Da qualche giorno è online l’Ordine Nuovo,
una nuova rivista comunista a cui collaboriamo e che nasce con
l’ambizione di rappresentare uno strumento di formazione, di dibattito e
di radicamento nella classe. Invitando chi ci segue a farla girare e,
soprattutto, a leggerla e discuterla, pubblichiamo di seguito il nostro
contributo al primo “numero”.
Nel giro di alcune settimane un patogeno microscopico ha messo in
crisi le lunghe catene del valore dell’economia capitalista. Un
microrganismo che la scienza fatica perfino a classificare tra gli
esseri viventi si è così trasformato nel fatidico granello di sabbia
capace di inceppare i meccanismi della globalizzazione, riuscendo a
rallentare o, in alcuni casi, addirittura a fermare la produzione. In
questo momento milioni di salariati sono confinati nell’isolamento,
mentre ad altri viene imposto, nonostante il rischio di contagio, di
andare a lavorare e sacrificarsi in nome del profitto. Una pandemia che
sta progressivamente investendo tutti i paesi del mondo, a partire da
quelli a capitalismo avanzato, ma in cui anche la capacità di risposta
della sanità pubblica e la tenuta dei rispettivi sistemi di welfare si
stanno trasformando in fattori decisivi nella competizione
inter-imperialistica.
Sarebbe però riduttivo provare a interpretare quanto sta avvenendo
esclusivamente attraverso la lente della crisi sanitaria o, al più,
della incipiente crisi economica. E non perché questi aspetti non siano
entrambi drammaticamente reali, ma perché così rischieremmo di non
cogliere alcuni delle contraddizioni sistemiche che proprio l’epidemia
sta facendo emergere.
Partiamo ponendoci una prima domanda: questa pandemia, così come le
altre epidemie che pure l’hanno preceduta, era davvero imprevedibile? Si
è trattato realmente di un evento “straordinario”? Il sistema
informativo mainstream e le classi dirigenti continuano a raccontarla
come una sorta di “calamità imponderabile”, uno di quei disastri
naturali che, al pari dei terremoti, delle eruzioni vulcaniche o dei
meteoriti, rimangono inevitabili per quanto ci si possa poi adoperare
per minimizzarne le conseguenze. Questa posizione, però, oltre a
rappresentare un’evidente auto assoluzione per le classi dominanti,
rischia di consegnarci allo stoicismo o, peggio ancora, al fatalismo, ma
soprattutto è scientificamente infondata. Come giustamente nota David
Quammen1 in “Spillover”, un libro del 2012 che gli eventi recenti hanno trasformato in un best seller, “non
si tratta di meri accidenti, ma di conseguenze non volute di nostre
azioni. Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una
ecologica ed una sanitaria”.
Non a caso almeno dal 1997, dalle avvisaglie della cosiddetta
“influenza di Hong Kong” (causata da un ceppo del virus H5N1), tra gli
epidemiologi il tema di quale sarebbe stata la prossima grande epidemia è
stato talmente ricorrente da spingerli ad affibbiargli anche un
nomignolo, the Next Big One, facendogli individuare proprio nelle
“zoonosi”, ovvero nelle infezioni trasmesse all’uomo da animali che
svolgevano la funzione di “ospiti serbatoio” o di “ospiti di
amplificazione”, il rischio principale. In una popolazione mondiale in
rapida crescita, con molti individui che sono esposti a nuovi patogeni,
l’arrivo di una nuova pandemia era dunque solo questione di tempo e lo
aveva ripetuto più volte la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità
(OMS), l’ultima in un report2 dello scorso settembre in cui
si ricordava che solo dal 2011 al 2018 erano state registrate più di
1483 epidemie, comprese Ebola e SARS, che avevano coinvolto ben 172
paesi.
Sappiamo ormai dal secolo scorso di come sia di fatto impossibile
determinare la violenza di un virus, ovvero il suo tasso di letalità,
senza tener conto di alcuni “fattori di contesto” che incidono anche
pesantemente, come l’alimentazione, le condizioni economiche, il tipo di
cure mediche disponibili e le capacità di risposta del sistema
sanitario. Alla luce di queste semplici considerazioni e degli
avvertimenti che ciclicamente si sono ripetuti in questi anni parlare di
“imprevedibilità” risulta dunque inappropriato, e il numero delle
vittime che si sarebbero potute salvare se solo ci si fosse preparati
adeguatamente rappresenteranno per sempre un j’accuse inappellabile contro le élite dominanti
Occorre però spingersi oltre ponendoci un altro quesito, forse ancora
più importante di quello precedente: esiste un nesso di causalità tra
il sistema economico dominante, il modo di produzione capitalistico, e
l’insorgenza sempre più frequente di epidemie? Si tratta di una domanda
tutt’altro che retorica, soprattutto perché ci inchioda, come comunisti,
ad un ritardo di analisi e, conseguentemente, di azione politica, su
una questione che si sta mostrando in tutta la sua drammatica attualità e
che non può essere semplicemente liquidata con una generica sentenza di
colpevolezza nei confronti del capitalismo. Occorre indagare in maniera
scientifica su quale sia esattamente il rapporto tra la sfera
socioeconomica e la natura, che non possono essere pensate come realtà
separate, perché gli esseri umani sono al tempo stesso produttori e
prodotti del loro ambiente, Società e Natura sono legate
dialetticamente, da questo punto di vista il capitalismo non va dunque
interpretato solo come un sistema socioeconomico, ma anche come un modo
di “organizzare” la natura, uno specifico regime ecologico3.
