Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/05/2020
Libia - Haftar annuncia il cessate fuoco per il Ramadan
A sole 72 ore dall’auto-proclamazione alla «guida del popolo della Libia», il Generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito nazionale libico (Lna), annuncia una tregua delle operazioni militari per il periodo del Ramadan, iniziato lo scorso 24 aprile.
Un annuncio quasi più problematico di quello fatto lunedì sera, in una tv locale fedele al Generale, che già tanti dubbi aveva sollecitato circa lo “stato di salute” del fronte dell’Lna.
Molti analisti stanno descrivendo questi due passaggi come sintomatici della crescente debolezza di Haftar, anche nella sua Cirenaica. Se per adesso è comunque difficile sbilanciarci sull’esito del conflitto, mettere in ordine i pezzi del puzzle può aiutare a comprendere cosa sta accadendo in Libia, dividendo per semplicità la questione militare da quella politica.
Il fronte militare
Il Generale in aprile ha subìto la più brusca sconfitta dallo scorso giugno, quando le truppe del Governo di accordo nazionale (Gna), presieduto da Fayez al Serraj e sostenuto dalle Nazioni unite (Onu), ha ripreso il controllo delle coste a ovest della capitale Tripoli, fino al confine con la Tunisia, dove milizie berbere pro-Gna controllavano da tempo alcuni valichi strategici tra i due paesi.
La velocità con cui il Gna ha riportato sotto il suo controllo città importanti come Sabrata e Sorman fanno emergere numerosi dubbi sull’effettivo controllo da parte di Haftar sulle zone conquistate dal suo esercito, una rappresentazione di forza superiore alla realtà, secondo lo Stanford internet observatory, sostenuta da un sistema di manipolazione dell’informazione locale messo in piedi dall’alleato russo, che sul Generale ha puntato le sue fiches per trovare il tanto agognato “sbocco sul Mediterraneo”.
Ma il capovolgimento nell’ovest del paese è arrivato a mettere in discussione anche la tenuta di Tarhuna, centro logistico strategico per gli uomini dell’ex ufficiale di Gheddafi. L’incognita maggiore, sostengono alcuni analisti, è che Tarhuna e Tripoli non si sono mai fatte la guerra, quindi se il “dialogo” (se di questo mai realmente si tratta durante una guerra civile) tra i rispettivi comandi finisse con la ritirata delle truppe del Generale senza troppi strascichi, segnerebbe un punto importante per il governo di Serraj.
Tuttavia, se l’aiuto dei turcomanni islamisti reclutati dalla sconfitta in Siria e inviati da Ankara a sostegno di Tripoli sta dando i suoi effetti – tanto che un poliziotto di Sabrata ha dichiarato sul Middle Eeast Eye che potrebbe a breve ripartire il “traffico di umani” dalle coste nordoccidentali del paese, essendoci tra le milizie al servizio dello Gna molti trafficanti presenti sui taccuini dell’Onu, che pur sostiene questo governo! – alti dirigenti emiratini sono stati avvistati martedì a Khartoum (su un aereo recante il logo del Manchester Utd) per chiedere al governo sudanese nuovi mercenari per sostenere l’avanzata verso Tripoli del Generale (The Libya Observer).
Il sostegno degli Emirati arabi uniti ad Haftar è noto da tempo (sia con missili sia con droni di fabbricazione cinese), così come quello dell’Egitto, a cui si è aggiunto da poco anche quello della Siria – dove in marzo a Damasco è stata riaperta l’ambasciata emiratina – in un più lunga strategia di rappacificamento da parte di Bashar al-Assad col mondo arabo che inquadra nella Turchia (e il Qatar) il nemico comune, reo di voler sovvertire lo status quo dei rapporti di forza in Medio Oriente.
Inoltre, mercoledì il ministro degli esteri del governo di Tripoli ha inviato una lettera in Francia denunciando la presenza non autorizzata di aerei militari, francesi per l’appunto, sui cieli di Misurata, 200 km ad est di Tripoli.
Il fronte politico
Se il fronte militare non presenta certezze circa la reale forza in campo dei contendenti, oltretutto alle prese con una eterogeneità di alleati che di certo non rafforza i rispettivi comandi, quello politico si presenta altrettanto complesso, ma con un segno più nitido.
La Francia, come appena scritto, nonostante sia ufficialmente col governo riconosciuto dall’Onu, sostiene de facto Haftar, sin da quando bombardava la capitale con i suoi aerei. Nella Cirenaica il governo francese detiene molti interessi, soprattutto legati allo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi, presenti in gran quantità nell’est del paese.
Quest’atteggiamento è una cartina di tornasole delle divisioni interne all’Unione europea, incapace di giocare un ruolo anche progressivo per la soluzione pacifica del conflitto, come testimoniato dal fallimento della Conferenza di Berlino del 20 gennaio scorso e dagli accordi sottoscritti con gli emiratini, nonostante questi siedano chiaramente dall’altra parte del tavolo.
Ma alla pochezza “europea” fa da contraltare, in questi giorni, un generico dissenso da parte delle forze in campo nei confronti dell’auto-proclamazione a guida della Libia di lunedì da parte di Haftar, non appoggiata da Mosca.
Proprio un’inchiesta del New York Times mostra come le chance di vittoria accordate dalla Federazione russa al Generale, nonostante il sostegno pluriennale, non erano mai state molte, ma la titubanza statunitense nelle prime fasi dell’avanzata di Haftar avevano aperto un varco in cui Mosca si era infilata nel piano di riequilibri delle forze geopolitiche con Washington.
Ora però a un anno dall’inizio della guerra, con il prezzo del petrolio e la pandemia che picchiano duro sulle finanze del Cremlino, con Haftar dato in difficoltà anche nel tenere insieme le numerose quanto eterogenee tribù nel Fezzan – la cui riunione avvenne sotto l’unica promessa di cacciare il governo Onu, traditore sulle promesse accampate per la guerra a Gheddafi – Mosca vede di buon occhio uno stop delle operazioni militari nell’aerea, al fine di cementare i nuovi rapporti di forza comunque instauratisi nel paese.
Sulla stessa lunghezza si muove l’Egitto, la cui ombra lunga sul governo orientale di stanza a Tobruk, presieduto da Agila Saleh, vicino al presidente egiziano al-Sisi, spinge per un soluzione politica che porterebbe la Cirenaica sotto l’influenza de Il Cairo (Affari Internazionali).
Quale futuro per Haftar?
Insomma, l’Lna si presenta in questo maggio con la sconfitta militare più pesante dell’inizio della campagna e i suoi alleati più esposti (Russia ed Egitto) in progressivo convincimento della bontà di una soluzione politica alla contesa.
Dall’altra parte, la Francia non può sostenere alla luce del sole (e in solitaria) una posizione contraria a quella internazionale, e gli emiratini dovranno fare i conti, oltre che con l’impennata di contagi da coronavirus, anche con gli svolgimenti importanti che in questi giorni interessano la guerra in Yemen.
Il risultato del come back di Tripoli sembra allora risiedere più in questa congiuntura politica sfavorevole al Generale che non nella forza del comunque debole governo di Serraj, a volte disconosciuto anche dai suoi stessi sostenitori, come nel caso dell’embargo dei rifornimenti militari imposti ad ambedue le fazioni, come se il Gna non fosse il governo riconosciuto dalla comunità internazionale.
In questo quadro, spicca la debolezza degli Stati Uniti, che dall'insediamento di Trump alla Casa Bianca sono sempre meno capaci di incidere nelle dinamiche mediorientali, ridondanza di tweet lanciati dal presidente a parte.
Tuttavia, questa guerra ha abituato a repentini capovolgimenti e promesse non mantenute, come avvenuto nelle ultime ore. Quelle a venire potrebbero comunque consegnare indicazioni importanti sul futuro prossimo del conflitto.
Fonte
Salvini si propone come il Bolsonaro della “bassa”
Sentire Salvini e vomitare è un attimo, lo sappiamo. Però qualche volta va ascoltato, e pure attentamente, perché così si capisce meglio chi siano i suoi pupari e si mette sullo sfondo quel mare di stronzate con cui nasconde il suo servilismo.
Questa intervista gli è uscita probabilmente troppo esplicita, e si qualifica da solo come un semplice agente del capitale di grandi dimensioni, quello multinazionale, che può piegare interi paesi alla propria volontà.
La critica che gli fa Francesco Erspamer su L’Antidiplomatico, intellettuale a suo tempo affascinato dalla novità del movimento Cinque Stelle, è dura, ma implementabile.
Ad esempio, “questo” Salvini non farebbe mai “quota 100”, che pure gli è servita per conquistare i voti dei lavoratori del Nord (ma anche del Centro Sud) e quelli di un po’ di pensionati.
Ora quel piccolo strappo nell’architettura ferrea della “riforma Fornero” sta per chiudersi, visto che era stato disegnato come “esperimento temporaneo” per rispettare fino in fondo le prescrizioni della Commissione Europea, che non vedeva ovviamente di buon occhio questo accenno di marcia indietro su uno dei pilastri della deflazione salariale continentale.
Salvini, ora, assicura anche i piani alti di Bruxelles: “fidatevi di me, ho persino proposto Mario Draghi come presidente del Consiglio, sarò il vostro più fedele esecutore”.
La velocità della giravolta è impressionante, ma probabilmente arriva tardi. E quindi Salvini ha dovuto essere più chiaro del solito. La sua inaffidabilità come “leader”, dopo l’estate del mojito, è stata acclarata.
I suoi pupari stanno facendo il casting con altri personaggi. Che presto ci verranno indicati da Repubblica (casa Fca-Fiat), Corriere (l’antico “salotto buono”), e li vedremo omaggiati ogni sera da Lilli Gruber, Floris, Vespa, Bianca Berlinguer, Formigli, ecc.
A Salvini, presto, resterà solo Del Debbio e qualche comparsata da Barbara Palombelli. In serie B, insomma...
Francesco Erspamer
Finalmente Salvini lo ha detto in modo esplicito: con i pieni poteri che chiese dal Papeete la scorsa estate, subito dopo aver fatto cadere il governo gialloverde, imporrebbe un liberismo assoluto.
In sostanza, un dittatore ma liberale, un uomo forte ma solo per indebolire lo Stato e permettere ai privati, alle multinazionali straniere e alla mafia di fare quello che vogliono. Un po’ come fanno Bolsonaro in Brasile e Trump negli Stati Uniti.
Meglio citare le sue esatte parole (leggete sotto la trascrizione testuale dell’intervista del 23 aprile all’Agenzia Vista): “serve totale deregulation, la rivoluzione liberale”.
E, a scanso di equivoci, eccolo precisare che la rivoluzione liberale che ha in mente è proprio quella “di cui si parlava trent’anni fa”, ossia quella radicale e berlusconiana, che chiedeva, e in buona parte realizzò, la privatizzazione della sanità e dei trasporti, la svendita dell’economia italiana agli stranieri, l’ingresso nell’euro, soprattutto l’affossamento delle piccole e medie imprese, in sostanza della classe media, a vantaggio delle multinazionali e dei ricchi.
Cos’altro credete che significhi, parole di Salvini, “ripartire da una totale libertà d’impresa, libertà del singolo”?
Significa che il più grosso, il più ricco, il più scorretto, vince.
