Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/05/2023
Il 1° Maggio torna nelle piazze
In diverse città italiane la giornata del 1 Maggio è tornata a caratterizzarsi come giorno di festa e di lotta di lavoratori e lavoratrici. Nel tempo questa era diventata una caratteristica dimenticata e stravolta sotto molti punti di vista.
I sindacati collaborazionisti avevano depotenziato la data attraverso l’evento del concertone in Piazza San Giovanni sempre più potabile nei contenuti. L’unica novità degli ultimi anni è stato il concertone alternativo a Taranto nato e cresciuto con presupposti diversi.
Per moltissime lavoratrici e lavoratori il 1 Maggio è diventato da anni una giornata lavorativa come altre, spesso solo nelle grandi aziende pagata come festivo.
Per la sinistra alternativa e i sindacati di base c’era stato l’adagiamento sulla situazione. C’era chi si accodava alle manifestazioni sindacali concertative e chi rinunciava a costruire momenti di mobilitazione alternativi.
Quest’anno è stato compiuto un importante primo passo, sicuramente nella Capitale dove è stato rotto il monopolio del concertone ma anche nelle altre città dove cortei o spezzoni alternativi hanno attraversato i quartieri. A Trieste, piuttosto clamorosamente, la Questura ha preteso fino all’ultimo che l’Usb e lo spezzone antagonista facessero a meno dell’amplificazione “per non disturbare” il corteo ufficiale. Un tentativo fin troppo goffo respinto al mittente e ben amplificato in piazza. A Roma, durante il corteo, uova e qualche petardo sono partiti in direzione del Ministero della Funzione Pubblica. A Torino sono state bruciate le bandiere di Nato, Usa ed Unione Europea.
Una spinta a riprendersi le piazze il 1 Maggio è venuta indubbiamente dalla inaccettabile presa per il culo del governo contro i lavoratori. Un decreto sul lavoro in cui i numeri fanno a cazzotti con la matematica e la verità sull’entità della riduzione delle tasse sul lavoro (che insieme alle pensioni paga l’88% dell’Irpef). Potevano discuterlo anche il 29 aprile o il 6 maggio, il problema non era certo la data della riunione del Consiglio dei Ministri ma la natura antioperaia e i contenuti del decreto in discussione.
Bentornato 1 Maggio di lotta dunque, una lunga marcia comincia sempre con piccoli passi.
Fonte e foto
I sindacati collaborazionisti avevano depotenziato la data attraverso l’evento del concertone in Piazza San Giovanni sempre più potabile nei contenuti. L’unica novità degli ultimi anni è stato il concertone alternativo a Taranto nato e cresciuto con presupposti diversi.
Per moltissime lavoratrici e lavoratori il 1 Maggio è diventato da anni una giornata lavorativa come altre, spesso solo nelle grandi aziende pagata come festivo.
Per la sinistra alternativa e i sindacati di base c’era stato l’adagiamento sulla situazione. C’era chi si accodava alle manifestazioni sindacali concertative e chi rinunciava a costruire momenti di mobilitazione alternativi.
Quest’anno è stato compiuto un importante primo passo, sicuramente nella Capitale dove è stato rotto il monopolio del concertone ma anche nelle altre città dove cortei o spezzoni alternativi hanno attraversato i quartieri. A Trieste, piuttosto clamorosamente, la Questura ha preteso fino all’ultimo che l’Usb e lo spezzone antagonista facessero a meno dell’amplificazione “per non disturbare” il corteo ufficiale. Un tentativo fin troppo goffo respinto al mittente e ben amplificato in piazza. A Roma, durante il corteo, uova e qualche petardo sono partiti in direzione del Ministero della Funzione Pubblica. A Torino sono state bruciate le bandiere di Nato, Usa ed Unione Europea.
Una spinta a riprendersi le piazze il 1 Maggio è venuta indubbiamente dalla inaccettabile presa per il culo del governo contro i lavoratori. Un decreto sul lavoro in cui i numeri fanno a cazzotti con la matematica e la verità sull’entità della riduzione delle tasse sul lavoro (che insieme alle pensioni paga l’88% dell’Irpef). Potevano discuterlo anche il 29 aprile o il 6 maggio, il problema non era certo la data della riunione del Consiglio dei Ministri ma la natura antioperaia e i contenuti del decreto in discussione.
Bentornato 1 Maggio di lotta dunque, una lunga marcia comincia sempre con piccoli passi.
Fonte e foto
Un Esecutivo nemico del lavoro. Il fine ultimo è il precariato
Dilettantismo a parte, per Emiliano Brancaccio, docente di Politica economica all’Università del Sannio, le iniziative del governo “sono preoccupanti”.
