Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/04/2023

L'angelo sterminatore (1962) di Luis Buñuel - Minirece

“Qui si parla solo italiano”. I fascisti di governo ne infilano un’altra

Per i fascisti di governo non c’è due senza tre. Prima il “defenestrato” presidente della società pubblica “3 i spa” Claudio Anastasio che ha citato un discorso di Mussolini come indicazione aziendale, poi il Presidente del Senato Ignazio La Russa che ha banalizzato con un falso storico l’azione partigiana in via Rasella, adesso è arrivato il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli che vuole cassare le parole inglesi dalle comunicazioni delle amministrazioni pubbliche e imporre sanzioni fino a 100.000 a chi sgarra.

I fascisti di governo stanno cercando in ogni modo di rimettere nell’agenda politica e culturale del paese il fascismo.

“Basta con gli usi e costumi dell’Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi o di Londra o d’America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all’Italia del Rinascimento... basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote”. Era il 10 luglio 1938 e questo era scritto sul giornale fascista “Il Popolo d’Italia”.

A farne le spese, cinque anni prima, nel 1923, erano stati i termini inglesi e francesi (vedi la lista) ma fu soprattutto la minoranza slovena che fu costretta all’italianizzazione forzata di nomi, cognomi, parole e istruzione scolastica.

Nel 2023, un secolo dopo, è il vice presidente della Camera Rampelli, insieme ad altri venti deputati, ad aver presentato – a dicembre per la verità – una proposta di legge per “la tutela della lingua italiana”.

I punti principali della proposta di legge Rampelli prevedono la lingua italiana obbligatoria per la fruizione di beni e servizi. L'imposizione di trasmettere qualsiasi comunicazione pubblica in italiano. Obbligo di utilizzare strumenti di traduzione o interpreti per ogni manifestazione o conferenza che si svolga sul territorio del Paese. Divieto di usare sigle o denominazioni straniere per ruoli in azienda, a meno che non possano essere tradotte. Utilizzo della lingua italiana nei contratti di lavoro. A scuola e nelle università, corsi in lingua straniera tollerati solo se giustificati dalla presenza di studenti stranieri.

Il testo contiene le “disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana”. Oltre a vari obblighi specifici “in un’ottica di salvaguardia nazionale e di difesa identitaria”.

Rampelli fa notare come secondo le ultime stime dal 2000 ad oggi il numero di parole inglesi confluite nella lingua italiana scritta è aumentato del 773 per cento. Quasi 9.000 “anglicismi” sono attualmente presenti nel dizionario della Treccani su circa 800.000 parole in lingua italiana. E che reputa «non più ammissibile che si utilizzino termini stranieri la cui corrispondenza italiana esiste ed è pienamente esaustiva».

Ma per i fascisti di governo anche una materia come questa – e le sue mancate attuazioni – deve essere disciplinata da pesanti sanzioni: “La violazione degli obblighi”, si legge nella proposta di legge Rampelli, “comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa consistente nel pagamento di una somma da 5.000 a 100.000 euro”.

Dobbiamo ammettere che anche a noi l’assimilazione nel linguaggio corrente dei termini imposti ed ereditati dall’ondata neoliberista dagli anni Ottanta non ha mai garbato moltissimo. Soprattutto quando grandi fregature per i lavoratori sono state denominate “Jobs Act” o “flexsecurity” per sembrare meno inquietanti. E in qualche modo ha fatto bene l’Accademia della Crusca a denunciare che il “Piano Scuola 4.0” del precedente governo era infarcito oltre ogni necessità e misura di termini inglesi da linguaggio aziendale più che da istruzione pubblica.

Ma possiamo dire, rischiando le sanzioni chieste da Rampelli, che siamo davanti quantomeno ad un inquietante “Déjà-vù”? O, se preferite, un “già visto” che non ci piace per niente?

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Il governo Meloni colleziona figuracce sul PNRR

Ogni giorno ha la sua pena e la pacchia è finita, anche per Giorgia Meloni. Il cuore dei problemi che tormentano il suo governo non sono (tanto) le boiate pazzesche seminate dai suoi complici nel governo e altrove – quella di La Russa viene direttamente dalla sentina della “contro-storia” da sempre in auge tra i fascisti – ma la capacità o meno di mantenere gli impegni presi con il governo centrale europeo.

