Il libro di Valerio Romitelli, La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande.
(Cronopio, Napoli, 2015, pp.180, € 13) analizzando l’esperienza delle
bande partigiane nel biennio 1943-’45, con una prosa scorrevole ed una
argomentazione rigorosa, ci propone “il punto di vista di un pensiero
politico, inteso in senso sperimentale, cioè che pensa la storia
politica alla stregua di come si pensa la storia delle scienze e delle
arti moderne: come succedersi di cicli di sperimentazioni.” (p.135)
Resistenza e partigiani. Romitelli apre la sua riflessione riprendendo una tematica già brillantemente affrontata nel suo precedente libro L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo.
(Cronopio, 2007), ovvero la distinzione fra Resistenza e lotta
partigiana, dove l’esperienza partigiana viene analizzata
sottolineandone l’originalità, sia rispetto all’antifascismo precedente
l’8 settembre 1943, sia rispetto alla retorica resistenziale successiva
al 1945. Significativo in tal senso che il termine Resistenza non fosse
utilizzato dai partigiani, quanto dagli Alleati, così come la celebre
“Bella ciao” non fosse cantata dai partigiani, conoscendo un successo
postumo alla Liberazione.
I colori della Resistenza.
Romitelli distingue tre mitologie resistenziali: una "nera", che vede
la Resistenza come tradimento ed i partigiani come disertori
delinquenti; una "tricolore", che presuppone una continuità fra
l'antifascismo degli anni '20, i partigiani e le attuali istituzioni
repubblicane; una "rossa", che inserisce l'esperienza partigiana nel
movimento storico di emancipazione delle classi subalterne. In queste
mitologie "si finisce sempre per appiattire la loro [dei partigiani]
esperienza su una storia precedente, su un passato che fa torto a ciò
che quell’esperienza è effettivamente stata nel proprio presente, con il
suo linguaggio, le sue azioni e i suoi modi di organizzarsi.” (p.28)
Politica partigiana e politica partitica.
Emerge dunque una netta differenziazione fra una politica partigiana,
che sorge dal “buco nero” dell’8 settembre, dal bilancio critico
dell’esaurirsi, per mancanza di adeguati livelli organizzativi e
strategici, degli straordinari episodi di lotta antifascista che si
susseguono nel 1943 (gli scioperi del marzo, Cefalonia, Porta S. Paolo,
le quattro giornate di Napoli) tutta interna alle situazioni, ai
territori ed alle popolazioni da cui sorse, ed una politica partitica,
sospesa fra la nostalgia del passato antifascista e la prefigurazione
del futuro eterodeterminato dalle potenze vincitrici. Queste due
politiche si confrontarono anche aspramente all’interno dei CLN, dove
però, dopo la “svolta di Salerno”, nella primavera del 1944, l’autonomia
dell’iniziativa politica partigiana perse sempre più spazio, fino a non
averne alcuno. Pure, le bande partigiane furono, oltre che il punto di
riferimento per ogni azione antifascista, anche l’unico alveo in cui i
partiti antifascisti riacquistarono credibilità, ma soprattutto, a
dispetto della retorica che vuole i partigiani “martiri” volti al
“sacrificio”, sperimentarono “la felicità di soggetti che sono riusciti a
pensare e dirigere le loro passioni, non restandovi assoggettati, fino a
creare un momento politico unico, dal quale resta sempre da imparare.”
(p.39)
Un bilancio critico. Gran parte di La felicità dei partigiani,
è dedicata al confronto fra opere letterarie e storiche che vertono su
questa esperienza, il confronto critico fra la memorialistica di Levi,
Fenoglio e Meneghello, offre spunti di riflessione non meno profondi
della comparazione di classici della storiografia sul tema, come le
opere di Battaglia, Pavone o Bocca.
Suggestioni della memoria. Romitelli, sulla traccia del libro di Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della Resistenza
(Mondadori, 2013) analizza l’esperienza partigiana di Primo Levi e la
sua intenzione di “normalizzare e umanizzare la figura dei partigiani
mostrando le loro debolezze e i loro conflitti interiori, simili a
quelli di chiunque in qualunque situazione storica ed esistenziale.”