*****
La maggioranza è stata battuta alla Camera sullo scostamento di bilancio con cui il Def dirotta risorse al taglio del cuneo fiscale. Emiliano Brancaccio, professore di Politica economica presso l’Università degli studi del Sannio, che ne pensa?
“Al di là del dilettantismo che talvolta sembra contraddistinguere l’andazzo di questa maggioranza, il problema è il contenuto politico delle sue iniziative. Dall’indirizzo di politica economica di questo governo emerge un chiaro attacco al lavoro. Troveranno i voti per portarlo avanti”.
Nel merito ritiene che questo taglio del cuneo fiscale di 3-4 miliardi sia sufficiente?
“Una misura modesta, e non è affatto detto che il taglio finisca nelle buste paga dei lavoratori. La vera cifra del governo sta nel fatto che vuole abolire la legge Dignità, in modo da rendere ancora più precario e più debole il mondo del lavoro. Il risultato complessivo di questa politica è una ulteriore compressione dei salari, non certo un loro aumento”.
Il governo intende convocare i sindacati 24 ore prima del varo di un provvedimento con misure ad hoc sul lavoro.
“È una storia vecchia: da anni il sindacato non tocca palla quando si tratta di decidere l’indirizzo di politica economica. Draghi era più diplomatico, Meloni è più sfacciata. Ma il risultato non cambia, la vecchia concertazione è finita da un pezzo”.
Nel mirino del governo c’è il Reddito di cittadinanza.
“Il Reddito di cittadinanza rappresentava un tentativo di allineamento delle politiche sociali italiane alle medie europee. La sua eliminazione non stimolerà affatto l’occupazione, aggraverà solo le condizioni di povertà”.
Il ministro Giancarlo Giorgetti propone un innalzamento del limite dei fringe benefit per i lavoratori dipendenti con figli. Si vince così il gelo demografico?
“Il cosiddetto inverno demografico è una questione troppo complessa per affidarla alle piccole trovate di Giorgetti. La denatalità è un grande fenomeno di portata storica, che non riguarda solo l’Italia. Le determinanti sono molte e sono di lungo periodo, non ultimo il fatto che in molti paesi avanzati l’età media delle donne si è innalzata e di conseguenza c’è stata una riduzione del grado di fertilità. Per affrontare questo tema servirebbe in primo luogo uscire dalla retorica propagandistica del governo. Iniziando ad ammettere, per esempio, che nelle società moderne può tranquillamente accadere che la tendenza alla denatalità sia in parte compensata dall’immigrazione”.
Questa maggioranza, però, è contraria all’immigrazione.
“Mettiamoci dal punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori nativi. I dati indicano che flussi di immigrati in realtà non incidono in modo significativo sull’occupazione o sui salari dei nativi. Piuttosto, sono i grandi flussi e deflussi di capitale che incidono sulle condizioni del lavoro, costringendo i singoli paesi a creare condizioni favorevoli solo ai profitti. Se l’obiettivo fosse davvero quello di proteggere le condizioni di lavoro dei nativi, bisognerebbe insistere non sul blocco dell’immigrazione ma sul blocco dei movimenti di capitale”.
C’è oggi un’emergenza salariale?
“Negli anni ‘70 l’inflazione era significativa ma era accompagnata da incrementi salariali altrettanto significativi. Oggi no. I salari recuperano solo in minima parte l’incremento dell’inflazione. Il risultato è che l’aumento dei prezzi attuale va tutto a vantaggio dei profitti e determina un ulteriore spostamento nella distribuzione del reddito dal lavoro al capitale”.
Il salario minimo può essere uno strumento efficace per superare tale emergenza?
“Sì a patto che aiuti a rafforzare la contrattazione sindacale e non a sostituirla. Come di aiuto sarebbe una politica che è esattamente opposta a quella avanzata dal governo. Vale a dire di superamento della politica di precarizzazione del lavoro piuttosto che di un’ulteriore precarizzazione dei contratti che alimenta il fenomeno della depressione salariale”.
Che ne pensa della riforma del Patto di stabilità presentata da Bruxelles?
“È troppo restrittiva. Ma i problemi principali vengono dalla politica monetaria della Bce. Quale che sia la forma che prenderà il nuovo Patto, rischieremo comunque una situazione di insostenibilità dei debiti causata dal fatto che la politica monetaria è tornata a essere restrittiva. Ciò che bisogna capire è che il debito diventa sostenibile solo quando i tassi di interesse sono bassi rispetto alla crescita del Pil. Se i tassi d’interesse diventano alti il debito esplode, anche se facciamo austerity. La prova al contrario ce la danno proprio gli ultimi anni. A causa della pandemia e della guerra tutti i paesi hanno fatto registrare deficit pubblici molto alti, eppure il rapporto tra debito pubblico e Pil non è aumentato ma addirittura si è ridotto! Il motivo è che le banche centrali tenevano i tassi d’interesse estremamente bassi. Ora che le banche centrali innalzano i tassi, c’è il rischio che l’Italia e gli altri paesi fragili della zona euro cadano di nuovo in crisi profonda. Col rischio di vedere di nuovo fibrillare lo spread. Al di là della discussione sul Patto, la verità è che bisognerebbe creare consenso in Europa per evitare che la banca centrale continui ad alzare i tassi di interesse”.