Torniamo quindi alla relazione tra capitalismo ed epidemie. Stando
alle parole dell’epidemiologo Paolo Vineis, recentemente intervistato
dal Corriere della Sera, secondo alcuni studi recenti più del
25% delle malattie infettive emergenti e più del 50% delle malattie
zoonotiche nell’uomo sono dovute al consumo del territorio per scopi
agricoli e zootecnici legati soprattutto all’allevamento intensivo di
maiali e pollame che contribuisce a rendere possibile il processo di
concentrazione urbanistica nei paesi della periferia e della
semiperiferia capitalista. In un testo del 2016, Big Farms Make Big Flu4,
il biologo Robert Wallace ha dimostrato in maniera esaustiva il
rapporto di causalità che esiste tra l’agrobusinnes, l’urbanizzazione
capitalista e l’eziologia di alcune epidemie recenti come la SARS ed
Ebola.
L’agroindustria capitalistica, rimpiazzando ecosistemi naturali
complessi con sistemi più produttivi, ma biologicamente più “semplici”,
crea infatti le condizioni perfette perché gli agenti patogeni possano
evolvere fino a sviluppare fenotipi sempre più virulenti e contagiosi.
L’allevamento industriale di animali domestici è caratterizzato, per
esigenze ovvie di mercato, da una elevatissima omogeneità genetica e da
ambienti con alta densità di popolazione, questo finisce col rimuovere
ogni tipo di barriera immunologica in grado di rallentare la possibile
trasmissione di infezioni. A questo va poi aggiunto l’effetto della
ricerca incessante del raggiungimento di cicli produttivi sempre più
brevi, capaci cioè di portare l’animale al peso di macellazione nel
minor tempo possibile in modo da ridurre quello che Marx chiamava il tempo di produzione e conseguentemente anche il tempo di rotazione del Capitale, e quindi la massa di plusvalore realizzabile, ad esempio, in un anno.
La logica interna del modo di produzione capitalistico
diventa così essa stessa un fattore evolutivo capace di trasformare dei
ceppi virali prima isolati o inoffensivi in patogeni sempre più
aggressivi. Questo perché il ritmo produttivo sempre più
serrato impone indirettamente (ma in maniera estremamente efficace) una
pressione selettiva sui patogeni “costringendoli” ad evolvere in ceppi
sempre più virulenti, capaci di svilupparsi su ospiti con cicli vitali
sempre più brevi. Come già accennato l’alta concentrazione produttiva
dell’agroindustria è poi, al tempo stesso, presupposto e conseguenza dei
processi di urbanizzazione che hanno portato oltre il 55% della
popolazione mondiale a vivere nelle grandi città e nelle megalopoli
globali, spesso in condizioni igenico-sanitarie estremamente precarie,
soprattutto nei paesi della periferia e della semiperiferia capitalista,
creando così i presupposti per i continui salti zoonotici e la
successiva diffusione dei patogeni.
Non è certo quindi per una sfortunata coincidenza che molte delle
nuove epidemie abbiano avuto origine proprio in Cina, e la ragione non
può essere ricercata, come pure si è tentato di fare, nelle
“stravaganti” abitudini culinarie e culturali dei cinesi o in qualche
esperimento militare sfuggito di mano, ma ha a che vedere con la
geografia economica globale e la progressiva concentrazione nel paese
della produzione manifatturiera internazionale che, in un arco di tempo
relativamente breve, ha fatto della Cina “la fabbrica del mondo”.
Proprio come per l’Europa e gli Stati Uniti dei secoli scorsi, gli alti
tassi di sfruttamento che sono stati alla base del “miracolo economico”
hanno determinato per milioni di proletari, oltre che un aumento delle
diseguaglianze sociali, anche condizioni di vita estremamente precarie,
soprattutto nelle enormi megalopoli spuntate come funghi in questi anni,
determinando così le condizioni adatte per il potenziale sviluppo delle
epidemie.
Al vorticoso tasso di crescita del Pil cinese di questi ultimi
decenni e al conseguente “grande balzo in avanti” tecnologico non ha
fatto da contrappunto un altrettanto rapido miglioramento del tenore di
vita dei milioni di contadini che sono stati strappati alle campagne e
proletarizzati per andare a lavorare nelle Zone Economiche Speciali.