O meno, decisamente.

Come avevamo persino noi facilmente previsto, l’inciampo vero, che rischia di diventare già decisivo, è il rispetto di merito e tempi del PNRR. Quel “programma” – comunque lo si giudichi, e noi non abbiamo certo lesinato le critiche… – porta miliardi di prestiti europei, ma solo se vengono prese decisioni scritte già minuziosamente a Bruxelles, senza esitazioni, ritardi, cambiamenti partoriti in sottoscala o sottobosco. E solo se quelle decisioni vengono tradotte in pratica secondo una tempistica non più contrattabile.

Chiaro che se cerchi di cambiare in corsa pezzi rilevanti di quel cronoprogramma – come la stessa Meloni ha solo ora candidamente ammesso – tutte le “coincidenze” temporali tra impegni realizzati ed erogazione dei fondi va a farsi benedire.

Ma già il fatto di “provarci” – a fare i furbi nei rapporti con poteri sicuramente più furbi e certamente più forti, come quelli europei – significa che non hai capito bene dove sei arrivato e cosa puoi davvero fare.

Qui l’oggettiva incompetenza di gran parte dei ministri scelti dalla stessa Meloni, o subiti nella contrattazione con gli alleati, pesa almeno quanto l’assenza di una visione all’altezza dei problemi (del Paese e della fase storica). I meno inesperti, come Raffaele Fitto, hanno già messo ben più delle mani avanti: “Completare le opere entro quella data [il 2026] è matematicamente impossibile. Dobbiamo dirlo in maniera chiara subito, non ce la facciamo”.

Fine della storia, insomma. E fa naturalmente ridere di rabbia vedere tutto l’esecutivo, a partire dalla “capa”, sciorinare il solito repertorio dei falliti (“il PNRR non l’abbiamo scritto noi”, “abbiamo ereditato una situazione difficile”, ecc.).

Ma la situazione è effettivamente disperata per il paese e la sua parte più povera, quella che si ritrova a subire il duplice attacco di un capitalismo multinazionale in forte crisi (l’Unione Europea, accettando il comando statunitense per la guerra, s’è suicidata anche sul piano economico) e l’ansia di arraffare di un micro-capitalismo casalingo dal fiato storicamente corto (delega fiscale e “codice Salvini” per gli appalti stanno lì a dimostrarlo).

E ci si ritrova oltretutto con uno Stato che – a parte i corpi di polizia e militari, sempre più numerosi ed esentati dalle mille “riforme delle pensioni” – si ritrova con vuoti di organico colossali e, soprattutto, di competenze di alto livello.

L’allegro smantellamento del pubblico impiego, sotto la sferza mediatica dei “furbetti del cartellino”, è andato avanti per quasi 30 anni a colpi di blocco del turnover, assunzioni precarie e blocco salariale. Questa era “la cura” che tutti i governi hanno applicato, indipendentemente dal “colore” politico. Non è insomma che i Brunetta e i Frattini abbiano fatto cose diverse dai Bassanini e dalle Madia...

E se l’ascia dell’austerità ha colpito più massicciamente le “funzioni di base” (impiegati, insegnanti, personale amministrativo degli enti locali, ecc), questa logica devastatrice ha finito per svuotare anche le funzioni tecniche apicali.

Perché un ingegnere, un economista o un architetto dovrebbero accettare le basse retribuzioni (e la bassissima reputazione sociale) offerte dal “pubblico”?

Ma quando poi si tratta di “mettere su strada” tutta una serie di provvedimenti – compresi o principalmente quelli previsti dal Pnrr – si scopre che non ci sono più funzionari sufficientemente competenti per gestire i dossier. Il governo precedente se n’era dovuto accorgere. Ma anche la pensata di Mario Draghi – assunzioni “temporanee” di tecnici qualificati – si è rivelata un fallimento (per gli stessi motivi).

