Quaranta raid aerei in cinque giorni:
in meno di una settimana l’amministrazione Trump ha superato il
bilancio annuale di operazioni contro al Qaeda nella Penisola Arabica
del predecessore Obama.
Una media che va nella direzione opposta del “minore interventismo” millantato in campagna elettorale.
Ma come il presidente democratico, anche l’esponente repubblicano opta
per la guerra a distanza, con i droni, che a meno di due mesi
dall’entrata in carica di Trump ha già “archiviato” la prima strage: 32
morti a febbraio, tra loro nove bambini.
È per lo Yemen – mai citato da Trump in campagna
elettorale ed entrato nella narrativa islamofoba del nuovo inquilino
della Casa Bianca solo al momento di inserire il paese nel muslim ban – che passa il confronto con l’Iran e il rafforzamento dell’alleanza con Arabia Saudita e Israele in chiave anti-Teheran.
Un paese massacrato da guerre altrui,
che paga la sconfitta saudita in Siria e lo scontro a distanza tra
monarchia Saud e Repubblica Islamica in cui gli Usa hanno un
ruolo centrale, da cobelligeranti: forniscono alla coalizione a guida
saudita informazioni di intelligence, armi e sostegno logistico.
Quella che nell’idea di Riyadh doveva essere una guerra lampo, con il ritorno del presidente Hadi al suo posto e la sconfitta dei ribelli Houthi, è un pantano. Tra pochi giorni la guerra entrerà nel suo terzo anno, con tutto il peso di morte e carestia che porta con sé. Una macelleria: oltre 10mila morti accertati, oltre un milione di feriti gravi, due milioni di rifugiati, 20 milioni di persone (l’80% della popolazione) senza accesso costante a cibo e acqua.
Quella che nell’idea di Riyadh doveva essere una guerra lampo, con il ritorno del presidente Hadi al suo posto e la sconfitta dei ribelli Houthi, è un pantano. Tra pochi giorni la guerra entrerà nel suo terzo anno, con tutto il peso di morte e carestia che porta con sé. Una macelleria: oltre 10mila morti accertati, oltre un milione di feriti gravi, due milioni di rifugiati, 20 milioni di persone (l’80% della popolazione) senza accesso costante a cibo e acqua.
Ieri l’ultima strage, l’ennesima: un
raid saudita ha colpito un mercato nella città costiera occidentale di
Khoukha, tra gli attuali e più duri terreni di scontro tra Houthi e
governativi. Almeno 20 civili e sei combattenti ribelli uccisi.
Il bombardamento ha centrato
l’ingresso di un mercato di qat, droga molto usata in Yemen. Secondo la
coalizione e il presidente Hadi la responsabilità è in capo agli Houthi
che si sarebbero rifugiati nel mercato perché nel mirino del raid: i
civili usati come scudi umani, ha detto Hadi senza spiegare perché il
raid sia stato comunque compiuto vista la presenza di civili.
La guerra in Yemen è una tra le più brutali di sempre, una
devastazione e un’umiliazione delle previsioni basilari del diritto
internazionale che si svolgono nel quasi totale silenzio del mondo.
Eppure lì si muore ogni giorno, di bombe e di fame.
L’Onu ha lanciato ieri
l’ennesimo appello: la situazione di quattro paesi è talmente terribile
da essere paragonata a quella della Seconda Guerra mondiale, ha detto ieri in Consiglio di Sicurezza Stephen O’Brien, responsabile dell’ufficio umanitario delle Nazioni Unite.
In Yemen, Kenya, Sud Sudan e Somalia 20 milioni di persone sono a rischio di carestia, di morire per denutrizione:
“Stiamo affrontando la più grave crisi umanitaria dalla creazione
dell’Onu”. Prodotta dall’uomo, aggiunge, non da una catastrofe naturale.
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