(p.60) Da una prospettiva antitetica si muove Fenoglio, per lui
“partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità” (Il partigiano Johnny).
Qui Romitelli trova una perfetta simbolizzazione dell'”aspetto
poietico, creativo, inventivo dell'esperienza partigiana” (p. 57). Ancor
più nell'opera di Luigi Meneghello I piccoli maestri
(Feltrinelli, 1964) emerge quella “pura gioia” del sentirsi “veramente
liberi” nel prender parte, indipendentemente dai partiti, al
rinnovamento antifascista dell'Italia (p.69). Nella politica partigiana
“non c'era cosa che non avesse rilevanza immediatamente collettiva, che
non riguardasse cioè l'arcipelago delle diverse bande, il senso da
ridare all'Italia, le prossimità e le distanze da tenere con gli
alleati, le ostilità da esercitare contro nemici e collaborazionisti.”
(p.61)
Dall’ideologia alla morale. Prendendo in
esame alcune fra le più importanti opere storiche sulla Resistenza,
Romitelli nota come il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica
corrisponda ad un trascolorare dall'antifascismo all'antitotalitarismo,
da una impostazione ideologica, come nella Storia della Resistenza italiana, di Roberto Battaglia (Einaudi, 1964) comandante partigiano e comunista, ad una impostazione morale, come in Una guerra civile, di Claudio Pavone (Bollati-Boringhieri, 1991). Tertium datur in questo schema dicotomico, Storia dell'Italia partigiana di Giorgio Bocca (Laterza, 1966) si caratterizza per la netta affermazione di una originale politica partigiana.
Costi e benefici della “svolta”.
L'analisi critica del classico studio di Battaglia, ruota attorno alla
“svolta di Salerno”, che Togliatti impose al suo rientro da Mosca
nell'aprile del 1944, consistente nell'appoggio al governo Badoglio e
gravida di implicazioni che impediranno quella radicale
defascistizzazione dello stato per cui i partigiani lottavano. Romitelli
non manca di riconoscere i fondamenti strategici della svolta,
ponderando “costi e benefici della strategia di Togliatti” (p.89) che
però, in ultima analisi, soffocò le aspirazioni di indipendenza ed
autodeterminazione delle bande partigiane, consegnando il paese “in
balia di giochi diplomatici decisi altrove.” (p.92) L'attenzione al
contesto internazionale in cui maturò la svolta, consente a Romitelli di
valutare approfonditamente alcune azioni promosse dai partigiani
comunisti nei giorni precedenti (scioperi del marzo '44, attentato di
via Rasella) sia la successiva “restaurazione” dei partiti antifascisti.
Moralità della Resistenza.
Se l'opera di Battaglia è fondata sull'ideologia del PCI togliattiano,
quella di Pavone si basa su una “storiografia morale, comportamentale”
(p. 108) che, pur fra i molti meriti che può vantare, porta al
riconoscimento della dignità morale del fascismo repubblichino. Se da un
punto di vista morale, la RSI aveva un carattere “endogeno”, fondato
cioè sulla volontà di restaurazione dei fascisti rimasti fedeli al Duce,
da un punto di vista politico non era altro che uno stato fantoccio
che, per ammissione dello stesso Pavone, non sarebbe potuto esistere
senza l'occupazione tedesca. Il sorprendente successo di Una guerra civile,
viene contestualizzato da Romitelli nella crisi della Prima Repubblica,
la fine dell'ideologia partitica, l'imporsi della “questione morale” e
nella necessità di “unanimità morale” su cui fondare la Seconda
Repubblica, in assenza ormai di contrapposte visioni del mondo che
distinguessero gli schieramenti parlamentari.
Militarismo ribelle.
