Sul sito dell' Ansa dal primo agosto si legge a proposito della “irreperibilità “ di Padre Dall'Oglio:
“…Ieri alcuni attivisti che gli avevano fatto attraversare il confine dalla Turchia hanno detto all'Ansa che il religioso non era stato rapito – come avevano annunciato altri oppositori lunedì sera – ma era impegnato in negoziati con esponenti jihadisti. In particolare le fonti hanno reso noto che Dall'Oglio aveva appuntamento con Abu Bakr al-Baghdadi, capo dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, organizzazione a cui è collegato il Fronte al Nusra, principale forza jihadista dell' opposizione…”.
Chi è Abu Bakr al-Baghdadi ce lo spiega in modo più chiaro Gian Micalessin su il Giornale, sempre il primo agosto:
“…Abu Bakr al-Baghdadi. Il capo di Al Qaida in Siria e in Iraq, sulla cui testa pende una taglia americana da dieci milioni di dollari, è un personaggio evanescente inseguito dai servizi di sicurezza di mezzo mondo che ben difficilmente affronterebbe il rischio di un incontro faccia a faccia con un estraneo. L' ipotesi di un colloquio tra i due giustificherebbe però la scomparsa del religioso definito ieri “irreperibile” dalla Farnesina. Proprio la delicatezza di un incontro con il loro capo potrebbe aver spinto i terroristi a prelevare il gesuita e portarlo da prigioniero in uno dei loro nascondigli…”
Mentre il vaticanista Giacomo Galeazzi su la Stampa ci spiega cos'è lo “Stato Islamico dell'Iraq e del Levante”:
“Lo “Stato Islamico dell' Iraq e del Levante” – ovvero i presunti rapitori del gesuita Dall' Oglio – è stato presentato ufficialmente come organizzazione unitaria su internet lo scorso aprile dal capo dello Stato Islamico dell'Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi. Al-Baghdadi aveva detto che il suo gruppo in Iraq – dichiaratamente collegato con l' organizzazione terrorista Al Qaida – ha addestrato e finanziato i combattenti del Fronte al Nusra in Siria (già nella lista nera degli Stati Uniti) fin dall'inizio della rivolta, due anni fa, in Siria. Al-Baghdadi, in una delle dichiarazioni postate su siti web islamici, aveva affermato che i due gruppi intendono operare sotto un sole nome appunto di “Stato Islamico dell'Iraq e del Levante”... Il leader di Al Qaida Ayman al-Zarawri non ha tuttavia mai riconosciuto la fusione tra i due gruppi combattenti siriano ed iracheno…”
L' Esl, l' esercito della Coalizione Siriana, opposizione sostenuta anche dall' Italia, collabora con Al Qaida tramite lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante. Infatti Kamal Hamami, un suo alto comandante… :
“Un alto responsabile dell'esercito siriano libero, Kamal Hamami, è stato ucciso a Latakia da esponenti di Al Qaida. Lo rende noto il portavoce dell'Esl Qassem Saadeddine, citato dalla BBC. Hamami “stava incontrando membri dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante per discutere piani di battaglia”, ha detto il portavoce. “Mi hanno telefonato per dirmi che hanno ucciso Hamami e uccideranno tutti quelli del Consiglio supremo militare”, ha precisato.” (Ansa.)
In Iraq in un solo giorno 70 morti in 17 attentati, Abu Bakr al-Baghdadi, capo di Al Qaida in Iraq, collabora ad imprese del genere. E' il caso di andarci a parlare?
Non so se sopravvaluto io la violenza di Al Qaida o la sottovaluta Dall' Oglio. Comunque in Iraq il 28 luglio sono morte 70 persone in seguito a 17 attentati terroristi quasi contemporanei. Le azioni non sono state rivendicate apertamente da Al Qaida, ma i media le attribuiscono ad ambienti islamici sunniti vicini ad Al Qaida che si oppongono al governo della maggioranza islamica sciita e Abu Bakr al Baghdadi viene indicato come capo di Al Qaida in Iraq.
Dall'Oglio nel suo articolo del 19 luglio su Huffington Post Italia dal titolo “La morale cristiana e l'arma chimica siriana” non parla esplicitamente di Al Qaida ma, oltre a legittimare un eventuale uso di armi chimiche contro l' esercito di Assad, ha scritto:
"Per noi siriani della rivoluzione, la riconciliazione tra forze islamiste radicali e forze democratiche è una necessità strategica. Le scaramucce dolorose e i crimini insopportabili avvenuti tra noi devono trovare soluzione, essere riassorbiti, per presentarci uniti di fronte al pericolo totale rappresentato dal regime, appoggiato direttamente o indirettamente da troppi. Il tentativo di seminare guerra intestina tra le forze anti-Assad (a prescindere dal necessario intercettamento e disinnesco delle derive criminali) deve fallire. Questo gli agenti e i consiglieri militari americani farebbero bene a capirlo subito. Favorire i partner più affidabili, incoraggiare le evoluzioni più auspicabili è buono. Spingerci ad ammazzarci tra di noi non può esserlo. “
A proposito di questo articolo la redazione di Sibialiria.org ha inviato una lettera aperta a Lucia Annunziata , direttrice di Huffington Post Italia poche ore prima dalla notizia, in seguito modificata, del rapimento di Padre Dall'Oglio da parte di esponenti dello Stato Islamico dell' Iraq e del Levante. Qui http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1766
Il 26 luglio Jarba, presidente della Coalizione siriana alle Nazioni Unite
Il 26 luglio al Palazzo di Vetro dell’ONU il capo della coalizione siriana Jarba con una delegazione del suo coordinamento, ha incontrato in modo informale i 15 ambasciatori dei membri del Consiglio di Sicurezza. L’ incontro è stato preparato dal segretario di Stato USA Kerry. Questo appuntamento, reso noto in modo molto discreto, in realtà ha avuto una sua importanza in quanto, per la prima volta dall'inizio della crisi siriana, il capo dell'opposizione riconosciuta e sostenuta dall'occidente ha incontrato diplomatici russi e cinesi, cosa che finora aveva sempre evitato.
Nel dicembre 2012 la Russia tentò una mediazione e suoi diplomatici incontrarono a Mosca esponenti del governo siriano, il negoziatore dell'ONU Brahimi e il ministro degli esteri egiziano Amr. Khatib, a dicembre leader della Coalizione, rifiutò di incontrare a Mosca rappresentanti del governo russo e propose una capitale araba. In seguito però non si seppe più niente di questo eventuale incontro, probabilmente non gradito ad alcuni ambienti dell'opposizione.
Con Assad che ha riconquistato le province di Qusayr e sta riprendendo il controllo dell’intera provincia di Homs, con il nord della Siria che vede un durissimo conflitto tra curdi e le milizie islamiche dello Stato dell’Iraq e del Levante, gruppo armato di cui abbiamo scritto abbondantemente in questo articolo, non sappiamo quanti siriani rappresenti realmente Jarba. Così come non è chiaro se alcuni territori sono controllati dalla Coalizione Siriana o dai gruppi vicini ad Al Qaida. Probabilmente in molti territori, come nella stessa Raqqa dove si è recato Padre Dall’ Oglio, gruppi dell’esercito libero siriano (armati anche dagli Stati Uniti) e brigate vicine ad Al Qaida sono presenti contemporaneamente.
Intanto i media di tutto il mondo rilanciano la notizia della chiusura delle ambasciate e consolati statunitensi il prossimo fine settimana per timore di attentati di Al Qaida...
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2013
Brasile. Strage di detenuti, poliziotti condannati a 624 anni
Venticinque poliziotti sono stati condannati a 624 anni di reclusione a testa per aver preso parte al massacro del carcere brasiliano di Carandiru, nel 1992, quando una rissa fra bande rivali si trasformò in una rivolta sedata con incredibile violenza dalle forze dell’ordine, che provocarono 111 morti fra i detenuti.
Il gruppo di poliziotti è stato accusato della morte di 53 detenuti nell'ambito della seconda parte di un processo in corso a San Paolo che dovrà giudicare in totale 79 agenti. Lo scorso aprile, 23 agenti sono già stati condannati a 153 anni di reclusione ciascuno per l'omicidio di 13 dei 111 detenuti uccisi. Il processo è stato diviso in quattro parti per consentire alla giuria di analizzare i fatti sulla base dell’ordine di ingresso degli agenti nei vari padiglioni del carcere in cui sono avvenute le morti. La rivolta del 2 ottobre 1992 iniziò a causa di una lite tra due prigionieri e si diffuse rapidamente all'interno di quella che era all'epoca una delle più grandi prigioni di tutto il Sud America, al cui interno erano rinchiusi ben 10.000 detenuti. La difesa dei poliziotti sostiene che gli stessi agirono per legittime difesa. Ma secondo l’accusa i detenuti furono giustiziati uno ad uno dai poliziotti e nessuno di questi rimase ferito, a smentita della pericolosità dei prigionieri e della tesi della ‘legittima difesa’. Ci sono voluti più di 20 anni per l'apertura del processo che è stata possibile solo quando il caso è stato sottratto ai tribunali militari per essere trasferito sotto la giurisdizione della magistratura ordinaria.
Fonte
Il gruppo di poliziotti è stato accusato della morte di 53 detenuti nell'ambito della seconda parte di un processo in corso a San Paolo che dovrà giudicare in totale 79 agenti. Lo scorso aprile, 23 agenti sono già stati condannati a 153 anni di reclusione ciascuno per l'omicidio di 13 dei 111 detenuti uccisi. Il processo è stato diviso in quattro parti per consentire alla giuria di analizzare i fatti sulla base dell’ordine di ingresso degli agenti nei vari padiglioni del carcere in cui sono avvenute le morti. La rivolta del 2 ottobre 1992 iniziò a causa di una lite tra due prigionieri e si diffuse rapidamente all'interno di quella che era all'epoca una delle più grandi prigioni di tutto il Sud America, al cui interno erano rinchiusi ben 10.000 detenuti. La difesa dei poliziotti sostiene che gli stessi agirono per legittime difesa. Ma secondo l’accusa i detenuti furono giustiziati uno ad uno dai poliziotti e nessuno di questi rimase ferito, a smentita della pericolosità dei prigionieri e della tesi della ‘legittima difesa’. Ci sono voluti più di 20 anni per l'apertura del processo che è stata possibile solo quando il caso è stato sottratto ai tribunali militari per essere trasferito sotto la giurisdizione della magistratura ordinaria.
