Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/01/2017

Bufale, post-verità, disinformazione, regimi

Viviamo in un mondo libero, ma alziamo appena un sopracciglio di fastidio – o forse neanche quello – quando Erdogan chiude l'accesso ai sociale network dopo un attentato dei suoi ex alleati dell'Isis, oppure chiude i giornali dell'opposizione (senza star troppo a distinguere tra kemalisti, gulenisti e curdi), manda la polizia nelle redazioni ad arrestare i giornalisti e infine impone il monopolio delle informazioni nelle sue mani.

Viviamo in un mondo libero, informati da centinaia di migliaia di fonti diverse, ma quelle "autorevoli" sono sempre meno. In compenso si fanno largo quelle "autoritarie", fondate sulla censura totale di qualsiasi forma di resistenza; a meno che non si possa darne una lettura criminalizzante (come accade da decenni col movimento No Tav o anche per ogni tipo di manifestazione o sciopero, di cui non si descrive più nulla – ragioni, obiettivi, sofferenze, ecc – ma solo il "rischio di disordini" oppure di "paralisi del traffico").

Viviamo in un mondo libero, ma la libertà di informare viene ogni giorno messa in discussione in termini più perentori. Con la scusa delle "bufale" naturalmente. Che sono tante, oscene, insopportabili, difficilmente combattibili quanto più viene scientemente creata – dai governi dei paesi "democratici", in special modo – l'ignoranza di massa, a partire dalla distruzione della scuola e delle università pubbliche. Senza strumenti critici, anche di livello elementare, una diceria o una "bufala" sembrano credibili quanto una notizia vera. E un notiziario "vero", ripetuto sempre uguale su tutte le reti televisive, ci racconta cazzate senza fondamento. Specie se si parla di guerra. Di guerre in cui i governi che ci "riformano" sono impegnati senza averci chiesto alcun consenso. E anche qui, come in Turchia, autorevoli autoritari (il capo dell'Antitrust – che dovrebbe paradossalmente difendere la "libera concorrenza" – e la presidente della Camera, incomprensibilmente considerata un esponente della "sinistra") si sbracciano nel proporre il bavaglio alla Rete, ai social netwrk (ossia agli strumenti che meglio consentono la schedatura centralizzata delle opinioni dei cittadini, mettendole a disposizione di polizie e direttori del personale delle imprese).

Viviamo in un mondo così libero che lo sguardo critico sull'informazione mainstream arriva solo a tratti, quasi per caso.

Un esempio di come funziona l'informazione nel 2017? Ecco l'analisi critica di Fulvio Scaglione, vicedirettore dell'Avvenire (non de Il Bolscevico), pubblicata nel suo blog su Micromega.

A seguire, un'intuizione di un altro giornalista senza legami fissi con una testata, sul nesso che lega informazione di regime e sparizione dei fondamenti della democrazia parlamentare liberale. Borghese, insomma...

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Mosul e Aleppo. Attenti alla propaganda

Fulvio Scaglione

Ci avete fatto caso? Ora che potrebbero parlare liberamente, raccontare a tutti i giornali e alle Tv che cos’hanno visto e subito ad Aleppo, sono spariti tutti. Clown, pediatri, ragazze disposte a suicidarsi piuttosto che vivere sotto Assad, elmetti di ogni colore, attivisti fino a qualche giorno fa impegnati a rifornire le Ong di notizie terribili, mamme disperate. Solo la bambina che twittava sotto le bombe è rispuntata per recarsi in Turchia a prendere un premio da Recep Erdogan (lui sì, un modello di umanità). E ha potuto farlo proprio perché ribelli e jihadisti hanno infine sgombrato i quartieri di Aleppo Est.

“Così va spesso il mondo” scriveva Alessandro Manzoni a proposito di quella che, nei Promessi Sposi, viene definita “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Però la lezione di Aleppo va tenuta ben presente perché sulla devastata città della Siria si è giocata una partita di propaganda che va ben oltre la già drammatica situazione particolare.

Nei quartieri per anni occupati da ribelli e jihadisti stanno saltando fuori le solite fosse comuni piene di corpi di civili, torturati prima di essere ammazzati. Dico le “solite” perché il rito atroce si è ripetuto ovunque l’Isis abbia dovuto cedere terreno. Nell’estate scorsa l’Associated Press, studiando immagini satellitari e confrontandole con testimonianze raccolte sul campo, è riuscita a localizzare 72 fosse comuni in zone appena abbandonate dall’Isis. In quelle buche (alcune scavate nei giardini pubblici e nei campi da calcio delle città) erano stati scaraventati tra 5 mila e 15 mila corpi. Al confronto, i civili morti ad Aleppo sotto le bombe russe e siriane sono un’inezia.

