Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2022

Ma come si fa...

di Nico Maccentelli

Davide Grasso ha combattuto in Kurdistan con la Resistenza curda. Conosce molto bene la storia di quel popolo e della sua lotta contro il fascismo turco. Conosce altrettanto bene l’esperienza municipalista della regione autonoma del Rojava, la democrazia popolare antistatale e antipatriarcale che regge quell’esperienza. Ma un bel giorno di fine maggio Davide Grasso appare a Bologna, al Labàs in Vicolo Bolognetti (1), per annunciare che esiste la “resistenza ucraina”. Un’entità costituita non si sa da chi: da dei presunti anarchici? o da tutti coloro che sono definibili combattenti, ossia le forze militari ucraine? Chissà... Comunque una “resistenza” che non ha caratteristiche autonome, ma che è tutta interna alle unità di difesa territoriale, quindi allo stato ucraino, uno stato dove non vige una democrazia popolare, ma un dominio borghese, con un’oligarchia che arma e ha come braccio armato interno e nel conflitto con la Russia delle forze di stampo nazista.

Non si sono mai visti degli anarchici sostenere qualsiasi forma di statalismo, figuriamoci se questo è erede diretto del banderismo che è stato complice antisemita e forza organica della Germania nazista e artefice di eccidi sulla popolazione ebraica e non. In definitiva qualcosa che non solo non c’entra una mazza con l’esperienza del Rojava, con lo zapatismo... ma che non è neppure lontanamente accostabile, qualcosa che sta agli antipodi per scopi, valori, identità politica.

Ma allora, caro Grasso, se la nozione di “resistenza” per te era così larga ed elastica... perché non andavano bene quei comunisti e quei siriani in generale, che hanno preso le armi nell’esercito della Repubblica Araba di Siria per difendere il proprio paese dall’imperialismo USA e dall’invasione turca?

Un’incongruenza dietro l’altra accompagnano questa narrazione, che sarebbe derubricabile come bislacca se non creasse una confusione assoluta tra le fila dell’antagonismo di classe.

Infatti, nemmeno venti giorni prima, una strana anarchica ucraina, sempre al Labàs (2), facente parte di Operation Solidarity, parlava al pubblico “municipalista” della militanza di tali anarchici ucraini nelle unità di difesa territoriale, di “resistenza ucraina” e di necessità di una no fly zone, mentre la conduttrice labassina di detta iniziativa definiva “rivoluzione” il golpe nazista di piazza Maidan del 2014, preparato (e ci sono le prove) e orchestrato dal deep state statunitense.

Queste sono le basi politiche su cui è stata costruito l’attacco a quella parte di movimento antimilitarista che si è posto sul terreno della lotta contro la guerra e contro la NATO. Un regalo fatto al governo e al PD, soprattutto sul piano locale.

Ora, sappiamo bene che i debiti si pagano, e gli spazi dati da una giunta PD esigono che la politica di guerra, della armi agli ucraini trovino una sponda coerente in una narrazione ad hoc che soddisfi i “palati antagonisti”. E cosa c’è di meglio allora che inventarsi una “resistenza” laddove ci sono battaglioni nazisti che dominano lo scenario bellico, armi che finiscono al mercato nero, andando a implementare l’epica costruita a tavolino dal mainstream del “povero popolo ucraino aggredito”? Cosa c’è di meglio per oscurare la realtà dei fatti che vede il popolo ucraino usato come carne da macello per una guerra costruita negli anni dall’espansionismo USA-NATO, dalla sua minaccia nucleare ai confini della Russia, dall’uso dei nazi locali nella loro pulizia etnica antirussa? Una resistenza inventata, che oscuri l’ennesima guerra per procura dell’Occidente imperialista è proprio quello che ci vuole.

Solo che stavolta non ci sono la Siria, l’Iraq, la Libia o la ex Yugoslavia. Oggi dall’altra parte c’è un’altra forza dotata di armi nucleari e la danza sul burrone di una guerra termonucleare (tattica in Europa se va bene) è una danza macabra, dove ballerini insensati non si rendono conto di scherzare col fuoco.

Cosa c’è nella testa di questi “antagonisti”, segatura? Perché il bello è che tutta questa narrazione, che di antifascista non ha neppure l’odore ed è complice dei nazi, si riempie di parole come “internazionalismo” accostando l’ “Ucraina aggredita” al Kurdistan siriano.