Il governo insiste con l’invio di armi in Ucraina. Sul Financial Times, lei con numerosi esponenti della comunità accademica mondiale, avete proposto una linea diversa, pubblicando un appello sulle ‘condizioni economiche per la pace’.
“Con quell’appello vogliamo segnalare che la politica che viene portata avanti dagli oltranzisti della guerra è viziata dal fatto che non dispone di una strategia credibile per aprire una via di pace. La nostra tesi è che per allentare le tensioni internazionali è necessario capire le basi economiche dei conflitti in corso. In particolare, bisogna comprendere che i venti di guerra di questo tempo, dall’Ucraina a Taiwan, sono alimentati dalla svolta protezionista aggressiva e unilaterale che gli Usa hanno imposto nel corso di questi anni, e alla quale l’Ue si è accodata, contro la Cina e i paesi non allineati, Russia inclusa. Se l’Occidente non mette in discussione questa linea di protezionismo aggressivo, sarà difficile creare condizioni favorevoli per l’avvio di un concreto processo di pacificazione mondiale”.
Fonte
Schlein, l’errore seriale dell’intervista a Vogue
Pensavo, e penso ancora oggi, che il protagonismo di Elly Schlein nella politica istituzionale sia un fatto comunque positivo. Nel senso che l’effetto Schlein comunque impone, ad alleati come ad avversari, un salto di qualità nelle politiche della comunicazione come nella sostanza del politico. Questo salto di qualità si impone anche nell’analisi degli errori della Schlein e del suo staff come nel caso, chiaro, dell’intervista a Vogue. In questo caso possiamo parlare di errore seriale, errore che ne contiene diversi, quindi, a maggior ragione, vale la pena parlarne.
Intendiamoci, se Vogue intervistasse Lula o Mélenchon non si potrebbe parlare, salvo dichiarazioni estemporanee, di danno di immagine agli intervistati perché entrambi hanno un profilo identitario ben strutturato, una riconoscibilità che permette loro di parlare ovunque. Se lo fa Elly Schlein invece accade proprio questo: non avendo, o non avendo ancora, un profilo strutturato e una riconoscibilità diffusa la segretaria del PD finisce per essere risucchiata dalla forza comunicativa del brand della testata che la intervista.
E qui l’errore si fa seriale: non essendo una intervista di Schlein su Vogue ma soprattutto una intervista di Vogue a Schlein, nella quale il peso dell’immagine della testata prevale nettamente su quello del personaggio prescelto, ogni dettaglio del colloquio pubblicato finisce per essere un contenuto indirizzato dalla rivista piuttosto che espressione della coerenza dei contenuti dell’intervistata. Di qui le polemiche su ogni dettaglio si sprecano e ogni specifica polemica da la sensazione dell’errore di comunicazione.
Ancora peggiore, nella battaglia continua per la conquista dell’opinione pubblica, il fatto che l’intervista a una testata come Vogue confermi su Schlein i peggiori pregiudizi che circolano sulla “sinistra”: area politica guidata da snob e figli gender fluid di famiglie bene, gente che usa il “popolo” per i propri scopi e che può permettersi la personal shopper e dedicarsi a gusti elitari e sofisticati (l’emergere sui social dell’intervista alla personal shopper sarà servita alla carriera di questa persona ma qui è una grossa autorete comunicativa).
Una parte dell’elettorato di sinistra, e una parte di quello potenziale, va ai Discount e l’unico shopper che conosce è la busta di plastica di pochi centesimi nel quale mettere la spesa. Se la Schlein voleva fare il botto, visto che ha potenziale di immagine, doveva prima finire al Discount per una rivista che costa poco ed è molto popolare. Di lì, una volta strutturato il personaggio tra le masse con presenze innovative e intense, la scalata a Vogue avrebbe avuto un senso, anche di forza, dal punto di vista comunicativo.
È evidente che l’intervista a Vogue, visto il potere globale della testata, internazionalizza un personaggio che è segretario di un partito italiano ma comunque è cittadino di tre paesi. Una operazione di rafforzamento dell’immagine globale della Schlein che è un indebolimento di quella nazionale, quella grazie alla quale si prendono i voti.
