziosi e terre rare ma anche pesca e industrie alle quali sono offerti importanti sgravi fiscali. Inoltre, le esportazioni provenienti dalle terre polari rappresentano circa l’11% del totale annuo. Senza contare le conseguenze del disgelo che stanno accelerando i progetti agricoli sulle provincie del nord e, soprattutto, sulle nuove vie commerciali. Mosca possiede l’unica flotta al mondo di rompighiaccio a propulsione nucleare e il controllo che esercita a quelle latitudini non ha rivali. E il 15 dicembre Putin ha varato un decreto per la costruzione di una nuova base scientifica non permanente vicino al Polo, denominata Artur Chilingarov, che dovrebbe aprire dalla primavera del 2026 e ufficialmente avrà scopi scientifici (e addirittura turistici), ma gli analisti insistono sul fatto che iniziative di questo tipo non possono non avere un valore geopolitico e strategico.

L’Artico che fu sovietico

Esistono decine di postazioni militari russe nell’Artico, alcune dell’epoca sovietica e poi ristrutturate: 13 basi aeree, diverse stazioni radar e stazioni di soccorso. Queste terre desertiche furono usate durante la guerra fredda anche per i test nucleari, come quello del 30 ottobre 1961 per la «bomba zar», il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, con un raggio di distruzione totale di 55 km.

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Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale

Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.

La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («...15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.

Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.

Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.

Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.

Per chi conosce il poker è tutto chiaro. A un bluff (quello europeo) si può rispondere alzando la posta, così da lasciare solo due possibilità: rilanciare ulteriormente (“escalation”, in termini di relazioni internazionali) oppure «passare». A questo tavolo ci sono però solo due giocatori, e quindi non si può neanche sperare che qualcun altro cambi lo schema di gioco. Bisogna decidere subito... 

Per dare una risposta meno scema della barzelletta i 27 paesi della UE si vedranno oggi pomeriggio, ma solo a livello di ambasciatori. Il che lascia presupporre l’esposizione di molte e diverse posizioni, ma nessuna conclusione vincolante (altrimenti si sarebbero visti i capi di stato o almeno i ministri degli esteri).

I diretti interessati all'“annessione” – meno di 60.000 abitanti – sono intanto scesi in piazza, e viste le temperature locali questo è sicuramente un gesto che dà la misura di quanto seriamente siano costretti a prendere le minacce Usa. Stessa cosa a Copenhagen, capitale della Danimarca, cui la Groenlandia è federata (con bandiera propria, addirittura).

Ma appare lampante che il problema è stato posto in modo brutale e quasi imperativo: «quell’isola ci serve e in un modo o nell’altro ce la prenderemo». Comprandola o con un intervento militare.

Quest’ultima ipotesi appare lunare, se si continua a ragionare secondo i presupposti del vecchio ordine euro-atlantico, in cui Usa e altri paesi erano alleati di ferro dentro la Nato e gli organismi internazionali. Di fatto, una qualsiasi manifestazione «muscolare» per costringere la Groelandia a diventare una «Portorico glaciale» (membro di fatto degli Usa, ma formalmente autonoma... alle Olimpiadi o poco più) sancirebbe lo scioglimento immediato dell’Alleanza atlantica.

Ma proprio di questo si sta parlando da parte Usa: di annullare tutti gli organismi internazionali formalmente «paritari», tra Stati sovrani teoricamente intoccabili, sostituendoli con «gruppi ad hoc» selezionati dalla presidenza Usa e in cui si resta – o si viene “gestiti” – fino a quando si obbedisce.

Proprio ieri, e non per coincidenza, Donald Trump ha cominciato ad inviare le «lettere di invito» a far parte del Board of Peace per Gaza. In tutto una sessantina di Paesi: dall’Egitto alla Turchia, ovviamente da Israele all’Argentina di Milei, dal Canada al Paraguay (che cavolo c’entra con Gaza? niente, ma è fedele a Trump...), e persino all’Italia, facendo peraltro subito incazzare Netanyahu che considera Erdogan una «potenza ostile».

L’oscenità dell’idea non sta soltanto nel fatto che questa congrega di complici dovrebbe occuparsi di garantire la deportazione totale dei palestinesi da Gaza (e dalla Cisgiordania, ormai) verso il Somaliland o altra destinazione sufficientemente lontana. La novità vera sta nelle intenzioni statunitensi di fare di questo raggruppamento il nucleo di una «nuova Onu» incaricata di occuparsi anche di altre crisi, dal Venezuela all’Ucraina.

