E poi mille strade grigie come il fumo, in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent’anni in un giorno solo, dai carri dei campi agli aerei nel cielo (Luigi Tenco)
Come si è compreso qualche tempo
dopo la morte di Luigi Tenco, l’ispirazione originaria dell’autore di Ciao amore ciao discendeva dal travolgente sbalzo vissuto dai giovani uomini e donne che, dall’entroterra ligure, entravano nelle fabbriche genovesi negli anni ’60. A Tenco, morto il 27 gennaio 1967, non fu dato conoscere come, sul finire del decennio, in Liguria come nel resto dell’Italia industriale quella generazione operaia si fosse ripresa dallo smarrimento iniziale di un secolo in un giorno solo per andare verso il più intenso ed esteso ciclo di lotte conosciuto nel nostro paese, attraverso l’espansione di una conflittualità fondata sulla conquista di una dimensione collettiva imperniata sulla figura dell’operaio massa. Di quella lunga stagione in questa occasione ci interessa richiamare due provvedimenti legislativi di assoluto spessore, che sedimentarono il potere operaio sull’assetto sociale complessivo e sono oggi sotto schiaffo dell’attuale governo: la riforma delle pensioni dell’aprile 1969, preceduta da uno sciopero nazionale della sola Cgil del 7 marzo 1968 e da due scioperi generali unitari, nel novembre dello stesso anno il primo e nel febbraio del 1969 il secondo, e lo statuto dei lavoratori del maggio 1970.
Quest’ultimo all’epoca non fu
considerato una strepitosa conquista, ma un’accettabile mediazione che
si auspicava potesse essere migliorata nell’immediato futuro, sull’onda
di un’offensiva operaia che proseguiva dentro e fuori le fabbriche
conquistando potere sui posti di lavoro, aumenti salariali e
pensionistici, un’estesa socializzazione dei costi di riproduzione della
classe. Già dal decennio successivo, invece, si è conosciuto in Italia un costante regresso della legislazione sul lavoro,
mentre le sedimentazioni organizzative e istituzionali di quella ormai
lontana stagione sono andate progressivamente sgretolandosi e buona
parte di quelle che sembrano aver resistito si sono spesso convertite a
un altro paradigma in un contesto sociale profondamente mutato. Di
fondo, la dimensione collettiva, di massa, costituitasi in quel ciclo di
lotte, è andata disperdendosi sotto l’urto di una reazione
capitalistica che vi si è scientemente contrapposta, e non solo a
livello nazionale: valga per tutti l’affermazione di Margaret Thatcher, a
metà degli anni ’80, «la società non esiste: esistono individui, uomini, donne e famiglie». Più che una constatazione, una dichiarazione di guerra. Evocato il dove eravamo arrivati, e accennato alla risposta capitalistica a livello internazionale, andiamo all’oggi del nostro paese, per analizzare la politica governativa sul fronte del lavoro
tanto sul versante del welfare, quanto su quello dell’innovazione
normativa sul rapporto di lavoro dipendente. Non prima di aver
osservato, però, il sostanziale continuum organizzativo,
dissimulato da variazioni nominalistiche (o forse notarili, visto quanto
accaduto nella capitale), di quello che fu il più grande partito
comunista d’occidente ed è divenuto oggi il partito di governo, che sta
declinandosi in un nuovo partito personale, disseminato di commissari e
stati d’eccezione che lo stanno portando ai confini di una legittimità
democratica da nord a sud, isole non escluse. Un partito che sta
perseguendo una politica, subalterna al finanzcapitalismo
internazionale, in progressiva accelerazione verso una resa dei conti con tutte le residue istituzioni del movimento operaio e gli assetti organizzati di movimento
che ancora alludono a istanze di rappresentanza degli interessi
collettivi di lavoratrici e lavoratori. Una consapevole azione di
pesante ridimensionamento del ruolo di istituti rappresentativi del
mondo del lavoro organizzato, la cui azione emancipatrice come quella
difensiva sono in crisi da tempo, viene messa in campo in una logica di
desolidarizzazione funzionale al perseguimento di una politica di
ristrutturazione del comando capitalistico nel nostro paese.
Di conseguenza, tutta l’azione di governo deve tenere il punto sul piano dell’azione legislativa:
vediamone gli aspetti più recenti e quelli in corso di definizione tra
Jobs Act (legge dei lavoretti) e legge di stabilità sul versante
previdenziale/assistenziale, tenendo a mente, come termine di confronto,
dov’eravamo all’inizio degli anni ’70. Ne riassumiamo perciò i dati
salienti, a partire dalla già citata legge sulle pensioni del 1969, che
per un quarto di secolo è stata fondamentale per aprire una dimensione
pensionistica capace di garantire prestazioni dignitose ai lavoratori
che cessavano l’attività. È stata quella legge a introdurre il sistema di calcolo retributivo,
che stabiliva un tasso di sostituzione dell’80%, con 40 anni di
contribuzione e determinato sulla media dei salari degli ultimi cinque
anni, il principio di automaticità delle prestazioni, la perequazione
automatica delle pensioni indicizzate al costo della vita (nel 1975
agganciate anche alla dinamica salariale), la pensione di anzianità con
35 anni di contributi, la pensione sociale per gli
ultrasessantacinquenni senza reddito e senza contribuzione sufficiente,
il consolidamento e la rivalutazione dei trattamenti minimi; nel
consiglio di amministrazione dell’INPS, dov’erano rappresentate tutte le
componenti che contribuivano al suo finanziamento, i rappresentanti dei
lavoratori costituivano la maggioranza, il che ha contribuito a rendere
l’Istituto previdenziale del tutto atipico nell’ambito della pubblica
amministrazione, da alcuni anni in corso di pesante ridimensionamento. Allora venne quindi sostanzialmente stravolto il paradigma attuariale della previdenza pubblica,
ponendo a carico della fiscalità generale l’avvio di un percorso di
costruzione della sicurezza sociale, emulando l'indipendenza della
dinamica salariale di quegli anni e costruendo un intreccio tra
previdenza e assistenza a tutt’oggi non disciolto.