Qui si può cogliere l’errore di impostazione della Schlein per la quale i ritorni di immagine avvengono sul piano dei “valori” (diritti LGBT, 25 aprile, migranti) ma non sul piano della società e dei suoi luoghi da presidiare (luoghi di lavoro tradizionali e non, centri fitness, associazionismo, monumenti, non luoghi...). Il piano della politica dell’immagine sui valori, che poi formano i contenuti della vita istituzionale, ha poco senso se non radicato nella rappresentazione dei luoghi del tipo di società nella quale si richiede consenso. E, infatti, l’intervista a Vogue appare pienamente distaccata dalla società reale.
Dal punto di vista dei sondaggi, nonostante Repubblica usi parte dei sondaggi usciti per accorciare il divario nelle intenzioni di voto tra Schlein e Meloni, il PD è ancora lontano dall’invertire la tendenza elettorale per sé stesso e per il centrosinistra (o campo largo o cosa potrebbe essere). Il PD nelle intenzioni di voto ha risucchiato consenso ai potenziali alleati ma il centrodestra viaggia sempre attorno al 45 per cento (per la legge elettorale presente significa vittoria sicura). Per invertire la tendenza Schlein dovrà parlare meno di valori, tema che ha esaurito il potenziale di attrazione, e più della società. Non sarà facile visto che, al momento, l’impostazione della Schlein è tutta su valori, diritti civili e buone pratiche e sulla convinzione che le campagne sul clima attraggano milioni di voti.
Certo, si dovrebbe anche parlare di sostanza politica, di visione della società e non solo di strategie di marketing. Qui l’impressione è che fino a quando il PD, avvolgendo il tutto con parole arcobaleno, appoggerà le posizioni da guerra permanente in Ucraina sarà difficile vedere qualcosa di innovativo in politica interna e nella visione della società. Ma questo è un altro piano come lo è quello dell’intreccio tra il marketing della politica e la sostanza del politico.
Fonte
Intendiamoci, se Vogue intervistasse Lula o Mélenchon non si potrebbe parlare, salvo dichiarazioni estemporanee, di danno di immagine agli intervistati perché entrambi hanno un profilo identitario ben strutturato, una riconoscibilità che permette loro di parlare ovunque. Se lo fa Elly Schlein invece accade proprio questo: non avendo, o non avendo ancora, un profilo strutturato e una riconoscibilità diffusa la segretaria del PD finisce per essere risucchiata dalla forza comunicativa del brand della testata che la intervista.
E qui l’errore si fa seriale: non essendo una intervista di Schlein su Vogue ma soprattutto una intervista di Vogue a Schlein, nella quale il peso dell’immagine della testata prevale nettamente su quello del personaggio prescelto, ogni dettaglio del colloquio pubblicato finisce per essere un contenuto indirizzato dalla rivista piuttosto che espressione della coerenza dei contenuti dell’intervistata. Di qui le polemiche su ogni dettaglio si sprecano e ogni specifica polemica da la sensazione dell’errore di comunicazione.
Ancora peggiore, nella battaglia continua per la conquista dell’opinione pubblica, il fatto che l’intervista a una testata come Vogue confermi su Schlein i peggiori pregiudizi che circolano sulla “sinistra”: area politica guidata da snob e figli gender fluid di famiglie bene, gente che usa il “popolo” per i propri scopi e che può permettersi la personal shopper e dedicarsi a gusti elitari e sofisticati (l’emergere sui social dell’intervista alla personal shopper sarà servita alla carriera di questa persona ma qui è una grossa autorete comunicativa).
Una parte dell’elettorato di sinistra, e una parte di quello potenziale, va ai Discount e l’unico shopper che conosce è la busta di plastica di pochi centesimi nel quale mettere la spesa. Se la Schlein voleva fare il botto, visto che ha potenziale di immagine, doveva prima finire al Discount per una rivista che costa poco ed è molto popolare. Di lì, una volta strutturato il personaggio tra le masse con presenze innovative e intense, la scalata a Vogue avrebbe avuto un senso, anche di forza, dal punto di vista comunicativo.
È evidente che l’intervista a Vogue, visto il potere globale della testata, internazionalizza un personaggio che è segretario di un partito italiano ma comunque è cittadino di tre paesi. Una operazione di rafforzamento dell’immagine globale della Schlein che è un indebolimento di quella nazionale, quella grazie alla quale si prendono i voti.
Qui si può cogliere l’errore di impostazione della Schlein per la quale i ritorni di immagine avvengono sul piano dei “valori” (diritti LGBT, 25 aprile, migranti) ma non sul piano della società e dei suoi luoghi da presidiare (luoghi di lavoro tradizionali e non, centri fitness, associazionismo, monumenti, non luoghi...). Il piano della politica dell’immagine sui valori, che poi formano i contenuti della vita istituzionale, ha poco senso se non radicato nella rappresentazione dei luoghi del tipo di società nella quale si richiede consenso. E, infatti, l’intervista a Vogue appare pienamente distaccata dalla società reale.
