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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/07/2019

Il tringolo Trump, Putin, Xi

Il trinagolo, no!
Non lo avevo considerato...
...
La geometria, non è un reato...

Parafrasando Hobsbawm sulle note di Renato Zero, viene da pensare che la musica leggera italiana abbia anticipato di parecchi anni l'effettivo crollo delle capacità analitiche dei rappresentanti dei lavoratori.

Mentre da mesi la sinistra radicale, antagonista e via aggettivando, insegue con instancabile costanza le quotidiane invettive salviniane, infatti, gli spunti riflessivi sull'aggrovigliamento del mondo in cui ci tocca vivere, escono sempre più frequentemente dalla tastiera di soggetti ben lontani da coloro che si dovrebbero far carico di trovare nuove risposte al quesito per eccellenza: che fare?

E' il caso dell'articolo che segue, pubblicato venerdì 5 luglio su Dagospia.

Ovviamente, si tratta di una lettura ben lontana dal fornire risposte utili al dilemma leniniano, ma risulta ancor più distante dalla sterilità che ammorba sempre più compagni, compresi gli "intellettuali", che paiono quasi irrimediabilmente persi in quel ciclo continuo di sproloqui pro/contro i "sovranisti" e la Carola Rackete di turno.

C'è un gran bisogno di tirare la catena e sciacquare i cervelli militanti, che lo stimolo a farlo provenga (anche) da Dagospia non è un buon segno per quanti intendano incaricarsi di rappresentare gli interessi degli sfruttati.

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Qualche Dago-chicca dalla visita di Putin a Roma. Il colpo d'occhio non è male: in tre mesi due grandi leader globali (Xi Jinping e lo Zar del Duemila) sono atterrati a Roma per visite ufficiali in cui hanno dispensato onori e amicizia. In mezzo, il ministro dell'Interno in modo totalmente irrituale vola a Washington e viene omaggiato dal vice-presidente Pence e dal segretario di Stato Mike Pompeo. Tre su tre, in pratica.

Contiamo davvero qualcosa? No, siamo il solito ''ventre molle'' d'Europa (come scrive oggi Lucio Caracciolo su ''Rep'') su cui di volta in volta i potenti del mondo appoggiano la loro testolina per fare dispetto al rivale di turno. La differenza di oggi è che pure il resto del continente è molle, anzi frollato, e conta sempre meno. I giochi sono tra Trump e Xi, con Putin terzo incomodo grazie alla sua influenza in Siria, Turchia, Venezuela, Egitto. È un incastro di dazi, sanzioni e ripicche in cui il resto del pianeta fa da spettatore o vittima.

Putin nelle scorse settimane ha annunciato una grande alleanza con la Cina per sfuggire alla morsa delle sanzioni euro-americane, e ha rinsaldato i rapporti con Turchia e Iran per costituire un blocco che possa dar fastidio all'America. Nel mentre, Xi ''regalava'' a Trump l'incontro con Kim Jong-Un in Corea del Nord in cambio di un apertura su dazi e Huawei.

Dazi, sanzioni: tutto si scioglierà in base alla convenienza elettorale

La guerra commerciale con la Cina e le sanzioni alla Russia troveranno soluzione, ma solo nel momento più congeniale alla campagna elettorale di Trump. Poche ore fa è uscito l'ultimo dato sul mercato del lavoro americano: +224.000 posti di lavoro a giugno, disoccupazione al 3,7%. Poteva andare meglio, di sicuro non va male. Sul piano economico, insomma, può stare abbastanza tranquillo.

Quello di cui ha bisogno, per vincere le elezioni e guidare la ''narrazione'' pre-voto, è un ''win'' geopolitico. La mezza vittoria del disgelo con la Corea del Nord non basta. Serve qualcosa che abbia un impatto mediatico più profondo. Ad esempio, un nuovo accordo con l'Iran, ovviamente più ''huge'' di quello che firmò Obama, che sarà facilitato dalla Russia in cambio di un allentamento delle sanzioni. Tutto s'incastra, e tutto va distillato in base alla convenienza politica.