Su quest’ultimo nodo sembra esercitarsi con particolare intensità da alcune settimane il presidente dell’INPS Boeri
con le sue proposte di tagli su pensioni d’oro e vitalizi parlamentari,
con la sua insistenza sul calcolo contributivo in termini più generali,
sulla flessibilità in uscita dal lavoro in funzione anche del turn-over
generazionale, con significative penalizzazioni sulla misura: il gioco a tre tra Poletti, Boeri e Padoan, con patetiche comparsate della sinistra-dem, ha raggiunto livelli grotteschi,
finalizzato a tirarla per le lunghe fino alla fine dell’anno, quando
scatteranno gli ulteriori innalzamenti dei limiti di età previsti dalla
Monti-Fornero, per cui sarà più facile fingere di fare concessioni dal
nuovo anno; tutto questo conferma l’assoluta rilevanza della rapina sulle pensioni avviata dal primo governo tecnico della finanza internazionale, che nessuno dei successivi ha mai contraddetto.
La violenza di quella rapina,
che induce Boeri a suggerire un reddito di sostegno per
ultracinquantacinquenni senza lavoro – che, con la revisione della cassa
integrazione e l’esaurirsi della mobilità a fine 2016 rischiano di
essere ben più di mezzo milione – non viene smentita in alcun modo nella legge di stabilità. I 3 miliardi (attualizzati) di contributi di foreign workers
espatriati dagli anni ’90, lasciati in dono all’INS e scoperti da
Boeri, i 3 miliardi evocati dal sinistro-dem Damiano non utilizzati
nelle prime sei salvaguardie degli esodati, i saldi attivi derivanti dal
saldo tra contributi versati e prestazioni erogate al netto delle tasse
da almeno un quindicennio non valgono a persuadere il governo ad
allentare la morsa: al momento, l’ipotesi della settima salvaguardia in
legge di stabilità non esaurisce ancora una volta il problema, mentre la
proroga dell’opzione donna è fortemente penalizzante per quanto attiene
alla misura. La grande riforma previdenziale è rinviata più avanti; intanto, ancora una volta, con le pensioni si fa cassa, e con la riduzione drastica degli ammortizzatori in deroga si risparmiano risorse dalla fiscalità generale.
Anche sul versante ‘giovanile’ del welfare siamo ormai al grottesco:
a fronte dei carichi contributivi più alti d’Europa, in prospettiva il
tasso di sostituzione, con almeno 40 anni di contributi, quindi oltre i
70 anni di età, sarà inferiore al 50%: considerati i salari reali
percepiti con prestazioni lavorative discontinue e precarie, saranno
pensioni inferiori all’attuale trattamento minimo che non viene per
legge più garantito per chi, da gennaio 1996 in poi, è integralmente
soggetto al regime contributivo. Per quanto riguarda le prestazioni a
sostegno del reddito, a prescindere dai gravi ritardi nel pagamento
della NASpI perduranti fin dalla sua introduzione a maggio di
quest’anno, si tratta di una prestazione a decrescere da un possibile
massimale di 1.300 euro lordi mensili nel primo trimestre fino anche a poche decine di euro alla fine del biennio massimo possibile di fruizione:
il tutto giustificato con una retorica governativa, e non solo, che
mira a indurre a una ricerca attiva del lavoro, sorvolando
sull’esistenza di oltre un milione di scoraggiati che è piuttosto
difficile insistere a definire choosy. L’indennità di mobilità si estinguerà invece il prossimo anno,
e la CIG, nelle sue diverse declinazioni, sarà riconosciuta in termini
più restrittivi a fronte del dilagare di stage e tirocini, per tacere
dei voucher che si avviano a raggiungere la cifra dei 90 milioni a fine anno, di cui oltre il 40% nel solo Veneto. Un quadro assai preoccupante, specie alla luce dei pensieri in libertà del gioviale perito agrario.
Al momento ci basta così, ai limiti di
un continente in un paese proiettato in un Mediterraneo solcato da
disperati in fuga, predoni senza scrupoli e arcigne guardie. Sulla legge
di stabilità (definizione quanto mai imbarazzante) e sui primi esiti
degli ultimi decreti attuativi del Jobs Act si tornerà più avanti.
Nessun commento:
Posta un commento