Di fatto la fine di un mondo «unitario» che prova a darsi regole e strumenti di «governo» al di là delle differenze di sistema economico e/o politico e la formazione di uno schieramento minoritario che ha come fondamento l’obbedienza a Washington e come obbiettivo quello di assecondarne gli interessi. Non proprio un organismo «di pace», insomma. Tanto meno “democratico”... 

Non stiamo insomma parlando del destino della Groenlandia, ma della costituzione di un blocco da utilizzare per imporsi su chiunque altro (Russia, Cina, Brics+, di cui da poco fanno peraltro parte anche Turchia ed Egitto), un puro strumento del “suprematismo Usa”, anche a costo di una guerra mondiale.

Ma se di questo bisogna parlare – e bisogna, è evidente – allora ogni sragionamento basato sulla struttura istituzionale e valoriale del «mondo che c’era» diventa una barzelletta. Come il mandare 15-soldati-15 a fare la guardia agli orsi polari...

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Nuove alleanze militari nel Vicino Oriente. Disegnati gli schieramenti della competizione regionale

Lo scenario delle alleanze militari nel Vicino Oriente si muove velocemente, intorno al nodo fondamentale delle mire egemoniche di Israele sulla regione. Il recente riconoscimento del Somaliland, accanto al tentativo delle forze secessioniste yemenite del STC, proxy degli Emirati Arabi Uniti, di creare un proprio stato, ha accelerato questo processo.

L’Arabia Saudita, che è il principale competitor sia di Tel Aviv sia di Abu Dhabi, unite negli Accordi di Abramo, pochi mesi fa ha stretto uno storico accordo col Pakistan, ponendosi sotto il suo ombrello atomico. Ora, c’è un nuovo asse che si sta formando, da Mogadiscio a Islamabad, che dovrebbe coinvolgere anche Il Cairo e Ankara. Riad vuole esserne il perno.

Bloomberg ha diffuso la notizia che un accordo militare sarebbe in via di finalizzazione tra i sauditi, la Somalia e l’Egitto. Parallelamente, il Jerusalem Post ha scritto che, secondo sue fonti, Il Cairo ha deciso di riassegnare circa 10 mila uomini allo scopo di affrontare i possibili rischi legati all’espansione dell’influenza israeliana sulla costa africana del Mar Rosso.

Il pericolo principale è visto proprio nel Somaliland, che ha sostenuto di essere pronto a ospitare una base militare israeliana e che potrebbe essere un vettore di una maggiore collaborazione con l’Etiopia, in scontro con l’Egitto per il controllo delle acque del Nilo (così come il Sudan). Il Somaliland ha anche stretto un accordo con Addis Abeba, nel 2024, per offrire uno sbocco sul mare al paese del Corno d’Africa.

Soldati e consiglieri militari egiziani sono in Somalia già da quello stesso anno, in virtù di un accordo bilaterale di difesa. Se l’intesa con l’Arabia Saudita andasse a buon fine, significherebbe la creazione di un asse militare improntato evidentemente in opposizione all’alleanza tra Emirati e Israele. E questo asse sembra pronto ad estendersi fino alla Turchia e alle atomiche del Pakistan.

Quasi contemporaneamente, infatti, Reuters ha pubblicato la notizia di un accordo tra questi ultimi due paesi e i sauditi. Pur essendo ancora in contrattazione, gli interessi di questi paesi sembrano allinearsi perfettamente: anche la Turchia ha investito pesantemente in vari progetti in Somalia, e il riconoscimento israeliano del Somaliland mette in pericolo i suoi lauti investimenti.

La proiezione di quella che qualcuno già chiama “NATO islamica” va oltre le zone citate. Il Pakistan starebbe inviando armi alle forze regolari sudanesi per fronteggiare le RSF, armate da Abu Dhabi, ma recentemente ha anche siglato un altro faraonico accordo da circa 4 miliardi di dollari con l’Esercito Nazionale Libico, guidato da Khalifa Haftar.

In questo contratto di vendita sarebbero previsti anche sedici caccia multiruolo JF-17, prodotti dal Pakistan insieme alla Cina. Il filo rosso di questa possibile nuova alleanza arriva fino all’Estremo Oriente. Il che significa non solo un importante rivolgimento degli equilibri mediorientali, ma anche un messaggio chiaro a Washington e Nuova Delhi (con i quali, bisogna dirlo, è immaginabile che ora Tel Aviv parlerà presto, in opposizione a queste rivelazioni).