Dal punto di vista dei sondaggi, nonostante Repubblica usi parte dei sondaggi usciti per accorciare il divario nelle intenzioni di voto tra Schlein e Meloni, il PD è ancora lontano dall’invertire la tendenza elettorale per sé stesso e per il centrosinistra (o campo largo o cosa potrebbe essere). Il PD nelle intenzioni di voto ha risucchiato consenso ai potenziali alleati ma il centrodestra viaggia sempre attorno al 45 per cento (per la legge elettorale presente significa vittoria sicura). Per invertire la tendenza Schlein dovrà parlare meno di valori, tema che ha esaurito il potenziale di attrazione, e più della società. Non sarà facile visto che, al momento, l’impostazione della Schlein è tutta su valori, diritti civili e buone pratiche e sulla convinzione che le campagne sul clima attraggano milioni di voti.
Certo, si dovrebbe anche parlare di sostanza politica, di visione della società e non solo di strategie di marketing. Qui l’impressione è che fino a quando il PD, avvolgendo il tutto con parole arcobaleno, appoggerà le posizioni da guerra permanente in Ucraina sarà difficile vedere qualcosa di innovativo in politica interna e nella visione della società. Ma questo è un altro piano come lo è quello dell’intreccio tra il marketing della politica e la sostanza del politico.
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Colombia - È scontro sulla riforma sanitaria tra Petro e i moderati
La fine di un ciclo politico sembra essere iniziata in Colombia, dopo che il presidente Gustavo Petro ha riconosciuto la rottura della coalizione con gli altri partiti del Congresso e la formazione di un nuovo gabinetto.
Per quasi tre mesi, la proposta di riforma sanitaria, fiore all’occhiello del governo di Petro, ha causato profondi disaccordi e dichiarazioni contrastanti.
L’elenco degli articoli si è concentrato sul cambiamento della struttura di accesso alla sanità: eliminare la tessera associativa e rendere la salute un diritto universale. La riforma sanitaria è stata una delle bandiere che l’attuale presidente Petro ha innalzato innumerevoli volte durante la campagna elettorale.
La riforma mira a riprendere il controllo delle risorse pubbliche in questo settore. Sottolinea l’importanza di garantire l’assistenza sanitaria di base a tutti i colombiani. La proposta prevede anche un miglioramento delle condizioni per i lavoratori del settore.
Le discussioni sulla proposta di legge hanno messo in guardia da possibili fratture con i tradizionali partiti liberale e conservatore, nonché con il Partito U, di origine uribista.
Martedì scorso, il primo dibattito sulla riforma sanitaria è proseguito nella Commissione VII della Camera dei Deputati. La relazione è stata approvata con 10 voti a favore e 8 contrari, quindi la discussione e il voto sul progetto di legge continuano nel bel mezzo della frattura politica.
Il momento più acceso della seduta si è verificato quando María Eugenia Lopera, rappresentante di Antioquia alla Camera per il Partito Liberale, ha alzato la mano a favore della riforma, senza ascoltare gli avvertimenti del suo leader di partito, César Gaviria, il quale aveva detto che sarebbero state applicate sanzioni a coloro che “si discostano dalle decisioni che vengono considerate nel gruppo parlamentare”.
In diversi tweet, il presidente Petro ha espresso la sua opinione sulla spaccatura all’interno della coalizione parlamentare, che nei primi mesi del suo mandato ha permesso che le proposte legislative più urgenti, come la riforma fiscale e la “pace totale”, venissero approvate dai suoi alleati dei partiti conservatori, liberali e U.
“La coalizione politica concordata come maggioranza è terminata oggi per decisione di alcuni presidenti di partito. Alcuni di loro minacciano la maggioranza del loro stesso gruppo parlamentare”, ha scritto Petro riferendosi a Gaviria.
In un altro tweet Petro aveva affermato che l’ex presidente colombiano (1990-1994), che aveva definito “nostalgico del potere”, era andato contro la sua stessa organizzazione politica.
Il capo del Partito Liberale ha firmato un documento che specifica che i membri di questo raggruppamento politico che hanno votato a favore della riforma sanitaria saranno sanzionati.
Le misure punitive saranno applicate se riceveranno “nomine o altri tipi di benefici o impegni di risorse per destinazioni pubbliche o private, risorse statali il cui scopo è quello di violare le decisioni del Partito Liberale Colombiano”. Allo stesso modo, saranno puniti coloro che promuovono l’inosservanza delle sue decisioni in materia di riforma sanitaria.
Le tensioni tra l’amministrazione di Gustavo Pedro e l’ex presidente Gaviria non sono nuove. Già nel 2022 avevano fatto vacillare il sostegno che questo partito, fondato 174 anni fa, aveva offerto a Petro durante la sua candidatura alla presidenza.