Questa osservazione va fatta non per cinismo ma, al contrario, per spirito umanitario. Le persone innocenti chiuse in quelle fosse sono cadute per mano dei jihadisti dell’Isis, ma anche a causa del fatto che la guerra mossa contro l’Isis in Iraq dalla coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita è andata al rallentatore. Anzi: è stata una guerra finta, di soli bombardamenti che misteriosamente colpivano soprattutto il deserto. Nell’evidente speranza che, intanto, l’Isis desse il colpo decisivo ad Assad. Mentre tutti, in Medio Oriente, supplicavano la coalizione di intervenire con maggiore decisione e mettendo, come si dice, “gli stivali sul terreno”.

Tutto quel traccheggiare, ovviamente, si è scaricato sulla popolazione civile. Ed ecco le fosse comuni. Piene di morti che sono figli di nessuno, per i quali nessuno si prende la responsabilità, nonostante che siano stati vittime anche di una precisa scelta strategica.

Siriani e russi hanno fatto il contrario. Con i raid e le incursioni hanno certamente provocato vittime tra i civili. Ma hanno accorciato la guerra e, così facendo, hanno anche risparmiato molte vite.

Per capirlo, senza farsi intortare da clown e pediatri, basta osservare quanto accade a Mosul. A due mesi dall’inizio dell’offensiva per liberare la città, le operazioni militari sono ferme e l’Isis è così poco preoccupato da aver distaccato dal fronte iracheno qualche migliaio di miliziani per mandarli a riconquistare Palmira, in Siria. Questo accade perché anche a Mosul l’alternativa è sempre quella. O attacchi e risolvi in fretta il problema, e così facendo provochi vittime tra i civili come sempre succede in situazioni analoghe (vedi per esempio Gaza, o Fallujah in Iraq nel 2004, o Grozny in Cecenia nel 1994-1995); oppure esiti, e così facendo lasci che i civili restino ancor più a lungo in balia dell’Isis, con le conseguenze ben note.

I generali americani e il Governo iracheno lo sanno bene. A Mosul hanno fatto la scelta politica di bloccare l’avanzata e abbandonare i civili al loro destino. È una scelta legittima ma non più nobile o meno cruenta di quella opposta di accelerare le operazioni, com’è stato fatto ad Aleppo. Quando anche a Mosul salteranno fuori le fosse comuni lo capiremo meglio. A dispetto di clown, pediatri, aspiranti suicide e bambine con la mania di twitter.

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Giacomo Russo Spena

La gente vota ai referendum contro lo status quo? E l'establishment si interroga, tra lo scherzo e il serio, sul suffragio universale.

La maggioranza dei media ormai non ha sentore delle nostre società tanto da non aver previsto risultati come la Brexit e Trump? E allora pronto il "ministero della verità" (come Orwell nel 1984) per controllare informazione perché resta inevasa la questione del chi controllerebbe il controllore.

Credo che il populismo non sia un blocco unitario, così credo esistano diversi populismi (quello di Podemos è ben diverso da quello di Trump o di Grillo). La questione è articolata e da affrontare.

Di certo, l'élite dominante – quella che negli anni della crisi ha accresciuto potere e soldi – continua a non capire la lezione. Va avanti, imperterrita, imboccando un vicolo cieco. Lo stesso vicolo cieco intrapreso dalle Istituzioni europee nel momento in cui continuano a sostenere l'Europa dell'austerity.

Mai un'autocritica, mai un cambiamento nei programmi politici. Anzi. Più il popolo vota contro, più ci si arrocca per difendere i privilegi acquisiti in questi anni.

Una strategia perdente. Ormai la gente è stanca, incazzata ed inizia ad avere fame di diritti. La propaganda non paga più. I populismi hanno un'autostrada davanti.

Tocca capire che declinazione avrà la rabbia popolare perché il rischio, in Italia e in Europa, è di passare dalla padella alla brace. Dall'elite neoliberale al populismo xenofobo e neosovranista.

Europa dell'austerity e nuovi razzismi, due facce della stessa medaglia.
Mala tempora currunt.