Infatti Salvini vuole un “azzeramento di tutti i controlli preventivi” e lo smantellamento degli organismi statali creati per impedire abusi, illegalità, scempi: “il codice degli appalti, l’anticorruzione, la Corte dei Conti, le sovrintendenze, il TAR”.
Come a dire, mano libera agli speculatori, alla mafia, alle megacorporation, ai furbi e furbetti, agli amici degli amici.
Ascoltate la conclusione: “Totale libertà di azione ai cittadini e alle imprese”; come se in assenza di regole e in assenza di controlli i cittadini e i lavoratori abbiano mai avuto alcuna possibilità di contrastare lo strapotere dei ricchi e delle grandi imprese.
Puro neoliberismo insomma, addirittura caricaturale nella sua esaltazione trumpista del diritto del più forte di imporsi, darwinianamente.
Forse è per questo che Meloni, la fascista immaginaria, è al suo fianco; perché confonde, come immagino i suoi seguaci, il fascismo con il nazismo e quest’ultimo con il “diritto naturale” dei vincenti di prendersi tutto.
Così non si accorge, o fa finta di non accorgersi, che quello di Salvini è nei fatti, e adesso anche nella retorica, un programma di rapida americanizzazione dell’Italia, che non sarebbe piaciuto ai fascisti o ai nazionalisti.
Non credo che tutti i leghisti siano così e neanche i conservatori che votano Fratelli d’Italia perché gli pare un nome tanto patriottico.
O forse mi illudo, visto che per decenni hanno idolatrato l’immorale, anti-italiano, miliardario Berlusconi, quello che ha spostato la sede fiscale delle sue imprese in Olanda e che al primo segnale di pericolo se n’è scappato in Francia.
In ogni caso è questa la fondamentale scelta politica del nostro tempo, rispetto alla quale verificare il volere degli italiani: la totale deregolamentazione e impunità invocata da Salvini e Meloni e dal loro burattinaio, Berlusconi, o un ritorno alle regole e alla certezza della pena per i trasgressori, ossia allo Stato.
Non ho purtroppo fiducia nel Pd, in questo Pd ancora in mano ai renziani; ma il M5S deve rapidamente e con forza definire la sua ideologia statalista: più controlli, più severità, più limitazioni.
A cominciare da quelle che favoriscono le piccole imprese, in particolare l’obbligo della chiusura serale e nei giorni festivi degli esercizi commerciali e una riforma fiscale che alleggerisca la pressione sulle imprese famigliari aumentandola drasticamente sulle grandi catene.
Se gli italiani vogliono che il nostro paese diventi la brutta copia degli Stati Uniti, possono deciderlo democraticamente; ma devono sapere quello che stanno facendo, non votare Salvini o Meloni perché credono che siano populisti.
IL TESTO DELL’INTERVISTA:
Domanda: “Secondo Salvini, come bisogna ripartire, da dove bisogna ripartire?”
Risposta: “Dalla libertà, da una totale libertà d’impresa. Libertà del singolo. Azzeramento di tutta la burocrazia, di tutti i controlli preventivi, silenzio-assenso per le domande nei Comuni, via il codice degli appalti, tutta la trafila ANAC [=Autorità nazionale anti-corruzione], Corte dei Conti, sovrintendenze, TAR. Totale deregulation, la rivoluzione liberale di cui si parlava, ahimè senza riuscirci, trent’anni fa; e quindi totale libertà di azione ai cittadini e alle imprese, cancellazione di ogni vincolo burocratico”.
Fonte
Questa intervista gli è uscita probabilmente troppo esplicita, e si qualifica da solo come un semplice agente del capitale di grandi dimensioni, quello multinazionale, che può piegare interi paesi alla propria volontà.
La critica che gli fa Francesco Erspamer su L’Antidiplomatico, intellettuale a suo tempo affascinato dalla novità del movimento Cinque Stelle, è dura, ma implementabile.
Ad esempio, “questo” Salvini non farebbe mai “quota 100”, che pure gli è servita per conquistare i voti dei lavoratori del Nord (ma anche del Centro Sud) e quelli di un po’ di pensionati.
Ora quel piccolo strappo nell’architettura ferrea della “riforma Fornero” sta per chiudersi, visto che era stato disegnato come “esperimento temporaneo” per rispettare fino in fondo le prescrizioni della Commissione Europea, che non vedeva ovviamente di buon occhio questo accenno di marcia indietro su uno dei pilastri della deflazione salariale continentale.
Salvini, ora, assicura anche i piani alti di Bruxelles: “fidatevi di me, ho persino proposto Mario Draghi come presidente del Consiglio, sarò il vostro più fedele esecutore”.
La velocità della giravolta è impressionante, ma probabilmente arriva tardi. E quindi Salvini ha dovuto essere più chiaro del solito. La sua inaffidabilità come “leader”, dopo l’estate del mojito, è stata acclarata.
I suoi pupari stanno facendo il casting con altri personaggi. Che presto ci verranno indicati da Repubblica (casa Fca-Fiat), Corriere (l’antico “salotto buono”), e li vedremo omaggiati ogni sera da Lilli Gruber, Floris, Vespa, Bianca Berlinguer, Formigli, ecc.
A Salvini, presto, resterà solo Del Debbio e qualche comparsata da Barbara Palombelli. In serie B, insomma...
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Il Far West liberista di Salvini è il trionfo delle multinazionali
Francesco Erspamer
Finalmente Salvini lo ha detto in modo esplicito: con i pieni poteri che chiese dal Papeete la scorsa estate, subito dopo aver fatto cadere il governo gialloverde, imporrebbe un liberismo assoluto.
In sostanza, un dittatore ma liberale, un uomo forte ma solo per indebolire lo Stato e permettere ai privati, alle multinazionali straniere e alla mafia di fare quello che vogliono. Un po’ come fanno Bolsonaro in Brasile e Trump negli Stati Uniti.
Meglio citare le sue esatte parole (leggete sotto la trascrizione testuale dell’intervista del 23 aprile all’Agenzia Vista): “serve totale deregulation, la rivoluzione liberale”.
E, a scanso di equivoci, eccolo precisare che la rivoluzione liberale che ha in mente è proprio quella “di cui si parlava trent’anni fa”, ossia quella radicale e berlusconiana, che chiedeva, e in buona parte realizzò, la privatizzazione della sanità e dei trasporti, la svendita dell’economia italiana agli stranieri, l’ingresso nell’euro, soprattutto l’affossamento delle piccole e medie imprese, in sostanza della classe media, a vantaggio delle multinazionali e dei ricchi.
Cos’altro credete che significhi, parole di Salvini, “ripartire da una totale libertà d’impresa, libertà del singolo”?
Significa che il più grosso, il più ricco, il più scorretto, vince.
Infatti Salvini vuole un “azzeramento di tutti i controlli preventivi” e lo smantellamento degli organismi statali creati per impedire abusi, illegalità, scempi: “il codice degli appalti, l’anticorruzione, la Corte dei Conti, le sovrintendenze, il TAR”.
Come a dire, mano libera agli speculatori, alla mafia, alle megacorporation, ai furbi e furbetti, agli amici degli amici.
Ascoltate la conclusione: “Totale libertà di azione ai cittadini e alle imprese”; come se in assenza di regole e in assenza di controlli i cittadini e i lavoratori abbiano mai avuto alcuna possibilità di contrastare lo strapotere dei ricchi e delle grandi imprese.
Puro neoliberismo insomma, addirittura caricaturale nella sua esaltazione trumpista del diritto del più forte di imporsi, darwinianamente.
Forse è per questo che Meloni, la fascista immaginaria, è al suo fianco; perché confonde, come immagino i suoi seguaci, il fascismo con il nazismo e quest’ultimo con il “diritto naturale” dei vincenti di prendersi tutto.
Così non si accorge, o fa finta di non accorgersi, che quello di Salvini è nei fatti, e adesso anche nella retorica, un programma di rapida americanizzazione dell’Italia, che non sarebbe piaciuto ai fascisti o ai nazionalisti.
Non credo che tutti i leghisti siano così e neanche i conservatori che votano Fratelli d’Italia perché gli pare un nome tanto patriottico.
O forse mi illudo, visto che per decenni hanno idolatrato l’immorale, anti-italiano, miliardario Berlusconi, quello che ha spostato la sede fiscale delle sue imprese in Olanda e che al primo segnale di pericolo se n’è scappato in Francia.
In ogni caso è questa la fondamentale scelta politica del nostro tempo, rispetto alla quale verificare il volere degli italiani: la totale deregolamentazione e impunità invocata da Salvini e Meloni e dal loro burattinaio, Berlusconi, o un ritorno alle regole e alla certezza della pena per i trasgressori, ossia allo Stato.
Non ho purtroppo fiducia nel Pd, in questo Pd ancora in mano ai renziani; ma il M5S deve rapidamente e con forza definire la sua ideologia statalista: più controlli, più severità, più limitazioni.
A cominciare da quelle che favoriscono le piccole imprese, in particolare l’obbligo della chiusura serale e nei giorni festivi degli esercizi commerciali e una riforma fiscale che alleggerisca la pressione sulle imprese famigliari aumentandola drasticamente sulle grandi catene.
Se gli italiani vogliono che il nostro paese diventi la brutta copia degli Stati Uniti, possono deciderlo democraticamente; ma devono sapere quello che stanno facendo, non votare Salvini o Meloni perché credono che siano populisti.
IL TESTO DELL’INTERVISTA:
Domanda: “Secondo Salvini, come bisogna ripartire, da dove bisogna ripartire?”
Risposta: “Dalla libertà, da una totale libertà d’impresa. Libertà del singolo. Azzeramento di tutta la burocrazia, di tutti i controlli preventivi, silenzio-assenso per le domande nei Comuni, via il codice degli appalti, tutta la trafila ANAC [=Autorità nazionale anti-corruzione], Corte dei Conti, sovrintendenze, TAR. Totale deregulation, la rivoluzione liberale di cui si parlava, ahimè senza riuscirci, trent’anni fa; e quindi totale libertà di azione ai cittadini e alle imprese, cancellazione di ogni vincolo burocratico”.
Fonte
Noi saremo tutto
Oggi sento questo Primo Maggio particolarmente forte dentro di me, come è stato per il 25 aprile.
Il fatto di non potere scendere in piazza come sempre, ricostruisce, rafforza, estende il senso ed il valore di questa giornata, la manifestazione laica più grande e importante del mondo. Oggi che siamo a casa in miliardi di persone, oggi che sentiamo i colpi del virus unirsi in tanti paesi a quelli dell’ingiustizia sociale e dello sfruttamento, oggi sentiamo più che mai il senso profondo dell’appuntamento mondiale di lotta e unità del mondo del lavoro.
È dalla fine del 1800 che ovunque si scende in piazza il 1 maggio e da allora la storia umana si è misurata anche con il senso che assumeva quella giornata. In queste settimane di pandemia la società ha improvvisamente riscoperto il valore del lavoro, del lavoro vero.
Un infermiere e un medico hanno contato infinitamente di più di un banchiere, un’addetta alle pulizie più di un esperto di Borsa, una commessa di supermercato più di un esperto di marketing.
E gli operai, gli addetti alla produzione, si sono rivelati improvvisamente preziosi per le imprese, quelle stesse imprese che prima li volevano rendere superflui con la delocalizzazione e che ora lasciavano a casa i manager, ma non chi agiva sulle macchine e alla catena di montaggio. Operai così preziosi che i padroni hanno fatto carte false per farli lavorare infrangendo blocchi e chiusure.
