di Francesca La Bella
A poco più di due mesi dalla data ufficiale per le elezioni
presidenziali, il clima interno all’Iran sembra diventare sempre più
teso. In vista della tornata elettorale, infatti, le numerose
problematiche di politica interna ed internazionale che hanno
attraversato questi ultimi mesi, diventano la materia prima della
propaganda delle due opposte fazioni, allargando il solco che le divide.
Da un lato la disputa sembra giocarsi
sul piano internazionale: dopo l’elezione di Donald Trump negli Stati
Uniti, le critiche alle aperture del governo moderato di Hassan Rohani
hanno trovato nuovo vigore. Secondo molti analisti la contemporaneità tra la morte dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani,
possibile figura di collegamento tra vecchia e nuova dirigenza, nonché
sostenitore di Rohani e della transizione verso un governo maggiormente
liberale sia in ambito interno sia in politica estera, e
l’irrigidimento dei rapporti con il governo statunitense, avrebbe,
infatti, ampliato, almeno parzialmente, la base di consenso dell’ala
conservatrice.
Dall’altro, il piano interno e in particolare l’aspetto economico, rimangono centrali per le future scelte dell’elettorato. Secondo quanto riportato dal Centro
di statistica dell’Iran tra la primavera del 2015 e quella del 2016,
avrebbero perso il lavoro 729mila persone con un incremento del tasso di
disoccupazione dello 0,4%. Nonostante le statistiche ufficiali
per il periodo successivo non siano ancora disponibili, i dati
sarebbero ulteriormente in aumento e questo troverebbe conferma nelle numerose proteste registrate in questi mesi.
Pur non considerando situazioni particolari come quella della regione del Khuzestan
dove le manifestazioni contro l’inquinamento e i deficit dei servizi
idrici ed elettrici si sono intersecate indissolubilmente con più ampie
rivendicazioni della minoranza presente nell’area, molti sono i soggetti
coinvolti: insegnanti, minatori, operai, impiegati delle
telecomunicazioni.
Alla luce di questo contesto, non stupisce, dunque, che la contesa assuma toni sempre più accesi.
Le accuse di sottrazione di fondi per finanziare la campagna elettorale
dei conservatori come quelle insinuate da Rohani nel riprendere la
questione delle vendite illecite dell’imprenditore, vicino all’ex
presidente Mahmud Ahmadinejad, Babak Zanjani, arrestato nel 2013 e
condannato a morte nel 2016 con l’accusa di corruzione sono, ad esempio,
state rispedite al mittente dal capo della Magistratura, Sadegh
Larijani. Fratello dell’attuale portavoce del parlamento
iraniano Ali, il chierico ha, infatti, a sua volta accusato l’attuale
presidente di aver beneficiato dei circa 3 miliardi di dollari per la
propria campagna elettorale.
Particolarmente significative sono,
parallelamente, le dichiarazioni di Rohani in merito alle possibili
interferenze di diversi soggetti ed organi statali nella determinazione
del voto. Il presidente ha, infatti, sottolineato con grande enfasi che
le responsabilità di garanzia della trasparenza del procedimento
elettorale sono competenza del Ministero dell’Interno e dei governatori
regionali che dovranno impegnarsi per tutelare adeguatamente la fase
pre-elettorale e le operazioni di voto.
In merito al ruolo del Consiglio
dei Guardiani, Rohani, in contrasto con la posizione della guida del
Consiglio, l’Ayatollah Ahmad Jannati, ha, inoltre, tenuto a specificare
che l’organo ricopre un ruolo di supervisione e non di gestione, ambito
di intervento del solo governo. Il finale richiamo alla
necessità di impedire che alcuni corpi governativi intervengano
indebitamente nel processo elettorale con l’uso di fondi pubblici o
forze militari mostra con chiarezza la criticità del momento.
Un ultimo aspetto da tenere in considerazione è il ruolo che Ahmadinejad avrà in queste elezioni.
Pur avendo formalmente rinunciato alla candidatura fin da settembre
dello scorso anno dopo l’invito in tal senso dell’Ayatollah Ali
Khamenei, l’ex presidente iraniano sembra voler essere una presenza
visibile in questa campagna elettorale.
Gli indizi di questo rinnovato
attivismo sono numerosi, ma in particolare risulta significativa la
lettera scritta a Trump. Nella lunga dissertazione, Ahmadinejad affronta
molti aspetti: i problemi interni agli Stati Uniti, la presenza
statunitense in Medio Oriente, l’importanza dell’immigrazione nella
costruzione della nazione statunitense, il ruolo degli iraniani in
questo processo.
Ciò che più colpisce è la scelta
di parlare “da essere umano a essere umano” e non in termini politici e
l’invito ad abbandonare il Medio Oriente. Ahmadinejad scrive: “Non
è meglio fermare la propaganda di guerra e non interferire militarmente
in altre regioni del mondo, al fine di creare un clima di comprensione
internazionale e porre fine alla corsa agli armamenti, la guerra e
l’uccisione di persone? In questo modo, una notevole quantità di risorse
verranno salvate per sviluppare il benessere delle persone degli Stati
Uniti, per eliminare la povertà e la disoccupazione. Non è questo il
modo migliore per cambiare atteggiamento delle nazioni del mondo verso
il governo degli Stati Uniti?”.
Quest’ultimo passaggio
mostra come la lettera parli sia a Trump sia all’Iran e quanto esista
una linea, per quanto ancora non resa palese, che l’ex presidente
iraniano potrebbe sostenere in questa fase elettorale.
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