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Un saluto a mons. Hilarion Capucci. Ha combattuto per la giusta causa palestinese

Con mons. Capucci abbiamo condiviso tanti momenti di lotta e di discussione per la libertà e la dignità del popolo martire di Palestina. Esiliato in Italia da circa 40 anni, ci siamo incontrati tante volte in occasione di manifestazioni, di convegni a Roma e altrove. L'ho accompagnato in alcune sue visite in Sicilia (ricordo una presso i suoi confratelli di Piana degli Albanesi), abbiamo condiviso, ad Atene, nel 1988, (vedi richiamo e foto) la drammatica esperienza della "Nave del Ritorno dei palestinesi".

E' morto senza potere rivedere Gerusalemme, la città delle tre religioni, la città della Pace, oggi occupata dagli israeliani. E' morto con la dignità di uomo e di religioso. Ha combattuto pacificamente per una Causa giusta. Di Lui ce ne ricorderemo!

"Ad Atene erano convenute circa 1500 persone, la gran parte vecchi rifugiati palestinesi e famiglie cacciati dalle loro case dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948 e dispersi nei campi profughi di Giordania, Siria, Libano ed Egitto.

Ad accompagnarli in questa pericolosa missione, che il governo di Shamir considerava “una compagnia di assassini” da bloccare con ogni mezzo, c’erano centinaia di rappresentanti di partiti, sindacati, giornalisti, di associazioni umanitarie e pacifiste di molti paesi in gran parte europei e occidentali.

Sapevamo che oltre alla solidarietà la nostra funzione su quella nave sarebbe stata anche quella di scudo umano per scoraggiare la reazione violenta degli israeliani.

La delegazione italiana era composta: dal sottoscritto (per il PCI), da Raniero La Valle (per Sin. Indipendente), La Chiara (per PSI), Nordio (Acli), Ferrucci (Ass. giuristi democratici).

Vi erano anche diversi giornalisti fra i quali ricordo: F. Isman, (Messaggero) L. Tersini (Tg3), I. Gagliano (Tg2), G. Berenson (Repubblica) e un giornalista dell’Ansa.

Con noi viaggiò anche mons. Hilarion Cappucci, da lungo tempo esiliato a Roma per imposizione del governo d’Israele al Vaticano, che – come altri profughi palestinesi – desiderava ritornare nella sua terra."

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Bce: nell’eurozona è cresciuta la concentrazione della ricchezza. Voglia di dire addio all’euro

Secondo un rapporto della Banca Centrale Europea, negli anni della crisi, è cresciuta la concentrazione della ricchezza tra le famiglie più ricche nei paesi dell’Eurozona. Qualche problema “al ribasso” è venuto solo a causa dei prezzi immobiliari più bassi, come ha reso noto un’indagine della Banca centrale europea. Nelle cinque economie più importanti della zona euro il 5% delle famiglie possedeva nel 2014 il 37,8% della ricchezza netta contro il 37,2% registrato nel 2010. L’indagine della Bce ha riguardato il reddito di 84mila famiglie nei 18 stati dell’Eurozona.

Con le varie ondate di recessione, la crisi prolungata ha aumentato le diseguaglianze, soprattutto nei paesi della periferia della zona euro, come Italia, Spagna, Portogallo e la devastata Grecia, mentre i paesi al centro dell’eurozona sono stati più veloci a recuperare surplus e ricchezza.

La Grecia è il paese che continua a soffrire di più anche se è prevista una lieve crescita. Atene, secondo la Bce, vedrà il suo tasso di crescita aumentare in una misura pari allo 0,1 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) per la fine del 2016. Dovrebbero aumentare del 2,5 per cento del Pil nel 2017, dell’1 per cento nel 2018 e dell’1,2 per cento nel 2019.

La ricchezza media di una famiglia tipo dell’Eurozona, rivela l’indagine della Bce, è scesa in quattro anni di circa il 10 per cento, collocandosi a 104, lì dove il parametro 100 euro corrisponde a circa 108,800 dollari e, contemporaneamente, sono scesi i prezzi degli immobili. “La caduta della ricchezza netta è stata trainata principalmente da un calo del valore delle attività in particolare immobiliare” è scritto nel rapporto.