La prossima data sull'agenda della Casa Bianca è il 17 settembre, quando Israele tornerà al voto per la seconda volta quest'anno, essendo falliti i tentativi di Netanyahu di formare un governo. Per Donald è fondamentale che il suo migliore amico Bibi resti al potere, anche se non è più scontato: oltre al principale rivale Benny Gantz, è riemerso dalle nebbie pure l'ex primo ministro Ehud Barak, che ha annunciato la formazione di un partito, l'ennesimo, che correrà alle legislative. L'alleanza tra Barak e Gantz vuol dire sconfita oer Netanyahu.

La fine della democrazia liberale

C'è una cosa che hanno in comune i tre leader di Cina, Stati Uniti e Russia, ed è piuttosto clamorosa. Tutti sono d'accordo sul declino della democrazia liberal-liberista. Il requiem pronunciato da Putin al ''Financial Times'' è sottoscritto da Trump – non in modo esplicito –, e ovviamente da Xi. Per loro, la globalizzazione è un fenomeno che è scappato di mano e da correggere, a botte di dazi e sanzioni, perché le disuguaglianze interne che ha creato sono destabilizzanti per i sistemi politici. Per l'America è una questione economica, per la Cina, che dalla globalizzazione ha tratto più benefici, è politica e identitaria: circolano le merci, ma non deve circolare il pensiero.

L'Europa invece non ha (ancora?) aderito a questo cambiamento epocale. Però Trump e Putin hanno già promesso accordi bilaterali al Regno Unito quando uscirà dall'Unione Europea, e tutto fa pensare che al timone ci sarà Boris Johnson, uno che è tanto colto e brillante quanto sciroccato e populista. ''BoJo'' avrà come unico scopo di non far affondare il suo glorioso paese, e metterà l'interesse nazionale davanti a tutto e tutti, non essendo più vincolato dall'odiato consensus di Bruxelles.

Sia Trump che Putin, in modi diversi ma paralleli, hanno provato a indebolire l'euro (ovvero il marco tedesco), che è l'unica vera arma che l'Europa ha dispiegato negli ultimi vent'anni, l'unico strumento che abbia impensierito le altre potenze. Per ora, vedi le ultime elezioni e le nomine dell'altro giorno, il tentativo di abbattere la costruzione europea è fallito, ma la struttura ne esce comunque indebolita. Come un frigorifero, bisogna farlo oscillare a destra e sinistra più volte prima di poterlo buttare giù.

Non è un caso che la rigorista Ursula abbia dato retta alla Merkel e abbia concesso agli stati membri altri due anni di flessibilità per mettere a posto i conti; la procedura d'infrazione contro l'Italia si è sciolta come un ghiacciolo, mentre fino a due settimane fa era una clava pronta a calare sulle nostre teste.

La verità è che l'Europa non può permettersi altri strappi. Già la Brexit rischia di essere una bella botta, che potrebbe creare danni più ai continentali che ai sudditi dell'immortale Elisabetta.

Non è un caso, neppure, che uno degli obiettivi principali della nuova presidente della Commissione, già ministro della Difesa tedesco, sia quello di costruire una forza militare comune.

Se si mettono d'accordo, i singoli paesi potrebbero mettere in piedi un esercito europeo tanto forte da poter intervenire in quei luoghi dove gli Stati Uniti non intendono più mettere il naso (Africa, Medio Oriente, persino Sudamerica), e prenderne il posto di sceriffo del mondo. Con l'influenza geopolitica che ne discende. Per la Germania i dazi americani sono un grosso guaio, l'unica strada è allargare lo sguardo all'Africa prima che la Cina si prenda tutto anche lì.

Un petit tour italiano di Putin non cambierà nulla per le sanzioni alla Russia. È un modo per dar fastidio agli USA, punzecchiare la Germania. E ricordare al resto d'Europa che ora si trova in mezzo a un nuovo ordine non mondiale ma sovranista, e che dovrà farci i conti. Da qui alle elezioni americane del novembre 2020 preparatevi a una nuova, forse finale, battaglia mediatica contro il Puzzone della Casa Bianca. Perché se dovesse vincere di nuovo, nulla sarà come prima in Occidente.

