di Michele Giorgio – Il Manifesto
Benyamin Netanyahu
non ha scelto a caso di partire per Mosca durante la festività ebraica
dei Purim. Questo ricorrenza ha permesso al primo ministro israeliano,
di fronte al presidente russo Putin, di fare un parallelo tra la
narrazione biblica del libro di Ester, sul pericolo corso dagli ebrei
in Persia e il brutale Aman che aveva decretato il loro sterminio, e
l’Iran di oggi che, ripete ad ogni occasione Netanyahu, intenderebbe
eliminare lo Stato ebraico.
«Duemilacinquecento anni fa nell’antica Persia c’è stato un
tentativo di spazzare la nazione ebraica che non ha avuto successo e che
viene ricordato con questa festa (Purim, ndr). Oggi nel successore della
Persia, l’Iran, c’è un altro tentativo di cancellare lo Stato ebraico.
Lo dicono nel modo più chiaro possibile. Lo scrivono sui loro missili
balistici».
Quale sia stato l’effetto di quelle parole sull’enigmatico Putin non
si sa. Certo è che il presidente russo, che gioca un ruolo da
protagonista in Medio Oriente, sa che deve tenere conto anche delle
pressioni israeliane. E l’interesse di Netanyahu è quello di cooptarlo,
almeno in minima parte, nella offensiva internazionale anti-Tehran che
Israele tenta di rilanciare da quando Donald Trump ha preso il posto del
“filo-iraniano” Barack Obama alla Casa Bianca.
L’obiettivo immediato è il futuro della Siria, una partita dove Israele non passerà la mano.
Netanyahu ha elogiato i «progressi nella lotta al terrorismo islamista
radicale di matrice sunnita guidato dall’Isis e da Al Qaida» fatti
grazie all’intervento militare russo a sostegno di Bashar Assad.
Il premier israeliano quindi riconosce la legittimità del
ruolo di Putin nella regione. In cambio vuole da Mosca la promessa che
farà in modo d'impedire all’Iran di allestire, secondo le informazioni
israeliane, una base navale sul Mediterraneo postazioni militari stabili
nel sud della Siria, a ridosso delle Alture del Golan, un territorio
siriano che Israele occupa da quasi 50 anni.
A poche centinaia di metri dai reticolati israeliani, il movimento
sciita libanese Hezbollah e la guardia rivoluzionaria iraniana – alleati
dell’esercito siriano nella lotta ai jihadisti sunniti – avrebbero
allestito avamposti di osservazione e, sostiene sempre Israele,
potrebbero presto mettere in piedi anche postazioni con razzi e missili.
«Contro il terrorismo», ha detto Netanyahu appena giunto a
Mosca, «la Russia ha dato un grande contributo in questo senso», ma «non
vorremmo» che questo «fosse sostituito dal terrorismo islamista
radicale di matrice sciita sotto la leadership dell’Iran».
Russia e Israele hanno già un coordinamento militare in Siria.
Netanyahu nell’ultimo anno è andato un paio di volte a Mosca strappando
a Putin un’intesa che permette a Israele di agire indisturbato contro i
combattenti di Hezbollah e i presunti convogli di armi diretti in
Libano. L’aviazione israeliana appena qualche giorno fa ha colpito a
pochi km da Damasco senza incontrare alcun ostacolo.
In sostanza i russi rendono inattivo il loro modernissimo
sistema di difesa antiaerea, che hanno predisposto a protezione delle
loro basi, non appena Tel Aviv comunica l’intenzione di bombardare in
Siria.
Cosa farà Putin lo sa solo lui. Tuttavia il presidente russo non può
ignorare le pressioni di Israele mentre cerca di ristabilire relazioni
più serene con Washignton dopo gli anni di tensione con la presidenza
Obama, ora che alla Casa Bianca c’è Donald Trump alleato di ferro dello
Stato ebraico e non ostile verso la Russia.
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