La crescita di criticità nel rapporto tra società e vincoli della moneta unica, viene sottolineata anche dal responsabile dell’Ifo, istituto economico tedesco, Clemens Fuest, il quale in una intervista al quotidiano tedesco Tagesspiegel ritiene che gli italiani alla fine vorranno lasciare l’area euro, a causa del mancato miglioramento del loro tenore di vita. “In Italia il tenore di vita si aggira allo stesso livello del 2000. Se la situazione non cambia, gli italiani a un certo punto diranno: “Non vogliamo più far parte dell’Eurozona”. Soprattutto, Fuest ha avvertito che, nel caso in cui il Parlamento tedesco dovesse approvare un programma eventuale di salvataggio per l’Italia, i rischi che a quel punto graverebbero sui contribuenti tedeschi sarebbero di “una dimensione tale da non poter essere controllati e anche conosciuti”. Di conseguenza, secondo Fuest il Parlamento tedesco dovrebbe opporsi a una eventuale ipotesi di salvataggio dell’Italia.

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La “sinistra” di D’Alema, il vecchio liberismo compassionevole

Massimo D'Alema è ricomparso, nientepopodimeno che per "rifondare la sinistra" italica. Lo ha fatto con un'analisi dal titolo impegnativo e vagamente ammiccante al lessico più familiare agli ex piccisti ("Fondamenti per un programma della sinistra in Europa"), ma senza discostarsi un millimetro dal quadro delle "compatibilità" disegnate dall'Unione Europea neoliberista.

Sulla credibilità di questa impostazione, che può sollevare speranze solo in chi ha smesso definitivamente di pensare autonomamente (o come soggetto politico dotato di autonomia), lasciamo volentieri la parola a Stefano G. Azzarà, urticante come giusto. Diciamo...

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Buoni consigli e cattivo esempio: un'autocritica fittizia che non muove a pietà

La recente "autocritica" di Massimo D'Alema non può essere ritenuta credibile per tre diverse ragioni, a mio avviso.

Anzitutto, perché è assai sommessa e parziale e evita accuratamente di ricostruire la propria genealogia della colpa, limitandosi a pochi titoli frettolosi. Sotto questo aspetto ricorda le autocritiche pelose per le quali andava famoso l'onorevole Bertinotti nei suoi anni ruggenti di arrampicatore sociale: "sono stato troppo buono".

In secondo luogo non è credibile né creduta perché è chi la pronuncia che ha esaurito completamente il proprio capitale di credibilità quando si è trovato di fronte alla prova della storia. E non bastano due parole di circostanza fuori tempo massimo, quando si è ormai fuori dai giochi, per far dimenticare il ruolo strategico svolto in una serie di passaggi fondativi della nostra catastrofe giocato quando il tempo era ancora debito.

Infine, non può essere creduta soprattutto per una terza ragione, che rivela tra l'altro la natura ideologica e strumentale delle sue parole odierne. Perché cioè sotto il facile slogan di una "svolta a sinistra" D'Alema ripropone in realtà l'unico schema di gioco che lui e la sua generazione conoscono: il medesimo schema centrosinistro che ci ha portati dove siamo. Con in più solo la mera speranza che la sinistra possa avere più spazio sull'onda di un keynesiano continentale, che è però in realtà assai più improbabile – purtroppo – della introduzione immediata del soviet (non esistono margini di redistribuzione se non vengono messi in discussione i rapporti di proprietà, ma questo non è possibile perché i rapporti di forza sociali sono troppo squilibrati).

Proprio perché era il migliore, ci si è sempre aspettati da lui la cosa giusta. Invece ha sempre sbagliato e ora le occasioni sono finite. Se vuol dare una mano adesso che la fase è completamente diversa e che la ritirata strategica esige intransigenza, scelga di prendere i voti in un ordine minore, e percorra a piedi il paese a perpetuo emblema della necessaria espiazione. A quel punto, forse.

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Oroscopo politico

Difficilmente Berlusconi toppa una previsione politica, visto che in gran parte contribuisce a determinarle. Motivo in più per prendere sul serio i pronostici apparsi ieri sul Corriere e che indicano il futuro politico italiano nel breve e nel lungo periodo. Nel breve periodo, l’ex premier sembra certo: “molto difficilmente si voterà prima dell’autunno”. E’ una previsione facile ma non scontata. Facile per vari motivi. Il primo, nessun parlamentare si autolicenzierà prima di raggiungere l’agognato vitalizio. Le disparate alchimie politiche non tengono in dovuto conto l’aspetto più materiale dell’intera vicenda, quello per cui alla fine la sfiducia ad un governo la danno i parlamentari, non i dirigenti di partito. E questi puntano alla pensione garantita.