Nel marzo dello scorso anno, quando si è saputo che l’attuale vicepresidente Francia Márquez sarebbe stato la compagna di corsa del leader del Patto storico, sono iniziati gli attriti con l’ex presidente.
Márquez aveva rifiutato qualsiasi accordo con Gaviria perché riteneva che la sua figura rappresentasse “il neoliberismo stesso”.
Gaviria aveva definito “inaccettabili” le dichiarazioni di Márquez e il senatore Roy Barreras e Petro hanno dovuto mediare per non perdere il suo appoggio, che alla fine era stato accordato.
Sulla stessa linea dei Liberali di Gaviria, il Partito Conservatore ha pubblicato un comunicato in cui annuncia di aver deciso di “non appoggiare il progetto di riforma sanitaria presentato dal governo”.
Il testo afferma che “è obbligo di tutti i rappresentanti del partito alla Camera dei Deputati e dei senatori votare contro tutti gli articoli, nel quadro della legge sui gruppi parlamentari”.
Anche il Partido de la U (ex uribisti) ha pubblicato un documento sui media per ricordare ai suoi parlamentari di respingere la proposta di riforma sanitaria del suo ex alleato, il Pacto Histórico.
L’Alianza Verde, un’altra delle organizzazioni politiche che fanno parte della coalizione del Patto Storico, ha avuto qualche battuta d’arresto con il governo ma finora non ha espresso la volontà di rompere con esso.
La leader di questo partito, Angélica Lozano, ha dichiarato in un’intervista a Caracol che in questo raggruppamento “sono convinti della necessità di riforme e di fare aggiustamenti”, ma considerano “fondamentale” poterne discutere al Congresso, “raggiungere il consenso e definire con il voto in caso di divergenze”.
“Non è salutare per la democrazia cercare di avere una discussione tutto o niente prima di votare e rivedere gli articoli”, ha detto. Ha aggiunto che non le piace “lo stile” del presidente perché ritiene “inutili” gli “scossoni” e ha detto che per lei è “un compito da risolvere” scoprire perché si è arrivati a questo punto “senza discutere il testo”.
Fonte
Per quasi tre mesi, la proposta di riforma sanitaria, fiore all’occhiello del governo di Petro, ha causato profondi disaccordi e dichiarazioni contrastanti.
L’elenco degli articoli si è concentrato sul cambiamento della struttura di accesso alla sanità: eliminare la tessera associativa e rendere la salute un diritto universale. La riforma sanitaria è stata una delle bandiere che l’attuale presidente Petro ha innalzato innumerevoli volte durante la campagna elettorale.
La riforma mira a riprendere il controllo delle risorse pubbliche in questo settore. Sottolinea l’importanza di garantire l’assistenza sanitaria di base a tutti i colombiani. La proposta prevede anche un miglioramento delle condizioni per i lavoratori del settore.
Le discussioni sulla proposta di legge hanno messo in guardia da possibili fratture con i tradizionali partiti liberale e conservatore, nonché con il Partito U, di origine uribista.
Martedì scorso, il primo dibattito sulla riforma sanitaria è proseguito nella Commissione VII della Camera dei Deputati. La relazione è stata approvata con 10 voti a favore e 8 contrari, quindi la discussione e il voto sul progetto di legge continuano nel bel mezzo della frattura politica.
Il momento più acceso della seduta si è verificato quando María Eugenia Lopera, rappresentante di Antioquia alla Camera per il Partito Liberale, ha alzato la mano a favore della riforma, senza ascoltare gli avvertimenti del suo leader di partito, César Gaviria, il quale aveva detto che sarebbero state applicate sanzioni a coloro che “si discostano dalle decisioni che vengono considerate nel gruppo parlamentare”.
In diversi tweet, il presidente Petro ha espresso la sua opinione sulla spaccatura all’interno della coalizione parlamentare, che nei primi mesi del suo mandato ha permesso che le proposte legislative più urgenti, come la riforma fiscale e la “pace totale”, venissero approvate dai suoi alleati dei partiti conservatori, liberali e U.
“La coalizione politica concordata come maggioranza è terminata oggi per decisione di alcuni presidenti di partito. Alcuni di loro minacciano la maggioranza del loro stesso gruppo parlamentare”, ha scritto Petro riferendosi a Gaviria.
In un altro tweet Petro aveva affermato che l’ex presidente colombiano (1990-1994), che aveva definito “nostalgico del potere”, era andato contro la sua stessa organizzazione politica.
Il capo del Partito Liberale ha firmato un documento che specifica che i membri di questo raggruppamento politico che hanno votato a favore della riforma sanitaria saranno sanzionati.
Le misure punitive saranno applicate se riceveranno “nomine o altri tipi di benefici o impegni di risorse per destinazioni pubbliche o private, risorse statali il cui scopo è quello di violare le decisioni del Partito Liberale Colombiano”. Allo stesso modo, saranno puniti coloro che promuovono l’inosservanza delle sue decisioni in materia di riforma sanitaria.
