L’estenuante dibattito sulla regolamentazione europea del sistema
bancario ci sembra volutamente mantenuto ad un livello di incomprensione
tecnicista capace di annoiare persino i più interessati alla questione.
Eppure, è uno dei tasselli fondamentali della costruzione europeista, e
andrebbe narrato in termini comprensibili e soprattutto politici.
Nonostante ciò, pochi lo fanno. Gli economisti contemporanei, tronfi del
proprio tecnicismo scientifico, da decenni hanno abbandonato il ruolo
di critici dell’economia politica; i giornalisti invece si dividono in
tre categorie: chi capisce di economia condivide lo stesso atteggiamento
degli economisti di cui sopra, autocelebrando il proprio ego
raccontando il tutto in forma volutamente criptica e per iniziati; i
giornalisti ignoranti di economia, che credono che tutta la questione si
riduca ad una serie di norme tecniche ad interesse esclusivo dei
correntisti, obbligazionisti o azionisti degli istituti di credito; e i
giornalisti che intuiscono il problema di fondo ma che o non vogliono
raccontarlo o non possono raccontarlo; infine, ci sono i politici, ma
quelli abbiamo la certezza che non stiamo capendo un cazzo della vicenda
(ovviamente parliamo dei politici della “sinistra” a sinistra del Pd;
tutti gli altri invece hanno capito benissimo i termini politici della
questione e li assecondano con ogni mezzo).
Bene, veniamo al dunque. Stiamo assistendo alla normazione
tecnico-giuridica del più grande processo di concentrazione dei capitali
da molti anni a questa parte. E questo fatto è un’articolazione
particolare del più generale processo di concentrazione capitalistica
che ha preso la forma dell’Unione europea. Non pretendiamo di
comprenderne pienamente i particolari, ma il quadro generale, quello non
solo andrebbe compreso, ma smascherato. L’obiettivo di tale processo di
concentrazione è la gestione del risparmio. Fino alla fine degli anni
’80 l’80% delle banche italiane, e di conseguenza i risparmi in esse depositati, erano di proprietà dello Stato. Quei risparmi, che con la ricchezza privata erano di molte volte superiori al Pil del paese,
venivano di fatto gestiti dallo Stato attraverso istituzioni pubbliche o
partecipate. Due riforme hanno destrutturato l’economia pubblica
italiana privatizzando il risparmio e avviando la spirale del debito
pubblico. Nel 1981 Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi avviavano
la separazione della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro, di fatto sciogliendo ogni vincolo pubblico alla politica monetaria del paese; nel 1990, con la Legge Amato, si avviava la ristrutturazione del sistema bancario italiano,
procedendo alla privatizzazione di praticamente tutti gli istituti di
credito. Detto per inciso, tutti i protagonisti di questa vicenda erano e
sono ancora oggi espressione del centrosinistra, tanto per chiarire da
quale parte politica provenga l’attuale stato di cose presenti e chi
riveste il ruolo di principale nemico politico.
Tornando a noi, da un ventennio il sistema bancario italiano è
completamente in mano privata. La privatizzazione ha dapprima favorito
una certa moltiplicazione dell’offerta di gestione del risparmio.
Successivamente, dal 2000 in poi, il mercato ha teso – ovviamente – alla
concentrazione. Gli istituti più piccoli andavano incontro a fallimento
o a scalate ostili, le banche s’ingigantivano assumendo sempre più la
veste di multinazionali del risparmio. La situazione odierna è quella di
un panorama ancora frammentato ma in via di concentrazione. Esattamente
come nel sistema produttivo, dove il piccolo produttore non regge gli
standard competitivi del grande produttore, anche per le banche sta
avvenendo un fenomeno simile. Le grandi banche assorbono le piccole che
non reggono la concorrenza, concentrando livelli di risparmio mai visti.
C’è anche un altro motivo, politico-economico, alla base di questo
processo. La crisi ha interrotto i processi di valorizzazione del
capitale. Il risparmio è una massa di capitale di fatto immobilizzato a
cui puntano i grandi soggetti privati per rianimare il processo di
valorizzazione. Quel risparmio, in altri termini, dev’essere sottratto
alla gestione nazionale-locale, ancorché privata, per essere messo in
circolo dai grandi soggetti transnazionali. La spirale è segnata: il
piccolo istituto provinciale viene acquisito dal medio istituto
nazionale; a quel punto il medio istituto nazionale viene acquisito dal
grande istituto transnazionale; alla fine del processo, esattamente come
altri campi dell’economica, dal tecnologico-digitale al
produttivo-manifatturiero, a rimanere sul terreno saranno un pugno
ristrettissimo di gigantesche multinazionali del risparmio, ovviamente, ca va sans dire, ad
egemonia franco-tedesca. A quel punto la massa dei risparmi europei
saranno concentrati in un oligopolio inattaccabile dalla politica e, al
contrario, capace di influenzare qualsiasi decisione politica non
collimante con gli interessi dei suddetti istituti.
L’idea della bad bank è poi il corollario demoniaco. Si
vorrebbero accollare ai debiti pubblici nazionali le perdite prodotte
dal sistema bancario privato. Il ricatto è smascherato: da una parte,
attraverso la clausola cosiddetta del bail-in, si
impediscono aiuti pubblici in caso di fallimento degli istituti
privati, che nei fatti significa la perdita dei risparmi individuali dei
risparmiatori; la minaccia viene usata come grimaldello per spostare
tutti i debiti delle banche private in una grande banca pubblica, che
però non ha alcun possibile margine di guadagno e anzi è costretta solo a
fare fronte alle perdite generate dal sistema privato. La più classica
socializzazione delle perdite a fronte della privatizzazione dei
profitti. E il bello è che tale richiesta avviene paradossalmente “da
sinistra”, per “salvare i risparmiatori”, e viene agitata “contro” le
politiche economiche della Ue. Il paradosso nel paradosso.
In poche battute, senza pretesa di completezza ed esaustività, è
possibile comprendere la pericolosità del processo in atto, che si
inserisce pienamente in quella concentrazione di capitali che sta
avvenendo storicamente nella Ue. Tutto questo contribuisce alla perdita
di sovranità pubblica sulle scelte di politica economica. Infatti,
scomparendo di fatto gli istituti territoriali, le casse di risparmio, i
crediti cooperativi, e più in generale qualsiasi ente pubblico di
gestione del risparmio, l’economia del territorio è di fatto sottratta
alla politica locale, la direzione degli investimenti non sarà più
gestita pubblicamente e politicamente, ma rispondente agli interessi e
alle capacità di valorizzazione della casa madre sempre più svincolata
da qualsiasi riferimento con la realtà e la territorialità. Purtroppo,
anche in questo caso, l’unico soggetto politico ad accennare una
battaglia contro questa tendenza in atto è il Movimento 5 Stelle, e per
ragioni a suo modo reazionarie, cioè la difesa del “piccolo”, mentre in
questo come in altri casi, bisognerebbe riaffermare la priorità del
pubblico contro il privato, a prescindere dalla grandezza.
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