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Il governo Troika vuol schierare l'esercito per le proteste d'autunno
Se la polizia non basta, c'è sempre l'esercito. In fondo, a che cavolo serve un'armata di professionisti se non a controllare la propria popolazione? Chi aveva stoltamente plaudito all'eliminazione della leva obbligatoria - e quindi alla concezione di un "esercito popolare", in qualche misura controllabile dal basso, ovvero dalle stesse truppe - ora è servito: i professionisti obbediscono agli ordini e non si fanno domande. "It's my job", ripetono come automi senza neuroni i militari Usa che tornano dai teatri di guerra (o meglio: occupazioni militari all'estero).
Il fatto che ora si pensi di impiegarli direttamente in piazza, per le prevedibili proteste di massa di questo autunno, secondo un irrefrenabile "bisogno" di seguire l'esempio egiziano (e non solo), dà la misura di quanto questo governo di "larghe intese" sia costitutivamente fascista nella concezione del potere. Del resto, non è che un gruppo di obbedienti esecutori agli ordini della Troika (viene ricordato anche oggi su diversi media: "se salta questo governo, arriva direttamente la Troika", senza più la finzione di un governo nazionale). E il ministro della difesa Mauro, ora "montiano" (ovvero Troika doc!) viene direttamente da Alleanza Nazionale. Come un Gasparri qualsiasi, insomma, ma con un po' di aplomb nelle parole ufficiali ma pronto a sparare altrettanto piombo sui (propri?) cittadini. Conto terzi, naturalmente.
Inviteremmo i compagni a non prendere sottogamba questa analisi che prendiamo in prestito dal blog /www.forzearmate.org/; anzi, sarebbe meglio addentrarsi in proprio nella "direttiva" emanata dal ministero della difesa.
La direttiva ministeriale.
Preparatevi per l'autunno!
Fonte
Si stagliano all'orizzonte scenari da 8 settembre 1943.
Il fatto che ora si pensi di impiegarli direttamente in piazza, per le prevedibili proteste di massa di questo autunno, secondo un irrefrenabile "bisogno" di seguire l'esempio egiziano (e non solo), dà la misura di quanto questo governo di "larghe intese" sia costitutivamente fascista nella concezione del potere. Del resto, non è che un gruppo di obbedienti esecutori agli ordini della Troika (viene ricordato anche oggi su diversi media: "se salta questo governo, arriva direttamente la Troika", senza più la finzione di un governo nazionale). E il ministro della difesa Mauro, ora "montiano" (ovvero Troika doc!) viene direttamente da Alleanza Nazionale. Come un Gasparri qualsiasi, insomma, ma con un po' di aplomb nelle parole ufficiali ma pronto a sparare altrettanto piombo sui (propri?) cittadini. Conto terzi, naturalmente.
Inviteremmo i compagni a non prendere sottogamba questa analisi che prendiamo in prestito dal blog /www.forzearmate.org/; anzi, sarebbe meglio addentrarsi in proprio nella "direttiva" emanata dal ministero della difesa.
La direttiva ministeriale.
Preparatevi per l'autunno!
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Euro-rigore ad ogni costo: ora si prepara anche l’esercito. Un ipotetico scenario alla luce delle difficoltà economiche, sociali e lavorative in Italia e in Europa.
L’Italia sta per subire uno choc socio-economico così forte da provocare disordini e rivolte: la profezia che Gianroberto Casaleggio ha affidato a Gianluigi Nuzzi è così realistica che se ne starebbe occupando persino l’esercito, nell’eventualità di dover rinforzare l’ordine pubblico in previsione di sommosse, provocate dal regime europeo dell’austerity. Lo sostengono Eugenio Orso e Anatolio Anatoli, che nel loro blog analizzano la recentissima “Direttiva ministeriale in merito alla politica militare per l’anno 2013”emanata dal ministero della difesa, retto dall’ex Pdl Mario Mauro, ora montiano. L’aspetto sconcertante, osservano i due analisti, riguarda l’impegno diretto delle forze armate verso obiettivi non propriamente militari: e cioè il rispetto assoluto dei trattati europei dell’austerity a cominciare dalla intangibilità dell’Eurozona, condizioni che vengono elevate al rango di elementi-chiave per la sicurezza nazionale.
La premessa è fosca, in una cornice di guerra imminente: «Non può essere ignorata la possibilità, per quanto remota, di un coinvolgimento del paese e del sistema di alleanze del quale siamo parte in un confronto militare su vasta scala e di tipo “ibrido”, ovvero che implichi sia operazioni convenzionali, sia operazioni nello spettro informativo, sia operazioni nel dominio cibernetico», afferma il ministero. «Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il pieno rispetto degli impegni assunti in sede europea». Impegni che il ministero della difesa considera «finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario». Proprio la stabilità dell’Eurozona «deve essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo, costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano».
L’Italia, pertanto, «deve operare con determinazione per azzerare il deficit di bilancio e ricondurre nei tempi previsti il debito pubblico entro i limiti stabiliti a livello europeo». Strano che ad occuparsi di questo tema non sia il ministero dell’economia, ma quello della difesa. «Il mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio lungo un arco di tempo pluriennale – conclude la nota – rappresenterà, quindi, un vincolo ineludibile nella definizione delle scelte in materia di difesa che, negli anni, saranno adottate». Mettendo insieme questi punti e sapendo leggere fra le righe, scrivono Orso e Anatoli, il quadro che ne esce è a dir poco preoccupante: «Obbiettivo primario è il pareggio di bilancio, il mantenimento e la difesa dell’euro a qualsiasi costo (anche a costo del sangue della popolazione) e il conseguente mantenimento dell’Italia, checché ne dica il popolo, nel lager dell’Eurozona, fondamentale spazio globalista in cui rinchiudere i popoli europei adattandoli, con le buone o con le cattive, al nuovo ordine neocapitalistico».
Il vincolo ineludibile della disciplina di bilancio nel lungo periodo informa anche le scelte in materia di difesa e di impiego delle forze armate, perché, sempre leggendo fra le righe, «la minaccia risulta chiara: se il popolo ridotto allo stremo si ribellerà – a partire dall’autunno inverno di quest’anno, poniamo – non si esiterà a impiegare la forza, armata, per ridurlo a più miti consigli, in un possibile conflitto “ibrido” in cui molte saranno le armi impiegate, accanto a quelle convenzionali».
Ed ecco che quella “possibilità remota” di coinvolgimento militare in un conflitto «diverrebbe drammaticamente concreta», al punto che «la forza militare nazionale sarebbe impiegata, da uno spregevole governo collaborazionista degli occupatori del paese, contro lo stesso popolo italiano, a vantaggio, come si scrive nel testo riportato, della stabilità di lungo periodo della moneta comune, controllata da entità private euroglobaliste, nonché del mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio (ormai recepita in Costituzione) lungo un arco di tempo pluriennale».
Per Orso e Anatoli, il messaggio è inequivocabile: «In presenza di disordini sociali estesi, ai quali la repressione poliziesca e dei carabinieri non riuscirà a far fronte, scenderanno in campo le forze armate». Scenario possibile? «Se ti tolgono il lavoro, la sicurezza, la possibilità di un minimo di pianificazione dell’esistenza e persino il cibo», è facile che si possa ricorrere all’uso di armi magari improprie, per «spaccare tutto, cercando di fermare i tuoi nemici», scrivono i due blogger, che accusano i politici italiani di essere «collaborazionisti dell’euro-nazismo, dell’atlantismo, dell’Occidente, del libero mercato globale e della liberaldemocrazia». Autunno caldo: «Il rischio di estesi disordini sociali, in Italia, è quindi un rischio reale», anche se Letta e Napolitano «continuano a negare l’evidenza».
L’Italia sta per subire uno choc socio-economico così forte da provocare disordini e rivolte: la profezia che Gianroberto Casaleggio ha affidato a Gianluigi Nuzzi è così realistica che se ne starebbe occupando persino l’esercito, nell’eventualità di dover rinforzare l’ordine pubblico in previsione di sommosse, provocate dal regime europeo dell’austerity. Lo sostengono Eugenio Orso e Anatolio Anatoli, che nel loro blog analizzano la recentissima “Direttiva ministeriale in merito alla politica militare per l’anno 2013”emanata dal ministero della difesa, retto dall’ex Pdl Mario Mauro, ora montiano. L’aspetto sconcertante, osservano i due analisti, riguarda l’impegno diretto delle forze armate verso obiettivi non propriamente militari: e cioè il rispetto assoluto dei trattati europei dell’austerity a cominciare dalla intangibilità dell’Eurozona, condizioni che vengono elevate al rango di elementi-chiave per la sicurezza nazionale.
La premessa è fosca, in una cornice di guerra imminente: «Non può essere ignorata la possibilità, per quanto remota, di un coinvolgimento del paese e del sistema di alleanze del quale siamo parte in un confronto militare su vasta scala e di tipo “ibrido”, ovvero che implichi sia operazioni convenzionali, sia operazioni nello spettro informativo, sia operazioni nel dominio cibernetico», afferma il ministero. «Elemento irrinunciabile della politica nazionale è anche il pieno rispetto degli impegni assunti in sede europea». Impegni che il ministero della difesa considera «finalizzati a garantire la stabilità di lungo periodo della moneta comune e, con essa, dell’intero sistema economico comunitario». Proprio la stabilità dell’Eurozona «deve essere considerata come essenziale per il perseguimento del fine ultimo, costituito dalla sicurezza del sistema internazionale e delle relazioni politiche ed economiche che in questo si sviluppano».