Durante i momenti più duri della pandemia, i valori costruiti in trent’anni di dominio liberista sulle vite si sono improvvisamente ribaltatati, quasi per forza naturale. E il lavoro, quello vero, improvvisamente è apparso infinitamente più importante del valore della finanza e degli affari.
Ora il sistema sta riprendendo il suo potere e con le minacce ed i ricatti economici prova a riportare il lavoro alla sua condizione di sottomissione e mercificazione, sotto il dominio del capitale. Ma abbiamo visto e sentito la potenza e la forza del lavoro.
Questo è il senso vero del Primo Maggio, una festa della forza e del futuro. Come alle sue origini, quando le lavoratrici ed i lavoratori si riconoscevano come le basi di una società che avrebbe potuto fare a meno degli sfruttatori, ma non di chi ne subiva il potere. Il lavoro è tutto il capitale niente, questo vuol dire il Primo Maggio, e questo suo significato riemerge appena i destini della società giungono a bivi cruciali.
Alla fine dell’800 l’orario di lavoro era di dieci ore al giorno per sei giorni, ma la ricorrenza del Primo Maggio rivendicò le otto ore per i lavoratori di tutto il mondo. Utopia? No, futuro.
Oggi abbiamo di nuovo bisogno di riconoscere la forza di chi lavora e di costruire il futuro. Ridurre l’orario, garantire sicurezza e dignità a tutte e tutti, finirla con il dominio degli affari e dei soldi sulla vita delle persone e sulla natura; queste non sono utopie, ma il futuro necessario, come allora le otto ore.
Cancellare il Jobsact deve essere ben più facile che sconfiggere il Covid.
Fonte
Il fatto di non potere scendere in piazza come sempre, ricostruisce, rafforza, estende il senso ed il valore di questa giornata, la manifestazione laica più grande e importante del mondo. Oggi che siamo a casa in miliardi di persone, oggi che sentiamo i colpi del virus unirsi in tanti paesi a quelli dell’ingiustizia sociale e dello sfruttamento, oggi sentiamo più che mai il senso profondo dell’appuntamento mondiale di lotta e unità del mondo del lavoro.
È dalla fine del 1800 che ovunque si scende in piazza il 1 maggio e da allora la storia umana si è misurata anche con il senso che assumeva quella giornata. In queste settimane di pandemia la società ha improvvisamente riscoperto il valore del lavoro, del lavoro vero.
Un infermiere e un medico hanno contato infinitamente di più di un banchiere, un’addetta alle pulizie più di un esperto di Borsa, una commessa di supermercato più di un esperto di marketing.
E gli operai, gli addetti alla produzione, si sono rivelati improvvisamente preziosi per le imprese, quelle stesse imprese che prima li volevano rendere superflui con la delocalizzazione e che ora lasciavano a casa i manager, ma non chi agiva sulle macchine e alla catena di montaggio. Operai così preziosi che i padroni hanno fatto carte false per farli lavorare infrangendo blocchi e chiusure.
Durante i momenti più duri della pandemia, i valori costruiti in trent’anni di dominio liberista sulle vite si sono improvvisamente ribaltatati, quasi per forza naturale. E il lavoro, quello vero, improvvisamente è apparso infinitamente più importante del valore della finanza e degli affari.
Ora il sistema sta riprendendo il suo potere e con le minacce ed i ricatti economici prova a riportare il lavoro alla sua condizione di sottomissione e mercificazione, sotto il dominio del capitale. Ma abbiamo visto e sentito la potenza e la forza del lavoro.
Questo è il senso vero del Primo Maggio, una festa della forza e del futuro. Come alle sue origini, quando le lavoratrici ed i lavoratori si riconoscevano come le basi di una società che avrebbe potuto fare a meno degli sfruttatori, ma non di chi ne subiva il potere. Il lavoro è tutto il capitale niente, questo vuol dire il Primo Maggio, e questo suo significato riemerge appena i destini della società giungono a bivi cruciali.
Alla fine dell’800 l’orario di lavoro era di dieci ore al giorno per sei giorni, ma la ricorrenza del Primo Maggio rivendicò le otto ore per i lavoratori di tutto il mondo. Utopia? No, futuro.
Oggi abbiamo di nuovo bisogno di riconoscere la forza di chi lavora e di costruire il futuro. Ridurre l’orario, garantire sicurezza e dignità a tutte e tutti, finirla con il dominio degli affari e dei soldi sulla vita delle persone e sulla natura; queste non sono utopie, ma il futuro necessario, come allora le otto ore.
Cancellare il Jobsact deve essere ben più facile che sconfiggere il Covid.
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Scarsità e redistribuzione del lavoro. Intervista a Giovanni Mazzetti
In questa fase di crisi sanitaria, che si sta trasformando in crisi economica e dell’occupazione, il tema della redistribuzione del lavoro e della riduzione della giornata lavorativa emerge con forza. La posta in gioco è immensa. Il numero dei disoccupati cresce come non mai dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Che fare?
Vogliamo tornare al mondo di prima, sperando di riacciuffare il lavoro perso, anche se si trattava di un lavoro pessimo e mal pagato? Oppure vogliamo prendere atto che il mondo della produzione è nelle nostre mani, che c’è bisogno di un cambio di paradigma, che c’è bisogno di assumere i cambiamenti già avvenuti nelle cose, maturando nuovi rapporti?
Sono domande che ci poniamo tutti, e che ho rivolto a Giovanni Mazzetti, già Professore di Economia Marxista all’Università della Calabria, Presidente del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e redistribuzione del lavoro complessivo.
In questi giorni di emergenza la preoccupazione di trovare vuoti gli scaffali dei supermercati è grande. Oggi, più di ieri, è evidente che la nostra sopravvivenza di persone e di lavoratori è legata a quella di altri lavoratori. Si può andare oltre la divisione del lavoro, e assumere un atteggiamento, per così dire, autarchico, oppure si deve interpretare la divisione del lavoro entro un nuovo paradigma sociale?
Il lavoro particolare, unilaterale, è stato il punto di partenza della condizione umana. Vale a dire che i nostri lontani antenati hanno imparato a praticare la produzione in una miriade di forme diverse, ciascuna delle quali era appannaggio solo di questo o quell’organismo locale (tant’è vero che nelle popolazioni meno sviluppate il concetto astratto di lavoro non esiste.)
C’era chi viveva prevalentemente di pesca, e di un tipo particolare di pesca, chi di un tipo particolare di coltivazione, chi di una particolare forma di artigianato, ecc.
L’instaurarsi dello scambio ha trasformato queste realtà, separate le une dalle altre, in un rozzo organismo, facendo prender corpo a quella che oggi è una “divisione” del lavoro. Quest’organismo si è così instaurato spontaneamente, in forma cieca, e solo lentamente riesce a darsi una forma per aggiustamenti successivi.
Il denaro, è stato sin qui la forma con la quale gli individui hanno avviato un prima forma di cooperazione universale. Il fatto che essa sia limitata e contraddittoria non ci deve far dimenticare il ruolo essenziale che ha avuto nello sviluppo dell’umanità.
Con un atteggiamento autarchico non si va oltre la divisione del lavoro, ma si resta al di qua di essa, appunto perché le capacità umane non esistono come un patrimonio naturale, bensì sono il prodotto dei rapporti sociali.
La divisione del lavoro è stata giudicata come la causa principale dell’abbrutimento dell’uomo moderno. In molti si sono spesi per una sua eliminazione, e per un ritorno ad una sorta di stato adamitico di unione, di libertà e di indipendenza. È possibile ritornare a questo stato, oppure ci sarà ancora un lavoro necessario e qualcuno che lo dovrà fare?
Per ragionare su questo punto bisogna ricordare che il mito di Adamo ed Eva rappresenta un rovesciamento della realtà storica. Noi abbiamo cominciato il nostro cammino come scimmie, e le scimmie hanno forme di socialità estremamente rozze, non hanno alcuna forma di indipendenza perché non sono in grado di produrre le condizioni della loro esistenza e tanto meno sono libere, perché l’idea che lo siano deriva da una proiezione che gli esseri umani fanno sulla loro condizione.
Direi che questo tipo di elusione della realtà è il sottoprodotto di quello che Freud ha ben definito come il “disagio della civiltà” che viene rifiutato attraverso proiezioni fantastiche in un immaginario Eden originario.
Sul secondo interrogativo, personalmente concordo con Marx per cui, poiché siamo esseri naturali, non potremo mai emanciparci completamente dal bisogno di dover trasformare la natura circostante per riprodurci. Ma le forme in cui quest’attività avviene non sono in alcun modo univoche.
Ad esempio, il lavoro necessario – che notoriamente si manifesta come un onere – deve essere scaricato su una minoranza o deve coinvolgere tutti (una prospettiva, quest’ultima, che per i sacerdoti del privato rappresenta una bestemmia)?
Una fantasia del genere può venire in mente solo a dei bambini – e nella nostra società molti sono ancora culturalmente dei “bambini” – appunto perché non si sono mai spinti al di là del gioco. Vale a dire che non hanno mai goduto di quella soddisfazione propria della maturità umana, di ritrovarsi nel proprio prodotto e nel mondo che esso contribuisce a creare. Certo poi la determinazione di ciò che è necessario ed il modo in cui soddisfare questa necessità si presenta come un problema del futuro, ed è una questione complessa.
I lavoratori fanno i salti mortali per avere un lavoro, e dunque avere un reddito con cui comprare ciò di cui hanno bisogno. In molti sostengono che questi salti mortali potrebbero essere evitati dotando questi lavoratori di un reddito sufficiente, nella forma di un sussidio ai cittadini o alle imprese. Alcuni ritengono che la soluzione sia il controllo della banca centrale e l’immissione sul mercato di denaro creato dal nulla. Il riferimento è ai cosiddetti circuitisti italiani. Il denaro è un mezzo che, distribuito nelle giuste proporzioni, può davvero far uscire dalla crisi?
Quando prende corpo negli anni '60 (Robert Theobald) l’idea di un reddito garantito per tutti, esso fa capolino come risultato ultimo dell’evoluzione “miracolistica” in corso. Si trattava di un modo interessante per dire che tutti i cittadini dovevano essere emancipati con certezza dalla miseria, perché ormai esistevano le condizioni materiali per farlo.
Quando tale idea è stata ripresa, alla fine degli anni '80, come rimedio alla crisi, col recedere della fantasia che il mondo si sarebbe trasformato in una cornucopia, ha finito col caricarsi di tutte le possibili contraddizioni.
Ho articolato un’approfondita critica alla proposta di un reddito di cittadinanza nel mio Quel pane da spartire del 1997. E da allora ho avuto conferma che tutte le mie critiche erano fondate. Quello che in Italia è stato definito come tale è in realtà una sacrosanta indennità di disoccupazione, che andrebbe estesa ben al di là dei limiti attuali, ma che non ha nulla a vedere con dei passi avanti rispetto alle indennità di disoccupazione pensate ad inizio '900 nei paesi più avanzati.