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19/02/2016

La Rai in mano agli amichetti di Renzi


Chi pensa che Matteo Renzi non abbia portato alcuna novità nella politica italiana, a parte lo schieramento di una batteria di iene dalla faccia ggiòvane, ha molte ragioni.

Sulla vicenda delle nomine alla Rai, invece, una novità c'è sicuramente: per la prima volta nella storia il partito governo non piazza nelle caselle principali dei professionisti appartenenti all'azienda, ovviamente trascegliendoli tra i più fedeli (il democristiano Buno Vespa, la piddina Bianca Berlinguer e via incasellando).

Aveva promesso “metterò fuori i partiti dalla Rai” e l'ha fatto. Purtroppo con un peggioramento evidente: invece di uomini o donne di partito ci ha messo direttamente degli amici suoi. Così come vuol fare con i servizi segreti, dove gli piacerebbe tanto piazzare – ai vertici, ovviamente, tramite una “autorità” nuova di zecca inventata per l'occasione – il suo ex padrone di casa fiorentino (quand'era soltanto un presidente di provincia o un sindaco), quel Marco Carrai fin qui soltanto un imprenditore in “sicurezza informatica”.

Lo spaccato di mondo da cui Renzi trae come conigli dal cappello personaggi inadeguati, impresentabili, incompetenti in tutto tranne che nell'omaggiare il potente di turno, risulta per noi chiaramente inaccessibile. Vi proponiamo perciò questo velenoso quadretto riassuntivo elaborato da Dagospia, che certamente ha più terminali in quello stesso mondo, condividendone spesso salotti e abitudini. Proprio per questo, forse anche inconsapevolmente, mortale per la credibilità di Renzi e la sua corte dei miracolati. Per esempio: quella Daria Bignardi che l'altro giorno liquidava con un sorriso e una parola ("sciocchezze...") le robustissime voci sul suo tasso di renzianità.

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DAGONOTA - Evviva! Finalmente la politica è uscita dalla Rai! Ora sì che il nuovo corso renziano ha dimostrato che bisogna premiare il merito. Il grande merito di Daria Bignardi, per esempio, è quello di aver condotto solo un programma, sempre lo stesso, per 10 anni (''Le Invasioni Barbariche'') fino a portarlo a degli ascolti talmente bassi che persino La7 di Urbano Cairo ha deciso di tagliarlo. Sì, La7, quel canale che in prima serata festeggia se si raggiunge il 3% di share.

Una trasmissione peraltro rivoluzionaria, un format inedito: interviste faccia a faccia. Con a volte una birra sul tavolo. Forse sarà stata questa intuizione creativa a garantire alla Bignardi, che secondo fonti molto accreditate stava per perdere anche la sua rubrica su ''Vanity Fair'', la poltrona di direttore di Rai3.

O forse chissà, sarà stato il grande risultato di ''L'era glaciale'', il programma con cui tornò in Rai per un anno, nel 2009, e che fu cancellato alla fine della prima stagione, dopo che Dariona nostra si infuriò per la messa in onda, al suo posto, di un cartone di ''Paperino''. Essendo identico alle ''Invasioni'', non fu difficile riesumare lo stesso programma su La7 l'anno dopo. Che creatività, che guizzi!

Certo, come scriveva Alberto Dandolo su MilanoSpia, il marito Luca Sofri era stato avvistato il mese scorso "in zona Cadorna a Milano con una biondina mozzafiato". Ora che la moglie si trasferisce a Roma, sarà più libero di pranzare con chi gli pare...

Basta cattiverie però: non è mica detto che nonostante i flop televisivi, la Bignardi abbia incassato la poltrona per i suoi legami con Renzi, che ha molte volte invitato e promosso in tv. Tanto da dire, appena Matteo è diventato segretario del Pd, di ''averlo inventato lei'': ''Mi sento un po' come Pippo Baudo, s'intuiva il desiderio di Renzi di cambiare le cose e ce l'ha fatta''. (Su Radio24, gennaio 2014).