L’Italia, pertanto, «deve operare con determinazione per azzerare il deficit di bilancio e ricondurre nei tempi previsti il debito pubblico entro i limiti stabiliti a livello europeo». Strano che ad occuparsi di questo tema non sia il ministero dell’economia, ma quello della difesa. «Il mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio lungo un arco di tempo pluriennale – conclude la nota – rappresenterà, quindi, un vincolo ineludibile nella definizione delle scelte in materia di difesa che, negli anni, saranno adottate». Mettendo insieme questi punti e sapendo leggere fra le righe, scrivono Orso e Anatoli, il quadro che ne esce è a dir poco preoccupante: «Obbiettivo primario è il pareggio di bilancio, il mantenimento e la difesa dell’euro a qualsiasi costo (anche a costo del sangue della popolazione) e il conseguente mantenimento dell’Italia, checché ne dica il popolo, nel lager dell’Eurozona, fondamentale spazio globalista in cui rinchiudere i popoli europei adattandoli, con le buone o con le cattive, al nuovo ordine neocapitalistico».
Il vincolo ineludibile della disciplina di bilancio nel lungo periodo informa anche le scelte in materia di difesa e di impiego delle forze armate, perché, sempre leggendo fra le righe, «la minaccia risulta chiara: se il popolo ridotto allo stremo si ribellerà – a partire dall’autunno inverno di quest’anno, poniamo – non si esiterà a impiegare la forza, armata, per ridurlo a più miti consigli, in un possibile conflitto “ibrido” in cui molte saranno le armi impiegate, accanto a quelle convenzionali».
Ed ecco che quella “possibilità remota” di coinvolgimento militare in un conflitto «diverrebbe drammaticamente concreta», al punto che «la forza militare nazionale sarebbe impiegata, da uno spregevole governo collaborazionista degli occupatori del paese, contro lo stesso popolo italiano, a vantaggio, come si scrive nel testo riportato, della stabilità di lungo periodo della moneta comune, controllata da entità private euroglobaliste, nonché del mantenimento di una consapevole disciplina di bilancio (ormai recepita in Costituzione) lungo un arco di tempo pluriennale».
Per Orso e Anatoli, il messaggio è inequivocabile: «In presenza di disordini sociali estesi, ai quali la repressione poliziesca e dei carabinieri non riuscirà a far fronte, scenderanno in campo le forze armate». Scenario possibile? «Se ti tolgono il lavoro, la sicurezza, la possibilità di un minimo di pianificazione dell’esistenza e persino il cibo», è facile che si possa ricorrere all’uso di armi magari improprie, per «spaccare tutto, cercando di fermare i tuoi nemici», scrivono i due blogger, che accusano i politici italiani di essere «collaborazionisti dell’euro-nazismo, dell’atlantismo, dell’Occidente, del libero mercato globale e della liberaldemocrazia». Autunno caldo: «Il rischio di estesi disordini sociali, in Italia, è quindi un rischio reale», anche se Letta e Napolitano «continuano a negare l’evidenza».
Fonte
Si stagliano all'orizzonte scenari da 8 settembre 1943.
Verso il tracollo di governo
Il dado è tratto e questo governo ignobile si avvia alla fine per
motivi ancora più ignobili. Ed è questo che dovrebbe far riflettere
tutti i compagni, i protagonisti delle lotte sociali, le strutture
sindacali, ecc.
Questo governo cadrà a breve, forse già in agosto, soltanto perché un Detenuto - per evasione fiscale - ne possiede una quota di riferimento e intende usarla per riottenere la piena impunità politica. E una "riforma della giustizia" che blocchi definitivamente la possibilità che la magistratura lo possa perseguire ancora, cancellando i processi pendenti.
Davanti ha un presidente della Repubblica che fa impallidire il ricordo di Hindemburg e un Partito democratico rispetto a cui la socialdemocrazia di Weimar sembra un partito insurrezionalista. Prevedibile dunque un cedimento - l'ultimo e definitivo quanto la condanna dopo la sentenza di cassazione - che si tradurrà nella concessione della grazia. La "riforma della giustizia" è questione troppo complicata per poter essere affrontata da un governicolo di questa taglia o da un Parlamento senza spessore costituente.
Ma la questione non riguarda affatto il solo Berlusconi. La partita istituzionale che si sta giocando investe la status del potere politico in quanto tale. Nella pretesa di impunità c'è infatti una esplicita chiamata di correo per tutta la classe dirigente di questo paese (imprenditori compresi, visto l'atteggiamento di Marchionne o dell'a.d. delle ferrovie, Moretti) e contemporaneamente l'indicazione di una via d'uscita. Golpista, ovviamente.
La violazione del principio formale della "legge uguale per tutti" - stiamo parlando della "forma", sappiamo bene che i potenti in tribunale sono sempre trattati con i guanti e se la cavano molto meglio dei poveracci - implica la distruzione di un pilastro essenziale della "democrazia borghese". E un passo deciso verso forme di dittatura oligarchica.
Nessuno, in questo scenario, ha la forza per diventare il "grande dittatore". Specie perché la crisi economica ha da due anni costretto l'attuale classe dirigente italica a consegnare le chiavi dell'amministrazione del paese alla Troika (Bce, Ue, Fmi), che sta tranquillamente smantellando sia il sistema sociale che le residue tutele del lavoro nella totale indifferenza dei media, tutti occupati - pro o contro - dalle mutande o dalle tasse evase di Berlusconi.
Si tratta dunque della proposta di una chiusura oligarchica, rivolta a un ceto di "meri esecutori" di indicazioni provenienti da Bruxelles: l'impunità come sistema di tutela di una classe dirigente che "non può" più agire dentro i limiti di leggi ordinarie che devono rispettare i princìpi costituzionali. Il discorso di Berlusconi, nella sua violenza, è semplice quanto quello di Marchionne: la legge non può valere per noi, ma soltanto per i disperati che dobbiamo e vogliamo spellare vivi; quindi attrezziamoci a una blindatura autoritaria, "pacifichiamoci" tra noi potenti, imbavagliamo questa magistratura che va bene quando - come a Torino - perseguita chi ci intralcia, ma ci rompe i cabbasisi a Milano come a Siena (frontiera Montepaschi).
Ma perché questa "proposta" possa realizzarsi, senza che il Pd debba spiegare ai suoi potenziali elettori una "mutazione genetica" al di là dell'immaginabile, occorre un nuovo turno elettorale che - nelle speranze del Cavaliere Detenuto - dovrebbe consegnargli un potere di veto superiore all'attuale. Il "blocco sociale" dietro il Detenuto è infatti un problema anche per la "ristrutturazione del paese" in chiave europea, chiede "protezione" dai tagli alla spesa pubblica clientelare (subappalti, consulenze, finanziamenti a fondo perduto, ecc); ma non ha ancora capito, tantomeno accettato, che non potrà passare del tutto indenne sotto le grandi forbici della crisi. Ci prova, sgomita, pretende di stare ancora nella stanza dei bottoni e condizionare le scelte su problemi enormemente più grandi e duri di quel che possa comprendere.
E' una scommessa disperata. I problemi su questa strada non sono infatti pochi. Lo "sguardo critico dei mercati" sembra al momento quello più consistente. E' assolutamente certo che una crisi di governo per motivi così immondi si trasformerebbe in poche settimane in una ordalia di speculazione sui titoli di Stato italiani, aumento dello spread, dei tassi d'interesse effettivi da pagare sui prestiti, in un blocco dell'economia ancora più consistente di quello ancora in atto dopo due anni.
Un altro potrebbe e dovrebbe essere rappresentato da una ripresa consistente, massiccia, finalmente unitaria nella logica e nelle forme, dell'opposizione sociale. L'autunno è alle porte, la condizioni di vita peggiorano, i posti di lavoro diminuiscono e i salari sono diventati irrisori. Lo scontento cresce, la distanza del Palazzo anche. E' possibile trasformare tutto ciò in protagonismo politico di un blocco sociale totalmente ignorato e totalmente bloccato da anni.
Non è pensabile attraversare una tempesta politica e "costituzionale" di queste dimensioni senza muovere un dito e far sentire il proprio pesante parere. Il rischio è secondo noi evidente: lasciare l'opposizione sociale in una terra di nessuno, da spettatore succube, mentre all'interno della classe dirigente ci si divide e combatte per le poltrone da cui bombardarci.
Per quanto possa sembrare difficile, solo chi non lotta è sconfitto in partenza.
Fonte
Questo governo cadrà a breve, forse già in agosto, soltanto perché un Detenuto - per evasione fiscale - ne possiede una quota di riferimento e intende usarla per riottenere la piena impunità politica. E una "riforma della giustizia" che blocchi definitivamente la possibilità che la magistratura lo possa perseguire ancora, cancellando i processi pendenti.
Davanti ha un presidente della Repubblica che fa impallidire il ricordo di Hindemburg e un Partito democratico rispetto a cui la socialdemocrazia di Weimar sembra un partito insurrezionalista. Prevedibile dunque un cedimento - l'ultimo e definitivo quanto la condanna dopo la sentenza di cassazione - che si tradurrà nella concessione della grazia. La "riforma della giustizia" è questione troppo complicata per poter essere affrontata da un governicolo di questa taglia o da un Parlamento senza spessore costituente.
Ma la questione non riguarda affatto il solo Berlusconi. La partita istituzionale che si sta giocando investe la status del potere politico in quanto tale. Nella pretesa di impunità c'è infatti una esplicita chiamata di correo per tutta la classe dirigente di questo paese (imprenditori compresi, visto l'atteggiamento di Marchionne o dell'a.d. delle ferrovie, Moretti) e contemporaneamente l'indicazione di una via d'uscita. Golpista, ovviamente.