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USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno

Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.

Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.

Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.

Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.

I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.

A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.

Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.

Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.

Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.

L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.

La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.

Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”

Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.

Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.

L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.

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L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre

Il 2026 si è aperto sotto la coltre delle emissioni dell’1% più riccco del Pianeta, in un’evidente distribuzione delle responsabilità della crisi climatica che è profondamente legata alle disuguaglianze sociali. Secondo gli ultimi dati diffusi da Oxfam, nei primi 10 giorni di gennaio questa ristretta élite mondiale ha già emesso la quantità di CO2 che gli “è consentita” per tutto il 2026, se si vuole mantenere l’aumento delle temperature entro la soglia critica di 1,5 gradi.

Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.

Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.

I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.

Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.

Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.

Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.

Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.

Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.

Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.

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Nemmeno noi siamo immuni al razzismo sull’Iran

In queste ore convulse si dice tutto ed il contrario di tutto sull’Iran. Fermo restando sia lo strangolamento economico che sta subendo il Paese dalle sanzioni, nonché dall’esplosione del cambio col dollaro, sia quanto scritto nel mio reportage di un anno fa nel quale riportavo vari aspetti della vita economica e di costume del Paese, compresi quelli della condizione femminile.

Nell’articolo di Contropiano, Iran: il prezzo della Resistenza, già notavo un peggioramento delle condizioni del Paese rispetto al mio precedente viaggio. Ma riportavo anche elementi di propaganda occidentale grossolanamente falsi (hijab, condizione femminile, intolleranza religiosa, divieti di canto e ballo, povertà, infrastrutture fatiscenti, cultura oscurantista).

Molta di questa propaganda la vedo ahimè riportata pari pari nei comunicati di tanti compagni e nel loro approccio all’Iran.

La propaganda imperialista è introiettata così fortemente da chiamare ostinatamente “dittatura” un Paese a sistema multipartitico (6 candidati alle ultime elezioni con un’affluenza alle urne simile a quella dell’Italia ed un’alternanza di governo reale), in cui il “dittatore” sarebbe Khamenei. Nei documenti dei diversi comunisti italiani ci sono vari richiami alla “brutalità della repressione” nonché agli immancabili luoghi comuni sulla condizione femminile. Sull’ultima questione non tornerò, credo di essermi già espresso abbondantemente nell’articolo già citato.

Sul resto vado brevemente, perché non è tanto importante “smontare” quello che si dice ma chiarire perché lo si dice.

Nella politica in Iran la religione conta molto. Conta quanto in Italia nei quarant’anni di democrazia Cristiana. Khamenei ha un ruolo importante nell’ancoraggio internazionale e nella “fedeltà” ai valori costituzionali. Ma non più importante – per esempio – di quello che fu il ruolo di Giorgio Napolitano in Italia.

Volendo fare un confronto istituzionale, gli “Ayatollah” svolgono grosso modo il ruolo della Corte Costituzionale in Italia. Ma nessuno in Italia si sognerebbe di dire che l’Italia è una dittatura della Corte Costituzionale perché ha il potere di annullare le leggi se incompatibili con la Costituzione (magari qualche ultrà dell’attuale governo lo pensa, ma per ora non osa dichiararlo in pubblico...).

Ma “noi” – italiani e diversamente comunisti – lo diciamo dell’Iran. Perché sostanzialmente abbiamo introiettato il quadro ideologico e valoriale della globalizzazione, anche se la combattiamo aspramente nei suoi effetti pratici “locali”. Chi altrove vi resiste e non si piega deve per forza essere legato a “valori arcaici”, ancestrali: la Patria, la Sovranità. Valori superati e cancellati in Europa per favorire il processo di integrazione europea. Valori addirittura “barbarici”, nel caso si professi anche una religione diversa da quella dominante da queste parti.

Per esser chiaro. Non si mette qui in discussione il fatto che la repressione iraniana sia stata pesante e indiscriminata. Nessuno pensa che la linea politica iraniana sia totalmente condivisa, e non solo per motivi religiosi, dato che è appoggiata anche da laici antimperialisti iraniani (che i novantenni reduci del 1979 abbiano fatto il loro tempo è opinione diffusa, ed in maggioranza si chiede un ricambio generazionale).