Dietro può esserci anche la sua amicizia con Antonio Campo Dall'Orto: fu lui a portarla a La7 quando era direttore della piccola tv.

Nelle intenzioni del direttore generale Campo Dall'Orto, le scelte delle nuove direzioni proposte al Cda – a quanto si apprende – sono ''basate su competenza esperienza e merito, autonomia dai partiti, guidate dalla volontà di rinnovamento proprio attraverso la competenza e nel segno della valorizzazione delle risorse interne''. Si tratta anche della prima volta di una direzione di rete affidata ad una donna nella storia della Rai (in realtà sono due Dellatana a Rai2 e Bignardi a Rai3), e del più giovane direttore di rete di Rai1 (Fabiano classe 1976).

Per la ripresa de Le invasioni barbariche Daria Bignardi ha puntato sul presunto nuovo e sull’usato forse sicuro: Renzi. In passato era andata bene, soprattutto dopo le primarie perse con Bersani (una delle migliori prestazioni televisive di Renzi). Due sere fa, no: 3.82% e 830 mila spettatori. La prima puntata di un anno fa, ancora con Renzi, aveva avuto 1,268 milioni. Una slavina, ancor più pensando alla presenza del Presidente del Consiglio. Il quale, da parte sua, non incide più come prima sugli ascolti.

Forse perché vive in tivù, forse perché gli annunci hanno stancato e forse perché la rottamazione funzionava quando lui era un outsider ma non adesso: oggi Renzi è Premier e gli italiani, più che ottimismo, gradirebbero sentir parlare di soluzioni. E’ anche così che si spiega il flop. C’è poi un altro motivo: forse molti italiani si sono stancati di queste interviste che si rivelano piuttosto dei cinguettii d’amor. Quando Renzi è in tivù, la seconda domanda è spesso un miraggio e la prima un miracolo.

La Bignardi non ha mai avuto velleità da giornalismo d’inchiesta e neanche ha mai nascosto il suo fervente renzismo: legittimo, solo che poi l’effetto melassa è inevitabile. Ogni tanto qualche domanda puntuta aiuterebbe. E invece niente, perché “è solo intrattenimento” (la tesi anche di Fazio) e perché tutto è criticabile tranne Renzi. Mercoledì Le invasioni barbariche è diventato trending topic, a conferma di come spesso Twitter porti un po’ sfiga: dopo “piazze piene urne vuote”, ormai vale anche “Twitter pieno auditel vuoto”. Tra i molti tweet, qualche plauso e tante perplessità. Rosario Pellecchia (Radio 105): “Ciao, sono una domanda della Bignardi. Sono triste. Nessuno mi capisce”. Maice: “La Bignardi stasera ha preparato ‘Le linguine alla Leopolda’”

Il marito Luca Sofri, una delle menti del programma, pare in procinto di lavorare al nascente Minculpop renziano, un settimanale in coabitazione con noti sfollatori di lettori come Rocca e Menichini (solidarietà a Renzi). Così, prima che la Bignardi azzardasse con Fedez un surreale accostamento rapper-terrorismo ed evitasse accuratamente l’argomento Renzi (di cui Fedez è oppositore), il colloquio con il Premier sembrava quello tra due vecchi amici al bar (“Sei dimagrito, porti le lenti, tua moglie è bellissima, non sei cattivo, come hai festeggiato i 40 anni. Due amanti? No. Bignardi e Renzi”: così Alessandro Usai).

Curioso, poi, come la Bignardi abbia legittimamente chiesto al deputato 5 Stelle Di Battista se lo imbarazzasse avere un padre fascista, mentre non abbia ritenuto opportuno chiedere a Renzi se lo imbarazzi avere un padre indagato per bancarotta (“Dell’intervista a Renzi mi è piaciuta soprattutto la ficcante domanda della Bignardi sul padre, come con Di Battista”: così Alessandro Menabue). Ci sta che Bignardi e marito credano che Renzi sia il Salvatore. Sono in tanti a pensarlo. Ma ci sta pure che, di queste vagonate di melassa filogovernativa, molti spettatori ne abbiano abbastanza.