La violazione del principio formale della "legge uguale per tutti" - stiamo parlando della "forma", sappiamo bene che i potenti in tribunale sono sempre trattati con i guanti e se la cavano molto meglio dei poveracci - implica la distruzione di un pilastro essenziale della "democrazia borghese". E un passo deciso verso forme di dittatura oligarchica.
Nessuno, in questo scenario, ha la forza per diventare il "grande dittatore". Specie perché la crisi economica ha da due anni costretto l'attuale classe dirigente italica a consegnare le chiavi dell'amministrazione del paese alla Troika (Bce, Ue, Fmi), che sta tranquillamente smantellando sia il sistema sociale che le residue tutele del lavoro nella totale indifferenza dei media, tutti occupati - pro o contro - dalle mutande o dalle tasse evase di Berlusconi.
Si tratta dunque della proposta di una chiusura oligarchica, rivolta a un ceto di "meri esecutori" di indicazioni provenienti da Bruxelles: l'impunità come sistema di tutela di una classe dirigente che "non può" più agire dentro i limiti di leggi ordinarie che devono rispettare i princìpi costituzionali. Il discorso di Berlusconi, nella sua violenza, è semplice quanto quello di Marchionne: la legge non può valere per noi, ma soltanto per i disperati che dobbiamo e vogliamo spellare vivi; quindi attrezziamoci a una blindatura autoritaria, "pacifichiamoci" tra noi potenti, imbavagliamo questa magistratura che va bene quando - come a Torino - perseguita chi ci intralcia, ma ci rompe i cabbasisi a Milano come a Siena (frontiera Montepaschi).
Ma perché questa "proposta" possa realizzarsi, senza che il Pd debba spiegare ai suoi potenziali elettori una "mutazione genetica" al di là dell'immaginabile, occorre un nuovo turno elettorale che - nelle speranze del Cavaliere Detenuto - dovrebbe consegnargli un potere di veto superiore all'attuale. Il "blocco sociale" dietro il Detenuto è infatti un problema anche per la "ristrutturazione del paese" in chiave europea, chiede "protezione" dai tagli alla spesa pubblica clientelare (subappalti, consulenze, finanziamenti a fondo perduto, ecc); ma non ha ancora capito, tantomeno accettato, che non potrà passare del tutto indenne sotto le grandi forbici della crisi. Ci prova, sgomita, pretende di stare ancora nella stanza dei bottoni e condizionare le scelte su problemi enormemente più grandi e duri di quel che possa comprendere.
E' una scommessa disperata. I problemi su questa strada non sono infatti pochi. Lo "sguardo critico dei mercati" sembra al momento quello più consistente. E' assolutamente certo che una crisi di governo per motivi così immondi si trasformerebbe in poche settimane in una ordalia di speculazione sui titoli di Stato italiani, aumento dello spread, dei tassi d'interesse effettivi da pagare sui prestiti, in un blocco dell'economia ancora più consistente di quello ancora in atto dopo due anni.
Un altro potrebbe e dovrebbe essere rappresentato da una ripresa consistente, massiccia, finalmente unitaria nella logica e nelle forme, dell'opposizione sociale. L'autunno è alle porte, la condizioni di vita peggiorano, i posti di lavoro diminuiscono e i salari sono diventati irrisori. Lo scontento cresce, la distanza del Palazzo anche. E' possibile trasformare tutto ciò in protagonismo politico di un blocco sociale totalmente ignorato e totalmente bloccato da anni.
Non è pensabile attraversare una tempesta politica e "costituzionale" di queste dimensioni senza muovere un dito e far sentire il proprio pesante parere. Il rischio è secondo noi evidente: lasciare l'opposizione sociale in una terra di nessuno, da spettatore succube, mentre all'interno della classe dirigente ci si divide e combatte per le poltrone da cui bombardarci.
Per quanto possa sembrare difficile, solo chi non lotta è sconfitto in partenza.
Fonte
Taranto, M5S: “Ilva può fallire”. E il recupero crediti? “Solo per le banche”
Con tre emendamenti all'ultimo decreto i partiti di maggioranza chiedono di poter ottenere dagli istituti di credito i finanziamenti per le attività di risanamento, avendo in sostanza la possibilità di garantire loro la restituzione dei crediti, anche in caso di default delle finanze aziendali.
Lo scenario non è così improbabile. Il rischio che l’Ilva fallisca, secondo il gruppo dei senatori del M5S, esiste realmente. “E se, come sembra, il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha ripreso l’attività investigativa, significa che i Riva, oltre agli 8,1 miliardi già sequestrati (provvedimento confermato dal tribunale del Riesame, ndr) potrebbe doversi accollare dell’altro”. A quel punto, per l’acciaieria Ilva sarebbe la fine.
Ma a prendere seriamente in considerazione il possibile crac del gruppo Ilva sono anche (o forse soprattutto) i partiti della maggioranza. E se l’azienda dei Riva dovesse davvero fallire, prima di ogni altro creditore, sarebbero le banche a vedersi corrispondere le somme dovute. Questo il contenuto dei tre distinti emendamenti (ma uguali nella sostanza) al decreto “salva Ilva bis” presentati nelle scorse settimane – dopo il via libera della Camera – dai senatori Luigi Perrone (Pdl), Stefano Collina (Pd) e Maria Paola Merloni (Scelta civica). Gli emendamenti sarebbero stati formulati in seguito ad alcuni incontri con il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi. L’amministratore delegato dimissionario dell’Ilva “è il garante nei confronti delle banche” spiega a ilfattoquotidiano.it il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Ergo non può essere rimosso. E pazienza se c’è un conflitto d’interessi. “Ma attualmente Bondi non è più amministratore di niente – chiarisce Orlando – oggi il vero azionista è il tribunale di Taranto. Se c’è qualcun altro però che ha la stessa autorevolezza di Bondi nei confronti del mondo creditizio, ce lo propongano”.
Parole ribadite anche a Claudia Mannino e altri deputati del M5S, che il 23 luglio scorso ne avevano chiesto la revoca dopo l’invio della contro-perizia rivelata dal Fatto in cui si imputava a tabacco, alcool e povertà la principale causa di tumore a Taranto.
Con la modifica introdotta dai tre senatori, Bondi riuscirebbe ad ottenere dagli istituti di credito i finanziamenti (1,8 miliardi) che serviranno per le attività di risanamento, avendo in sostanza la possibilità di garantire ad essi la restituzione dei crediti, anche in caso di un default delle finanze aziendali. Visti però i tempi stretti per l’approvazione del decreto (entro il 4 agosto), il governo ha chiesto ai senatori della maggioranza di ritirare i loro emendamenti (una trentina, su 105 totali). Detto, fatto. Ma la contropartita, chiesta e ottenuta dai rappresentanti di Pd, Pdl e Scelta civica a Palazzo Madama, è stata di tutto rispetto. Anzi, in questo modo, il progetto per salvare i crediti delle banche (insieme ad altri) viene messo in cassaforte.
Le modifiche, che i senatori della maggioranza avevano provato a introdurre in un primo momento, sono infatti confluite in un ordine del giorno che impegna il governo a fare propri i 7 punti e “ad inserirli nel primo provvedimento utile”, sottolinea il presidente della commissione Industria, Massimo Mucchetti (Pd). Tra questi anche il provvedimento che assicura Bondi: “introdurre disposizioni idonee a far sì che i finanziamenti a favore dell’impresa commissariata (…) siano pre deducibili ai sensi ed agli effetti di cui all’articolo 182-quater del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267”.
In altre parole i debiti con le banche vanno pagati con preferenza rispetto a tutti gli altri creditori. “Il ‘virus Monti’, che assicura precedenza nei pagamenti alle banche rispetto alle imprese e lavoratori, colpisce ancora”, commenta il Movimento 5 stelle. Il decreto “salva Ilva bis” è legge. Ora le banche aspettano solo il provvedimento, che il governo si è impegnato a varare, e con il quale verranno messi al sicuro i loro crediti.
In sostanza prima le banche, poi l’interesse nazionale e i Riva e infine operai e cittadini. Forse. Questi ultimi, infatti, nel caso in cui l’Ilva dovesse decidere di chiudere lo stabilimento di Taranto non avrebbero alcuna garanzia. Per ricevere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), infatti, l’Ilva avrebbe dovuto fornire un documento fondamentale come il Piano di dismissione e bonifica degli impianti per fine esercizio. Una fideiussione bancaria, insomma, che sarebbe stata utilizzata per smantellare e bonificare l’intera zona sulla quale sorgeva il più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Un punto così importante che l’Ilva è riuscito a evitare: il piano e la fideiussione, infatti, risultano completamente mancanti nell’Aia del 2011 firmata dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e risulta inesistente anche nell’Aia parziale (poiché regolamenta solo le emissioni in atmosfera e non i rifiuti e le acque che dovevano essere regolamentate entro gennaio, ma nella realtà i tarantini attendono ancora) firmata il 27 ottobre 2012 dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
L’assenza del piano e delle fideiussioni per la fine d’esercizio è stata duramente criticata da Arpa Puglia e dai custodi giudiziari guidati da Barbara Valenzano che nei loro pareri finali alla bozza di autorizzazione scrissero chiaramente che l’Ilva avrebbe dovuto mettere nero su bianco gli impegni nell’eventualità di abbandonare Taranto con tutti “gli obblighi di fideiussione previsti dalla legge”.
Fonte
Lo scenario non è così improbabile. Il rischio che l’Ilva fallisca, secondo il gruppo dei senatori del M5S, esiste realmente. “E se, come sembra, il gip di Taranto, Patrizia Todisco, ha ripreso l’attività investigativa, significa che i Riva, oltre agli 8,1 miliardi già sequestrati (provvedimento confermato dal tribunale del Riesame, ndr) potrebbe doversi accollare dell’altro”. A quel punto, per l’acciaieria Ilva sarebbe la fine.