Per Giorgio Bocca, la guerra partigiana fu appieno una guerra politica
che riuscì a rigenerare lo Stato, superando l'originaria separazione fra
esercito e popolo, ma la Resistenza fu anche una “rivoluzione
incompiuta” (p.124) a causa della mancata defascistizzazione dello
Stato. Centrale, in questa ricostruzione, per Romitelli è una “etica del
soldato”, un “approccio militare”, che portano Bocca prima ad avvallare
le strategie degli Alleati, anche quando queste erano mirate a
soffocare ogni possibilità di reale indipendenza politica dell'Italia
partigiana, e poi, nell'Introduzione all'edizione Mondadori del 1995, al
riconoscimento della “dignità morale” dei repubblichini.
Politica partigiana.
Qual'è dunque la lezione che si può trarre dall'esperienza partigiana?
Romitelli affronta la questione a partire da una opportuna e salutare
critica radicale alla Teoria del partigiano del “giurista del Reich”
Carl Scmitt, libello uscito nel 1963 come “integrazione al concetto del
politico” e che tanto seguito ha riscosso anche a sinistra, da Tronti a
Curcio, da Agamben a Quadrelli.
Autonomia del politico vs. politica partigiana.
Se le “banali generalizzazioni anticomuniste, congrue con l'impegno nel
nazionalsocialismo assunto a suo tempo da Schmitt” (p.141) hanno tanta
presa, è perché in esse la guerra irregolare del partigiano necessita
ineluttabilmente di un sostegno da parte di una organizzazione regolare,
non ha quella autonomia che è riservata al politico. In questo modo,
l'ordine eurocentrico fondato sulla teologia (di cui i concetti politici
sono la secolarizzazione) ed il diritto, viene tolemaicamente
confermato. Romitelli propone invece “un approccio sperimentale di
derivazione galileiana e materialista” (p. 148) in base al quale le
bande partigiane non appaiono più come mera espressione della
“inimicizia assoluta”.
Siamo banditi, non siamo soldati.
Il fenomeno storico delle bande partigiane viene definito con
precisione, a partire dal “censimento” effettuato da Bocca: a fine
settembre 1943 i partigiani sono 1500 (di cui un terzo in Piemonte, un
terzo nelle regioni centro-meridionali, un terzo nelle restanti regioni
del nord) il 25 aprile 1945 all'insurrezione partecipano al massimo
300.000 armati (p.125). Il “nuovo antifascismo”, appartenente alla
generazione nata sotto il fascismo, priva di una cultura politica, ha
saputo connettersi al “vecchio antifascismo” degli esuli, dei
prigionieri e dei confinati, ha saputo produrre lo strumento politico
adeguato alla situazione: la banda. All'”idea della banda” (Meneghello)
va stretta anche la definizione di Quazza: “microcosmo di democrazia
diretta” (p.149) infatti, la categoria di “democrazia” rimanda a quella
di “stato”, a “regole” che non paiono consone all'azione delle bande
partigiane, che si caratterizzano altresì per “la loro capacità di
mettere alla prova se stesse, i loro più o meno chiari ideali politici e
le loro pratiche di guerriglia, in rapporto al contesto sociale, sia a
quello direttamente incontrato, sia a quello più vasto rappresentato
dall'Italia intera. Sarebbe grazie a questa capacità di sperimentarsi
direttamente in rapporto alle popolazioni interpellate che questa
politica, pur durata solo una ventina di mesi e condotta da un'esigua
minoranza, sarebbe riuscita a unire e dividere gli italiani in un modo
inedito, con effetti duraturi e idealmente senza tempo.” (p.151)
Il feticcio della legalità.
Romitelli non manca di fare i conti con l'ideologia correntemente
imposta dalle istituzioni statali ed ecclesiastiche che “allude ad uno
spirito superiore proveniente dalle leggi” (p.162) dal cui punto di
vista, l'attualizzazione dell'esperienza delle bande partigiane risulta
quasi una blasfemia. Se però si guarda agli effetti pratici che tale
imperante ideologia ha ottenuto in 70 anni nella tanto sbandierata
“lotta alla mafia”, si possono osservare solo inconfessabili trattative,
quando non dirette complicità, che disvelano il suo carattere
mistificatorio.