Se qualcuno vuole garantire ai lavoratori un reddito con cui comprare ciò di cui hanno bisogno, deve allo stesso tempo affrontare il problema del modo in cui produrre gli oggetti e i servizi di questo fabbisogno. Insomma bisogna tener conto di tutti i momenti del processo riproduttivo, non cercare di far leva solo sul momento finale.
Sulla seconda parte della domanda è necessario soffermarsi brevemente. I circuitisti sottolineano giustamente un fenomeno storicamente positivo: la creazione di moneta da parte delle banche, attraverso il credito. Questo consente agli imprenditori di scambiare il loro prodotto prima del presentarsi della domanda finale. Quindi c’è una ricchezza reale che trova difficoltà a riversarsi sul mercato, ma grazie all’immissione di un denaro fiduciario può entrare in circolazione.
Quando Keynes si batte per le politiche economiche che propugna, insiste per la creazione di una moneta fittizia – che lui chiama “formaggio erborinato” – per permettere allo Stato di produrre quei beni che entrano nella soddisfazione dei diritti sociali.
Questa strategia si scontra con un limite quando lo Stato comincia a non rientrare più delle sue spese per il ridursi degli effetti moltiplicativi sul reddito. Mentre i privati continuano a poter godere della creazione di moneta – perché sono sottomessi al pagamento dei loro debiti – lo Stato viene escluso (nel 1982) da questa possibilità perché, keynesianamente, non è previsto che venda i suoi prodotti. E quindi non dà garanzia di ripagare il debito crescente.
Insomma, la riproduzione del denaro come condizione dello svolgimento dell’attività produttiva genera un blocco. È quindi comprensibile che si fantastichi di risolvere il problema là dove l’intoppo si presenta. Ma è sbagliato perché quell’intoppo è la testimonianza che l’intero processo riproduttivo è divenuto contraddittorio.
Ora, i sostenitori del reddito di base o di cittadinanza, vanno molto al di là dei circuitisti, dicendo, creiamo denaro per dare a tutti un reddito, a prescindere dal lavoro. Ma questo equivale a sostenere che ormai siamo entrati in un’epoca nella quale i beni esistono a prescindere dallo svolgimento di un’attività produttiva.
Federico Caffè parlava dello Stato come di un «occupatore di ultima istanza». Può ancora lo Stato giocare questo ruolo?
Personalmente credo che la funzione positiva dello Stato si sia esaurita nella seconda metà degli anni '70. In alcuni paesi all’epoca più di un terzo della forza lavoro era occupata dalla pubblica amministrazione. E ovunque cresceva la soddisfazione dei diritti sociali (istruzione, sanità, previdenza, protezione civile, ecc.).
Ma in nessun paese i rappresentanti politici sono stati in grado di confrontarsi con l’improvvisa difficoltà di riprodurre il lavoro emersa all’epoca. L’unico sbocco, come previsto da Keynes, a questo nuovo problema sarebbe stato quello della redistribuzione del lavoro. Ma l’incapacità di concepire questa svolta ha finito col far crescere il lavoro inutile, il clientelismo e l’inefficienza.
Quali sono stati i suoi rapporti con Federico Caffè?
Per ridurre la risposta all’osso direi di reciproca stima critica. Le sue lezioni sono state le sole che ho seguito nella mia carriera universitaria e in una facoltà particolarmente conservatrice ci siamo incontrati nel tentativo di smuovere le acque. Basti dire che in occasione di un’occupazione della facoltà durata 29 giorni, ci ha finanziato, e mi ha personalmente sottratto ad una retata della polizia, facendomi scappare da un’uscita secondaria dell’istituto al momento dell’arrivo degli agenti.
Caffè criticava la mia irruenza, ma spesso era contento che ci fosse. Debbo a lui se sono diventato un docente universitario, perché da un lato ha sostenuto la mia tesi, dall’altro mi ha consentito di partecipare ad un concorso appena laureato.
Poiché ho preso molto seriamente i miei impegni presso l’Università della Calabria, trasferendomi a Cosenza, dove la nuova università partiva su presupposti di grande valore, i nostri contatti si sono ridotti, e in alcune occasioni sono diventati tesi perché la mia interpretazione di Keynes non lo convinceva.
Tuttavia, chi gli è stato vicino fino alla fine mi ha confidato che ha sempre conservato un alto giudizio del mio operato.
Le sue ricerche sulla redistribuzione del lavoro iniziano negli anni '70, e trovano prima espressione nel libro, pubblicato nel 1986, Scarsità e redistribuzione del lavoro. Come è arrivato ad Arcavacata, come è nata l’idea di una cattedra di Economia Marxista, in un periodo in cui Marx era considerato un «cane morto»?
In realtà avevo scritto un testo molto più pretenzioso, intitolato Oltre il pieno impiego, che era stato accettato da Einaudi per la pubblicazione, ma Caffè diede un parere negativo. Così dovetti smembrare il testo, che fu raccolto in due volumi. Oltre a quello che hai citato, c’è subito dopo La dinamica e i mutamenti sociali del lavoro, pubblicato da Rubbettino.
Non ebbi modo, all’epoca di conoscere il parere di Caffè su di essi, perché gli altri membri dell’Istituto a Roma avevano creato un “cordone sanitario” attorno a lui, per evidenti problemi di rapporto reciproco. E subito dopo scomparve.
Devo a lui la chiamata a Cosenza nel 1972. All’epoca però c’era un nesso profondo tra quello che avevo approfondito della tesi (sullo sviluppo urbanistico e abitativo di Roma, analizzando soprattutto le borgate piene di calabresi. Nella baraccopoli in cui ero andato ad abitare c’erano 4.500 calabresi) e un’iniziativa che avevo messo in piedi a San Luca (fantasticando di affrontare il problema a monte) dapprima organizzando un gruppo di intervento, poi arrivando a conquistare un Centro studi e iniziative locale (con una ventina di giovani).
La chiamata a Cosenza fu il corollario di questa evoluzione. Purtroppo un’alluvione che devastò San Luca e generò una conflittualità incontrollabile sui risarcimenti pubblici, mi spinse a porre fine alla mia iniziativa.
Nel 1985 l’esperienza positiva della nuova università era a sua volta naufragata. Insegnando Marx, come professore stabilizzato, quando ho vinto il concorso da associato ho deciso che, essendo incluso tra gli insegnamenti previsti dallo statuto della facoltà, il corso dovesse chiamarsi “Economia marxista”.
Marx all’epoca non era ancora considerato un “cane morto”. Lo divenne subito dopo, e il mio insegnamento fu soppresso da una sedicente “riforma”, ricollocandomi d’autorità niente meno che in Analisi Economica. Inutile dire che ho continuato ad insegnare Marx e ho cercato di sviluppare il mio pensiero avvalendomi delle conquiste che il suo pensiero aveva permesso di acquisire.
Ovviamente per farlo ho dovuto esser convinto che gli studenti fossero interessati a quello che stavo dicendo e che quello che imparavo, insegnando, meritasse la loro attenzione e il loro impegno.
Fonte
Che fare?
Vogliamo tornare al mondo di prima, sperando di riacciuffare il lavoro perso, anche se si trattava di un lavoro pessimo e mal pagato? Oppure vogliamo prendere atto che il mondo della produzione è nelle nostre mani, che c’è bisogno di un cambio di paradigma, che c’è bisogno di assumere i cambiamenti già avvenuti nelle cose, maturando nuovi rapporti?
Sono domande che ci poniamo tutti, e che ho rivolto a Giovanni Mazzetti, già Professore di Economia Marxista all’Università della Calabria, Presidente del Centro Studi e Iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e redistribuzione del lavoro complessivo.
In questi giorni di emergenza la preoccupazione di trovare vuoti gli scaffali dei supermercati è grande. Oggi, più di ieri, è evidente che la nostra sopravvivenza di persone e di lavoratori è legata a quella di altri lavoratori. Si può andare oltre la divisione del lavoro, e assumere un atteggiamento, per così dire, autarchico, oppure si deve interpretare la divisione del lavoro entro un nuovo paradigma sociale?
Il lavoro particolare, unilaterale, è stato il punto di partenza della condizione umana. Vale a dire che i nostri lontani antenati hanno imparato a praticare la produzione in una miriade di forme diverse, ciascuna delle quali era appannaggio solo di questo o quell’organismo locale (tant’è vero che nelle popolazioni meno sviluppate il concetto astratto di lavoro non esiste.)
C’era chi viveva prevalentemente di pesca, e di un tipo particolare di pesca, chi di un tipo particolare di coltivazione, chi di una particolare forma di artigianato, ecc.
L’instaurarsi dello scambio ha trasformato queste realtà, separate le une dalle altre, in un rozzo organismo, facendo prender corpo a quella che oggi è una “divisione” del lavoro. Quest’organismo si è così instaurato spontaneamente, in forma cieca, e solo lentamente riesce a darsi una forma per aggiustamenti successivi.
Il denaro, è stato sin qui la forma con la quale gli individui hanno avviato un prima forma di cooperazione universale. Il fatto che essa sia limitata e contraddittoria non ci deve far dimenticare il ruolo essenziale che ha avuto nello sviluppo dell’umanità.
Con un atteggiamento autarchico non si va oltre la divisione del lavoro, ma si resta al di qua di essa, appunto perché le capacità umane non esistono come un patrimonio naturale, bensì sono il prodotto dei rapporti sociali.
La divisione del lavoro è stata giudicata come la causa principale dell’abbrutimento dell’uomo moderno. In molti si sono spesi per una sua eliminazione, e per un ritorno ad una sorta di stato adamitico di unione, di libertà e di indipendenza. È possibile ritornare a questo stato, oppure ci sarà ancora un lavoro necessario e qualcuno che lo dovrà fare?
Per ragionare su questo punto bisogna ricordare che il mito di Adamo ed Eva rappresenta un rovesciamento della realtà storica. Noi abbiamo cominciato il nostro cammino come scimmie, e le scimmie hanno forme di socialità estremamente rozze, non hanno alcuna forma di indipendenza perché non sono in grado di produrre le condizioni della loro esistenza e tanto meno sono libere, perché l’idea che lo siano deriva da una proiezione che gli esseri umani fanno sulla loro condizione.
Direi che questo tipo di elusione della realtà è il sottoprodotto di quello che Freud ha ben definito come il “disagio della civiltà” che viene rifiutato attraverso proiezioni fantastiche in un immaginario Eden originario.
Sul secondo interrogativo, personalmente concordo con Marx per cui, poiché siamo esseri naturali, non potremo mai emanciparci completamente dal bisogno di dover trasformare la natura circostante per riprodurci. Ma le forme in cui quest’attività avviene non sono in alcun modo univoche.
Ad esempio, il lavoro necessario – che notoriamente si manifesta come un onere – deve essere scaricato su una minoranza o deve coinvolgere tutti (una prospettiva, quest’ultima, che per i sacerdoti del privato rappresenta una bestemmia)?
Una fantasia del genere può venire in mente solo a dei bambini – e nella nostra società molti sono ancora culturalmente dei “bambini” – appunto perché non si sono mai spinti al di là del gioco. Vale a dire che non hanno mai goduto di quella soddisfazione propria della maturità umana, di ritrovarsi nel proprio prodotto e nel mondo che esso contribuisce a creare. Certo poi la determinazione di ciò che è necessario ed il modo in cui soddisfare questa necessità si presenta come un problema del futuro, ed è una questione complessa.
