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26/10/2020

Al bivio tra socialismo o barbarie, di nuovo e davvero

Le società collassano quando non sanno affrontare i problemi sistemici nel momento in cui si presentano in forma acuta. Sono “sistemici”, naturalmente, quelli che riguardano l’architettura sociale, i suoi pilastri, ossia ciò che tutti – anche chi è contro quel sistema – considera “la normalità”.

Come si dice sempre più spesso – e una giovane straordinaria come Jane Fonda ha provato a spiegarlo inutilmente a un preistorico Fabio Fazio – “la normalità era il problema” ovvero era quel modo di produrre e vivere (ancora in piedi ma in crisi) ad aver prodotto la situazione attuale.

Difficile da capire? Proviamo con un esempio. Un fumatore ritiene “normale” coltivare il suo vizio, e ad un certo punto, quando i polmoni funzionano male, va dal medico. Il quale, se è onesto, gli consiglierà come prima cosa di smettere di fumare. “Tornare alla normalità”, in quel caso, sarebbe correre verso la morte...

E questa è la condizione generale dell’Occidente capitalistico, cui il coronavirus ha fornito l’occasione per vedere che il sistema in cui continuiamo a vivere come liberi schiavi non funziona più e sta producendo la propria stessa fine.

Non funziona nell’affrontare il virus. Tutti i paesi “neoliberisti” stanno pagando prezzi straordinari in termini di vite e di crolli del Pil, nessuno escluso. La parola d’ordine, per tutti, è stata “convivere con il virus”, in modo da salvaguardare la produzione.

Ma con i virus che attaccano le vie respiratorie non si può “convivere”, bisogna combatterli e sradicarli dalla popolazione. Altrimenti la produzione si ferma più a lungo, più estesamente, con una scia di fallimenti e disoccupazione che mette in forse la coesione sociale, le strutture di coltivazione e raccolta del consenso, la stessa possibilità di governare la società nel suo insieme.

Dunque, non funziona neanche per garantire la continuità dell’economia.

Le “misure eccezionali” che stanno venendo varate in tutto il mondo occidentale – dalla Francia alla Spagna, dalla Polonia alla Grecia; tranne che negli Usa, non a caso il lazzaretto principale del pianeta – sono in genere molto simili, chiusure parziali, scenografiche, ininfluenti proprio rispetto all’obbiettivo dichiarato: fermare l’epidemia.

Coprifuoco serali e notturni, ma obbligo di andare al lavoro; chiusura delle attività del tempo libero e culturali, ma nessun intervento sul sistema dei trasporti pubblici (dove gli assembramenti diventano un carnaio); divieti sulla quantità di ospiti da ricevere in casa e altre amenità che hanno un’influenza molto marginale sulla quantità dei contagi.

Nel frattempo crollano tutte le attività economiche connesse ai divieti, per non dire dell’“economia informale” di cui vivono le periferie metropolitane (non solo Napoli o le banlieues). E siccome gli esseri umani hanno la strana pretesa di sopravvivere, il venir meno della incerte forme di reddito abituali, sommato alla evidente inutilità di molte misure, fa salire la tensione sociale. Persino in settori “perbenisti” come i commercianti di ogni ordine e grado, da secoli sempre “governisti” (tranne quando si tratta di pagare le tasse...).

Da qui alla rivolta, o alla jacquerie, il passo non è breve ma sta avvenendo. Le forze organizzate che provano a orientare il malessere sociale sono molto diverse tra loro e, come sempre è avvenuto, nella “fase aurorale” della protesta sociale autentica, si ritrovano spesso nelle stesse piazze, in competizione aspra per dare un senso (reazionario o rivoluzionario) a quel malessere.

È avvenuto persino per l’evento fondativo del mitico ‘68, a Valle Giulia. Poi, nelle settimane successive, il movimento studentesco regolò i conti con i fascisti espellendoli da ogni piazza.

I movimenti sociali fondati su bisogni reali, insomma, non nascono mai “puri”. Si “raffinano” – oppure no – strada facendo. Ma richiedono intervento politico e sociale, non tweet e post scandalizzati da poltronisti sazi.

Questo è il momento della confusione, è evidente. La credibilità della classe dirigente è pari a zero. Dunque quelle “misure” inefficaci che però incidono negativamente sulla vita reale di così tanta gente non vengono più prese come oro colato, ma come palliativi pensati per far vedere che si fa qualcosa, assecondando interessi diversi (o opposti) dai propri.

Come i nostri lettori sanno, fin dal primo momento abbiamo sostenuto la necessità di adottare misure radicali di blocco (accompagnati però da una massiccia campagna di test su tutta la popolazione) e di utilizzare tutti i sistemi di protezione individuali. Non perché “ce lo dice il governo”, come sostenevano e sostengono fascioleghisti e terrapiattisti, ma perché serve a noi: lavoratori, studenti, disoccupati e a maggior ragione pensionati.