Ma qui viene il bello. Se la narrazione dei nostri “antagonisti” è questa, chi si batte contro la politica di guerra della NATO e di conseguenza del governo Draghi, chi in tutti questi anni ha sostenuto e difeso la causa del Donbass e le due Repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk, viene tacciato di “filoputinismo” e di essere “rossobruno”. Dimenticandosi con questo strano criterio contraddittorio che le YPG hanno avuto l’appoggio degli USA nello sconfiggere i tagliagole dell’ISIS. Un internazionalismo strano allora quello di questi “compagni”, con versioni pro domo loro a seconda della convenienza, sostenendo una cosa da una parte e l’opposto dall’altra. Una sorta di opportunismo da vulgata sinistrese che non tiene conto della complessità delle situazioni. Semplificare... come del resto fanno i principali media di regime con i loro salotti televisivi. E che dire allora della nostra Resistenza del ’43-45 contro il nazifascismo: gli Alleati USA e UK non erano forse (anche allora) imperialisti?

Quello che colpisce è la consonanza tra l’azione politica di regime nel criminalizzare ogni voce di dissenso sulla guerra in atto (vedi la lista di proscrizione del Corrierone e il rumor di sciabole dei servizi...), tacciandola di collaborazionismo con Putin e quella di detta compagneria: a ognuno le sue liste. Una consonanza che con gli “antagonisti” trova la sua massima espressione nel totale silenzio verso il fenomeno degli ucronazi, che il mese scorso a Bologna hanno attaccato una festa partigiana e cercato di stuprare una compagna qualche giorno dopo.

Nella storia dei movimenti sociali nel nostro paese e non solo nel nostro, alla voce “guerra imperialista” ci sono sempre stati storicamente due filoni contro la guerra: uno pacifista e non violento, proprio per esempio del cattolicesimo, come quello dei padri comboniani e che oggi vede alzarsi la voce del Papa (l’abbaiar della NATO). L’altro, marxista, o comunque antimilitarista anche nella sua variante libertaria, che si è mobilitato storicamente sulla parola d’ordine “guerra alla guerra”, ossia trasformare la guerra in rivoluzione sociale.

Ebbene, che cosa c’entri con questa storia di lotte pacifiste e antimilitariste questa strana vulgata su resistenza e ucro nazi, armi a Zelensky e no fly zone, è proprio un mistero. Ma il risultato per qualcuno, che evidentemente ha il suo tornaconto, è stato ottenuto: spaccare, dividere, creare confusione, perché da un’economia di guerra e dalla sua macelleria, dalla miseria e da un dominio che di pandemia in guerra cerca di ridisegnare un ordine totalitario unipolare, i servi devono stare zitti e seguire il pensiero unico. E c’è una campagna denigratoria per ogni focus target.

Per sgombrare il campo da queste scorie ideologiche, che sono poi quelle di chi ragionando per principio e non per analisi finisce per fare il gioco del re di prussia, ha parlato da posizioni di sincero e autentico antifascismo antimperialista e di classe il nostro direttore Valerio Evangelisti recentemente scomparso. E lo ha fatto con questo intervento del 2016, dove già coglieva i punti essenziali della questione ucraina:


e con altri due recenti interventi sulla guerra in Ucraina che potete vedere in questo sito e qui a 11:25.

Quest’ultimo con tutta probabilità è proprio l’ultimo intervento fatto dal nostro.

Note

1) Questo intervento di Davide Grasso lo trovate sul fb di Labàs.

2) Vedere questo link (il video è stato tolto, ma il link resta).

Fonte

15/05/2022

“Anarchici” per Zelenskij

È di questi ultimi giorni la rinnovata offensiva propagandistica di spezzoni del movimento anarchico ucraino per orientare in direzione Zelenskij libertari e centri sociali italiani ed europei. Il 12 maggio, nel centro sociale bolognese Làbas, sedicenti anarchici di Operation Solidarity ucraina hanno tenuto una marchetta pro-governativa “contro l’aggressione imperialista russa”.

A questo punto, si rende necessaria una breve panoramica storica sul movimento anarchico ucraino post Maidan per comprendere come una parte di esso, abbandonando de facto i più elementari principi dell’anarchismo stesso, abbia finito – come vedremo – per costituire orgogliosamente una componente bellicista e militarista della società ucraina, pronta ad invocare il salvifico intervento Nato e la collaborazione “tattica” con la Destra neonazista.

Le proteste del 2014 portano al collasso le vecchie organizzazioni, a partire dalla Rcas di Mahno, la confederazione degli anarco-sindacalisti. Il movimento si trova frantumato in numerosi, piccoli gruppi, numericamente di scarso rilievo.

In una simile condizione e con l’inizio delle ostilità armate nel Donbass, gli anarchici, complessivamente, non riescono a tenere a lungo il connotante punto d’onore del “no alla guerra” finendo per dividersi, proprio come tutte le altre componenti della società.