Classe e partito. Si tratta ora
di fare i conti con gli aspetti di La felicità dei partigiani che
risultano non poco indigesti da un punto di vista rigorosamente
marxista, riconducibili al rifiuto sistematico di un approccio
classista. E' un tema su cui Romitelli riflette da anni (cfr. Sulle origini e la fine della rivoluzione, CLUEB, 1996) ma qui conviene riferirsi unicamente al testo in esame.
Modi della politica.
Schematicamente, vengono rintracciati tre modi di “fare politica”: uno
“legalitario”, cioè vertente a far promulgare delle leggi, uno
“giacobino”, che mira a danneggiare il nemico, ed uno “socialista e
comunista”, il cui obbiettivo strategico è pedagogico, mira cioè a far
acquisire al proletariato la propria coscienza di classe, intesa come
“destino storico” (pp.168 e sgg.). Disorienta veder rubricata
all'interno del giacobinismo la lotta sindacale ed il comunismo (che
abitualmente vien rimandato alla celebre definizione leninista di
“giacobinismo rivoluzionario”) ridotto a pedagogia scolastica
d'apparato. Un'altra perplessità può sorgere quando Romitelli parla di
partiti o di politica partitica, riferendosi pressoché unicamente ai
partiti di massa, segnatamente del secondo dopoguerra, oggi sostituiti
da “agenzie di comunicazione per occupare seggi” (p.157) ma i partiti di
massa, se pure sono stati una realtà dal significato storico
imprescindibile, non esauriscono le varie forme-partito che nella storia
contemporanea si sono concretizzate o sono state teorizzate.
Gruppi ideologici e organizzazioni di classe.
Le cose risultano più chiare in riferimento alla storiografia: per
Romitelli, la storiografia resistenziale “rossa”, interpretando la
storia come storia delle lotte di classe, ha generato, fra le altre, la
confusione che fecero i gruppi della sinistra extraparlamentare ed i
vari “nuclei armati” nati dopo il '68, fra i tempi di guerra in cui si
formarono le bande partigiane ed i tempi di pace in cui si trovavano,
ficcandosi nel vicolo cieco del terrorismo (p.42). Se è comprensibile
che Romitelli voglia evitare pericolosi fraintendimenti della sua
proposta di “organizzarsi in bande”, pure certe banalizzazioni non sono
accettabili. Il ciclo di lotte degli anni '70 ha generato, accanto ad
una galassia di effimeri gruppi ideologici di vario orientamento, una
vitale massa di esperienze di organizzazione di classe, nei posti di
lavoro e sul territorio, che hanno saputo resistere ad una fase
controrivoluzionaria devastante negli anni '80-'90 e che oggi, fra mille
limiti e contraddizioni, continuano a sperimentare forme di lotta
autonome: dai sindacati di base alle occupazioni di case, dai centri
sociali alle lotte per la difesa dei territori (prima fra tutte la lotta
contro la TAV). In queste situazioni, la memoria partigiana è viva,
l'antifascismo militante una pratica quotidiana.
Dall'astratto al concreto.
Se, invece che ad un astratto ambito “tra la gente più vessata” (p.175)
“dove il sociale più fatica e soffre” (p.165), Romitelli vorrà guardare
a quelle situazioni dove la lotta di classe è realtà concreta, nelle
forme e con i nuovi soggetti che la praticano, potrà uscire dal pur
necessario momento riflessivo “affilando più che mai l'arma della
critica” (p.161) per trovare, nella prassi trasformatrice, nella lotta
per bande, la soluzione al paradosso di Meneghello, che più volte torna
nel libro: “perché c'è la guerra per bande, la pace per bande, no”
(p.72).
Chi invece alle lotte di classe partecipa e cerca di svilupparle, può trovare in La felicità dei partigiani e la nostra
numerosi spunti di riflessione su una questione cruciale come quella
dell'organizzazione, riflessione indispensabile per poter uscire da una
fase di resistenza ed iniziare a sperimentare una iniziativa felicemente
autonoma.
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