Le tensioni tra l’amministrazione di Gustavo Pedro e l’ex presidente Gaviria non sono nuove. Già nel 2022 avevano fatto vacillare il sostegno che questo partito, fondato 174 anni fa, aveva offerto a Petro durante la sua candidatura alla presidenza.
Nel marzo dello scorso anno, quando si è saputo che l’attuale vicepresidente Francia Márquez sarebbe stato la compagna di corsa del leader del Patto storico, sono iniziati gli attriti con l’ex presidente.
Márquez aveva rifiutato qualsiasi accordo con Gaviria perché riteneva che la sua figura rappresentasse “il neoliberismo stesso”.
Gaviria aveva definito “inaccettabili” le dichiarazioni di Márquez e il senatore Roy Barreras e Petro hanno dovuto mediare per non perdere il suo appoggio, che alla fine era stato accordato.
Sulla stessa linea dei Liberali di Gaviria, il Partito Conservatore ha pubblicato un comunicato in cui annuncia di aver deciso di “non appoggiare il progetto di riforma sanitaria presentato dal governo”.
Il testo afferma che “è obbligo di tutti i rappresentanti del partito alla Camera dei Deputati e dei senatori votare contro tutti gli articoli, nel quadro della legge sui gruppi parlamentari”.
Anche il Partido de la U (ex uribisti) ha pubblicato un documento sui media per ricordare ai suoi parlamentari di respingere la proposta di riforma sanitaria del suo ex alleato, il Pacto Histórico.
L’Alianza Verde, un’altra delle organizzazioni politiche che fanno parte della coalizione del Patto Storico, ha avuto qualche battuta d’arresto con il governo ma finora non ha espresso la volontà di rompere con esso.
La leader di questo partito, Angélica Lozano, ha dichiarato in un’intervista a Caracol che in questo raggruppamento “sono convinti della necessità di riforme e di fare aggiustamenti”, ma considerano “fondamentale” poterne discutere al Congresso, “raggiungere il consenso e definire con il voto in caso di divergenze”.
“Non è salutare per la democrazia cercare di avere una discussione tutto o niente prima di votare e rivedere gli articoli”, ha detto. Ha aggiunto che non le piace “lo stile” del presidente perché ritiene “inutili” gli “scossoni” e ha detto che per lei è “un compito da risolvere” scoprire perché si è arrivati a questo punto “senza discutere il testo”.
Fonte
«In Francia, il neoliberalismo diventa violento e autocratico»
Intervista al geografo ed economista David Harvey, uno dei marxisti più influenti della nostra epoca, sullo stato del capitalismo, la sinistra francese e l’importanza del pensiero di Karl Marx
*****
Harvey è una delle figure più importanti del marxismo contemporaneo. Di passaggio a Parigi, ha incontrato, il 12 aprile, su invito dell’Institut La Boétie, Jean-Luc Mélenchon. Grande critico del capitalismo, instancabile portatore del pensiero di Karl Marx, geografo pensatore degli effetti concreti del capitale sullo spazio, questo britannico di 88 anni è da sempre un attento osservatore della realtà economica, sociale e geografica.
A margine di questo incontro e di una serie di altri interventi in Francia, David Harvey ha accettato di rispondere alle domande di Mediapart sullo stato attuale del capitalismo, il suo rapporto con l’ex candidato de La France insoumise (LFI) alle elezioni presidenziali, e di Marx.
Mediapart: La tua riflessione sul capitalismo include un’importante teoria delle crisi. Dal 2020 sembra aprirsi una nuova crisi, che ha appena vissuto un nuovo episodio con quella bancaria. Cosa pensi rispetto allo stato attuale del capitalismo?
David Harvey: Vorrei isolare alcuni fatti per rispondere a questa domanda. Il primo è che è molto difficile immaginare oggi quale potrebbe essere il futuro del capitalismo perché non è chiara la direzione che prenderà la Cina, che è un attore cruciale. La mia visione è che la Cina abbia consentito al capitalismo, nel 2007-2008, di evitare una depressione paragonabile a quella degli anni '30. Da allora e prima dell’arrivo del Covid, la Cina ha rappresentato circa un terzo della crescita globale, che è più del Regno Unito, Stati Uniti, ed Europa messi insieme. Quindi è impossibile, nelle attuali circostanze, prevedere la direzione che prenderà il capitalismo senza conoscere la direzione che prenderà la Cina.
Il secondo fatto che mi sembra importante è che, all’interno del mondo capitalista, ci sono stati gravi crolli finanziari dal 1980. Ad ogni crisi, le banche centrali hanno risposto aumentando la liquidità. Ora ci stiamo dirigendo verso la prossima crisi che richiederà ancora più liquidità. Quindi, secondo me, siamo in una situazione pericolosa in cui il capitale si sta accumulando come risultato di queste iniezioni di denaro.
