A quanto pare, il M5s non si è mosso dal suo progetto del 40%.
Va detto che il Pd ce la sta mettendo tutta per far vincere i 5stelle
ed alla fine, magari, ci riuscirà. Però bisogna tener conto di una legge
del comportamento politico: al di sopra di una quota “fisiologica” ogni
voto in più costa molto più sforzi dei precedenti. Chiariamo meglio il
punto.
Ogni partito ha un suo bacino naturale più o meno
ampio e poi ha un’area di espansione fatta di elettori indecisi fra esso
ed i partiti più vicini. Ovviamente, i voti dell’area “naturale” sono
quelli che si confermano con minore difficoltà e, a meno che ci si trovi
in una fase calante, tornano a parità di sforzi, cioè con iniziative
politiche e propagandistiche in grado di persuadere gli elettori. Per
semplificare il discorso, diciamo che ad un 1% di voti corrispondono
sforzi pari ad 1, per cui, se il partito X ha il 10% di partenza, gli
sforzi necessari e sufficienti saranno pari a 10. Poi si passa
all’elettorato “indeciso”, cioè che no sa se votare per il partito X o
altri partiti. Ovviamente, ci sarà una parte più orientata verso X e poi
altre più disposte verso altri partiti. Inoltre, l’area di un partito Y, in
fase calante, sarà più penetrabile di quella di un partito K che è in
fase crescente.
Dunque c’è una prima fascia elettorale verso la
quale il partito X avrà più facilità di espansione, e, poniamo, ad un
incremento di un 1% corrispondano sforzi pari ad 1,5. C’è poi la fascia
più esterna dell’elettorato in dubbio, quello degli elettori più
orientato verso altri o di partiti in fase espansiva, dove ci si deve
misurare con un maggiore contrasto ed ogni incremento dell’1% costa
sforzi pari a 2.
Oltre questa fascia, occorre mordere nel “bacino
naturale” di altri partiti e, simmetricamente a quanto abbiamo detto per
quello del bacino del partito X, è ovvio che il costo della
penetrazione è massimo, diciamo 1 a 4. Banalmente, si tratta della legge
dei “rendimenti decrescenti” che è valida anche qui, oltre che in
economia oppure, se la mettiamo sul piano militare, della legge per la
quale ogni avanzata perde di forza ed intensità man mano che procede.
Tutto sommato, una cosa di buon senso.
Veniamo al caso del M5s ed usiamo come punto di
riferimento le elezioni del 2013, nelle quali il M5s conquistò il 25%,
la coalizione del Pd il 29%, quella del centro destra il 28,5% ed il
centro il 10% (cifre approssimative per semplificare il calcolo) e
consideriamo i flussi elettorali di questi anni che hanno segnalato un
interscambio “forte” fra M5s e area di centro-sinistra da un lato e Lega
dall’altro, e “debole” con centro e Forza Italia.
Ovviamente non possiamo considerare il 25% come bacino naturale
perché anche il M5s ha una fascia di indecisi che possono passare ad
altri partiti, per cui consideriamo la base naturale intorno al 20%
(alle europee il M5s prese il 21% e subì marcati flussi in uscita verso
Pd, astensione, e meno verso la Lega). Dunque partiamo da un 20%: verso
l’astensione è possibile che il M5s guadagni qualcosa, ma, i risultati
recenti (nelle amministrative il M5s prende sempre molto meno che nelle
politiche) ed i sondaggi parlano di flussi molto modesti anche se non
sfavorevoli.
Verso l’area che votò il centro sinistra nel 2013,
il M5s ha le sue possibilità di espansione più promettenti: il risultato
del referendum, la recente scissione, il logoramento di una infelice
gestione del governo, l’erosione del ruolo carismatico di Renzi rendono
questa area particolarmente penetrabile. Meno promettente è il campo di
espansione verso la Lega che è anche essa in fase di espansione rispetto
al 2013 e dove occorre attendersi un maggiore contrasto. Mentre l’area
di centro e Fi resta reciprocamente refrattaria rispetto al M5s. Questo
schematicamente. Il M5s appare in una fase nettamente espansiva, anche
se ostacolata dalla vicenda romana che però, al di là della singola
città, sembra incidere poco sul piano nazionale.
Per cui è presumibile un travaso di 7-8 punti dall’area del centro sinistra
(compreso il recupero di parte dei voti persi nel 2014), forse di 1-2
punti nello scambio con l’area dell’astensione, e forse (ma molto forse)
di 1 punto nei confronti della Lega ed un 1 punto verso l’area dei
partiti minori o di dispersione. Quindi, nella migliore delle ipotesi,
un 10-12 i punti aggiuntivi. A questo però occorre aggiungere i flussi
di ricambio demografico: in meglio per il M5s sia per i nuovi elettori
fra cui esso miete più consensi che nella media generale, sia per gli
elettori defunti (come si sa, è nelle fasce di età maggiori che il M5s
raccoglie meno consensi). Dunque, possiamo calcolare un riequilibrio
demografico dell’1-1,5% a favore del M5s.
Infine, è possibile che una rivalutazione del risultato del M5s possa
derivare da un crollo del voto degli altri a favore dell’astensione.
Questo, però non è attualmente valutabile, se dovessimo tener presenti i
risultati delle amministrative, dovremmo parlare di flussi negativi per
Pd e Fi, ma questo è un dato non valutabile anche perché, nel
referendum ci si aspettava una flessione, ma c’è stato invece un
afflusso molto maggiore del previsto.
Dunque, tutto considerato, l’area di espansione del M5s appare,
nel migliore dei casi, intorno ad un 14% aggiuntivo alla base del 20%.
Cioè il 34%. Il che significa che non solo occorre massimizzare le
aspettative, ma operare un ulteriore sfondamento del 6%.
Può darsi, ma non appare affatto probabile. Il guaio
peggiore è che il M5s non sembra aver approntato alcun piano b nel caso
che mancasse l’obiettivo 40% e questo potrebbe rivelarsi un brutto
affare il giorno dopo le elezioni.
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