Insomma. La situazione è davvero terribile e a gestirla ci dovrebbero pensare – sono stati eletti o scelti per questo – un gruppo di incapaci che si animano solo quando possono esibire un po’ di reducismo nostalgico per il Ventennio.

Il disastro appare assicurato. Poi, magari, tra qualche anno racconteranno al bar che loro non erano un vero governo, ma solo una “banda musicale di pensionati”...

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Taiwan - La presidente arriva negli USA. Dura reazione della Cina

La presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, è sbarcata mercoledì a New York, dove è rimasta anche tutta la giornata successiva. La sosta negli Stati Uniti è solo uno scalo in una missione di dieci giorni che ha al centro la visita al Guatemala e al Belize.

Dopo che l’Honduras ha deciso di rompere i legami con Taipei in favore di Pechino, l’esponente politica dell’isola ha deciso di rinforzare i legami con due degli ormai soli 13 paesi a riconoscerne la sovranità (tra cui il Vaticano). Ma è evidente che al centro dell’attenzione internazionale vi è il legame con Washington.

Il portavoce del Consiglio di sicurezza USA ci ha tenuto a sottolineare che quella di Tsai è una visita ufficiosa e di carattere privato, la settima peraltro dal suo insediamento nel 2016. Allo stesso tempo non è sfuggito a uno sguardo attento che tale viaggio è il primo da tre anni a questa parte: la causa è di certo il Covid, ma avviene oggi in una fase di grande tensione.

Zhu Fenglian, portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo cinese, ha affermato che si tratta di “un’altra provocazione in violazione del principio della «Unica Cina», minando la sovranità e l’integrità territoriale della Cina, e la pace e la stabilità”. Preoccupazione alimentata dalla volontà della Casa Bianca di rafforzare il partenariato, anche militare, con Taipei.

Ciò che però più critica Pechino è la possibilità di un incontro con il presidente della Camera statunitense, Kevin McKarthy. Il faccia a faccia oltreoceano farebbe da surrogato della visita dello stesso McKarthy sull’isola, pur mantenendo questa ipotesi. Ad ogni modo, il governo cinese ha fatto sapere che nel caso verranno adottate “risolute contromisure”.

Probabilmente Tsai Ing-wen un po’ ci spera. Nella sua missione diplomatica ci sono infatti evidenti motivi elettorali, essendo le presidenziali a meno di un anno di distanza. Prima della scorsa tornata, le scintille con la Cina avevano permesso al suo partito di conquistare il paese, mentre ora la sua presa si è indebolita nei confronti del Kuomintang.

Contemporaneamente si sta inoltre svolgendo un altro evento storico. Il predecessore dell’attuale presidente, Ma Ying-jeou, appartenente proprio al Kuomintang, si trova nel pieno della prima visita in Cina di chi ha rivestito un tale ruolo a Taipei. Nonostante sia ormai in pensione e si tratti di un viaggio informale, lontano dai centri del potere, è di certo un segnale importante.

Tornando all’incontro con McKarthy, esso potrebbe avvenire anche sulla via del ritorno, a Los Angeles. Intanto, giovedì la politica taiwanese ha ricevuto il Global Leadership Award, un premio dell’Hudson Institute, già consegnato dal think tank conservatore a personaggi come Kissinger, Reagan e l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe.

Ma ancora più interessante è stata sicuramente la cena della sera precedente, insieme a oltre 700 connazionali espatriati. Nel suo discorso, la presidente ha ribadito che il Giappone così come molti paesi europei vogliono lavorare con Taiwan sulla ristrutturazione delle catene di approvvigionamento globali. È chiaro che si parla delle sfide future della filiera dei microchip.

Oggi Tsai Ing-wen lascerà il suo albergo, sotto il quale ci sono state anche proteste con manifestanti sventolanti la bandiera della Cina comunista, verso l’America Centrale. Alcuni funzionari statunitensi hanno fatto sapere che a conclusione del viaggio del capo di stato della piccola isola potrebbe aver luogo una telefonata tra Biden e Xi Jinping.