Si definisce il “regime degli Ayatollah” quale “odioso ed antipopolare” e quindi capace di qualsiasi nefandezza perché espressione di un popolo “non europeo” e dunque incapace di esprimere uno Stato di Diritto, una magistratura indipendente, trattamenti umani dei detenuti e di chi manifesta contro. Chi ha sparato in questi giorni, per tutti, compresi i nostri “antimperialisti”, lo ha fatto esclusivamente per impedire le manifestazioni. “Tu manifesti, io sparo”. Non c’è molta differenza con quanto dice la tv o il duo Corriere-Repubblica... 

Peccato che lo stesso Donald Trump abbia detto pubblicamente che la polizia iraniana ha risposto al fuoco e che il Mossad abbia rivendicato davanti a tutto il Mondo la propria presenza attiva in piazza. I numeri della repressione presi in considerazione sono quelli di “BBC Persia”, che ovviamente sa tutto con precisione... da Londra e con le “comunicazioni bloccate”.

12.000 morti. Destinati a salire sui giornali in un’asta al rilancio (qualcuno è arrivato a 20.000, chi offre di più?). L’idea dei media imperialisti è quella di dare supporto matematico e scientifico al “né né” (Israele ed Iran). Non si racconta delle perdite nelle forze di sicurezza iraniane. Ma poco importa: “è noto” che vi è totale “sprezzo della vita umana” da parte delle autorità di Tehran, perché espressione di una “cultura inferiore” ed incapace di produrre un pensiero e dunque una società complessi.

La narrazione corrente è quella di “barbari feroci”. Tutte le volte che i popoli asiatici (arabi, iraniani, ma anche russi) hanno reagito infatti è stato sempre evocato lo stupro. Poiché quella è, nella retorica della propaganda, la barbarie massima che taglia la testa al toro. Un uomo incapace di controllare le sue pulsioni bestiali ma capace di avere un’erezione anche davanti ai cadaveri sventrati. Una bestia che magari si eccita all’odore della morte.

La globalizzazione e l’imperialismo vincono nelle coscienze occidentali anche per questo: perché riescono a lasciare persino nei propri oppositori la sensazione di essere gli unici esseri realmente umani che abitano la Terra. Non c’è possibile alternativa a “noi”. O meglio: non c’è alternativa esistente, applicata, accettabile. Quella che c’era è morta “sotto i suoi fallimenti” e non deve tornare più. La Russia, la Cina, l’Iran sono regimi “brutali”. Non c’è altro da sapere...

In realtà l’unico problema è che non c’è più un Paese ricco di risorse, inattaccabile militarmente ed avanzato tecnologicamente che sia definibile del tutto “socialista”. La stessa Cina è nei BRICS+, ma commercia ancora in dollari (anche se sempre meno). La Russia non vede l’ora di tornare a fare affari in Europa, e questo forse la frena anche sul campo di battaglia. Non preme sull’acceleratore, non vuole rompere completamente. Il Venezuela non ha assistenza tecnologica e capacità militari adeguate alla sfida... ed in qualche modo ha anche mostrato che la dottrina della “guerra popolare di lunga durata” è superata in un mondo in cui ti colpiscono mentre stai dormendo a casa tua a 2000 km di distanza.

Neanche l’Iran è “socialista”, ma ha risorse, energia, tecnologia, popolazione istruita (tre volte le donne laureate rispetto all’Italia, con buona pace delle influencer nostrane), una forza militare commisurata alla difesa del territorio ed all’intervento nella regione e soprattutto a favore della Palestina. È un Paese con un’economia molto nazionalizzata, che punta all’“autosufficienza della rivoluzione (islamica)”, con un’industria estrattiva pubblica ed un welfare che – rispetto a quello residuo in Italia – può essere tranquillamente definito “generoso”. Non esattamente “antipopolare”, quindi.

Ma ha un difetto capitale: è un’economia capitalista che compra ancora in dollari. E questo impoverisce la popolazione ad ogni incremento del dollaro rispetto al rial. La gente ha ragione a scendere in piazza per un improvviso deprezzamento dei salari pari a quello avvenuto in Italia con il passaggio dalla lira all’euro.

Sanzioni e dollaro. Queste le ragioni delle giuste proteste che però non possono trovare risposte nel gruppo dirigente iraniano (tanto meno dell’imperialismo) che potrebbe fare solo 3 cose:
- Resistere all’imperialismo: sostenendo la linea politica attuale e perdendo potere di acquisto (ma mantenendo comunque uno standard di vita e di lavoro di assoluto livello nell’area mediorientale).
- Arrendersi e lasciare il potere ad un fantoccio dell’Occidente, facendo piombare le classi popolari nella fame. 
- Provare a trattare con gli USA e mettere sul piatto il disarmo, dando il via libera ad un’invasione.