I lavoratori fanno i salti mortali per avere un lavoro, e dunque avere un reddito con cui comprare ciò di cui hanno bisogno. In molti sostengono che questi salti mortali potrebbero essere evitati dotando questi lavoratori di un reddito sufficiente, nella forma di un sussidio ai cittadini o alle imprese. Alcuni ritengono che la soluzione sia il controllo della banca centrale e l’immissione sul mercato di denaro creato dal nulla. Il riferimento è ai cosiddetti circuitisti italiani. Il denaro è un mezzo che, distribuito nelle giuste proporzioni, può davvero far uscire dalla crisi?
Quando prende corpo negli anni '60 (Robert Theobald) l’idea di un reddito garantito per tutti, esso fa capolino come risultato ultimo dell’evoluzione “miracolistica” in corso. Si trattava di un modo interessante per dire che tutti i cittadini dovevano essere emancipati con certezza dalla miseria, perché ormai esistevano le condizioni materiali per farlo.
Quando tale idea è stata ripresa, alla fine degli anni '80, come rimedio alla crisi, col recedere della fantasia che il mondo si sarebbe trasformato in una cornucopia, ha finito col caricarsi di tutte le possibili contraddizioni.
Ho articolato un’approfondita critica alla proposta di un reddito di cittadinanza nel mio Quel pane da spartire del 1997. E da allora ho avuto conferma che tutte le mie critiche erano fondate. Quello che in Italia è stato definito come tale è in realtà una sacrosanta indennità di disoccupazione, che andrebbe estesa ben al di là dei limiti attuali, ma che non ha nulla a vedere con dei passi avanti rispetto alle indennità di disoccupazione pensate ad inizio '900 nei paesi più avanzati.
Se qualcuno vuole garantire ai lavoratori un reddito con cui comprare ciò di cui hanno bisogno, deve allo stesso tempo affrontare il problema del modo in cui produrre gli oggetti e i servizi di questo fabbisogno. Insomma bisogna tener conto di tutti i momenti del processo riproduttivo, non cercare di far leva solo sul momento finale.
Sulla seconda parte della domanda è necessario soffermarsi brevemente. I circuitisti sottolineano giustamente un fenomeno storicamente positivo: la creazione di moneta da parte delle banche, attraverso il credito. Questo consente agli imprenditori di scambiare il loro prodotto prima del presentarsi della domanda finale. Quindi c’è una ricchezza reale che trova difficoltà a riversarsi sul mercato, ma grazie all’immissione di un denaro fiduciario può entrare in circolazione.
Quando Keynes si batte per le politiche economiche che propugna, insiste per la creazione di una moneta fittizia – che lui chiama “formaggio erborinato” – per permettere allo Stato di produrre quei beni che entrano nella soddisfazione dei diritti sociali.
Questa strategia si scontra con un limite quando lo Stato comincia a non rientrare più delle sue spese per il ridursi degli effetti moltiplicativi sul reddito. Mentre i privati continuano a poter godere della creazione di moneta – perché sono sottomessi al pagamento dei loro debiti – lo Stato viene escluso (nel 1982) da questa possibilità perché, keynesianamente, non è previsto che venda i suoi prodotti. E quindi non dà garanzia di ripagare il debito crescente.
Insomma, la riproduzione del denaro come condizione dello svolgimento dell’attività produttiva genera un blocco. È quindi comprensibile che si fantastichi di risolvere il problema là dove l’intoppo si presenta. Ma è sbagliato perché quell’intoppo è la testimonianza che l’intero processo riproduttivo è divenuto contraddittorio.
Ora, i sostenitori del reddito di base o di cittadinanza, vanno molto al di là dei circuitisti, dicendo, creiamo denaro per dare a tutti un reddito, a prescindere dal lavoro. Ma questo equivale a sostenere che ormai siamo entrati in un’epoca nella quale i beni esistono a prescindere dallo svolgimento di un’attività produttiva.
Federico Caffè parlava dello Stato come di un «occupatore di ultima istanza». Può ancora lo Stato giocare questo ruolo?
Personalmente credo che la funzione positiva dello Stato si sia esaurita nella seconda metà degli anni '70. In alcuni paesi all’epoca più di un terzo della forza lavoro era occupata dalla pubblica amministrazione. E ovunque cresceva la soddisfazione dei diritti sociali (istruzione, sanità, previdenza, protezione civile, ecc.).
Ma in nessun paese i rappresentanti politici sono stati in grado di confrontarsi con l’improvvisa difficoltà di riprodurre il lavoro emersa all’epoca. L’unico sbocco, come previsto da Keynes, a questo nuovo problema sarebbe stato quello della redistribuzione del lavoro. Ma l’incapacità di concepire questa svolta ha finito col far crescere il lavoro inutile, il clientelismo e l’inefficienza.
Quali sono stati i suoi rapporti con Federico Caffè?
Per ridurre la risposta all’osso direi di reciproca stima critica. Le sue lezioni sono state le sole che ho seguito nella mia carriera universitaria e in una facoltà particolarmente conservatrice ci siamo incontrati nel tentativo di smuovere le acque. Basti dire che in occasione di un’occupazione della facoltà durata 29 giorni, ci ha finanziato, e mi ha personalmente sottratto ad una retata della polizia, facendomi scappare da un’uscita secondaria dell’istituto al momento dell’arrivo degli agenti.
Caffè criticava la mia irruenza, ma spesso era contento che ci fosse. Debbo a lui se sono diventato un docente universitario, perché da un lato ha sostenuto la mia tesi, dall’altro mi ha consentito di partecipare ad un concorso appena laureato.
Poiché ho preso molto seriamente i miei impegni presso l’Università della Calabria, trasferendomi a Cosenza, dove la nuova università partiva su presupposti di grande valore, i nostri contatti si sono ridotti, e in alcune occasioni sono diventati tesi perché la mia interpretazione di Keynes non lo convinceva.
Tuttavia, chi gli è stato vicino fino alla fine mi ha confidato che ha sempre conservato un alto giudizio del mio operato.
Le sue ricerche sulla redistribuzione del lavoro iniziano negli anni '70, e trovano prima espressione nel libro, pubblicato nel 1986, Scarsità e redistribuzione del lavoro. Come è arrivato ad Arcavacata, come è nata l’idea di una cattedra di Economia Marxista, in un periodo in cui Marx era considerato un «cane morto»?
In realtà avevo scritto un testo molto più pretenzioso, intitolato Oltre il pieno impiego, che era stato accettato da Einaudi per la pubblicazione, ma Caffè diede un parere negativo. Così dovetti smembrare il testo, che fu raccolto in due volumi. Oltre a quello che hai citato, c’è subito dopo La dinamica e i mutamenti sociali del lavoro, pubblicato da Rubbettino.
Non ebbi modo, all’epoca di conoscere il parere di Caffè su di essi, perché gli altri membri dell’Istituto a Roma avevano creato un “cordone sanitario” attorno a lui, per evidenti problemi di rapporto reciproco. E subito dopo scomparve.
Devo a lui la chiamata a Cosenza nel 1972. All’epoca però c’era un nesso profondo tra quello che avevo approfondito della tesi (sullo sviluppo urbanistico e abitativo di Roma, analizzando soprattutto le borgate piene di calabresi. Nella baraccopoli in cui ero andato ad abitare c’erano 4.500 calabresi) e un’iniziativa che avevo messo in piedi a San Luca (fantasticando di affrontare il problema a monte) dapprima organizzando un gruppo di intervento, poi arrivando a conquistare un Centro studi e iniziative locale (con una ventina di giovani).
La chiamata a Cosenza fu il corollario di questa evoluzione. Purtroppo un’alluvione che devastò San Luca e generò una conflittualità incontrollabile sui risarcimenti pubblici, mi spinse a porre fine alla mia iniziativa.
Nel 1985 l’esperienza positiva della nuova università era a sua volta naufragata. Insegnando Marx, come professore stabilizzato, quando ho vinto il concorso da associato ho deciso che, essendo incluso tra gli insegnamenti previsti dallo statuto della facoltà, il corso dovesse chiamarsi “Economia marxista”.
Marx all’epoca non era ancora considerato un “cane morto”. Lo divenne subito dopo, e il mio insegnamento fu soppresso da una sedicente “riforma”, ricollocandomi d’autorità niente meno che in Analisi Economica. Inutile dire che ho continuato ad insegnare Marx e ho cercato di sviluppare il mio pensiero avvalendomi delle conquiste che il suo pensiero aveva permesso di acquisire.
Ovviamente per farlo ho dovuto esser convinto che gli studenti fossero interessati a quello che stavo dicendo e che quello che imparavo, insegnando, meritasse la loro attenzione e il loro impegno.
Fonte
Chiamarlo “distanziamento sociale” non è un errore
...Semmai è un lapsus. Come tutti sanno, Freud sosteneva che i lapsus in realtà sono un vero e proprio segnale veritiero che la psiche ci trasmette. E infatti aver chiamato distanziamento “sociale”, invece che “personale” gli obblighi che abbiamo dovuto adottare ha creato molte perplessità.
In realtà, mettere un metro di distanza tra i corpi, coprire naso e bocca con una mascherina, mettere i guanti per non toccare quello che hanno toccato gli altri, non sarebbe una presa di distanza dal nostro essere individui sociali.
Anzi, mascherine, guanti e distanze dovrebbero essere intesi come rispetto e valorizzazione della socialità: la mia voglia di stare cogli altri si manifesta col rispetto che ho per chiunque. Io, pur non volendo, potrei contagiare. A costo di una certa solitudine, momentanea, ma finalizzata alla tutela del benessere collettivo. Sociale, appunto.
Ma le cose, a ben vedere, quando escono dalla teoria, ed entrano nella pratica, diventano molto più precise. Precise e taglienti, come una coltellata alla nostra coscienza.
Mi spiego: per paura del contagio da Coronavirus, noi abbiamo preso le distanze non dalla socialità, ma dai problemi sociali che Covid-19 ha fatto emergere e ci sta sbattendo in faccia, con o senza mascherina.
Ogni giorno di questa lunga quarantena, centinaia di anziani sono morti, a casa o nelle cosiddette Rsa, che – diciamocelo – sono una sigla dietro alla quale nascondere l’ottocentesca definizione di “ospizio”.
Insomma, abbiamo scoperto quello che sapevamo, cioè che la medicina di base non funziona, che l’assistenza è trattata male. Chi in questa quarantena ha tentato di farla funzionare, è morto: troppi medici, paramedici e inservienti sono morti, come troppi sono i morti tra i loro pazienti.
A questo punto vi starete chiedendo che c’entra tutto questo con la definizione “distanziamento sociale”? Ecco la risposta: le politiche sociali degli anni dell’euforia modernista, del “meno stato più mercato”, del “privatizziamo per efficientare”, dei tagli alla “spesa improduttiva”, furono l’avvio del “distanziamento sociale” verso la cura e l’assistenza pubblica.
Il “distanziamento sociale” dalla difesa dei diritti in generale, del diritto alla Salute in particolare.
Poi è arrivato Covid-19, l’esattore che chiede di onorare il patto a un Faust collettivo, quello che ha venduto l’anima alle diavolerie liberiste.