Nonostante gli enormi sforzi messi in campo in queste ultime settimane,
la spesa sanitaria cinese5 rimane limitata, stimata in 398
dollari per persona, poco più di un terzo di quello che investe Cuba,
per intenderci. In questa sorta di accumulazione originaria che dovrebbe
permettere al paese di risalire le catene del valore internazionale gran
parte della spesa pubblica continua ad essere indirizzata alle
infrastrutture fisiche: ponti, strade ed energia a basso costo per le
industrie. Da questo punto di vista anche la città in cui ha avuto
origine l’epidemia di Sars-CoV-2 ha un alto valore simbolico. Wuhan è
infatti considerata come la capitale cinese dell’industria delle
costruzioni ed ha conosciuto un’espansione rapidissima proprio a partire
dalla crisi del 2008, quando il governo cinese varò un piano di stimoli
di oltre 4 trilioni di yuan, pari al 14% del Pil, destinati soprattutto
a progetti infrastrutturali ed edilizi.
Arrivati a questo punto, e prima di concludere, è necessario però
chiarire come nel caso dell’ultima epidemia da Sars-CoV-2 la vicenda si
sia dimostrata più complessa rispetto ai casi dell’influenza suina
(2009) e aviaria (2003) che invece erano più chiaramente associati al
nucleo del sistema agroindustriale capitalistico. Sembrerebbe infatti
ormai acclarato che “l’ospite serbatoio” sia stato una qualche specie di
pipistrello, macellato e commercializzato nel mercato umido di Wuhan, e
che il contagio non sia quindi passato attraverso l’intermediazione di
un animale domestico. Ancora una volta è però il lavoro teorico di
Robert Wallace a far emergere i nessi di causalità stringenti a cui ci
siamo riferiti finora.
Se è vero, infatti che ormai a livello globale, e soprattutto in
Cina, la produzione di cibo da animali selvatici sta diventando in modo
sempre più effettivo un settore economico a sé, è anche vero che la sua
relazione con l’agricoltura industriale va ben oltre il fatto che
entrambe queste filiere possano essere controllate dagli stessi
capitali. I processi di espansione della produzione agricola
intensiva e, al contempo, di sussunzione dell’agricoltura “di periferia”
alle logiche del Capitale non solo determinano la progressiva
distruzione degli agroecosistemi tradizionali ma, più o meno
direttamente, aumentando l’interfaccia con ecosistemi che fino a quel
momento erano rimasti relativamente isolati aumentando le probabilità
dello “spillover” di nuovi agenti patogeni. In sostanza, man
mano che l’accumulazione capitalista sottomette nuovi territori
distruggendo gli equilibri eco-sistemici preesistenti, le specie animali
vengono progressivamente spinte in zone meno accessibili in cui entrano
in contatto con ceppi patogeni fino ad allora isolati. Quelle stesse
specie animali spesso diventano poi oggetto di mercificazione finendo
nelle catene del valore capitalista.
Questo diminuisce la distanza tra l’uomo e i potenziali “ospiti
serbatoio” creando così le condizioni per il salto di specie di patogeni
protopandemici. L’esempio della recente epidemia di Ebola in Guinea
(2013) è, da questo punto di vista, emblematico. La cessione da parte
del governo di grosse estensioni di territorio ai conglomerati
agroindustriali internazionali per la produzione dell’olio di palma ha
determinato, non solo la deforestazione e la distruzione di ecosistemi
complessi, ma l’imposizione di una monocoltura che è poi è risultata
particolarmente attrattiva nei confronti di quei pipistrelli che fungono da
serbatoio naturale del virus. Si è trattato, come scrive il sito
dell’ISS6, della più grande epidemia di Ebola, sia per
numero di focolai che per numero di casi e decessi segnalati: un totale
di 28.652 casi confermati, probabili e sospetti, con 11.325 decessi in
dieci Paesi (Liberia, Guinea, Sierra Leone, Mali, Nigeria, Senegal,
Spagna, Regno Unito, Italia e Stati Uniti d’America).
La crisi pandemica di questi giorni, che dopo decenni torna a
coinvolgere le capitali del Nord globale, è un’ulteriore dimostrazione
del fatto che il capitalismo è un regime ecologico insostenibile.
Nonostante le retoriche imperanti sulla cosiddetta green economy, le
leggi interne che lo governano sono le stesse che approfondiscono le
contraddizioni ambientali. La lotta per l’uguaglianza e la giustizia
sociale deve quindi necessariamente intersecarsi con quella per la
giustizia ambientale, perché solo affidando alla collettività il compito
di decidere cosa, quanto e, soprattutto, come produrre, l’umanità nel
suo complesso potrà provare a superare questa contraddizione. Ma
affinché questo accada è necessario colmare il ritardo di analisi che
abbiamo accumulato in questi anni.
Note:
1) Quammen D. (2014), Spillover, Adelphi
2) https://apps.who.int/gpmb/assets/annual_report/GPMB_annualreport_2019.pdf
3) Moore J. W. (2015), Ecologia-mondo e crisi del capitalismo, Ombre Corte
4) Wallace R. G. (2016), Big Farms Make Big Flu, Monthly Review Press
5) https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/324835/9789241565707-eng.pdf
6) https://www.epicentro.iss.it/ebola/epidemia-africa-2014
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