Il secondo motivo è che, per come stanno messi i partiti in questo momento, gli unici a voler davvero votare sono Lega Nord e M5S. Il Pd ha bisogno di tempo per riorganizzarsi, tamponando la disillusione successiva al 4 dicembre per ricostruirsi un appeal elettorale al momento incerto. Forza Italia ha invece bisogno di organizzarsi daccapo, decidendo alleanze e leader.


Il terzo motivo è che non c’è una legge elettorale, e tutto l’arco parlamentare sta escogitando la formula adatta a sconfiggere il movimento grillino. In assenza di tale formula, e dopo le esperienze della Brexit, di Trump e del referendum, nessuno ha voglia di giocare ancora col fuoco. Mattarella (cioè la Ue) non scioglierà le camere prima che queste abbiano partorito l’unica legge elettorale possibile per contenere il M5S: un proporzionale più o meno corretto, ma comunque senza premio di maggioranza rilevante e con la più ampia proporzionalità possibile dentro questa Ue.

E veniamo alla seconda profezia berlusconiana, questa molto più interessante della prima: “l’Italia è destinata nel prossimo futuro a diventare come la Germania, un paese con un sistema politico basato su una grande coalizione che veda come perni centrali il Pd e Forza Italia”. In altre parole, Berlusconi preconizza una nuova conventio ad excludendum, questa volta in chiave anti-populista. E in effetti questa sembrerebbe essere la traiettoria politico-istituzionale dei principali paesi dell’Unione europea: una grande coalizione permanente che impedisca alle forze “populiste” (in realtà alle forze anti-Ue, è quello il nodo politico) di governare.

Questo scenario è l’unico possibile per “reggere” le sorti del sistema garantendo formale governabilità, ma è al tempo stesso la soluzione che porta all’autodistruzione delle forze che lo compongono. Il destino elettorale delle grandi coalizioni è quello di svuotarsi mano a mano che l’eccezionalità diventa norma. Il caso spagnolo è destinato a generalizzarsi. E’ il caso tedesco a costituire un’eccezione, fondata esclusivamente sulla crescita economica della Germania, ma questa crescita – come spiegato altre volte – nella Ue è possibile solo ed esclusivamente grazie alla crisi degli altri Stati dell’unione monetaria.

In questa spirale degradante, che concentra nel paese produttivamente maggiore tutte le risorse del resto dei paesi Ue, la stabilità politica è possibile solo se legata alla crescita economica, quindi solo in Germania. Negli altri paesi può resistere una tornata elettorale; già alla seconda le forze “anti-sistema” (a quel punto tutte le forze politiche escluse dall’ammucchiata governista) supererebbero in termini di voti quelli del governo, istituzionalizzando una crisi di governabilità irrisolvibile. Irrisolvibile davvero, non per retorica. In Spagna sono stati un anno e mezzo senza riuscire a formare un governo, e quello attuale è in carica solo per la normale amministrazione, impossibilitato a decidere alcunché che non venga imposto dalla Ue. In Francia la governabilità è garantita formalmente da un’ingegneria elettorale che però non si traduce in governabilità sostanziale, generando all’opposto governi d’estrema minoranza nella politica e nel paese. Motivo per il quale la Francia è in stallo politico evidente e parimenti irrisolvibile.

Lo scenario si presenterebbe allora allo stesso tempo fecondo e critico. Fecondo perché destinato ad aumentare di peso la forza delle opposizioni. Critico perché ad essere favorita sarebbe l’opposizione maggiore, nel caso italiano quella del M5S, attorno alla quale convergerebbe qualsiasi istanza di cambiamento. Chiaramente sono solo previsioni in libertà. Ma come detto, questo è solo l’oroscopo della politica italiana del 2017. Come tutti gli oroscopi, smentibile dal giorno dopo.

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Venezia. Donna ivoriana morta in un centro accoglienza. Proteste dei migranti

Ore di tensione all'interno del Centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dopo la rivolta scoppiata all'interno del centro a seguito della morte di una giovane donna ivoriana deceduta ieri all'interno del campo. Nelle prime ore di questa mattina all'interno del Centro c’è stato l'intervento della polizia e gli operatori della Cooperativa Ecofficina che gestisce il centro sono stati fatti uscire.