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07/10/2014

I dettagli “indicibili” del Patto del Nazareno


Il patto stretto tra Renzi e Berlusconi il 18 gennaio scorso nella sede del Pd in via del Nazareno, sta andando a verifica. I suoi punti salienti – secondo la soffiata rivelata da Dagospia – riguardano le modalità dell’abolizione in aula dell’art.18, l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, la “riforma della giustizia” e la clausola di non concorrenza tra la Rai e Mediaset. Quattro capitoli sui quali il ducetto di Pontassieve e l’uomo di Arcore sembrano convergere piuttosto decisamente.

Vediamo gli scenari di attuazione del Patto del Nazareno sui quattro capitoli dell’intesa:

- Sull’approvazione in Senato dell’abrogazione dell’art.18, i senatori di Forza Italia dovrebbero uscire dall’aula al momento del voto per abbassare il quorum e consentire al governo Renzi di far approvare il decreto sul lavoro senza il soccorso degli uomini di Berlusconi che cambierebbe i connotati della sua maggioranza.

- Sulla sostituzione di Re Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, questa dovrebbe avvenire all’inizio del 2015, una volta che sia Bruxelles sia la Bce avranno dato il via libera alla Legge di Stabilità del governo Renzi, che a tale scopo porta in dote lo scalpo dei lavoratori con il Jobs Act e l’abolizione dell’art.18. A sostituire Napolitano dovrebbe essere Anna Finocchiaro, ex magistrato, attualmente presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato e relatrice di maggioranza sulle controriforme costituzionali recentemente approvate.

- Il capitolo sulla giustizia ha un bersaglio principale – il potere dei magistrati – e un bersaglio secondario – i tempi della giustizia civile. Sul primo bersaglio l’attuale ministro di Giustizia Orlando ha allestito una proposta che non piace del tutto a Forza Italia e a Berlusconi perché ancora troppo tenera con i magistrati. In realtà c’è la norma sulla responsabilità civile dei “giudici che sbagliano”, ma il nodo resta quello della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante.

- Il quarto capitolo riguarda l’altro tema sensibile di Berlusconi: le televisioni. Rai e Mediaset hanno stabilito una tregua che prevede che non ci sia concorrenza al rialzo (in termini di ingaggi) nell’assunzione di conduttori e format. Con la crisi dei consumi e di conseguenza della pubblicità, occorre tenere bassi i costi di gestione. Sul fronte delle poltrone, secondo la soffiata di Dagospia, il presidente della Rai, Anna Maria Tarantola, potrebbe lasciare presto, per motivi personali, la presidenza di viale Mazzini. Al suo posto Berlusconi vorrebbe mettere l’ex membro dell’Authority Antonio Pilati, ma sul suo nome c’è da registrare la contrarietà del mondo Mediaset, per il quale Pilati rischia di essere troppo debole. La poltrona strategica rimane però quella del direttore generale della Rai. Luigi Gubitosi potrebbe andarsene alla fine dell’anno e al suo posto Renzi, con il via libera di Berlusconi, avrebbe in mente di piazzare Antonio Campo dall’Orto, attualmente parcheggiato alle Poste, scrive Dagospia.

Alla luce di questi scenari, fortemente plausibili e la verifica forse la vedremo già in questi giorni al Senato sull’art.18, si conferma il detto popolare che “Chi si piglia si somiglia”. Dopo venti anni di ossessive battaglie contro Berlusconi ci ritroviamo a fare i conti con il berlusconismo in salsa toscana, ma reso meno greve e più biodegradabile per le esigenze di Bruxelles e Francoforte. Se a La Repubblica avessero un minimo di dignità... dovrebbero spengere le luci e andarsene a casa.

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