Che ciò servirà a stemperare la tensione nel Pacifico è difficile, considerato che anche Ursula Von Der Leyen, in vista dell’incontro che avrà tra qualche giorno col segretario comunista, ha criticato l’atteggiamento di Pechino sul dossier Taiwan.

Sembra invece che quel settore sarà sempre più una «cintura di fuoco», non più solo per la sua attività sismica e vulcanica, ma anche a causa della centralità nella competizione internazionale.

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Il Messico indica il proprio percorso verso la sovranità energetica

Cinquecentomila persone si sono mobilitate nella grande piazza dello Zocalo a Città del Messico lo scorso 18 marzo per celebrare gli 85 anni dall’esproprio del petrolio da parte dell’ex presidente messicano Lázaro Cárdenas.

La mobilitazione è stata indetta dal presidente Andrés Manuel López Obrador, noto anche come AMLO, che ha collegato la mossa di Cárdenas di 85 anni fa agli attuali sforzi della sua amministrazione per costruire l’indipendenza energetica del paese.

Il decreto di esproprio del petrolio emanato da Cárdenas nel 1938 ordinò l’esproprio dei giacimenti petroliferi, dei macchinari, delle installazioni, degli edifici, delle raffinerie, delle stazioni di distribuzione, degli oleodotti e di altri beni materiali di 17 compagnie straniere e delle loro filiali che avevano il controllo dell’industria petrolifera. In questo modo le risorse petrolifere e l’industria messicana sarebbero andate a beneficio della popolazione e avrebbero rafforzato l’economia nazionale.

La mobilitazione del 18 marzo segna anche un mese da quando AMLO ha decretato la nazionalizzazione del litio del paese, approvata nell’aprile 2022 dal Congresso messicano. Il litio è classificato come “minerale critico” ed è utilizzato per la produzione di batterie elettriche ricaricabili impiegate in una serie di dispositivi elettronici come auto elettriche, computer e telefoni cellulari.

Rivolgendosi alla folla il 18 marzo, AMLO ha respinto con forza le minacce rivolte al Paese dai politici statunitensi. Ha detto: “Ricordiamo a questi politici ipocriti e irresponsabili che il Messico è un Paese indipendente e libero, non una colonia o un protettorato degli Stati Uniti. Possono minacciarci di commettere qualsiasi oltraggio, ma non permetteremo mai e poi mai che violino la nostra sovranità e calpestino la dignità della nostra patria”.

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Uranio Impoverito. “Il metallo del disonore”

Si torna a parlare delle armi all’uranio impoverito. Il “merito” è del governo britannico, e del compito che si è auto-assegnato di “avanguardia della guerra contro la Russia, a tutti i costi, con tutti i mezzi, in ogni luogo”.

L’escalation bellicista con cui il Regno Unito di Johnson, Truss, Sunak ha cercato e cerca disperatamente di riconquistare qualche centimetro dell’enorme spazio di mercato perduto negli ultimi 100 anni, ha portato infatti i suoi governanti-avventurieri a strombazzare ai quattro venti il seguente annuncio democratico-umanitario: forniremo all’Ucraina proiettili all’uranio impoverito.

Salvo poi – una volta incassata a stretto giro la risposta russa: “è un ulteriore passo verso l’apocalisse nucleare” – affidare al ministro degli esteri Cleverley il compito di minimizzare “sono munizioni puramente convenzionali”. Il che è manifestamente falso.

A meno che per convenzionali non si voglia intendere in uso da decenni da parte degli umanisti della Nato, il che è invece vero.

Alcuni anni fa i redattori di questo blog (non i più giovani, ma quelli “diversamente giovani”) hanno curato la traduzione italiana della prima e più importante denuncia dell’uso massiccio dell’uranio impoverito contro la popolazione irachena nella prima guerra all’Iraq (almeno 400 tonnellate) proveniente dagli Stati Uniti, opera dell’International Action Center.

A suo tempo (il tempo della guerra alla “piccola Jugoslavia”) il libro uscì a cura del Centro di Documentazione sul Movimento Operaio “Wilhelm Wolff” di Marghera, e le due edizioni andarono presto esaurite. Tuttavia, chi sia interessato/a a riceverne una fotocopia, può scrivere a com.internazionalista@gmail.com (il costo è di 15 euro).