Ma a prendere seriamente in considerazione il possibile crac del gruppo Ilva sono anche (o forse soprattutto) i partiti della maggioranza. E se l’azienda dei Riva dovesse davvero fallire, prima di ogni altro creditore, sarebbero le banche a vedersi corrispondere le somme dovute. Questo il contenuto dei tre distinti emendamenti (ma uguali nella sostanza) al decreto “salva Ilva bis” presentati nelle scorse settimane – dopo il via libera della Camera – dai senatori Luigi Perrone (Pdl), Stefano Collina (Pd) e Maria Paola Merloni (Scelta civica). Gli emendamenti sarebbero stati formulati in seguito ad alcuni incontri con il commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi. L’amministratore delegato dimissionario dell’Ilva “è il garante nei confronti delle banche” spiega a ilfattoquotidiano.it il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. Ergo non può essere rimosso. E pazienza se c’è un conflitto d’interessi. “Ma attualmente Bondi non è più amministratore di niente – chiarisce Orlando – oggi il vero azionista è il tribunale di Taranto. Se c’è qualcun altro però che ha la stessa autorevolezza di Bondi nei confronti del mondo creditizio, ce lo propongano”.
Parole ribadite anche a Claudia Mannino e altri deputati del M5S, che il 23 luglio scorso ne avevano chiesto la revoca dopo l’invio della contro-perizia rivelata dal Fatto in cui si imputava a tabacco, alcool e povertà la principale causa di tumore a Taranto.
Con la modifica introdotta dai tre senatori, Bondi riuscirebbe ad ottenere dagli istituti di credito i finanziamenti (1,8 miliardi) che serviranno per le attività di risanamento, avendo in sostanza la possibilità di garantire ad essi la restituzione dei crediti, anche in caso di un default delle finanze aziendali. Visti però i tempi stretti per l’approvazione del decreto (entro il 4 agosto), il governo ha chiesto ai senatori della maggioranza di ritirare i loro emendamenti (una trentina, su 105 totali). Detto, fatto. Ma la contropartita, chiesta e ottenuta dai rappresentanti di Pd, Pdl e Scelta civica a Palazzo Madama, è stata di tutto rispetto. Anzi, in questo modo, il progetto per salvare i crediti delle banche (insieme ad altri) viene messo in cassaforte.
Le modifiche, che i senatori della maggioranza avevano provato a introdurre in un primo momento, sono infatti confluite in un ordine del giorno che impegna il governo a fare propri i 7 punti e “ad inserirli nel primo provvedimento utile”, sottolinea il presidente della commissione Industria, Massimo Mucchetti (Pd). Tra questi anche il provvedimento che assicura Bondi: “introdurre disposizioni idonee a far sì che i finanziamenti a favore dell’impresa commissariata (…) siano pre deducibili ai sensi ed agli effetti di cui all’articolo 182-quater del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267”.
In altre parole i debiti con le banche vanno pagati con preferenza rispetto a tutti gli altri creditori. “Il ‘virus Monti’, che assicura precedenza nei pagamenti alle banche rispetto alle imprese e lavoratori, colpisce ancora”, commenta il Movimento 5 stelle. Il decreto “salva Ilva bis” è legge. Ora le banche aspettano solo il provvedimento, che il governo si è impegnato a varare, e con il quale verranno messi al sicuro i loro crediti.
In sostanza prima le banche, poi l’interesse nazionale e i Riva e infine operai e cittadini. Forse. Questi ultimi, infatti, nel caso in cui l’Ilva dovesse decidere di chiudere lo stabilimento di Taranto non avrebbero alcuna garanzia. Per ricevere l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), infatti, l’Ilva avrebbe dovuto fornire un documento fondamentale come il Piano di dismissione e bonifica degli impianti per fine esercizio. Una fideiussione bancaria, insomma, che sarebbe stata utilizzata per smantellare e bonificare l’intera zona sulla quale sorgeva il più grande stabilimento siderurgico d’Europa. Un punto così importante che l’Ilva è riuscito a evitare: il piano e la fideiussione, infatti, risultano completamente mancanti nell’Aia del 2011 firmata dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo e risulta inesistente anche nell’Aia parziale (poiché regolamenta solo le emissioni in atmosfera e non i rifiuti e le acque che dovevano essere regolamentate entro gennaio, ma nella realtà i tarantini attendono ancora) firmata il 27 ottobre 2012 dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
L’assenza del piano e delle fideiussioni per la fine d’esercizio è stata duramente criticata da Arpa Puglia e dai custodi giudiziari guidati da Barbara Valenzano che nei loro pareri finali alla bozza di autorizzazione scrissero chiaramente che l’Ilva avrebbe dovuto mettere nero su bianco gli impegni nell’eventualità di abbandonare Taranto con tutti “gli obblighi di fideiussione previsti dalla legge”.
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Berlusconi condannato: ed ora che fa? Le possibilità del Cavaliere
Berlusconi ormai ricorda Massimo Ranieri in Guapparia: “Scetateve guagliun’e mala vita…”. Tutto fa pensare che punti ad elezioni a breve, presentandosi come la “vittima” delle toghe rosse, nella speranza di una clamorosa rivincita. Dopo di che, forte di una maggioranza (in entrambi i rami del Parlamento? Mha…!) potrebbe pensare ad una amnistia o in una qualche legge ad personam che distrugga i verdetti processuali. Ma è un piano credibile?
L’uomo è quasi spacciato ma, bisogna dirlo, non lo è ancora del tutto. In primo luogo è facile prevedere un ricorso alla corte europea: probabilità di successo minime – direi – (anche se non si può mai dire), però potrebbe essere utile a guadagnare qualche mese, se ottenesse una qualche sospensiva della pena. Anche in caso di pronuncia favorevole (che sarebbe uno smacco durissimo per la magistratura italiana), resterebbero però gli altri processi in arrivo e la questione dell’ineleggibilità. Insomma non è una mossa risolutiva, ma può dare un po’ di fiato. Beninteso: siamo all’offensiva tedesca sulle Ardenne nel dicembre 1944, una di quelle mosse che, per bene che vada, possono solo allungare la guerra per un altro periodo. L’unica cosa che potrebbe trarre il Cavaliere fuori dei guai potrebbe essere una sonora vittoria elettorale in politiche anticipate. Altre cose non servono più.
Pensiamo all’ipotesi di una grazia che già è stata fatta balenare e che Napolitano è capacissimo di dargli: in primo luogo sarebbe benzina sul fuoco e ci sarebbe un’ insurrezione dell’opinione pubblica di sinistra. In secondo luogo il conto lo pagherebbe il Pd disintegrandosi. In terzo luogo, ci sono gli altri processi in arrivo il cui esito non è difficile immaginare, per cui si tornerebbe al punto di prima.
Peggio ancora una amnistia opportunamente studiata per includere tutti i reati del Cavaliere passati presenti e futuri (operazione alla radicale) non appare più credibile, sia perché ci vorrebbero diversi mesi – durante i quali la pena diverrebbe operativa – sia perché poi dovrebbe votarla il Pd e non ci vuole molto a capire che sarebbe un suicidio. Sappiamo che la stupidità del Pd è immensa, ma, insomma, non dovrebbe arrivare a questo punto.
Anche le “riforme della giustizia” che Napolitano fa brillare davanti al Pdl, a questo punto arrivano fredde, perché qualsiasi riforma non potrebbe né cancellare la pena definitiva né fermare i processi in corso.
Certo, la pena da scontare sarebbero solo arresti domiciliari, ma essi comportano il divieto di uscire di casa (niente comizi e riunioni di partito o alla Mediaset), di telefonare, di ricevere persone senza l’autorizzazione, volta per volta, del magistrato di sorveglianza. Penso non possa neppure registrare discorsi da mandare in Tv. Certo, potrebbe ricevere qualcuno o telefonare clandestinamente, ma a rischio di vedere sospeso il beneficio e finire in una regolarissima cella. Dunque, se lo farà, sarà solo di rado e per cose molto particolari.
C’è poi il valore simbolico della cosa ed il fatto che dopo l’anno ora prevedibile, verrebbero le altre condanne. In queste condizioni, Berlusconi perderebbe il controllo del partito che si frantumerebbe senza nessuna guida. Per un breve periodo la condanna può giocare compattando il suo elettorato ed io al suo posto giocherei proprio la carta dell’”assenza evidente” (ad esempio manifesti neri solcati da una riga bianca che disegna la sagoma del volto in cui tutti riconoscerebbero l’assente ed, al massimo, uno slogan del tipo: “In questa campagna elettorale, manca una voce…”): sarebbe una grande campagna mediatica, ma oltre i cinque o sei mesi l’assenza diventerebbe assenza e basta ed inevitabilmente l’uomo al ritorno (se ritorno vi sarà) apparirebbe invecchiato di colpo. Silvio è un esperto di comunicazione e queste cose le sa.
Dunque, l’unica strada resta quella delle elezioni anticipate da vincere. Un doppio salto mortale carpiato: alla crisi di governo (prevedibile, perché non si capisce come possa fare il Pd a far finta di nulla e restare in coalizione con il partito del pregiudicato…) dovrebbe seguire lo scioglimento delle Camere e su questa strada potrebbero esserci due ostacoli: la formazione di una maggioranza Pd-M5s e la volontà di Napolitano.
La prima cosa è tecnicamente possibile, ma non probabilissima: Casaleggio (che nel M5s è uno che non conta) ha già detto che non se ne parla e non mi pare che Grillo dia segnali diversi. Però potrebbe esserci una intesa limitatissima per cambiare la sola legge elettorale (sempre che M5s e Pd riescano a capirsi in proposito) e votare subito dopo. In ogni caso difficilmente prima di febbraio, visto che tre-quattro mesi sono davvero il minimo per una nuova legge elettorale e poi ci vorrebbero quel paio di mesi per convocare le elezioni.