Fare la “Dittatura del Proletariato” non è al momento un’ipotesi sul tavolo (la “soluzione” che traspare da certi comunicati “ultra-comunisti” italiani...).

L’unica possibile alternativa sono i BRICS+, che l’Iran sta già percorrendo. E che a mio modesto avviso rappresentano l’orizzonte di mercato alternativo per chiunque non voglia sottostare ai diktat di NATO ed UE, Italia inclusa. Conditio sine qua non, liberarsi una volta per tutte dai residui coloniali. E non solo in Iran...

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L’inganno di Trump

di Pino Arlacchi

Quasi tutti, a destra come a sinistra, pensano che dietro le sparate di Trump contro mezzo mondo ci sia una macchina militare invincibile, impareggiabile e senza precedenti nella storia del pianeta.

Essa conferisce al presidente americano una pretesa di potenza pressoché illimitata. Trump può violare impunemente diritti, valori e interessi di popoli e nazioni in base al principio atavico che è la forza più bruta, la violenza delle armi, che dà ordine al mondo. A discapito delle risorse a disposizione delle vittime, che possono contare solo sull’energia immateriale generata dal senso, anch’esso atavico ma perdente, della giustizia.

Questa è la visione della potenza americana oggi prevalente. Una visione sbagliata e fuorviante. E ciò per due ragioni. Perché è il frutto di una mistificazione ben costruita, e perché è la realtà dei fatti a dimostrare l’esatto opposto. Le menzogne e le violenze di Trump non sono il frutto di una forza militare soverchiante ma, al contrario, derivano da una debolezza profonda, rimasta nascosta per mezzo secolo dopo essere venuta alla luce con la sconfitta del Vietnam.

Seppellita sotto il trionfo americano della Guerra fredda e continuata sottotraccia durante la Bell’Époque clintoniana, questa magagna di fondo è riemersa su scala più vasta nel nuovo secolo con la serie di sconfitte militari e politiche del Medioriente (Iraq, Afghanistan, Yemen) e dell’Ucraina, ed è la vera base da cui partono le raffiche trumpiane di aggressione solitaria a tutto e tutti. Dietro di esse non c’è la gravitas di un potere sicuro di sé, che non ha bisogno di minacciare, di lanciare insulti e attacchi che sanno di insicurezza e di ossessività. Dietro di esse si intravede l’angoscia di una forza perduta, il rancore sconfinato di un infausto tramonto.

Le minacce di Trump sono patetiche, quasi tutte prive di credibilità. Chi può scambiare la riconquista del Messico, l’annessione del Canada, la riduzione a colonia di sfruttamento del Venezuela e lo stesso restauro della Dottrina Monroe come progetti che stanno nel campo della fattibilità piuttosto che in quello del delirio? Oppure come idee su cui fondare un rilancio dell’egemonia passata, magari attraverso una replica farsesca, assieme a Cina e Russia, del patto di Yalta del 1945?

Il verdetto del Vietnam e dei fiaschi mediorientali è stato amplificato, di recente, dalla rivoluzione della tecnologia militare. Un passaggio epocale ignorato consapevolmente dagli Usa, ma cavalcato dalla Cina da un decennio, praticato dall’Iran e adottato rapidamente dalla Russia dopo i rovesci subiti dal suo obsoleto apparato bellico nei primi tempi della guerra ucraina. Intendo la rivoluzione dei droni e dei missili a costo irrisorio che hanno messo alla portata di qualunque Davide la fionda che gli ha consentito di uccidere Golia.

Un paio di droni da mille euro l’uno possono danneggiare seriamente un carro armato, una pista d’atterraggio e una infrastruttura militare e civile. Uno sciame di droni da 100 mila euro può disabilitare la proiezione di potenza più micidiale, una portaerei da 13 miliardi. Se affiancato da un paio di missili antinave da 2-5 milioni ciascuno, questo sciame può colare a picco qualsiasi imbarcazione spendendo lo 0,03 – 0,1 per cento del valore distrutto. Per non parlare, poi, dell’effetto devastante che gli stessi droni e missili possono avere sull’altra maggiore proiezione di potenza globale: le 750 basi americane sparse nel Pianeta, diventate degli eccellenti bersagli fissi, come dimostrato nel giugno dell’anno scorso dalla difesa dell’Iran contro l’attacco Usa. Un missile antiaereo HQ-9 da 3 milioni di dollari può abbattere un F-35 da 100 milioni.