È a partire da questo preciso momento storico che, nella parte pro Maidan avviene l’insana folgorazione per il nazionalismo ucraino. Assistiamo così ad “anarchici” che scelgono il battaglione Azov e l’Oun; altri, come testimoniato da diverse foto, che vengono addestrati nel campo di Settore Destro nella base di Desna.

Altri ancora, affiliati all’organizzazione Autonomnyi Opir, che farneticano di “collaborazione militare” con l’esercito di Kiev (quello armato dalla Nato) in chiave “antimperialista”. Ovviamente, tanto questa organizzazione, con base a Lvov, quanto gli altri “anarchici di Zelenskij” hanno ricevuto pesanti e durissime critiche dal resto del movimento anarchico ucraino.

Incapaci di rivaleggiare con la destra neonazista per il controllo delle piazze e della protesta, non all’altezza di elaborare un proprio programma alternativo a quello dei filo occidentali, gli “anarchici di Zelenskij” hanno mestamente subordinato il proprio essere e la propria indipendenza alle componenti egemoni della protesta liberal-banderista.

Qualche dubbio in proposito? Leggiamo cosa scrivono i firmatari del recente appello – in inglese – “Guerra e anarchici: una prospettiva anti-autoritaria in Ucraina” (crimethink.com), a firma plurima e con l’obiettivo di mobilitare gli anarchici dell’Ue nella crociata russofobica.

Innanzitutto, i “nostri” considerano – parole loro – l’Ucraina un’isola felice e la prima linea della lotta occidentale contro l’imperialismo russo. Poche parole per comprendere che il modello di riferimento per gli anarchici di Zelenskij non è la lotta di classe e la sconfitta del capitalismo ma il liberismo occidentale che, infatti, ha reso (secondo loro) l’Ucraina un’isola felice, la quale, grazie al dirimente sostegno militare di Nato e vassalli, può oggi rappresentare la prima linea nella lotta alla Russia. Strana razza quella degli “anarchici di Zelenskij” ma continuiamo nella lettura.

Dato che – corsivo loro – “il piano a lungo termine della Russia è quello di distruggere la democrazia in Europa” – sembra più il punto di vista dell’amministrazione Reagan che un’analisi di anarchici (!) – il “no alla guerra” e lo “scontro inter-imperialista” costituiscono slogan “populisti ed inefficaci”; meglio, quindi, l’alleanza con la Nato.

È chiaro il campo scelto dagli “anarchici di Zelenskij”: non lotta di classe ed anarchismo ma Nato, guerra ed imperialismo.

L’appello continua: “guardate all’Afghanistan ed avrete cosa significa nei fatti lo slogan No alla guerra: con l’avanzata dei Taliban, le persone sono fuggite in massa, morte nel caos degli aeroporti e quelli rimasti sono stati purgati”.

Ancora una volta, il punto di vista degli “anarchici di Zelenskij” preferisce identificarsi con gli imperialisti occidentali piuttosto che con gli oppressi.

Il tentativo degli “anarchici di Zelenskij” di far schierare un (opportunamente epurato) anarchismo da operetta al fianco degli imperialisti occidentali poggia, e non da oggi, sull’odioso, truffaldino tentativo di inserire il leggendario condottiero anarchico degli anni rivoluzionari Nestor Mahno nel milieu del nazionalismo ucraino.

È dai primi anni ’90 del secolo scorso, dai tempi del Ruch nazionalista, che assistiamo a simili ignobili tentativi, una vera e propria aberrazione storica. Un revisionismo storico “da 4 rubli” cerca disperatamente di inserire nel proprio pantheon – accanto ai peggiori rappresentanti del nazionalismo etnico, eugenetico, antisemita, quale è quello ucraino – una positiva figura socialmente progressista, nella speranza di contrabbandare il suo sciovinismo per “condivisibile anelito all’indipendenza nazionale”.

Vediamo, quindi, cosa pensava Mahno dei nazionalisti ucraini. Dalle sue memorie, col significativo titolo “La Rivoluzione Russa in Ucraina”:

Il successo dei partiti socialisti di sinistra nelle elezioni si spiega col fatto che i lavoratori ucraini, non guastati dalla propaganda dei patriottardi, conservarono intatto il loro spirito rivoluzionario e […] che il “movimento della liberazione ucraina” restò completamente chiuso negli schemi patriottardi […] questo spirito borghese e patriottardo e la colpevolezza politica dei capi del “movimento della liberazione ucraina”, colpevolezza nei confronti dei lavoratori, della loro bella idea di conquista, tramite l’azione rivoluzionaria diretta, della libertà e del diritto all’indipendenza e alla libera edificazione di una nuova società socialista, provocarono nei lavoratori un sentimento d’odio nei confronti dell’idea stessa di “movimento della liberazione ucraina”.