Introduzione a “Il metallo del disonore: l’uranio impoverito”

Questo è un libro importante, da conoscere e far conoscere.

Esso contiene la denuncia documentata, scientifica, militante della guerra condotta con armi all’uranio impoverito: il nuovo tipo di guerra totale che il Pentagono, la Nato, l’Occidente tutto hanno inaugurato 30 anni fa, sperimentandola sulle carni del popolo iracheno, ed hanno poi gloriosamente replicato in Bosnia, in Kosovo ed in Serbia contro i popoli jugoslavi.

Parliamo di guerra totale perché le armi all’uranio impoverito (dai missili ai proiettili d'artiglieria d’ogni calibro), oltre a seminare la morte immediata con più efficacia delle armi convenzionali tradizionali, hanno anche il “pregio” di seminare, tra le popolazioni prese a bersaglio, la morte lenta, differita nel tempo.

Tumori di ogni genere (ai polmoni, al cervello, alla pelle, ai bronchi, alla vescica, allo stomaco, al seno), leucemia, abbattimento permanente di tutte le difese immunitarie (un effetto simile a quello che provoca l’Aids): ecco che cosa sono in grado di produrre le armi all’uranio impoverito, capaci contemporaneamente di devastare l’esistenza delle future generazioni con l’enorme aumento di terribili alterazioni congenite nei nuovi nati, ed un altrettanto micidiale caduta della fertilità e della funzionalità sessuale.

E non è finita. Infatti, i bombardamenti all’uranio impoverito hanno un altro gravissimo effetto letale: contaminare per milioni e milioni di anni (arrestatevi per un istante a riflettere su questo ‘particolare’ tempo) la terra, l’acqua, l’intero ambiente naturale dell’uomo. Si tratta, insomma, della perfetta fusione tra la guerra nucleare, chimica e biologica, alla faccia dell’infinità di convenzioni e risoluzioni internazionali che “mettono al bando” le armi di distruzione di massa.

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Delega fiscale: Meloni fa pagare solo i lavoratori (seconda parte)

Veniamo quindi alla seconda parte della delega, dedicata alle imprese. Qui il piatto forte è il “progressivo superamento/abolizione dell’IRAP (imposta che, lo ricordiamo, è finalizzata in particolare al finanziamento del sistema sanitario), ma soprattutto la riduzione dell’IRES, cioè la principale imposta sulle società.

Attualmente i profitti delle società sono tassati al 24%, anche in questo caso con una ininterrotta tendenza al ribasso nel corso degli anni (per fare un esempio, la tassazione era al 37% nel 2000). Anche se i numeri precisi della nuova IRES ancora non ci sono, il Governo parla pubblicamente del 15% (quindi un mega-taglio di ben 9 punti percentuali, un vero regalo alle imprese), con un meccanismo che dovrebbe istituire un “periodo di osservazione” di due anni durante il quale i risparmi fiscali dovrebbero essere reinvestiti all’interno dell’impresa e non essere distribuiti sotto forma di utili per mantenere il beneficio dell’imposizione ridotta. Una formula del tutto oscura (ad esempio per quanto concerne le modalità di reinvestimento, che potrebbero riguardare tanto le nuove assunzioni quanto nuovi investimenti in macchinari) con un periodo di osservazione comunque troppo breve per assicurare la salvaguardia dei livelli occupazionali, e che in teoria dovrebbe sostituire la miriade di agevolazioni fiscali alle imprese che già oggi fanno sì che il livello effettivo di tassazione sia ben al di sotto di quello nominale del 24%.