Non sono ancora chiare le cause della morte della giovane donna della Costa d'Avorio, il cui decesso ha dato il via alla protesta. La donna, Sandrine Bakayoko di soli 25 anni, si sarebbe sentita male, secondo i suoi compagni, nelle prime ore di ieri mattina e i soccorsi sarebbero arrivati solo alle 13. Diversa la versione della direzione della società/cooperativa che gestisce il campo – riportata dal quotidiano "La Nuova Venezia". Secondo questa versione il fatto è avvenuto alle 13 e i soccorsi sono arrivati immediatamente. Intanto, però, le condizioni della ragazza sono via via peggiorate e alle 13.15, quando è arrivata l'ambulanza, era ormai troppo tardi. Al pronto soccorso dell’ospedale di Piove di Sacco i medici hanno potuto solamente constatare la morte della ventiquattrenne. Le condizioni all'interno del campo, il più grande del Nordest, sono state più volte denunciate dai profughi.

Il Centro di Cona non è un CAS, non è un CARA, non è un hub, è un luogo sospeso nel nulla. Definito come un luogo “temporaneo emergenziale", sopperisce alla mancata accoglienza dei rifugiati da parte dei comuni veneti, i cui sindaci rifiutano di accogliere richiedenti asilo. Al momento sono ospitate circa 620 persone, di almeno 25 nazionalità differenti. Secondo la Asl la capienza massima deve essere di 540 persone. Il centro è costituito da due grandi tendostrutture in due aree separate, adibite a dormitorio. Ci sono poi altri due caseggiati in muratura zeppi di letti a castello ed alcuni container con docce e bagni.

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L’Ucraina “europeista” ha il volto di Stepan Bandera

Pur non essendo mai completamente cessati, i colpi delle artiglierie ucraine a cavallo di fine anno contro i centri della Repubblica popolare di Donetsk si sono fatti ancora più intesi in coincidenza della visita al fronte del senatore USA John McCain, accompagnato da Petro Porošenko. In generale, come dichiarato dal vice comandante di corpo della DNR, Eduard Basurin, citato da dan-news.info, le artiglierie della 36° brigata della fanteria di marina ucraina hanno esploso oltre 350 colpi contro i villaggi della DNR di Kominternovo, Sakhanka e Leninskoe, limitrofi a Mariupol e Širokino, controllate dalle forze di Kiev. In tal modo, ha detto Basurin, “il comando della 36° brigata ha voluto mostrare a McCain le proprie capacità combattive”. E il suo valletto di compagnia deve esser rimasto a tal punto impressionato da tale dimostrazione di potenza di fuoco, tanto che nel discorso alle truppe, schierate a Mariupol, sembra esser caduto in una sorta di lapsus freudiano, parlando di temporanea occupazione ucraina: “Cari nostri compatrioti” ha farfugliato Porošenko, citato da RIA Novosti, “l'occupazione ucraina è temporanea. Senza dubbio ci riuniremo. L'Ucraina è una. Gloria all'Ucraina”, come se lui stesso si consideri soggiogato sotto il tallone di Kiev!

In effetti, la visita del senatore yankee deve aver avuto così poco a che vedere con l'appoggio a Porošenko, quanto con gli interessi economico-militari e geopolitici USA, che il presidente ucraino deve essersi davvero sentito come ospite in casa propria. Non è poi passato così tanto tempo, infatti, che lo stesso McCain, in duo con Hillary Clinton, sponsorizzava il principale concorrente d'affari di Porošenko, l'oligarca ed ex governatore di Dnepropetrovsk, Igor Kolomojski, nella disputa per il controllo sulle maggiori compagnie di trasporto energetico ucraine da parte dei colossi gas-petroliferi occidentali.

Anche dalla LNR parlano di concentramenti di truppe e armamenti pesanti a ridosso del fronte. Il portavoce ufficiale della Repubblica popolare di Lugansk, maggiore Andrej Maročko, ha parlato di una ventina di mezzi blindati della 54° brigata, affluiti nella zona di Razdolovka, da essa controllata.

D'altronde, l'inasprimento della situazione, iniziato con l'ennesima offensiva ucraina fallita nell'area di Debaltsevo, a metà dicembre, oltre che un omaggio al falco statunitense, sembra esser stato un ossequio al simbolo storico-ideologico dell'odierna Ucraina golpista. Ieri sera, infatti, nelle maggiori città ucraine, Žitomir, Zaporože, Rovno, Dnepropetrovsk, Odessa, Ivano-Frank e soprattutto Kiev, squadristi dei battaglioni neonazisti e loro accoliti nazionalisti hanno inscenato fiaccolate in occasione del 108° anniversario della nascita del principale collaborazionista nazista, Stepan Bandera, innalzato da Petro Porošenko a eroe nazionale. Urla contro “i giudei” e “Ucraïna ponad use” (il tedesco Ukraine vor allem), tanto per non lasciar dubbi, erano gli slogan più scanditi dai neonazisti. Le bandiere erano quelle di Svoboda, Pravyj Sektor e dell'UPA, il cosiddetto esercito insurrezionale ucraino di Stepan Bandera e Roman Šukhevič, schierato con le SS naziste e responsabile dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi, russi, ucraini, nonché di soldati dell'Armata Rossa. Tanto che già nei giorni scorsi, anche da Varsavia erano giunti ammonimenti alle autorità ucraine dalle ennesime manifestazioni pro OUN e UPA.