Ecco che siamo disorientati. Facciamo finta si tratti di una tragica fatalità, che colpisce quelli che non ce l’hanno fatta. Ma quelle morti d’asfissia tra le lenzuola di un letto, di annegamento nell’acqua dei propri polmoni, e di solitudine e terrore dell’abbandono, non sono una fatalità. Non sono inefficienze o scandali di questa o quella casa di riposo.
Sono il “distanziamento sociale” cui abbiamo condannato gli anziani, disinteressandoci delle loro condizioni materiali e dei loro diritti, mentre andavamo al centro commerciale a godere della modernità della merce e della felicità dello spreco di tempo e di denaro.
Storditi dal consumismo come troppo a lungo siamo stati, siamo stati ingaggiati dall’inconsapevolezza che quello che ci stava succedendo intorno era ingiusto, sbagliato, criminale.
Abbiamo scelto di essere consumatori, abbiamo abdicato all’essere cittadini. E vennero imprenditori senza scrupoli, e politici senza ideali. Li abbiamo lasciati fare, sperando che qualcosa ce ne venisse in tasca. Invece, c’è chi si è arricchito con la sanità privatizzata e chi di quelle privatizzazioni ci sta ancora morendo.
Perché la ricchezza mal distribuita non è una fatalità, è una patologia storica che si chiama capitalismo. Non è qualcosa che a noi non ci tocca, è un fatto politico e sociale, certo e inesorabile, come il numero dei morti che ogni maledetta sera ci viene snocciolato come un rosario.
Da quei decessi e dal lutto dei loro cari oggi possiamo cavarcela dando la colpa al Coronavirus. Ma non possiamo più praticare il “distanziamento sociale” dallo stato in cui versa la Sanità pubblica.
Fonte
In realtà, mettere un metro di distanza tra i corpi, coprire naso e bocca con una mascherina, mettere i guanti per non toccare quello che hanno toccato gli altri, non sarebbe una presa di distanza dal nostro essere individui sociali.
Anzi, mascherine, guanti e distanze dovrebbero essere intesi come rispetto e valorizzazione della socialità: la mia voglia di stare cogli altri si manifesta col rispetto che ho per chiunque. Io, pur non volendo, potrei contagiare. A costo di una certa solitudine, momentanea, ma finalizzata alla tutela del benessere collettivo. Sociale, appunto.
Ma le cose, a ben vedere, quando escono dalla teoria, ed entrano nella pratica, diventano molto più precise. Precise e taglienti, come una coltellata alla nostra coscienza.
Mi spiego: per paura del contagio da Coronavirus, noi abbiamo preso le distanze non dalla socialità, ma dai problemi sociali che Covid-19 ha fatto emergere e ci sta sbattendo in faccia, con o senza mascherina.
Ogni giorno di questa lunga quarantena, centinaia di anziani sono morti, a casa o nelle cosiddette Rsa, che – diciamocelo – sono una sigla dietro alla quale nascondere l’ottocentesca definizione di “ospizio”.
Insomma, abbiamo scoperto quello che sapevamo, cioè che la medicina di base non funziona, che l’assistenza è trattata male. Chi in questa quarantena ha tentato di farla funzionare, è morto: troppi medici, paramedici e inservienti sono morti, come troppi sono i morti tra i loro pazienti.
A questo punto vi starete chiedendo che c’entra tutto questo con la definizione “distanziamento sociale”? Ecco la risposta: le politiche sociali degli anni dell’euforia modernista, del “meno stato più mercato”, del “privatizziamo per efficientare”, dei tagli alla “spesa improduttiva”, furono l’avvio del “distanziamento sociale” verso la cura e l’assistenza pubblica.
Il “distanziamento sociale” dalla difesa dei diritti in generale, del diritto alla Salute in particolare.
Poi è arrivato Covid-19, l’esattore che chiede di onorare il patto a un Faust collettivo, quello che ha venduto l’anima alle diavolerie liberiste.
Ecco che siamo disorientati. Facciamo finta si tratti di una tragica fatalità, che colpisce quelli che non ce l’hanno fatta. Ma quelle morti d’asfissia tra le lenzuola di un letto, di annegamento nell’acqua dei propri polmoni, e di solitudine e terrore dell’abbandono, non sono una fatalità. Non sono inefficienze o scandali di questa o quella casa di riposo.
Sono il “distanziamento sociale” cui abbiamo condannato gli anziani, disinteressandoci delle loro condizioni materiali e dei loro diritti, mentre andavamo al centro commerciale a godere della modernità della merce e della felicità dello spreco di tempo e di denaro.
Storditi dal consumismo come troppo a lungo siamo stati, siamo stati ingaggiati dall’inconsapevolezza che quello che ci stava succedendo intorno era ingiusto, sbagliato, criminale.
Abbiamo scelto di essere consumatori, abbiamo abdicato all’essere cittadini. E vennero imprenditori senza scrupoli, e politici senza ideali. Li abbiamo lasciati fare, sperando che qualcosa ce ne venisse in tasca. Invece, c’è chi si è arricchito con la sanità privatizzata e chi di quelle privatizzazioni ci sta ancora morendo.
Perché la ricchezza mal distribuita non è una fatalità, è una patologia storica che si chiama capitalismo. Non è qualcosa che a noi non ci tocca, è un fatto politico e sociale, certo e inesorabile, come il numero dei morti che ogni maledetta sera ci viene snocciolato come un rosario.
Da quei decessi e dal lutto dei loro cari oggi possiamo cavarcela dando la colpa al Coronavirus. Ma non possiamo più praticare il “distanziamento sociale” dallo stato in cui versa la Sanità pubblica.
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All’origine del Primo Maggio: Lucy Gonzalez, vedova dei Martiri di Chicago
Quanti di coloro che festeggiano il Primo Maggio sanno perché? Bisogna conoscere la messicana Lucy Gonzalez, vedova di Albert Parsons, uno dei cinque Martiri di Chicago, grande organizzatrice delle lavoratrici tessili di Chicago. Già nel 1920 la polizia di Chicago la considerava “più pericolosa di mille insorti”. Pubblichiamo questo breve estratto del libro “Latinas de falda y pantalón” (2015) del giornalista Hernando Calvo Ospina.
Lucy Gonzalez nacque schiava nel 1853, in una città del Texas, un territorio che cinque anni prima apparteneva al Messico. Era la figlia di una messicana nera e di un indio dell’Alabama. Era rimasta orfana all’età di tre anni. Appena ha potuto lavorare, è stata mandata nei campi di cotone.
Sposò Albert Parsons, un giovane veterano della Guerra Civile (1860-1864), all’età di 19 anni. Erano quasi una coppia illegale: il “mixaggio” razziale era praticamente proibito negli Stati del Sud. La vita sociale non fu facile per loro, soprattutto perché erano tra i pochi attivisti dei diritti dei neri nella terra dei razzisti. Le minacce alle loro vite li costrinsero a partire per Chicago nel 1873.
Appena messe a posto le loro poche cose, iniziarono a partecipare da subito alla vita politica. Per mangiare, Lucy confezionava abiti femminili a casa, e lavorava in una tipografia. Cominciò a scrivere, gratuitamente, per il quotidiano The Socialist. In seguito, contribuirono a fondare The Alarm, portavoce dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Lucy scrisse di disoccupazione, razzismo e del ruolo delle donne in politica.
Lucy ebbe un ruolo importante nell’organizzazione delle lavoratrici, soprattutto nelle fabbriche tessili. Erano le più sfruttate. Nemmeno le sue due gravidanze furono un impedimento: abbandonava le riunioni nelle fabbriche quasi soltanto per partorire. Con il sostegno di Albert si dedicò a collaborare alla creazione dell’Unione delle Donne Lavoratrici di Chicago. Nel 1882 fu riconosciuta dall’Ordine dei Nobili Cavalieri del Lavoro, una sorta di federazione. Un grande trionfo: fino a quel momento la militanza femminile non era stata accettata.
Sempre legata ad Albert. Ed Albert a lei. Non solo per quanto riguarda il sostegno politico, ma condividevano la cura dei bambini e la casa.
La lotta per la giornata lavorativa di 8 ore divenne la principale richiesta nazionale. Anche le ragazze e le donne dovevano lavorare 15 o 18 ore per guadagnare quanto bastava per mangiare.
Il presidente degli Stati Uniti Andrew Johnson aveva approvato una legge che imponeva una giornata lavorativa di otto ore, ma quasi nessuno Stato voleva attuarla. Gli operai indissero uno sciopero per il 1° maggio 1886. La reazione della stampa fu virulenta. Il 29 aprile, l’Indianapolis Journal parlò delle “ardenti arringhe di delinquenti e demagoghi che vivono delle tasse di uomini onesti”.
Come in altre occasioni, Lucy e Albert marciarono con i propri figli. I Parsons erano in stato di tensione e allerta perché il Chicago Mail, nel suo editoriale, aveva trattato Albert e un altro compagno di lotta come “pericolosi teppisti a piede libero”. E chiedeva: “Indicateli oggi. Teneteli d’occhio. Riteneteli personalmente responsabili di qualsiasi problematica che si verifichi”.
A Chicago, dove le condizioni dei lavoratori erano peggiori che in altre città, gli scioperi e le mobilitazioni continuarono nei giorni seguenti. Il 4 maggio, fu indetta una manifestazione in Haymarket Square. Albert era uno dei relatori.
L’evento si concluse in totale ordine. Avevano partecipato circa 20.000 persone. Cominciò a piovere e i manifestanti se ne andarono. I Parsons decisero di prendere una cioccolata calda al Zept’s Hall.
Erano rimasti circa 200 manifestanti. E contro quelli si scagliò un nutrito contingente di polizia. Una bomba fatta in casa esplose, uccidendo un ufficiale. La polizia aprì il fuoco. Il numero esatto dei morti non fu mai riportato. Fu dichiarato lo Stato di assedio e il coprifuoco. Nei giorni successivi, centinaia di lavoratori furono arrestati. Alcuni torturati.
Trentuno persone furono accusate dell’attentato, otto delle quali definitivamente incriminate. Il processo iniziò il 21 giugno. Dopo aver discusso la situazione con Lucy, Albert si presentò davanti alla Corte esclamando: “Vostri Onori, sono venuto per essere giudicato insieme a tutti i miei compagni innocenti”. Il processo era una farsa della giustizia e delle regole procedurali. La stampa aveva lanciato una campagna di condanna. Era un processo politico perché non si poteva dimostrare nulla contro gli accusati. Un linciaggio. La giuria giudicò colpevoli tutti e otto gli imputati: di questi, tre furono condannati al carcere e cinque all’impiccagione. Albert Parsons era tra i condannati a morte.
Il giornalista José Martí, futuro apostolo dell’indipendenza cubana, era presente in aula. Il 21 ottobre il giornale argentino La Nación pubblicò un articolo su di lui. Nel testo si descriveva l’atteggiamento di Lucy quando la sentenza fu pronunciata: “Lì, la donna mulatta di Parsons, implacabile e intelligente come lui, che non sbatte le palpebre ai più grandi successi, che parla con feroce energia alle riunioni pubbliche, che non sviene come gli altri, che non muove un muscolo in faccia quando sente la frase feroce […] Si stringe il viso contro il pugno chiuso. Non guarda; non risponde; si vede un tremore crescente nel pugno...”.
Lucy, accompagnata dai figli, iniziò a viaggiare per il paese per quasi un anno. Raccontava la situazione. Parlava di notte e viaggiava di giorno. Ha scritto centinaia di lettere ai sindacati e a varie autorità, sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo. La solidarietà che ne nacque fu immensa.