I lavoratori rivoluzionari ucraini […] marciarono in massa contro questo movimento, senza alcuna pietà per tutto ciò che lo riguardava […] Il movimento patriottardo in Ucraina aveva rovinato i magnifici inizi della Grande Rivoluzione Russa”
. [in N. Mahno, La Rivoluzione Russa in Ucraina, La Rivolta, Ragusa, 1988, pp.118-119].

Continua Mahno, per il quale il nazionalismo dei nemici dell’unione fraterna col popolo russo fu solo nocivo alla rivoluzione:

Questa propaganda dei patriottardi ucraini spinse i lavoratori della regione di Guliai-Polé sulla via della lotta armata contro ogni tentativo separatista ucraino perché la popolazione vedeva nello sciovinismo – idea direttrice del separatismo ucraino – la morte della rivoluzione. [Ivi, p134].

A questo punto, ai mistificatori attuali del pensiero di Mahno occorre ricordare che: egli, per tutta la sua vita, parlò solo in dialetto russo e non conosceva neanche la lingua ucraina, proveniva orgogliosamente dalla riva ad est del Dniepr, dalla parte rivoluzionaria dell’Ucraina come lui la chiamava.

Fu sempre in prima linea contro gli antisemiti ed i pogrom commessi in grande quantità tanto dai reazionari bianchi, quanto dai nazionalisti ucraini. Fece sempre riferimento alla Grande Rivoluzione Russa; a separarlo dai bolscevichi, infatti, non era il sovietismo ma il come instaurarlo – Mahno libertario, i bolscevichi autoritari –.

Spiegare l’avversione di Mahno – un contadino divenuto rivoluzionario da autodidatta – per il nazionalismo ucraino di inizio ‘900 significa comprendere la natura borghese di quest’ultimo, la reazione delle élite agrarie alla concreta minaccia di rivoluzione sociale proveniente da Mosca.

Un nazionalismo, quindi, quello ucraino ben disposto a sacrificare i temi dell’uguaglianza e della giustizia sociale sull’altare della sola emancipazione nazionale.

In realtà sappiamo che anche quest’ultimo tema, per i sedicenti nazionalisti ucraini, è storicamente sacrificabile in cambio dell’aiuto tedesco o polacco volto a frenare il nemico principale dal 1917: il comunismo.

Come ci ricorda la parabola del campione storico del nazionalismo ucraino: Simon Petljura, l’ataman antisemita, al soldo della Polonia e che incarnava i privilegi dei cosacchi a scapito delle plebi contadine, che il bolscevismo “minacciava” di liberare dall’atavica schiavitù.

Pletjura guidò l’offensiva del ’19 contro Kiev, promettendo in cambio al suo sponsor militare – il maresciallo Pilsudski – la cessione della Galizia alla Polonia.

Chiudiamo ricordando che l’armata insurrezionale contadina di Mahno, la mahnovicina, fu artefice, negli anni della guerra civile della sconfitta manu militari delle armate bianche di Wrangel e Denikin e di quella nazionalista di Pletjura.

Si trattò di vittorie vitali per la Rivoluzione Russa, tanto che la mahnovicina venne formalmente inserita – pro tempore – nelle Armate Rosse del Fronte Meridionale. Una volta riparato avventurosamente in Francia, al termine di ripetuti scontri in patria coi bolscevichi vittoriosi, Mahno venne spesso accusato – ingiustamente – di filo-bolscevismo dagli anarchici occidentali, per le sue posizioni politiche, espresse nella Piattaforma Archinov-Mahno; entrando, perfino, in una nota querelle ideologica a mezzo stampa col vecchio anarchico italiano Errico Malatesta sulla questione della necessità della “responsabilità collettiva” e del “comitato centrale” per l’organizzazione anarchica del futuro.

Questo era Mahno: un comunista sovietico libertario, non un nazionalista ucraino né un “anarchico di Zelenskij”, che è poi dire la medesima cosa.

di Valerio Gentili, esperto di storia della Resistenza e del combattentismo di sinistra, soprattutto a Roma. Ha pubblicato ‘La legione romana degli Arditi del popolo‘ (Purple Press 2009), ‘Roma combattente‘ (Castelvecchi 2010), ‘Bastardi senza storia‘ (Castelvecchi 2011), ‘Dal nulla sorgemmo‘ (Red Press 2012). ‘Volevamo tutto. La guerra del capitale all’antifascismo. Una storia della Resistenza tradita‘. (Red Star Press 2016). Articolo pubblicato anche su L’Antiplomatico.

Fonte