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martedì 5 giugno 2018

Di Maio, o il governo della continuità

Sulla base delle dichiarazioni rilasciate ieri da Di Maio provo ad abbozzare un’analisi di quelli che si suppone saranno i primi provvedimenti adottati dal governo.

Pensioni

Di Maio nel suo video messaggio ha parlato di superamento della riforma Fornero. L’utilizzo del termine “superamento” al posto di “abolizione”, abitualmente utilizzato in campagna elettorale, non è casuale. Se si fosse proceduto alla cancellazione delle attuali regole in materia di previdenza si sarebbe tornati alla riforma Sacconi che prevedeva quota 96; invece il neo-ministro ha esplicitato che punta all’introduzione di quota 100, quota 61 e quota 41. Rispetto all’attuale quadro normativo con l’introduzione delle nuove quote in teoria si andrebbe mediamente in pensione due anni prima (in pratica non è così perché ci sarebbero una serie di accavallamenti).

La nuova riforma cancellerebbe l’attuale Ape sociale e Ape volontaria che prevedono la possibilità di andare in pensione anticipatamente fino a 3 anni e 7 mesi prima. L’Ape sociale destinata a coloro che svolgono lavori usuranti, assistono coniuge o parente di primo grado con handicap grave, disoccupati o invalidi al 74% è gratuità mentre l’Ape volontaria deve essere finanziata tramite un prestito ventennale che comporta quindi una sensibile decurtazione della pensione. Ciò vuol dire che, nella sostanza, per coloro che hanno diritto all’Ape sociale l’introduzione del sistema delle quote non cambierebbe nulla mentre per gli altri ci sarebbe un lieve miglioramento dato dal fatto che l’importo della pensione rimarrebbe intatto.

In sintesi quello proposto da Di Maio è un semplice “addolcimento” della riforma Fornero molto lontano dalla tanto invocata abolizione. Sopratutto al momento non vengono messi in discussione i due elementi critici del nostro sistema pensionistico:
– gli automatismi relativi all’innalzamento dell’età pensionabile in base al aumento dell’aspettativa di vita;
– il progressivo aumento col passare degli anni della quota della prestazione pensionistica calcolata su base contributiva.

Il costo stimato dalle forze di maggioranza è di poco superiore a 5 miliardi mentre per l’INPS è di 15 miliardi. Realisticamente secondo alcuni analisti indipendenti il costo è di circa 10 miliardi, una cifra non trascurabile ma neanche eccessiva. In pratica si tratterebbe di un provvedimento che per importi è molto simile al bonus di 80 euro introdotto da Renzi. Un provvedimento che come per gli 80 euro incide relativamente sulle condizioni di vita delle classi popolari ma che dal punto di vista propagandistico può essere molto utile al nuovo esecutivo.

Spesometro, redditometro e studi di settore.

Di Maio ha detto chiaramente che intendono abolire spesometro, redditometro e studi di settore. Su questo onestamente ho poco da dire perché neanche Berlusconi era arrivato a tanto. Si tratta degli unici strumenti utili a contenere l’evasione fiscale (probabilmente la più grande piaga del nostro parse) che già ad oggi si aggira nelle stime più ottimistiche attorno ai 130 miliardi annui.

Nello specifico lo spesometro è la comunicazione obbligatoria alle Agenzia delle Entrate che tutti i contribuenti titolari di partita Iva devono fare relativamente alle fatture emesse e ricevute. Serve ad arginare l’evasione Iva per cui è bene ricordare che già oggi siamo primi in Europa.

Il redditometro invece è uno strumento di accertamento che serve a verificare se i beni posseduti e le spese sostenute dal contribuente sono congrui rispetto al reddito dichiarato. Se il reddito non viene ritenuto congruo scatta l’accertamento. Tra l’altro già oggi inspiegabilmente è concesso uno scostamento di 1/5 come a dire che un 20% di nero non si nega a nessuno.

Gli studi di settore invece sono strumenti che servono a capire se quanto dichiarato dal contribuente è congruo rispetto al tipo, alla dimensione e alla sede di attività. Anche in questo caso se c’è uno scostamento si può essere sottoposti ad accertamento.

Eliminati questi strumenti resta solo l’accertamento a campione e ciò vuol dire che la probabilità per l’evasore di essere beccato è pari a quella di vincere la lotteria.

Onestamente ho difficoltà a credere che effettivamente si possa procedere alla cancellazione di essi perché l’impatto sulle finanze pubbliche sarebbe devastante.

Già oggi l’Irpef grava per più dell’80% su pensionati e lavoratori dipendenti. Sarebbe paradossale pensare ad un ulteriore aumento della percentuale perché significherebbe sancire definitivamente l’esenzione fiscale per gli imprenditori.

Quale sia la relazione tra cancellazione degli strumenti di controllo fiscale e rilancio delle imprese è un vero e proprio mistero che chiaramente le forze di maggioranza evitano di svelare.

La cosa più paradossale è che a proporre la cancellazione di spesometro, redditometro e studi di settore siano proprio quelli che fino ad oggi gridavano onestà onestà.

Jobs act

Di Maio ha detto che bisogna diminuire la precarietà. Cosa voglia dire nel concreto al momento non è dato sapere perché mentre sulle altre questioni qualche dettaglio è stato reso noto su questo le bocche sono cucite. L’unica cosa certa è che nel famigerato contratto di governo è presente la reintroduzione dei voucher.

Conclusione

Fermo restando che una vera e propria analisi potrà essere fatta solo a partire dai provvedimenti concreti, ad ora questo esecutivo sembra aver adottato la stessa strategia del governo Renzi.

Come nel caso degli 80 euro si partirà con un primo provvedimento a effetto ma con scarse ricadute pratiche (aggiustamento Fornero) in modo da consolidare il consenso nel mondo del lavoro dipendente per poi procedere con provvedimenti tutti a favore degli imprenditori. Se Renzi elargiva sgravi e contributi alle imprese questi preferiscono garantire una sostanziale esenzione fiscale chiaramente a scapito di chi le tasse è costretto a pagarle ovvero dipendenti e pensionati.

Altro che cambiamento... questi sono in perfetta continuità con il passato!

Fonte

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