Masoud Barzani è uomo di strategia. Da tempo prepara il terreno
all’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno (Krg),
allargando i confini, stringendo alleanze commerciali con la Turchia,
costruendo condutture per vendere all’estero gas e greggio in autonomia,
aprendo una battaglia economica con il governo centrale di Baghdad. E
sfruttando con perizia la lotta allo Stato Islamico.
Non è un caso che pochi giorni fa in un’intervista al The Guardian
abbia analizzato l’attuale ridefinizione dei confini mediorientali,
quelli nati un secolo fa con Sykes-Picot, prevedendo cambiamenti
strutturali: “Penso che i leader mondiali siano giunti alla
conclusione che l’era di Sykes-Picot è finita. La realtà sul terreno è
un’altra”. Quella creata da conflitti e operazioni militari e che ha
modificato radicalmente l’Iraq e la sua unità nazionale.
Erbil si è ampliato, arrivando a Kirkuk, liberando Sinjar e
“intrappolando” al suo interno Mosul. La mappa politica del nord Iraq è
cambiata dopo l’offensiva dello Stato Islamico e il sempreverde Barzani
sa che è il momento giusto per approfittarne. Così, pochi
giorni dopo l’intervista al quotidiano britannico, ha rimesso sul tavolo
il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno: l’indipendenza
“è più vicina che mai”. “Ne abbiamo discusso con la Turchia – ha
proseguito – Non penso si opporranno, è il nostro diritto. Non
minacciamo nessuno”.
Ieri il presidente ha riproposto il referendum, dopo lo stop del 2014, pur non indicando date certe:
“La situazione è ottimale per il popolo kurdo per decidere il proprio
destino con un referendum. Non significa dichiarare la statualità ma
chiedere un'opinione. Poi la leadership politica concretizzerà la
volontà del popolo”.
Erbil non ha mai nascosto le proprie ambizioni, che cancellano il
sogno di un Kurdistan unico, impossibile anche a causa delle differenze
idelogiche tra i kurdi iracheni e i kurdi turchi e siriani, vicini al
Pkk. Il percorso del Krg è chiaro, da due anni. A preparare
il terreno è stata la rottura con Baghdad in merito al trasferimento del
budget dal governo centrale, bloccato nel 2014 dopo che Erbil ha
iniziato a vendere greggio da solo, senza passare per la capitale
irachena.
Il congelamento del trasferimento, secondo Erbil, avrebbe provocato una grave crisi economica e un deficit di budget che la scorsa settimana
è stato valutato in 406 milioni di dollari. Diversa l’opinione delle
opposizioni interne al potente partito di Barzani, il Kdp: Goran,
partito uscito dal governo di unità dopo la cacciata dei propri ministri
da parte del Kdp, accusa Erbil di nascondere il reale valore delle
vendite di greggio e gas e di fabbricare una crisi economica per
reprimere le voci contrarie e dare forza a politiche autoritarie.
A pagare è la popolazione: i dipendenti pubblici, oltre un
milione e mezzo, circa il 25% della forza lavoro, non ricevono il salario
da cinque mesi, mentre aumenta ogni giorno il numero di lavoratori che
si offrono a giornata per pochi soldi al caporale di turno. Aumenta il
gap tra ricchi e poveri e aumenta la percentuale di chi non riesce a
vivere dignitosamente: il 20% della popolazione vive sotto la
soglia di povertà. Perché le ricchezze derivanti dall’esportazione di
greggio finiscono in mano a pochi, all’élite economica che è anche élite
politica.
A dicembre il governo di Baghdad – preoccupato dalla frammentazione
nazionale – ha fatto il primo passo, promettendo lo scongelamento del
trasferimento del denaro spettante a Erbil, il 17% del budget totale.
Domenica scorsa le due delegazioni di negoziatori si sono incontrate e
hanno trovato un accordo su riforme economiche congiunte per affrontare
la crisi, peggiorata dal crollo del prezzo del petrolio: il budget del Krg sarà restituito da Baghdad in cambio di 550mila barili di petrolio al giorno da parte kurda, più o meno la produzione nel distretto di Kirkuk, città contesa perché la più ricca di petrolio del paese.
Manca il resto, ma – dice il partito Goran – è difficile valutare le
reali vendite perché il governo le camuffa. Da parte sua Barzani, la cui
famiglia controlla numerose imprese e compagnie e la crisi non la vive,
sfrutta ogni occasione per rafforzarsi e uscire dalla guerra all’Isis
con una regione indipendente.
Fonte
Più che regione indipendente bisognerebbe chiamarla feudo visto la gestione del clan Barzani che a buon ragione si può considerare una vergogna della causa curda.
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