Per la verità, come riporta rusvesna.su, le fiaccolate di ieri sono state meno rumorose e, soprattutto, molto meno affollate rispetto allo scorso anno. Il fatto è che, come riporta la corrispondente di Komsomolskaja Pravda, Polina Orlovskaja, ad esempio, nel pomeriggio del 31 dicembre, alla stazione degli autobus di Kiev, i mezzi provenienti da Mosca erano pressoché vuoti, mentre una massa nervosa e scalpitante si accalcava presso quelli in partenza per la Russia: “un'autentica evacuazione”. Non ultimi, molti giovani che tentano di sottrarsi alla mobilitazione.

Orlovskaja ricorda come, prima del 2007, le fiaccolate in onore a Bandera venissero disperse dalla milizia del Berkut e come dopo, invece, avessero assunto carattere di massa e, a partire dal 2013, siano caratterizzate dalla retorica antirussa. D'altra parte, come dichiaravano alcuni dei manifestanti, intervistati dalla televisione ucraina, “oggi i nemici vengono dalla Moscovia; l'occidente ci è amico”. Amico, alla maniera di John McCain.

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02/01/2017

Turchia, strage di Capodanno e prezzo dell’avventura

Cronaca e storia insanguinate - Potrebbe essere un asiatico - afghano, uiguro, uzbeko - l’attentatore del Reina di Istanbul che ha massacrato 39 avventori, ventotto stranieri e undici turchi, nella notte di Capodanno. Un lupo solitario del jihadismo, camuffato non da Santa Klaus ma con una cuffia bianca col pon-pon (ora il dubbio è stato chiarito), oppure il killer d’un commando che aveva un paio di complici. Un’ipotesi quest’ultima ventilata ma impalpabile, visto che di possibili compari vengono riferite solo sensazioni degli scioccati ospiti del night. Inquietante resta il facile dileguarsi dello sparatore fra decine di testimoni, che non erano solo i festeggianti impauriti e frastornati, ma passanti e poliziotti in una zona centralissima e presidiatissima della Istanbul europea qual è il distretto di Ortaköy. Eppure è accaduto, ed è questo un elemento che preoccupa l’establishment politico, prigioniero di eventi che rischiano di travolgerlo. Il volto funereo mostrato dal ‘Capo del governo di maniera’ Yildırım in un intervento televisivo travalicava gli stessi reiterati lutti con cui la popolazione turca fa i conti ormai settimanalmente. Diventa lo specchio dell’incancrenirsi d’una situazione che da un anno ha mutato l’essenza d’una nazione. Una parte, divenuta maggioritaria, della Turchia da quasi un quindicennio s’è offerta all’uomo che la guida e la vuole tutta per sé, tanto da aver escluso amici di tempi lontani come l’ex presidente Gül e l’ex fedelissimo Davutoğlu, già suo ministro degli Esteri, quindi premier, messi da parte o autoesclusi in una corsa al potere diventata una gara a ostacoli per lo stesso concorrente unico: l’Atatürk islamista. Che si ritrova assediato da amici o ex tali e da avversari con cui aveva collaborato e comunque dialogato. Una particolare qualità accompagna la sua vanagloria: essere pervicace e apertamente spregiudicato, una sorta di alpinista politico tutt’altro che dilettante che ama sperimentare e magari aprire vie impervie con tutti i rischi che comportano. Dei tre fronti che da mesi assillano Erdoğan e il Paese - la politica estera, i kurdi, l’apparato fethullaçi - l’uomo del destino dell’Anatolia è al tempo stesso gran cerimoniere e apprendista stregone.