Eppure, l’11 novembre 1887, la sentenza fu eseguita. Anni dopo, Lucy si sarebbe ricordata della mattina in cui aveva portato i suoi figli nel luogo in cui erano detenuti i condannati. Lucy domandò: “Lasciate che questi bambini diano l’ultimo addio al loro padre”. La risposta fu di arrestarli. “Siamo stati rinchiusi nella stazione di polizia mentre veniva commesso un crimine infernale”.
Poco prima di essere impiccato, Albert scrive a Lucia: “Sei una donna del popolo e alle persone ti lascio in eredità...”.
Il 1° maggio, come Giornata Internazionale dei Lavoratori, è stata concordata al Congresso dei Lavoratori Socialisti a Parigi nel 1889. Era un omaggio ai Cinque Martiri di Chicago. L’anno successivo fu commemorato per la prima volta. Lucy partecipò alla manifestazione tenutasi a Chicago.
Era già conosciuta come “la vedova messicana dei Martiri di Chicago”.
I padroni stavano cominciando ad applicare la giornata di otto ore. Il sacrificio non fu vano.
Dopo l’impiccagione del marito, Lucy continuò a viaggiare per il paese, organizzando le lavoratrici e scrivendo sui giornali del sindacato. Nel giugno 1905 era presente alla costituzione dell’organizzazione Industrial Workers of the World a Chicago. Parteciparono solo 12 donne e lei fu l’unica che osò prendere la parola. “Noi, le donne di questo Paese, non abbiamo diritto ad alcun voto. L’unico modo per essere rappresentati è avere un uomo che ci rappresenti […] e mi sentirei a disagio nel chiedere ad un uomo di rappresentarmi […] Siamo schiave di schiavi…”. Ha concluso il suo discorso dicendo: “Nessun potere umano può fermare gli uomini e le donne che sono determinati ad essere liberi!”.
Lucy ripeteva che la liberazione delle donne sarebbe arrivata con l’emancipazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalistico.
A 80 anni, Lucy continuava a tenere discorsi a Bughouse Square di Chicago. Continuava a dare consiglio, a formare le lavoratrici. Nel febbraio 1941, all’età di 88 anni, fece la sua ultima apparizione pubblica. L’anno successivo, il 7 marzo, già cieca, la morte la sorprese quando la sua casa prese fuoco.
Anche nel momento della morte, la polizia la considerava ancora una minaccia, tanto da confiscarle migliaia di documenti e tutti i libri.
Fonte
*****
Lucy Gonzalez nacque schiava nel 1853, in una città del Texas, un territorio che cinque anni prima apparteneva al Messico. Era la figlia di una messicana nera e di un indio dell’Alabama. Era rimasta orfana all’età di tre anni. Appena ha potuto lavorare, è stata mandata nei campi di cotone.
Sposò Albert Parsons, un giovane veterano della Guerra Civile (1860-1864), all’età di 19 anni. Erano quasi una coppia illegale: il “mixaggio” razziale era praticamente proibito negli Stati del Sud. La vita sociale non fu facile per loro, soprattutto perché erano tra i pochi attivisti dei diritti dei neri nella terra dei razzisti. Le minacce alle loro vite li costrinsero a partire per Chicago nel 1873.
Appena messe a posto le loro poche cose, iniziarono a partecipare da subito alla vita politica. Per mangiare, Lucy confezionava abiti femminili a casa, e lavorava in una tipografia. Cominciò a scrivere, gratuitamente, per il quotidiano The Socialist. In seguito, contribuirono a fondare The Alarm, portavoce dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Lucy scrisse di disoccupazione, razzismo e del ruolo delle donne in politica.
Lucy ebbe un ruolo importante nell’organizzazione delle lavoratrici, soprattutto nelle fabbriche tessili. Erano le più sfruttate. Nemmeno le sue due gravidanze furono un impedimento: abbandonava le riunioni nelle fabbriche quasi soltanto per partorire. Con il sostegno di Albert si dedicò a collaborare alla creazione dell’Unione delle Donne Lavoratrici di Chicago. Nel 1882 fu riconosciuta dall’Ordine dei Nobili Cavalieri del Lavoro, una sorta di federazione. Un grande trionfo: fino a quel momento la militanza femminile non era stata accettata.
Sempre legata ad Albert. Ed Albert a lei. Non solo per quanto riguarda il sostegno politico, ma condividevano la cura dei bambini e la casa.
La lotta per la giornata lavorativa di 8 ore divenne la principale richiesta nazionale. Anche le ragazze e le donne dovevano lavorare 15 o 18 ore per guadagnare quanto bastava per mangiare.
Il presidente degli Stati Uniti Andrew Johnson aveva approvato una legge che imponeva una giornata lavorativa di otto ore, ma quasi nessuno Stato voleva attuarla. Gli operai indissero uno sciopero per il 1° maggio 1886. La reazione della stampa fu virulenta. Il 29 aprile, l’Indianapolis Journal parlò delle “ardenti arringhe di delinquenti e demagoghi che vivono delle tasse di uomini onesti”.
Come in altre occasioni, Lucy e Albert marciarono con i propri figli. I Parsons erano in stato di tensione e allerta perché il Chicago Mail, nel suo editoriale, aveva trattato Albert e un altro compagno di lotta come “pericolosi teppisti a piede libero”. E chiedeva: “Indicateli oggi. Teneteli d’occhio. Riteneteli personalmente responsabili di qualsiasi problematica che si verifichi”.
A Chicago, dove le condizioni dei lavoratori erano peggiori che in altre città, gli scioperi e le mobilitazioni continuarono nei giorni seguenti. Il 4 maggio, fu indetta una manifestazione in Haymarket Square. Albert era uno dei relatori.
L’evento si concluse in totale ordine. Avevano partecipato circa 20.000 persone. Cominciò a piovere e i manifestanti se ne andarono. I Parsons decisero di prendere una cioccolata calda al Zept’s Hall.
Erano rimasti circa 200 manifestanti. E contro quelli si scagliò un nutrito contingente di polizia. Una bomba fatta in casa esplose, uccidendo un ufficiale. La polizia aprì il fuoco. Il numero esatto dei morti non fu mai riportato. Fu dichiarato lo Stato di assedio e il coprifuoco. Nei giorni successivi, centinaia di lavoratori furono arrestati. Alcuni torturati.
Trentuno persone furono accusate dell’attentato, otto delle quali definitivamente incriminate. Il processo iniziò il 21 giugno. Dopo aver discusso la situazione con Lucy, Albert si presentò davanti alla Corte esclamando: “Vostri Onori, sono venuto per essere giudicato insieme a tutti i miei compagni innocenti”. Il processo era una farsa della giustizia e delle regole procedurali. La stampa aveva lanciato una campagna di condanna. Era un processo politico perché non si poteva dimostrare nulla contro gli accusati. Un linciaggio. La giuria giudicò colpevoli tutti e otto gli imputati: di questi, tre furono condannati al carcere e cinque all’impiccagione. Albert Parsons era tra i condannati a morte.
Il giornalista José Martí, futuro apostolo dell’indipendenza cubana, era presente in aula. Il 21 ottobre il giornale argentino La Nación pubblicò un articolo su di lui. Nel testo si descriveva l’atteggiamento di Lucy quando la sentenza fu pronunciata: “Lì, la donna mulatta di Parsons, implacabile e intelligente come lui, che non sbatte le palpebre ai più grandi successi, che parla con feroce energia alle riunioni pubbliche, che non sviene come gli altri, che non muove un muscolo in faccia quando sente la frase feroce […] Si stringe il viso contro il pugno chiuso. Non guarda; non risponde; si vede un tremore crescente nel pugno...”.
Lucy, accompagnata dai figli, iniziò a viaggiare per il paese per quasi un anno. Raccontava la situazione. Parlava di notte e viaggiava di giorno. Ha scritto centinaia di lettere ai sindacati e a varie autorità, sia negli Stati Uniti che in tutto il mondo. La solidarietà che ne nacque fu immensa.
Eppure, l’11 novembre 1887, la sentenza fu eseguita. Anni dopo, Lucy si sarebbe ricordata della mattina in cui aveva portato i suoi figli nel luogo in cui erano detenuti i condannati. Lucy domandò: “Lasciate che questi bambini diano l’ultimo addio al loro padre”. La risposta fu di arrestarli. “Siamo stati rinchiusi nella stazione di polizia mentre veniva commesso un crimine infernale”.
Poco prima di essere impiccato, Albert scrive a Lucia: “Sei una donna del popolo e alle persone ti lascio in eredità...”.
Il 1° maggio, come Giornata Internazionale dei Lavoratori, è stata concordata al Congresso dei Lavoratori Socialisti a Parigi nel 1889. Era un omaggio ai Cinque Martiri di Chicago. L’anno successivo fu commemorato per la prima volta. Lucy partecipò alla manifestazione tenutasi a Chicago.
Era già conosciuta come “la vedova messicana dei Martiri di Chicago”.
I padroni stavano cominciando ad applicare la giornata di otto ore. Il sacrificio non fu vano.
Dopo l’impiccagione del marito, Lucy continuò a viaggiare per il paese, organizzando le lavoratrici e scrivendo sui giornali del sindacato. Nel giugno 1905 era presente alla costituzione dell’organizzazione Industrial Workers of the World a Chicago. Parteciparono solo 12 donne e lei fu l’unica che osò prendere la parola. “Noi, le donne di questo Paese, non abbiamo diritto ad alcun voto. L’unico modo per essere rappresentati è avere un uomo che ci rappresenti […] e mi sentirei a disagio nel chiedere ad un uomo di rappresentarmi […] Siamo schiave di schiavi…”. Ha concluso il suo discorso dicendo: “Nessun potere umano può fermare gli uomini e le donne che sono determinati ad essere liberi!”.
Lucy ripeteva che la liberazione delle donne sarebbe arrivata con l’emancipazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalistico.
A 80 anni, Lucy continuava a tenere discorsi a Bughouse Square di Chicago. Continuava a dare consiglio, a formare le lavoratrici. Nel febbraio 1941, all’età di 88 anni, fece la sua ultima apparizione pubblica. L’anno successivo, il 7 marzo, già cieca, la morte la sorprese quando la sua casa prese fuoco.
Anche nel momento della morte, la polizia la considerava ancora una minaccia, tanto da confiscarle migliaia di documenti e tutti i libri.
Fonte
La ricetta europea: curare l’emergenza con la propaganda
Gli ultimi due mesi hanno offerto poche
ragioni di ottimismo. Come se non bastasse la tragedia sanitaria
innescata dalla pandemia da Covid-19, una drammatica recessione incombe
all’orizzonte e inizia già a mordere. Nel frattempo, milioni di persone
in tutta Europa hanno visto interrotta la loro fonte di reddito e non
sanno se e quando potranno riprendere a lavorare, senza menzionare chi
un lavoro neanche lo aveva e vede allontanarsi sempre di più la
prospettiva di trovare un’occupazione dignitosa. Nel mezzo di questo
scenario fosco, il 23 aprile si è tenuto un importante incontro del
Consiglio Europeo, che riunisce i capi di Stato e di Governo
dell’Unione. Almeno a voler dar fede ai giornali del 24 aprile, ecco
arrivare i primi segnali di speranza. Leggevamo infatti cifre roboanti,
migliaia di miliardi di euro messi finalmente sul piatto dall’Europa,
risorse fresche a disposizione dei Paesi membri per evitare la
recessione e iniziare da subito la risalita verso la prosperità. Ad una
seconda lettura, tuttavia, alcuni dettagli si chiarivano e i segnali di
speranza si mostravano per quello che in realtà sono: pura propaganda con cui tenere a bada la disperazione e la rabbia sociale. Andiamo per gradi, e proviamo a rispondere a due domande fondamentali per orientarci in questo ginepraio di demagogia.