E qui veniamo alle motivazioni addotte dal Governo per questo regalo alle imprese, forse anche più preoccupanti del provvedimento in sé. Nel 2024 infatti entrerà in vigore anche in Italia la Global Minimum Tax, cioè un’imposta sui profitti delle multinazionali più grandi che, a prescindere da dove spostano i profitti grazie alla mobilità internazionale dei capitali, dovranno pagare un’imposta effettiva (appunto non nominale, ma rapportata agli utili effettivamente conseguiti) almeno del 15%. Avremo modo di tornare in futuro su questa imposta, e soprattutto sui suoi evidenti limiti. Per il momento, però, evidenziamo quale sia la logica perversa dietro questa scelta. In sostanza, il Governo argomenta così: “ma se facciamo pagare il 15% alle multinazionali, perché le nostre imprese dovrebbero pagare di più?”. Ciò che si innesca, quindi, è una continua corsa verso il basso quindi, con buona pace di una misura (appunto la Global Minimum Tax) venduta come una rete di protezione verso la concorrenza fiscale, e che invece contribuisce a spostare sempre più in basso l’asticella del livello impositivo sulle imprese.

Si tratta di un ragionamento nel quale si confrontano due diverse esigenze di questo Governo: da una parte la tensione ad abbassare il più possibile le tasse per le imprese, dall’altra la necessità di garantire la tenuta delle finanze pubbliche, in ossequio alle norme europee. La seconda di queste forze è un’esigenza del sistema, e spiega perché si stia provando a far pagare qualcosa alle multinazionali senza far saltare, al contempo, quel minimo di tassazione sulle imprese “nazionali”. In sostanza, il governo Meloni sta provando a mediare tra le esigenze di padroni internazionali e padroni nazionali, chiedendo un minuscolo sforzo ai primi, ma solo per favorire i secondi in termini di minori tasse.

Del resto, sulla riduzione delle aliquote di imposta sui profitti delle società siamo in buona (anzi cattiva) compagnia con quasi tutti gli altri paesi, come mostrato anche in un recente studio del Fondo Monetario Internazionale e riassunto nel grafico sottostante, che evidenzia come le imposte sui redditi delle società (CIT, Corporate Income Tax) si siano ridotte considerevolmente quasi ovunque.

Infine, la delega si occupa della parte dei “procedimenti” di entrata, che comprendono le fasi della dichiarazione, l’accertamento, il contenzioso e la riscossione. Se la riforma dei tributi mostra una connotazione chiaramente classista, questa sezione mostra una faccia, si potrebbe dire, “banalmente cattiva”. Al grido di “semplificare i procedimenti” e “garantire i diritti dei contribuenti”, infatti, i vari procedimenti (in primis quello di accertamento) vengono in realtà complicati e disseminati di mille micro-oneri procedimentali, in modo da rendere praticamente sempre più difficile il lavoro dell’Agenzia delle Entrate (peraltro una delle pubbliche amministrazioni più depotenziate di personale nel corso di questi anni) e al tempo stesso offrire vie di fuga che di fatto però (attenzione!) saranno accessibili non a tutti, ma solamente a chi può permettersi di pagare onorari importanti a commercialisti ed avvocati. Un Governo quindi forte con i deboli, ma ben attento a fornire sponde a chi decide di risolvere la questione fiscale “in proprio” semplicemente evadendo le imposte. E qui il cerchio si chiude in quanto, come riportato anche nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva per l’anno 2022, il lavoro dipendente è l’unica forma di reddito che paga per intero le imposte dovute. Ed è anche la forma di reddito su cui si sentono di più le conseguenze dell’autonomia finanziaria delle regioni. È notizia degli ultimi giorni che la Regione Lazio ha aumentato l’addizionale regionale IRPEF al 3,3% per tutti gli scaglioni di reddito tranne il più basso. Per fare un esempio, ciò vuol dire che per i redditi compresi tra 15.000 e 28.000 euro si passa dal 2,73 al 3,3 per cento.

Per chiudere, non serve aspettare la mitica flat tax per tutti (potrebbe pure non arrivare mai nei fatti) per affermare che la delega fiscale non è solo iniqua, avvantaggiando i redditi più elevati, ma anche classista, rappresentando un attacco scientifico al lavoro dipendente. Peraltro, non si può neanche dire che sia innovativa, in quanto come abbiamo visto la progressività fiscale e la tassazione degli utili societari sono sotto attacco da decenni; in questo senso è notevole (anche in questo campo) la continuità fra questa proposta di riforma del fisco e quella già avanzata a suo tempo dal Governo Draghi (comica a questo riguardo la reazione del partito di Calenda, che cavallerescamente ha assicurato che non avrebbe chiesto i “diritti d’autore”).