Dunque occorre ora lottare in qualunque sede e proteggere se stessi e gli altri dal contagio. In forme pratiche da scoprire e cambiare continuamente, con il modificarsi della situazione, dei decreti, delle misure repressive (già in quest’ultimo Dpcm sono vietati i cortei...).

Perché non si può pensare che tutto stia davvero fermo mentre le condizioni per sopravvivere vengono a mancare. Quello striscione napoletano“tirate fuori prima i soldi, poi chiudete tutto anche un anno intero” – riassume al meglio il problema.

I padroni, fin dall’inizio, hanno imposto i loro interessi: “si chiuda tutto, ma non le grandi imprese”. Successivamente, e adesso, tutte le categorie imprenditoriali e commerciali hanno assunto lo stesso atteggiamento (“non siamo noi gli untori!”). Chiedono che il governo difenda anche i loro interessi e addirittura – nelle frange più esposte al fallimento – cominciano a scendere in piazza.

Sul fronte sociale opposto – lavoratori, insegnanti, studenti, disoccupati, pensionati, senza reddito, ecc. – si fa strada la stessa esigenza. Man mano che le riserve di risparmio si avvicinano alla fine (o non ci sono mai state), anche qui si è costretti a “fare qualcosa”.

Nessuno attenderà pazientemente la fame stando chiuso in casa.

Qui si verificano le “soggettività politiche”, individuali o organizzate che siano. Le biografie e l’ideologia professata non contano nulla. Le necessità sociali chiedono risposte collettive; chi è in grado di fornirle, o almeno di provarci, va avanti e può crescere nella “coscienza popolare”.

Chi non ha nulla da dire, se non qualche massima estrapolata dai libri o dagli editoriali di Repubblica (giornale della Fiat, non dimenticate!; come cazzo lo si possa considerare “di sinistra” è veramente un mistero di fatima...), è out. O parla da solo o si appella al governo e si schiera con la polizia.

La crisi è ovviamente appena agli inizi. L’incapacità/impossibilità di risolverla non può che aggravarla. Si avvertono insomma scricchiolii, e cominciamo pure a vedere qualcosa. Ma non c’è da scommettere moltissimo sulla capacità del potere di mantenere salda la presa sulla dinamica sociale.

Può darsi che avvenga, certo. Gli strumenti non mancano, a partire da una batteria di media molto potenti di proprietà padronale o statuali, che fanno disinformazione in modo ormai imbarazzante.

Un esempio per capire. Il direttore dell’Ats di Milano, ospite dal solito Fazio, ha ripetuto cento volte “non bisogna farsi illusioni sulla possibilità di eliminare il virus”, arrivando a dire che “nessun paese al mondo ci è riuscito”. Senza che l’intervistatore pronunciasse i nomi proibiti di chi, invece, ha praticamente eliminato il virus dal proprio territorio e mantiene naturalmente alte le difese dal ritorno di “importazione”: Cina, Cuba, Vietnam, Venezuela...

Ma la scelta suicida di “convivere con il virus” erode anche la classe dirigente.

Un piccolo esempio può aiutare, anche in questo caso. In Italia, i portavoce del Presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio risultano entrambi contagiati. Può essere che abbiano trasmesso il virus ai loro “assistiti”, e che quindi i vertici istituzionali corrano rischi seri (per questioni di età, più Mattarella che Conte, che comunque ha 56 anni...), nonostante per loro ci siano certamente i medici e le cure migliori.

Non è una previsione peregrina che un eventuale “vuoto di potere”, anche temporaneo, possa scatenare appetiti e ambizioni in una classe politica che fin qui ha brillato per incompetenza, litigiosità, indecenza e servilismo nei confronti del profitto. Con conseguenze non prevedibili, ma certamente non lievi.

Viviamo in tempi eccezionali. Sarà bene rendersi conto che non c’è più una “normalità” a cui tornare. Dopo un anno come questo, e la certezza di averne almeno un altro simile se non peggiore (le “seconde ondate” sono sempre incontenibili, se avevi scelto di “convivere con la pandemia”), troveremo un mondo in cui sono cambiate le coordinate fondamentali. Quelle che erano “la normalità”, appunto.

La superpotenza imperialista sotto la cui ombra abbiamo passato gli ultimi 75 anni potrebbe risultare assai meno egemone e “propulsiva” (oltre che sull’orlo della guerra civile interna). Alcuni comparti industriali andranno ricostruiti dalle macerie (tutto il sistema del trasporto aereo, per dirne una; e quello turistico, che già aveva cancellato una quantità di “destinazioni” a causa dell’aumento delle guerre locali). Figure sociali saranno sparite o assai meno “trendy” (quanti potranno permettersi un personal trainer o un dog sitter?).

La trasformazione del mondo scende di nuovo dall’astrazione degli infiniti mondi possibili alla brutale necessità di cambiare questo, che si va decomponendo, nelle uniche prospettive concrete che restano: socialismo o barbarie.

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