Il punto di debolezza cruciale è che l’armamento convenzionale statunitense è rimasto quello, irrimediabilmente obsoleto, della Seconda guerra mondiale e della Guerra fredda: navi, aerei, cannoni, basi militari e carri armati tanto costosi quanto vulnerabili a droni, missili, satelliti, sensori e radar avanzati. Questi sviluppi della tecnologia militare hanno svuotato di significato qualunque cifra sui budget militari nazionali.

Il valore economico non corrisponde più alla potenza di fuoco, e ciò ha stroncato le restanti ambizioni belliche dello Zio Sam. A tutto ciò occorre aggiungere la corruzione e lo spreco fuori controllo che minano il Pentagono da decenni. Il mio calcolo è che tra l’80 e il 90% della spesa militare Usa è inutile a fini bellici, sia di difesa che di attacco.

Il deep state è perfettamente consapevole della principale conseguenza di tutto questo: le forze armate americane non possono più vincere alcuna guerra vera e propria. L’ultima cosa cui pensa il Pentagono è di imbarcarsi in una nuova guerra, perché è certo di perderla.

Come una voce dal sen fuggita, è stato proprio il Segretario alla Difesa, Robert Gates, che già nel 2011 dichiarò di fronte ai cadetti dell’Accademia di West Point che “qualsiasi futuro Segretario alla Difesa che consigliasse di inviare un grande esercito in Asia, Medio Oriente o Africa avrebbe dovuto farsi esaminare la testa”.

I raid, le invettive ad alto carico di menzogna di Trump servono solo a coprire il fatto che il Re è nudo, e che l’apparato militare degli Stati Uniti non è in grado di prevalere, in forma stabile e senza perdite insostenibili, contro alcuno Stato che possa disporre di un armamento avanzato del costo di pochi miliardi di euro.

Nel 2020 i droni armati come il turco Bayraktar usati dagli azeri nel Nagorno-Karabakh hanno distrutto circa 200 carri armati armeni e numerosi sistemi di difesa aerea. L’esito dell’aggressione saudita del 2015 allo Yemen, eseguita contando su un armamento convenzionale quattro volte superiore a quello dell’Italia, e con pieno supporto logistico e d’intelligence a stelle e strisce, è stato capovolto dall’entrata in scena dei droni e dei missili.

Bene, si potrà obiettare a questo punto. Se le cose stanno così, che cosa impedisce agli Stati Uniti di riconvertire e aggiornare la propria industria militare? Lo ha fatto la Russia dopo le prime batoste subite dalla sua flotta nel Mar Nero, e il conflitto ucraino è passato da una guerra di posizione a una di missili e droni, dove la supremazia russa è schiacciante.

La risposta non è ardua. Non esiste in Russia un complesso militare industriale. Le fabbriche di armi russe sono proprietà di uno Stato un tempo socialista. Le industrie militari americane sono la quintessenza del capitalismo privato, e tutta l’America è una plutocrazia finanziaria e militare che si regge grazie a un trilione di dollari di spese per la difesa che sostengono l’economia di interi Stati, eleggono parlamentari, finanziano processi elettorali, ricattano e controllano presidenti, animano il deep state.

È un capitalismo militare impossibile da smantellare in poco tempo, anche se palesemente inutile. La baracca si regge su un mito fasullo ma efficace, e che occorre perpetuare a ogni costo, evitando prove impegnative.

I cittadini americani sono vittime di una truffa cognitiva. Sono certi di vivere nel Paese più sicuro del mondo perché l’élite del potere li ha convinti che ciò è dovuto al possesso delle forze armate più forti del pianeta e non a un duplice dono della geografia e della storia: i due oceani che circondano il Paese e che lo rendono immune da guerre e invasioni, e il genocidio dei nativi americani che ha fondato la nazione eliminando rischi di sovvertimento interno.

Il grande inganno della supremazia militare americana si è esteso al resto del mondo, ma sono proprio i deliri di Trump che ne rivelano la fragilità. Sono convulsioni di un organismo pervenuto alla sua fase terminale, ma che proprio per questo non è meno pericoloso di prima. La somma di devastazioni, bombardamenti e atrocità che nascondono l’impotenza incurabile di un impero che muore può comunque diventare un costo immenso per l’intera umanità.

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