Qualche problema in più potrebbe crearlo il vecchio Napolitano che, rifiutandosi di sciogliere le Camere e trascinando la crisi per sette o otto settimane, fra incarichi e re incarichi, supererebbe la “finestra di ottobre”. Nel frattempo, superato lo choc della sentenza, si potrebbe pensare ad una ricomposizione del quadro (difficile) o uno sfrangiamento del Pdl al Senato (alla Camera il Pd ha la maggioranza) e magari di qualche unità del M5s per trovare quei 17-18 voti che consentano di fare maggioranza con Sc. Anche questo non è facilissimo: la condanna ha l’effetto di compattare il Pdl, perché chiunque passasse in un momento come questo, farebbe la parte del traditore, poi Sc è alle soglie della disintegrazione e, comunque, una maggioranza appiccicaticcia del genere vanificherebbe il progetto di riforma costituzionale che sta a cuore a Napolitano. E comunque sarebbe una cosa destinata a non andare oltre le europee.
A rigore, tutto questo dovrebbe indurre Napolitano alle dimissioni: l’operazione politica su cui egli ha accettato la rielezione è miseramente naufragata, per cui coerenza vorrebbe che se ne prendesse atto. Ma non ci speriamo neppure: figuriamoci! Ovviamente la delicatezza del momento, lo spirito di servizio e le solite tirate giustificherebbero il doveroso permanere nella carica che ecc. ecc.
La cosa più probabile è che Napolitano cercherà di trattenere il Pdl per la giacca offrendo la “riforma della giustizia” che, come si è detto, ormai serve a poco al Cavaliere e, dunque, non pare abbia grande forza.
Nel complesso, la cosa più probabile è che si vada a votare con il Porcellum che è l’unica speranze che Berlusconi ha di vincere. Mi spiego meglio: con un triplo salto mortale, a febbraio il Cavaliere è riuscito a risorgere, ma la sua coalizione, pur essendo andata vicina al successo, si è fermata al 29%. Dopo i sondaggi lo hanno dato in crescita sino al 35%, ma le elezioni amministrative hanno smentito questi pronostici ed hanno mostrato un centrodestra in forte affanno. Si è detto che questo sia dipeso dal fatto che il gran capo non ci ha messo la faccia e non ha fatto campagna. Appunto: senza Berluska che fa campagna in prima persona, il centro destra perde appeal. Per di più, la Lega sta messa decisamente peggio di febbraio. Può darsi che la condanna spinga una onda emotiva a favore del Cavaliere (ma non ne saremmo sicuri), comunque è difficile immaginare che la sua coalizione (posto che riesca a farla) vada oltre il 36-37%, nella più strepitosa delle ipotesi (nella quale non crediamo). Dopo di che, se i seggi fossero divisi proporzionalmente o con un piccolo premio di maggioranza, si troverebbe isolato in Parlamento e senza grandi possibilità di successo. Credo che Lega, Scelta Civica (o quel che ne resterà) e perfino Fratelli d’Italia avrebbero serie difficoltà a votare un’ amnistia ad hoc o la centesima legge ad personam e, forse neppure basterebbero. Dunque, l’unica speranza che può avere è che il Porcellum gli consenta di conquistare il 54% dei seggi alla Camera.
Quanto al Senato il problema resterebbe, ma potrebbe trattare da posizioni di forza, anche perché non possiamo votare a ripetizione e, siccome non sarebbe possibile fare un governo senza di lui che ha la maggioranza alla Camera, gli altri dovrebbero piegare la testa. Questo è l’obbiettivo, d’accordo, ma quante possibilità ha di farcela? In primo luogo lui giocherebbe la carta del perseguitato politico e delle toghe rosse che avvelenano la democrazia – è inevitabile –, ma se questo compatta i suoi elettori, compatta anche quelli dei suoi avversari e non è il caso di dimenticare che l’elettorato dichiaratamente antiberlusconiano (considerando Pd, Sel, M5s, Riv. Civile e liste minori) era oltre il 60% a febbraio. E’ difficile immaginare una coalizione di tutti, ma è anche possibile che scatti una sindrome da “voto utile” che vede avvantaggiati i suoi avversari. Poi la campagna sulla giustizia potrebbe trovare elettori distratti da tempi molto più pressanti come quelli della crisi economica che, proprio in autunno, potrebbe avere una fiammata d’inedita violenza. Quell’accenno fatto alla “profezia di Casaleggio” può far intendere che voglia porre il Pdl alla testa delle proteste che potrebbero esserci. Ma, considerato che il Pdl è in questo governo e che, pur se con dei mal di pancia, ha appoggiato l’orrendo Monti, come fa a fare la parte di Masaniello? Non è la faccia quello che manca, lo sappiamo, ma, insomma, anche le capacità trasformistiche di Fregoli avevano un limite! E per di più, dovrebbe farlo con un partito dove già oggi c’è chi “pensa al futuro”.
Se poi si dovesse votare in primavera – e magari con un altro sistema elettorale – le speranze sarebbero ancora più ridotte. Non voglio ripetere l’errore dello scorso autunno quando lo ritenevo spacciato e poi una mezza ripresa l’ ha avuta, però questa volta mi pare che stia messo ancora peggio di un anno fa. E vedo invece profilarsi un rimescolamento di carte a destra...
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L’uomo è quasi spacciato ma, bisogna dirlo, non lo è ancora del tutto. In primo luogo è facile prevedere un ricorso alla corte europea: probabilità di successo minime – direi – (anche se non si può mai dire), però potrebbe essere utile a guadagnare qualche mese, se ottenesse una qualche sospensiva della pena. Anche in caso di pronuncia favorevole (che sarebbe uno smacco durissimo per la magistratura italiana), resterebbero però gli altri processi in arrivo e la questione dell’ineleggibilità. Insomma non è una mossa risolutiva, ma può dare un po’ di fiato. Beninteso: siamo all’offensiva tedesca sulle Ardenne nel dicembre 1944, una di quelle mosse che, per bene che vada, possono solo allungare la guerra per un altro periodo. L’unica cosa che potrebbe trarre il Cavaliere fuori dei guai potrebbe essere una sonora vittoria elettorale in politiche anticipate. Altre cose non servono più.
Pensiamo all’ipotesi di una grazia che già è stata fatta balenare e che Napolitano è capacissimo di dargli: in primo luogo sarebbe benzina sul fuoco e ci sarebbe un’ insurrezione dell’opinione pubblica di sinistra. In secondo luogo il conto lo pagherebbe il Pd disintegrandosi. In terzo luogo, ci sono gli altri processi in arrivo il cui esito non è difficile immaginare, per cui si tornerebbe al punto di prima.
Peggio ancora una amnistia opportunamente studiata per includere tutti i reati del Cavaliere passati presenti e futuri (operazione alla radicale) non appare più credibile, sia perché ci vorrebbero diversi mesi – durante i quali la pena diverrebbe operativa – sia perché poi dovrebbe votarla il Pd e non ci vuole molto a capire che sarebbe un suicidio. Sappiamo che la stupidità del Pd è immensa, ma, insomma, non dovrebbe arrivare a questo punto.
Anche le “riforme della giustizia” che Napolitano fa brillare davanti al Pdl, a questo punto arrivano fredde, perché qualsiasi riforma non potrebbe né cancellare la pena definitiva né fermare i processi in corso.
Certo, la pena da scontare sarebbero solo arresti domiciliari, ma essi comportano il divieto di uscire di casa (niente comizi e riunioni di partito o alla Mediaset), di telefonare, di ricevere persone senza l’autorizzazione, volta per volta, del magistrato di sorveglianza. Penso non possa neppure registrare discorsi da mandare in Tv. Certo, potrebbe ricevere qualcuno o telefonare clandestinamente, ma a rischio di vedere sospeso il beneficio e finire in una regolarissima cella. Dunque, se lo farà, sarà solo di rado e per cose molto particolari.
C’è poi il valore simbolico della cosa ed il fatto che dopo l’anno ora prevedibile, verrebbero le altre condanne. In queste condizioni, Berlusconi perderebbe il controllo del partito che si frantumerebbe senza nessuna guida. Per un breve periodo la condanna può giocare compattando il suo elettorato ed io al suo posto giocherei proprio la carta dell’”assenza evidente” (ad esempio manifesti neri solcati da una riga bianca che disegna la sagoma del volto in cui tutti riconoscerebbero l’assente ed, al massimo, uno slogan del tipo: “In questa campagna elettorale, manca una voce…”): sarebbe una grande campagna mediatica, ma oltre i cinque o sei mesi l’assenza diventerebbe assenza e basta ed inevitabilmente l’uomo al ritorno (se ritorno vi sarà) apparirebbe invecchiato di colpo. Silvio è un esperto di comunicazione e queste cose le sa.
Dunque, l’unica strada resta quella delle elezioni anticipate da vincere. Un doppio salto mortale carpiato: alla crisi di governo (prevedibile, perché non si capisce come possa fare il Pd a far finta di nulla e restare in coalizione con il partito del pregiudicato…) dovrebbe seguire lo scioglimento delle Camere e su questa strada potrebbero esserci due ostacoli: la formazione di una maggioranza Pd-M5s e la volontà di Napolitano.
La prima cosa è tecnicamente possibile, ma non probabilissima: Casaleggio (che nel M5s è uno che non conta) ha già detto che non se ne parla e non mi pare che Grillo dia segnali diversi. Però potrebbe esserci una intesa limitatissima per cambiare la sola legge elettorale (sempre che M5s e Pd riescano a capirsi in proposito) e votare subito dopo. In ogni caso difficilmente prima di febbraio, visto che tre-quattro mesi sono davvero il minimo per una nuova legge elettorale e poi ci vorrebbero quel paio di mesi per convocare le elezioni.