Cosa ha effettivamente deciso il Consiglio Europeo?
Il Consiglio Europeo del 23 aprile ha dato il via libera al pacchetto di misure messo a punto nella riunione dell’Eurogruppo del 7 aprile, articolato intorno a tre pilastri, quali:
1. l’attivazione del programma SURE (State sUpported shoRt-timE work), un fondo per la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi perde il lavoro;
2. il rafforzamento dell’intervento della Banca Europea degli Investimenti (BEI), volto ad agevolare il credito alle imprese europee;
3. una particolare forma di attivazione del famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Ci siamo già dilungati ad analizzare nel dettaglio queste misure, che mostravano e mostrano l’impossibilità di conciliare la difesa della salute pubblica e del benessere della maggioranza della popolazione con l’austerità che permea in maniera costitutiva l’architettura europea. Purtroppo, ben poco c’è da aggiungere. Infatti...
Cosa NON ha deciso il Consiglio Europeo?
Nonostante i toni trionfalistici con cui Conte, Gualtieri e compagnia commentavano gli esiti della riunione, l’unico altro risultato, ad oggi, è l’avvenuto riconoscimento del fatto che prendere misure a livello europeo per la ricostruzione è necessario e urgente. Due aggettivi, che affermano l’ovvio, rappresentano ad oggi la misura della solidarietà europea. A due mesi ed oltre dall’inizio di questo incubo, i capi di Stato e di Governo hanno realizzato che serve fare qualcosa, qualcosa che si sostanzia, per il momento, nell’avere introdotto due aggettivi in una conferenza stampa tenuta alla fine del Consiglio. Concretamente, questo si traduce nel mandato dato alla Commissione Europea di avanzare una proposta, entro una non meglio precisata metà di maggio, da sottoporre poi di nuovo al Consiglio Europeo, per la creazione di un fondo per la ripresa. Come chiarito dalla presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il fondo sarà agganciato al Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027. In questo ambito, sarebbe prevista anche la creazione di un cosiddetto ‘Strumento per la Ripresa’ (Recovery Instrument), che vedrebbe la Commissione impegnata a raccogliere sui mercati finanziari un importo ancora sconosciuto – ma che potrebbe ammontare a 320 miliardi secondo un documento interno della Commissione che non è stato neanche reso pubblico – da distribuire poi ai Paesi membri sotto forma di prestiti e sussidi, in una proporzione anch’essa sconosciuta. Questi 320 miliardi dovrebbero poi essere in grado di mobilizzare magicamente fino a 2000 miliardi di euro di risorse private, dove mobilizzare è la parola magica alla quale si fa usualmente ricorso per mascherare il fatto che si spende poco ma si spera nelle capacità soprannaturali del mercato di moltiplicare i pani e i pesci. Moltiplicare in maniera incredibile, tra l’altro, perché ogni euro speso dalla Commissione dovrebbe generarne 6.5, mostrandoci la miseria di un’Europa che si ricorda di essere keynesiana solo quando deve moltiplicare le poche briciole che mette a disposizione.
In ogni caso, ciò che è stato deciso e che NON è stato deciso comporta, nella migliore delle ipotesi, quanto segue.
– Ogni intervento è rimandato a partire dal 2021. Le esigenze delle classi dominanti e quelle di chi oggi perde un lavoro non sono, evidentemente, le stesse. Interrogata al riguardo, la von der Leyen ha fatto intuire che difficilmente si prefigureranno e saranno necessarie ‘soluzioni ponte’ da qui al prossimo gennaio. L’Europa avrebbe, infatti, già messo in moto un intervento poderoso, sempre a sentire la von der Leyen. Le dichiarazioni del 29 aprile della vicepresidente della Commissione Ue, Vera Jourova, fanno eco in maniera sinistra: “Il 1 gennaio 2021 è una data molto ambiziosa per far partire il Recovery Instrument, nel frattempo bisogna prendere il massimo dagli attuali strumenti a breve termine, che usano ancora il vecchio bilancio”. Di fronte all’evidenza del fatto che i Paesi più colpiti avranno bisogno di ingenti risorse economiche ora, per far fronte ad una disoccupazione che esplode ed alla perdita di reddito sperimentata da milioni di lavoratori, la risposta è: nessun problema, dal 1° giugno si può fare ricorso al MES.
– Quale che sia la portata finale dell’intervento nel settennato 2021-2027, c’è un grande protagonista che spicca per la sua totale assenza dal dibattito di questi giorni: la condizionalità alla quale i prestiti e i sussidi dello Strumento per la Ripresa saranno legati. La ragione di questa assenza, purtroppo, non è che prestiti e sussidi saranno svincolati dalle usuali condizioni capestro che sono parte costitutiva dei Trattati europei. La ragione è che, nel dibattito, la subordinazione di prestiti e aiuti al rispetto di parametri di finanza pubblica improntati all’austerità è presentata come un fatto naturale, che non ha bisogno di essere specificato. Non ci sono pranzi gratis nell’Unione Europea, come impariamo quotidianamente sulla nostra pelle.
Niente di nuovo all’orizzonte, purtroppo, con la prospettiva di continuare a vivere in un eterno presente che alterna periodi di crisi feroce a brevi riprese che beneficiano solamente i privilegiati. Lavoratrici e lavoratori e chi un lavoro non ce l’ha resistono a fatica. Austerità e sfruttamento, in compenso, stanno sempre benissimo.
Fonte
Cosa ha effettivamente deciso il Consiglio Europeo?
Il Consiglio Europeo del 23 aprile ha dato il via libera al pacchetto di misure messo a punto nella riunione dell’Eurogruppo del 7 aprile, articolato intorno a tre pilastri, quali:
1. l’attivazione del programma SURE (State sUpported shoRt-timE work), un fondo per la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi perde il lavoro;
2. il rafforzamento dell’intervento della Banca Europea degli Investimenti (BEI), volto ad agevolare il credito alle imprese europee;
3. una particolare forma di attivazione del famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Ci siamo già dilungati ad analizzare nel dettaglio queste misure, che mostravano e mostrano l’impossibilità di conciliare la difesa della salute pubblica e del benessere della maggioranza della popolazione con l’austerità che permea in maniera costitutiva l’architettura europea. Purtroppo, ben poco c’è da aggiungere. Infatti...
Cosa NON ha deciso il Consiglio Europeo?
Nonostante i toni trionfalistici con cui Conte, Gualtieri e compagnia commentavano gli esiti della riunione, l’unico altro risultato, ad oggi, è l’avvenuto riconoscimento del fatto che prendere misure a livello europeo per la ricostruzione è necessario e urgente. Due aggettivi, che affermano l’ovvio, rappresentano ad oggi la misura della solidarietà europea. A due mesi ed oltre dall’inizio di questo incubo, i capi di Stato e di Governo hanno realizzato che serve fare qualcosa, qualcosa che si sostanzia, per il momento, nell’avere introdotto due aggettivi in una conferenza stampa tenuta alla fine del Consiglio. Concretamente, questo si traduce nel mandato dato alla Commissione Europea di avanzare una proposta, entro una non meglio precisata metà di maggio, da sottoporre poi di nuovo al Consiglio Europeo, per la creazione di un fondo per la ripresa. Come chiarito dalla presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen, il fondo sarà agganciato al Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027. In questo ambito, sarebbe prevista anche la creazione di un cosiddetto ‘Strumento per la Ripresa’ (Recovery Instrument), che vedrebbe la Commissione impegnata a raccogliere sui mercati finanziari un importo ancora sconosciuto – ma che potrebbe ammontare a 320 miliardi secondo un documento interno della Commissione che non è stato neanche reso pubblico – da distribuire poi ai Paesi membri sotto forma di prestiti e sussidi, in una proporzione anch’essa sconosciuta. Questi 320 miliardi dovrebbero poi essere in grado di mobilizzare magicamente fino a 2000 miliardi di euro di risorse private, dove mobilizzare è la parola magica alla quale si fa usualmente ricorso per mascherare il fatto che si spende poco ma si spera nelle capacità soprannaturali del mercato di moltiplicare i pani e i pesci. Moltiplicare in maniera incredibile, tra l’altro, perché ogni euro speso dalla Commissione dovrebbe generarne 6.5, mostrandoci la miseria di un’Europa che si ricorda di essere keynesiana solo quando deve moltiplicare le poche briciole che mette a disposizione.
In ogni caso, ciò che è stato deciso e che NON è stato deciso comporta, nella migliore delle ipotesi, quanto segue.
– Ogni intervento è rimandato a partire dal 2021. Le esigenze delle classi dominanti e quelle di chi oggi perde un lavoro non sono, evidentemente, le stesse. Interrogata al riguardo, la von der Leyen ha fatto intuire che difficilmente si prefigureranno e saranno necessarie ‘soluzioni ponte’ da qui al prossimo gennaio. L’Europa avrebbe, infatti, già messo in moto un intervento poderoso, sempre a sentire la von der Leyen. Le dichiarazioni del 29 aprile della vicepresidente della Commissione Ue, Vera Jourova, fanno eco in maniera sinistra: “Il 1 gennaio 2021 è una data molto ambiziosa per far partire il Recovery Instrument, nel frattempo bisogna prendere il massimo dagli attuali strumenti a breve termine, che usano ancora il vecchio bilancio”. Di fronte all’evidenza del fatto che i Paesi più colpiti avranno bisogno di ingenti risorse economiche ora, per far fronte ad una disoccupazione che esplode ed alla perdita di reddito sperimentata da milioni di lavoratori, la risposta è: nessun problema, dal 1° giugno si può fare ricorso al MES.
– Quale che sia la portata finale dell’intervento nel settennato 2021-2027, c’è un grande protagonista che spicca per la sua totale assenza dal dibattito di questi giorni: la condizionalità alla quale i prestiti e i sussidi dello Strumento per la Ripresa saranno legati. La ragione di questa assenza, purtroppo, non è che prestiti e sussidi saranno svincolati dalle usuali condizioni capestro che sono parte costitutiva dei Trattati europei. La ragione è che, nel dibattito, la subordinazione di prestiti e aiuti al rispetto di parametri di finanza pubblica improntati all’austerità è presentata come un fatto naturale, che non ha bisogno di essere specificato. Non ci sono pranzi gratis nell’Unione Europea, come impariamo quotidianamente sulla nostra pelle.
Niente di nuovo all’orizzonte, purtroppo, con la prospettiva di continuare a vivere in un eterno presente che alterna periodi di crisi feroce a brevi riprese che beneficiano solamente i privilegiati. Lavoratrici e lavoratori e chi un lavoro non ce l’ha resistono a fatica. Austerità e sfruttamento, in compenso, stanno sempre benissimo.
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