Tirando le somme, può essere utile sottolineare due caratteristiche di questa legge delega che rendono evidenti le sue connotazioni ideologiche. La prima è l’idea che la riforma del fisco serva innanzi tutto a sostenere la crescita dell’economia (una convinzione tipica di chi, nonostante le numerose evidenze empiriche, attribuisce importanza sproporzionata al lato dell’offerta). La seconda è che la delega, a dire del Governo, non dovrà comportare alcun aggravio al bilancio dello Stato: ancora una volta quindi il Governo Meloni ribadisce la propria adesione ai precetti (europei e non) dell’austerità, preparandoci a un futuro di ulteriori tagli, in particolare alla spesa sociale dello Stato.

Trattandosi di una legge delega, la battaglia sarà lunga e sarà necessario mantenere le coordinate per trovare i modi e le proposte migliori per contrastarla.

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USA - Prove di reindustrializzazione con TSMC

Chris Miller, l’accademico autore di “Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology” (Simon & Schuster, 2022), ha definito Morris Chang uno degli imprenditori più influenti degli ultimi cento anni. Nato nel 1931 a Ningbo (sulla costa orientale della Cina), nel 1949 – l’anno in cui a Taiwan i nazionalisti del Kuomintang proclamano la “Repubblica di Cina” – Chang si trasferisce negli Stati Uniti, dove si laurea, in ingegneria meccanica, al Massachusetts Institute of Technology.

Nel 1958 inizia a lavorare alla Texas Instruments (dove rimarrà per 25 anni), nel 1964 consegue un dottorato in ingegneria elettronica presso la Stanford University. Nella seconda metà degli anni Ottanta, il premier Sun Yun-suan lo chiama a Taiwan, affidandogli la direzione dello Industrial Technology Research Institute.

Nel 1987 Morris Chang fonda la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), diventata una delle compagnie più importanti del mondo, avendo concentrato nei suoi stabilimenti sull’Isola la produzione del 90% dei microchip più avanzati, i “cervelli” della manifattura e della difesa moderne. Un monopolio che per lungo tempo ha garantito continui avanzamenti tecnologici e prezzi bassi, fattosi improvvisamente insostenibile, per il timore di una nuova crisi dello Stretto (dopo quelle del 1954-55, 1958 e 1996) o, addirittura, di una guerra che coinvolga Taiwan.

Nel mutato contesto internazionale caratterizzato dalla competizione con la Cina, gli Stati Uniti hanno dunque persuaso TSMC a iniziare a investire massicciamente al di fuori dell’Isola, su lidi giudicati più sicuri, dagli stessi States, al Giappone, alla Germania.

A Phoenix, in Arizona, TSMC ha ultimato “Fab 21”, l’impianto nel quale, dal 2024, sfornerà chip con tecnologia a 4 nanometri, e sta costruendo un’altra fabbrica nella quale, dal 2026, partirà la produzione di chip a 3 nanometri (attualmente i più avanzati in commercio). La spesa complessiva della multinazionale taiwanese sarà di 40 miliardi di dollari, il maggiore investimento estero diretto mai realizzato negli Stati Uniti.

Quando entreranno in funzione entrambi i nuovi stabilimenti, TSMC impiegherà negli Usa 10 mila lavoratori specializzati del settore hi-tech.

Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, ha annunciato che la sua azienda sarà il maggior cliente della “Fab 21”, di «questi chip che possono essere orgogliosamente punzonati ‘made in America’», che finiranno negli iPhone e nei Mac. A partire dal 2026, le due fab taiwanesi in Arizona produrranno più di 600.000 microchip avanzati ogni anno, che dovrebbero soddisfare l’intera domanda statunitense.

A trarre vantaggio dalla loro vicinanza sarà anche il complesso militare-industriale Usa. Il deputato democratico Greg Stanton ha sottolineato che “Fab 21” assicurerà che componenti impiegati nel sistema militare statunitense non siano creati da una potenza straniera.

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