Qualche problema in più potrebbe crearlo il vecchio Napolitano che, rifiutandosi di sciogliere le Camere e trascinando la crisi per sette o otto settimane, fra incarichi e re incarichi, supererebbe la “finestra di ottobre”. Nel frattempo, superato lo choc della sentenza, si potrebbe pensare ad una ricomposizione del quadro (difficile) o uno sfrangiamento del Pdl al Senato (alla Camera il Pd ha la maggioranza) e magari di qualche unità del M5s per trovare quei 17-18 voti che consentano di fare maggioranza con Sc. Anche questo non è facilissimo: la condanna ha l’effetto di compattare il Pdl, perché chiunque passasse in un momento come questo, farebbe la parte del traditore, poi Sc è alle soglie della disintegrazione e, comunque, una maggioranza appiccicaticcia del genere vanificherebbe il progetto di riforma costituzionale che sta a cuore a Napolitano. E comunque sarebbe una cosa destinata a non andare oltre le europee.
A rigore, tutto questo dovrebbe indurre Napolitano alle dimissioni: l’operazione politica su cui egli ha accettato la rielezione è miseramente naufragata, per cui coerenza vorrebbe che se ne prendesse atto. Ma non ci speriamo neppure: figuriamoci! Ovviamente la delicatezza del momento, lo spirito di servizio e le solite tirate giustificherebbero il doveroso permanere nella carica che ecc. ecc.
La cosa più probabile è che Napolitano cercherà di trattenere il Pdl per la giacca offrendo la “riforma della giustizia” che, come si è detto, ormai serve a poco al Cavaliere e, dunque, non pare abbia grande forza.
Nel complesso, la cosa più probabile è che si vada a votare con il Porcellum che è l’unica speranze che Berlusconi ha di vincere. Mi spiego meglio: con un triplo salto mortale, a febbraio il Cavaliere è riuscito a risorgere, ma la sua coalizione, pur essendo andata vicina al successo, si è fermata al 29%. Dopo i sondaggi lo hanno dato in crescita sino al 35%, ma le elezioni amministrative hanno smentito questi pronostici ed hanno mostrato un centrodestra in forte affanno. Si è detto che questo sia dipeso dal fatto che il gran capo non ci ha messo la faccia e non ha fatto campagna. Appunto: senza Berluska che fa campagna in prima persona, il centro destra perde appeal. Per di più, la Lega sta messa decisamente peggio di febbraio. Può darsi che la condanna spinga una onda emotiva a favore del Cavaliere (ma non ne saremmo sicuri), comunque è difficile immaginare che la sua coalizione (posto che riesca a farla) vada oltre il 36-37%, nella più strepitosa delle ipotesi (nella quale non crediamo). Dopo di che, se i seggi fossero divisi proporzionalmente o con un piccolo premio di maggioranza, si troverebbe isolato in Parlamento e senza grandi possibilità di successo. Credo che Lega, Scelta Civica (o quel che ne resterà) e perfino Fratelli d’Italia avrebbero serie difficoltà a votare un’ amnistia ad hoc o la centesima legge ad personam e, forse neppure basterebbero. Dunque, l’unica speranza che può avere è che il Porcellum gli consenta di conquistare il 54% dei seggi alla Camera.
Quanto al Senato il problema resterebbe, ma potrebbe trattare da posizioni di forza, anche perché non possiamo votare a ripetizione e, siccome non sarebbe possibile fare un governo senza di lui che ha la maggioranza alla Camera, gli altri dovrebbero piegare la testa. Questo è l’obbiettivo, d’accordo, ma quante possibilità ha di farcela? In primo luogo lui giocherebbe la carta del perseguitato politico e delle toghe rosse che avvelenano la democrazia – è inevitabile –, ma se questo compatta i suoi elettori, compatta anche quelli dei suoi avversari e non è il caso di dimenticare che l’elettorato dichiaratamente antiberlusconiano (considerando Pd, Sel, M5s, Riv. Civile e liste minori) era oltre il 60% a febbraio. E’ difficile immaginare una coalizione di tutti, ma è anche possibile che scatti una sindrome da “voto utile” che vede avvantaggiati i suoi avversari. Poi la campagna sulla giustizia potrebbe trovare elettori distratti da tempi molto più pressanti come quelli della crisi economica che, proprio in autunno, potrebbe avere una fiammata d’inedita violenza. Quell’accenno fatto alla “profezia di Casaleggio” può far intendere che voglia porre il Pdl alla testa delle proteste che potrebbero esserci. Ma, considerato che il Pdl è in questo governo e che, pur se con dei mal di pancia, ha appoggiato l’orrendo Monti, come fa a fare la parte di Masaniello? Non è la faccia quello che manca, lo sappiamo, ma, insomma, anche le capacità trasformistiche di Fregoli avevano un limite! E per di più, dovrebbe farlo con un partito dove già oggi c’è chi “pensa al futuro”.
Se poi si dovesse votare in primavera – e magari con un altro sistema elettorale – le speranze sarebbero ancora più ridotte. Non voglio ripetere l’errore dello scorso autunno quando lo ritenevo spacciato e poi una mezza ripresa l’ ha avuta, però questa volta mi pare che stia messo ancora peggio di un anno fa. E vedo invece profilarsi un rimescolamento di carte a destra...
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Bibi contro Rohani: un assaggio della guerra vera
Il premier israeliano ha condannato le frasi pronunciate dal neo presidente iraniano nel Giorno di Al Quds, che pure erano state riportate in modo incorretto dall'agenzia Isna.
E' ripresa la guerra delle parole tra Tel Aviv e Tehran, in attesa di quella combattuta con le armi che certamente seguirà a un attacco aereo israeliano contro le centrali atomiche iraniane. Un errore compiuto ieri dall'agenzia di stampa iraniana Isna nel riportare le dichiarazioni del neo presidente Hassan Rouhani, in occasione del "Giorno di Al Quds" (Gerusalemme), ha creato confusione a Tehran e fornito su un piatto d'argento al premier israeliano Netanyahu l'occasione per accusare l'Iran di volere eliminare lo Stato ebraico e per puntare l'indice contro i governi occidentali, "troppo morbidi" nei confronti di Rouhani.
Tutto è partito dalle frasi pronunciate dal neo presidente iraniano, succeduto meno di due mesi fa a Mahmud Ahmadi Nejad e che assumerà tra qualche ora la presidenza del Paese. Per l'Isna Rouhani avrebbe detto: «il regime sionista è una ferita che si trova nel corpo del mondo musulmano da anni e che deve essere rimossa». Secondo Press tv, Rohani, che si è rivolto a un gruppo di giornalisti, invece avrebbe detto che «nella nostra regione c'è una ferita da anni nel corpo del mondo musulmano sotto l'ombra dell' occupazione della terra santa di Palestina e l'amata al-Quds». Poco dopo la Isna ha corretto il tiro togliendo dalla frase la ferita «deve essere rimossa». La reazione di Israele nel frattempo era già scattata.
Netanyahu ha affermato che le parole del presidente iraniano, hanno mostrato «il vero volto di Rowhani prima del previsto e anche se gli iraniani ora si adoperano per negare queste dichiarazioni, questo è quello che pensa e rispecchia, questi sono i piani del regime». Le affermazioni del presidente iraniano, ha aggiunto Netanyahu, «dovrebbero fare aprire gli occhi al mondo sull'illusione di chi sia veramente Rouhani». La verità, secondo il premier israeliano, è che «in Iran, il presidente è cambiato ma l'obiettivo del regime resta quello di dotarsi di armi nucleari per minacciare Israele, il Medio Oriente e la pace e la sicurezza mondiali». Per questo, ha concluso Netanyahu, «non dovremmo permettere a un paese che minaccia Israele di dotarsi di armi di distruzione di massa».
Il premier israeliano è sembrato rivolgersi ai Paesi occidentali e agli alleati americani che guardano a Rohani con occhi diversi rispetto ad Ahmadi Nejad e che sono convinti di poter allacciare con lui un dialogo costruttivo sulla questione del programma nucleare di Tehran che si trascina da anni. Un atteggiamento che irrita non poco Netanyahu che, di fatto, crede in una unica «soluzione»: l'attacco militare contro l'Iran, anche a costo di innescare un conflitto in tutto il Medio Oriente. Il punto naturalmente non riguarda solo il nucleare - Tehran nega con forza di volersi dotare di armi atomiche - ma anche i rapporti di forza nella regione. E' evidente che il mantenimento della supremazia strategica di Israele passa per il contenimento della crescente forza e influenza dell'Iran. E su questo Israele ha l'appoggio silenzioso delle petromonarchie sunnite del Golfo, che si sentono più nemiche dell'Iran sciita che dello «Stato sionista».
Il riaccendersi della tensione tra Tel Aviv e Tehran avviene nel pieno del clamore suscitato dall'arresto di un ebreo ultraortodosso del quartiere di Mea Shearim (Gerusalemme), membro della setta Naturei Karta (antisionista), che si sarebbe offerto di spiare Israele a favore dell'Iran. L'uomo avrebbe preso un primo contatto con le autorità iraniane nel 2001 in Germania ma, secondo la stampa, Tehran non lo avrebbe preso sul serio. A Mea Sharim in ogni caso non sembrano dare peso alle accuse anche perchè l'arrestato non sarebbe in possesso di informazioni degne di interesse considerando la vita da "timorato" che ha sempre svolto.