Stato terrorizzato - E’ fin troppo chiaro che i moventi di tanto sangue sparso in terra turca da un anno e mezzo a questa parte (segnando dal giugno 2015 la conta dell’orrore) sono legati alle ultime sue mosse politiche. Il panorama internazionale, pallino del leader turco, ha rappresentato la palestra di un’infinità di tatticismi che gli hanno fatto avvicinare “primavere arabe” nelle sue componenti più varie: quella contestatrice delle piazze (Tahrir), l’istituzionale dei governi (Ennadha e Fratellanza), la strutturale islamica per la quale sperimentava un modello che trovasse un compromesso fra pragmatismo e tradizione della Sha’ria. Nell’uso e abuso di tale scenario, compreso fra il sostegno alla causa palestinese e le diverse alleanze nel ginepraio siriano, la spregiudicatezza presidenziale viene punita dal jihadismo. L’Isis, che insinua la matrice combattente per colpire e proliferare, cerca anche terreni dove il suo seme può germinare. La Turchia è meno prolifica delle aree siriane, irachene, afghane o pakistane, ma nel suo sogno di grandezza mostra un ventre molle, paradossalmente offerto dai troppi nemici che il doppiogiochismo erdoğaniano s’è procurato. E l’omertà degli anni scorsi verso i foreign fighters, divenuto sostegno pieno a suon di bombe contrabbandate (e scoperte dai cronisti di Cumhuriyet), s’è repentinamente trasformato in voltafaccia e adesione a un fronte opposto. In realtà anche le petromonarchie praticano un doppiogioco verso il Daesh, dicendo di opporvisi e sostenendo il wahhabismo ispiratore spirituale del jihad, ma attualmente sono la Turchia e il suo conducator a pagare il conto di sangue. Nella purulenta piaga siriana è in svolgimento anche un capitolo della questione kurda, e in contemporanea all’avvio degli attentati terroristi fra Ankara, Istanbul e Suruç-Gaziantep-Diyarbakır (tre città kurde) c’è stata una ripresa del conflitto aperto fra il combattentismo di quest’etnia e l’esercito turco. I cui militari hanno riattivato il doppio binario d’una terroristica repressione-oppressione rivolta alla popolazione del sud-est del Paese.

Terrorismo di Stato - Dalla tarda estate 2015 per tutto l’autunno si sono contati centinaia di assassini di civili, Cizre martirizzata mostrava decine di cadaveri massacrati e finanche mutilati. Un assist per la componente dei Falchi della Libertà, dissidente verso lo stesso Pkk, impegnato in combattimenti diretti coi militari di Ankara. Rapidamente i colloqui con Öcalan sono diventati un ricordo lontanissimo e un capitolo chiuso. Ma la questione kurda resta. Erdoğan sa che non può risolverla incarcerando i kurdi incamminati sulla via di Demirtaş o inzuppando di sangue le vie del sud-est. Anche perché quel sangue da mesi si riversa addosso alla sua Turchia, dove Istanbul e Ankara inseguono un macabro derby di morte con 152 cadaveri contro 166. Eppure il cambio di passo sul versante siriano, che avvicinano il presidente turco a Russia e Iran sembra dettato solo dal realismo di aggiornare in senso favorevole la propria sponda di alleanze e dai suoi tatticismi interni e internazionali. A Putin Erdoğan chiede garanzie contro quel Rojava che il Daesh in rotta non sembra poter offrire a lungo. E se gli Stati Uniti continuano ad armare i combattenti delle Unità del popolo, lui lavora per un ritorno allo status quo ante (magari anche conservando il potere ad Asad), così da impedire evoluzioni favorevoli a quel progetto politico kurdo. Sull’impervio percorso intrapreso restano altri ex alleati, quei gülenisti con cui ha condiviso le infiltrazioni degli anni Novanta nel corpaccione dello Stato kemalista, più volte ripulito nei suoi apparati repressivi e della forza dai militari vecchio stile sostituiti da islamisti. Quanti seguaci dell’odiato imam della Pennsylvania continuano a operare in seno a polizia, forze armate, Intelligence dopo retate, arresti, epurazioni contate a migliaia dal mattino del 16 luglio scorso non è dato sapere. Potrebbero esser loro a sabotare o remare contro il sistema dell’Akp. Oppure inseguire il fantasma di questo nemico ha fatto dissanguare a tal punto quegli organismi che ormai paiono zombie, incapaci di reagire ad attentati, agguati, infiltrazioni in una nazione colpita, sofferente, stordita, e negli stessi vertici statali incapace a trovare soluzione a reiterati drammi. Da ieri è caccia aperta a un attentatore, la cui cattura potrebbe almeno offrire un pizzico di credibilità ai più insicuri apparati di sicurezza oggi in circolazione.

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