di Michele Giorgio
«Se l’Iran svilupperà
l’arma nucleare, noi seguiremo subito l’esempio», ha minacciato l’anno
scorso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Tehran continua a non avere la bomba atomica ma il programma nucleare di Riyadh fa passi in avanti significativi.
E sebbene appaia indirizzato verso ricerca scientifica e futura
produzione di energia elettrica – così da liberare per l’esportazione
una parte della produzione di petrolio – è comunque rischiosa
l’indifferenza internazionale verso di esso in un momento molto delicato
per il Medio Oriente, con Donald Trump che ha buttato all’aria l’accordo sul programma nucleare iraniano e Tehran che in risposta minaccia, già tra qualche giorno, di riprendere a ritmo serrato la produzione di uranio arricchito.
Come mostrano le foto satellitari della città «King Abdulaziz per la Scienza e la Tecnologia», nei pressi di Riyadh, l’Arabia Saudita ha allestito un importante centro ricerche e punta ad avere due reattori,
il primo entro la fine dell’anno, il secondo entro il 2020. Gli esperti
di controllo degli armamenti sono allarmati: i sauditi non hanno ancora
aderito a tutti i trattati volti a garantire che i programmi atomici
non siano utilizzati per costruire armi.
Gli Usa, che collaborano attraverso società private al programma
saudita, sulla carta considerano i potenziali usi militari della
tecnologia. Nei fatti però l’Amministrazione non si pone troppi
interrogativi perché si tratta di un affare da molti miliardi di dollari
e la concorrenza è forte. Aziende russe, sudcoreane, cinesi e
francesi sono in trattativa con Riyadh per fornire i primi due dei 16
reattori necessari per arrivare a 17,6 gigawatt di capacità nucleare
entro il 2032.
I motivi di sospetto non mancano. Riyadh è stata molto chiara: non
firmerà alcun accordo che priverà il regno della possibilità di
arricchire l’uranio o di ritrasformare il combustibile nucleare,
entrambi potenziali percorsi verso la bomba atomica. Robert
Kelley, ex direttore per le ispezioni dell’Agenzia internazionale per
l’energia atomica (Aiea), spiega che il reattore sperimentale in fase di
realizzazione pur essendo di piccole dimensioni sta facendo progressi
«celeri».
In una visita a Riyadh a gennaio, Mikhail Chudakov, vicedirettore generale Aiea,
ha confermato che l’Arabia Saudita ha «compiuto progressi significativi
nello sviluppo delle sue infrastrutture nucleari». A ciò si aggiungono i
propositi espressi in un’intervista dal ministro dell’energia Khaled al Falih.
«Non è naturale per noi importare l’uranio arricchito da un paese
straniero per alimentare i nostri reattori», ha detto citando le riserve
di uranio del paese.
L’Arabia Saudita ha reso pubbliche le sue ambizioni nucleari nove
anni fa ma i suoi progetti si sono accelerati con la formulazione del
piano «Vision 2030» del principe ereditario Bin Salman
che mira a sganciare l’Arabia Saudita dalla dipendenza dal petrolio e a
diversificare le fonti disponibili di fronte a una domanda di energia
che triplicherà entro il 2030.
Progetti che convincono l’alleato Trump e che invece generano lo scetticismo del Congresso
sull’affidabilità saudita, in particolare dopo il brutale omicidio del
giornalista dissidente Jamal Khashoggi compiuto lo scorso ottobre a
Istanbul dai servizi segreti di Riyadh con il probabile via libera di
Bin Salman.
Una risoluzione bipartisan presentata in Senato a febbraio richiede che
l’uso di qualsiasi tecnologia nucleare statunitense in Arabia Saudita
dovrà essere accompagnato da misure che impediscano a Riyadh di
arricchire l’uranio. Restrizioni a cui il segretario
all’energia Rick Perry ha reagito avvertendo che l’Arabia Saudita
guarderà a Cina o Russia per sviluppare la sua industria nucleare se gli
Usa non collaboreranno. «Posso assicurarvi che a quei due paesi non
importa nulla della non proliferazione nucleare», ha tuonato Perry.
Tehran accusa gli Usa di «ipocrisia»: Trump vende
tecnologia nucleare ai sauditi senza sufficienti garanzie mentre vara
pesanti sanzioni economiche e diplomatiche contro l’Iran che ha
accettato un accordo internazionale e di sottoporre ad attenti controlli
dell’Aiea il suo programma di produzione di energia atomica.
A marzo, Ali Shamkhani, segretario del Supremo
Consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, ha accusato «Stati
regionali» di sviluppare «sospetti progetti nucleari», in riferimento ai
programmi sauditi e a quelli degli Emirati arabi. Sullo sfondo i sospetti di cui si parla da anni di possibili forniture segrete di ordigni atomici ai sauditi dal Pakistan, paese largamente dipendente dagli aiuti finanziari di Riyadh.
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