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E' ripresa la guerra delle parole tra Tel Aviv e Tehran, in attesa di quella combattuta con le armi che certamente seguirà a un attacco aereo israeliano contro le centrali atomiche iraniane. Un errore compiuto ieri dall'agenzia di stampa iraniana Isna nel riportare le dichiarazioni del neo presidente Hassan Rouhani, in occasione del "Giorno di Al Quds" (Gerusalemme), ha creato confusione a Tehran e fornito su un piatto d'argento al premier israeliano Netanyahu l'occasione per accusare l'Iran di volere eliminare lo Stato ebraico e per puntare l'indice contro i governi occidentali, "troppo morbidi" nei confronti di Rouhani.
Tutto è partito dalle frasi pronunciate dal neo presidente iraniano, succeduto meno di due mesi fa a Mahmud Ahmadi Nejad e che assumerà tra qualche ora la presidenza del Paese. Per l'Isna Rouhani avrebbe detto: «il regime sionista è una ferita che si trova nel corpo del mondo musulmano da anni e che deve essere rimossa». Secondo Press tv, Rohani, che si è rivolto a un gruppo di giornalisti, invece avrebbe detto che «nella nostra regione c'è una ferita da anni nel corpo del mondo musulmano sotto l'ombra dell' occupazione della terra santa di Palestina e l'amata al-Quds». Poco dopo la Isna ha corretto il tiro togliendo dalla frase la ferita «deve essere rimossa». La reazione di Israele nel frattempo era già scattata.
Netanyahu ha affermato che le parole del presidente iraniano, hanno mostrato «il vero volto di Rowhani prima del previsto e anche se gli iraniani ora si adoperano per negare queste dichiarazioni, questo è quello che pensa e rispecchia, questi sono i piani del regime». Le affermazioni del presidente iraniano, ha aggiunto Netanyahu, «dovrebbero fare aprire gli occhi al mondo sull'illusione di chi sia veramente Rouhani». La verità, secondo il premier israeliano, è che «in Iran, il presidente è cambiato ma l'obiettivo del regime resta quello di dotarsi di armi nucleari per minacciare Israele, il Medio Oriente e la pace e la sicurezza mondiali». Per questo, ha concluso Netanyahu, «non dovremmo permettere a un paese che minaccia Israele di dotarsi di armi di distruzione di massa».
Il premier israeliano è sembrato rivolgersi ai Paesi occidentali e agli alleati americani che guardano a Rohani con occhi diversi rispetto ad Ahmadi Nejad e che sono convinti di poter allacciare con lui un dialogo costruttivo sulla questione del programma nucleare di Tehran che si trascina da anni. Un atteggiamento che irrita non poco Netanyahu che, di fatto, crede in una unica «soluzione»: l'attacco militare contro l'Iran, anche a costo di innescare un conflitto in tutto il Medio Oriente. Il punto naturalmente non riguarda solo il nucleare - Tehran nega con forza di volersi dotare di armi atomiche - ma anche i rapporti di forza nella regione. E' evidente che il mantenimento della supremazia strategica di Israele passa per il contenimento della crescente forza e influenza dell'Iran. E su questo Israele ha l'appoggio silenzioso delle petromonarchie sunnite del Golfo, che si sentono più nemiche dell'Iran sciita che dello «Stato sionista».
Il riaccendersi della tensione tra Tel Aviv e Tehran avviene nel pieno del clamore suscitato dall'arresto di un ebreo ultraortodosso del quartiere di Mea Shearim (Gerusalemme), membro della setta Naturei Karta (antisionista), che si sarebbe offerto di spiare Israele a favore dell'Iran. L'uomo avrebbe preso un primo contatto con le autorità iraniane nel 2001 in Germania ma, secondo la stampa, Tehran non lo avrebbe preso sul serio. A Mea Sharim in ogni caso non sembrano dare peso alle accuse anche perchè l'arrestato non sarebbe in possesso di informazioni degne di interesse considerando la vita da "timorato" che ha sempre svolto.
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03/08/2013
Bergoglio superstar, ovvero il fascino discreto della misoginia
Al papa basta una eludente affermazione sui gay per far passare sottobanco il lato più abietto e incivile della Chiesa. E ci cascano tutti, Sinistra devota compresa.
Terminano, finalmente, le celebrazioni per la Giornata mondiale della Gioventù 2013. Dopo aver saputo per filo e per segno, dai nostri instancabili media, cosa ha detto e ha fatto papa Bergoglio in ogni momento delle sue lunghe giornate, a chi ha sorriso, come era vestito, quante volte ha tirato giù il finestrino della papamobile, a chi ha detto buongiorno e a chi buonasera, veniamo a sapere che di ritorno dal Brasile ha pronunciato le fatidiche parole: «Chi sono io per giudicare un gay?». Apriti cielo.
Poco importano il prima e il dopo del discorso, la storica frase fa breccia nei cuori e nelle menti di laici, atei, agnostici, omosessuali, dissidenti, critici, eretici. Il primo a esserne conquistato è il governatore pugliese Nichi Vendola, che su Facebook esterna soddisfatto: «Papa Francesco ci spiazza ancora. Separando finalmente il tema dell'omosessualità da quello della pedofilia, si è chiesto: "Chi sono io per giudicare un gay?" Se la politica avesse un milionesimo della capacità di respiro e di ascolto di Bergoglio, sarebbe davvero in grado di cambiare se stessa e la vita della gente che soffre».
E infatti, chi è Bergoglio per giudicare, quando il Catechismo della Chiesa cattolica, da lui stesso citato (se solo Vendola avesse letto per intero la dichiarazione papale), parla più che chiaro? «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati". Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». E via farneticando (per una lettura integrale: vatican.va). Ma soprattutto forse a Vendola, e a tutti i sostenitori del papa "buongiorno e buonasera", è sfuggita (anche) questa frase: «Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene». Perso, sì. Avete letto bene.
Nel tripudio di ovazioni per un papa che "finalmente" parla di omosessuali dando un'idea di apertura quando invece non si scosta affatto da ciò che dice da sempre la Chiesa, passa inosservato un altro gesto plateale, tra il disgustoso e l'incivile. Nella messa finale di Capocabana, il pontefice ha portato sull'altare una bambina anencefala, condannata a morte nel giro di pochi giorni o qualche mese, nata per la "grazia" di due genitori che hanno scelto di metterla al mondo invece di abortire. L'inno alla vita che è già morte è un insulto alla vita stessa, alle donne che rifiutano di sottoporsi e sottoporre il loro futuro bambino a un calvario che di umano non ha nulla, quelle donne, al contrario, santificate da una religione per la quale il sacrificio loro e altrui è lasciapassare per la vita eterna.
Dov'erano Vendola, i cattocomunisti e tutti i fan di Bergoglio mentre quest'ultimo celebrava un rito inumano e primitivo per convincere le donne a non abortire? Dov'erano quei giornalisti munifici di parole e dettagli quando un essere inerme e morente giaceva sull'altare dell'assurdo?
Francesco incarna perfettamente il bisogno della Chiesa post ratzingeriana: il marketing sostituisce la sostanza. Che quella è e quella rimane. In omnia secula seculorum.
Cecilia M. Calamani
Fonte
Terminano, finalmente, le celebrazioni per la Giornata mondiale della Gioventù 2013. Dopo aver saputo per filo e per segno, dai nostri instancabili media, cosa ha detto e ha fatto papa Bergoglio in ogni momento delle sue lunghe giornate, a chi ha sorriso, come era vestito, quante volte ha tirato giù il finestrino della papamobile, a chi ha detto buongiorno e a chi buonasera, veniamo a sapere che di ritorno dal Brasile ha pronunciato le fatidiche parole: «Chi sono io per giudicare un gay?». Apriti cielo.
Poco importano il prima e il dopo del discorso, la storica frase fa breccia nei cuori e nelle menti di laici, atei, agnostici, omosessuali, dissidenti, critici, eretici. Il primo a esserne conquistato è il governatore pugliese Nichi Vendola, che su Facebook esterna soddisfatto: «Papa Francesco ci spiazza ancora. Separando finalmente il tema dell'omosessualità da quello della pedofilia, si è chiesto: "Chi sono io per giudicare un gay?" Se la politica avesse un milionesimo della capacità di respiro e di ascolto di Bergoglio, sarebbe davvero in grado di cambiare se stessa e la vita della gente che soffre».
E infatti, chi è Bergoglio per giudicare, quando il Catechismo della Chiesa cattolica, da lui stesso citato (se solo Vendola avesse letto per intero la dichiarazione papale), parla più che chiaro? «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati". Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». E via farneticando (per una lettura integrale: vatican.va). Ma soprattutto forse a Vendola, e a tutti i sostenitori del papa "buongiorno e buonasera", è sfuggita (anche) questa frase: «Quando uno si trova perso così va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene». Perso, sì. Avete letto bene.
Nel tripudio di ovazioni per un papa che "finalmente" parla di omosessuali dando un'idea di apertura quando invece non si scosta affatto da ciò che dice da sempre la Chiesa, passa inosservato un altro gesto plateale, tra il disgustoso e l'incivile. Nella messa finale di Capocabana, il pontefice ha portato sull'altare una bambina anencefala, condannata a morte nel giro di pochi giorni o qualche mese, nata per la "grazia" di due genitori che hanno scelto di metterla al mondo invece di abortire. L'inno alla vita che è già morte è un insulto alla vita stessa, alle donne che rifiutano di sottoporsi e sottoporre il loro futuro bambino a un calvario che di umano non ha nulla, quelle donne, al contrario, santificate da una religione per la quale il sacrificio loro e altrui è lasciapassare per la vita eterna.
Dov'erano Vendola, i cattocomunisti e tutti i fan di Bergoglio mentre quest'ultimo celebrava un rito inumano e primitivo per convincere le donne a non abortire? Dov'erano quei giornalisti munifici di parole e dettagli quando un essere inerme e morente giaceva sull'altare dell'assurdo?
Francesco incarna perfettamente il bisogno della Chiesa post ratzingeriana: il marketing sostituisce la sostanza. Che quella è e quella rimane. In omnia secula seculorum.
Cecilia M. Calamani
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