Sembra tutto una catena Ponzi globale [uno schema finanziario fraudolento – ndr] e gli schemi Ponzi spesso finiscono molto male. La difficoltà in questo caso è che non c’è alcuna possibilità per gli Stati di permettersi una crisi finanziaria se la finanza occidentale si basa su uno schema Ponzi... Ma poi la domanda è se si può contenere questa crisi e non sono sicuro che possano farlo.
Il terzo fatto per me importante è la questione dei trasferimenti internazionali di tecnologia. Dagli anni ‘50, gli Stati Uniti non hanno ostacolato, e talvolta addirittura promosso, trasferimenti di tecnologia verso Giappone, Taiwan o Corea del Sud. In questo modo hanno ovviamente cercato di contenere la Cina nella sua forma comunista e di circondarla con una rete di paesi a reddito medio-alto.
Cosa è successo quando la Cina si è aperta? Il capitale del Giappone, della Corea del Sud o di Taiwan ha investito massicciamente in Cina, portando con sé trasferimenti tecnologici passati. Ora gli Stati Uniti stanno cercando di bloccare i trasferimenti di tecnologia alla Cina, che secondo me è un atteggiamento stupido. In parte perché è impossibile, ma anche perché se blocchi lo sviluppo della Cina, che ha sistematicamente salvato il capitalismo, non fai niente di molto positivo per il capitalismo.
Ci sono molte differenze di opinione negli Stati Uniti, ma se c’è una cosa su cui il Congresso è unito al presidente Biden, sono le sue politiche anti-cinesi. Se questa politica avrà successo, vedremo, credo, il mondo precipitare in una crescita negativa. E questo porterà a molte opposizioni, malumori, disordini e rivolte. Stiamo già vedendo svolgersi davanti ai nostri occhi molti di questi eventi.
Médiapart: Questi tre elementi appaiono infatti come le principali contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Nel tuo lavoro insisti sul carattere endemico delle contraddizioni, e quindi delle crisi, nel capitalismo. Secondo te, queste crisi assumono sempre la forma di processi violenti di svalutazione o svalutazione del capitale. Con questo forte intervento statale si ha la sensazione che questo processo sia bloccato. Cosa ne pensi?
Harvey: No, in realtà questo processo di svalutazione è già in atto. Ci sono continue svalutazioni. Ma la vera domanda è: chi sarà svalutato? Nel 2007-2008 negli Stati Uniti, sette milioni di famiglie hanno perso la casa. Hanno perso l’80% del loro patrimonio nella grande perdita di valore della loro casa, principalmente nella comunità afroamericana. Allo stesso tempo, le banche sono state salvate. C’è stato un massiccio trasferimento dei diritti di proprietà alle banche, con gli sfratti. Poi quei diritti sono stati venduti a basso prezzo, grazie ai salvataggi delle banche, a società come Blackstone. Blackstone è ora il principale proprietario al mondo. La perdita dei valori della popolazione negli Stati Uniti è quindi finita nella tasca di Blackstone. Stephen Schwarzman, che gestisce questa azienda, è ora uno dei principali miliardari del mondo. Ed è stato uno dei principali sostenitori di Donald Trump. Quindi si ha una scelta: si salvano le banche oppure le persone. E dagli anni ‘70 la scelta dei governi è sempre stata quella di salvare le banche. Ciò che vediamo sono quindi molte svalutazioni dei beni e dei risparmi delle persone.
Médiapart: E oggi?
Harvey: Oggi vedo altri importanti processi di svalutazione. Ad esempio, non si sa esattamente quante persone abbiano perso denaro durante la crisi della valuta informatica. Ma gli investitori personali potrebbero aver perso fino a $ 40 miliardi. Molti ricchi, come degli sportivi, hanno incoraggiato le persone ad andare ad investire in questi asset garantendo loro rendimenti importanti. E queste persone mettono la loro valuta in queste valute informatiche. Ora il mercato è crollato e loro hanno perso.
In Cina, qualcosa di simile sta accadendo con la crisi dello sviluppo immobiliare. Xi Jinping ha detto che il settore immobiliare serve per viverci, non per speculare, ma molte persone speculano in Cina. Nel caso cinese, le persone acquistavano azioni di progetti futuri prima ancora che iniziassero. Si acquistavano fino a cinque o sei appartamenti e si approfittava dell’aumento del prezzo di mercato tra il momento dell’acquisto e quello della consegna. Ma quando lo sviluppatore principale Evergrande è andato in crisi, molti dei loro appartamenti erano incompiuti. Le persone si sono trovate a dover pagare cambiali di credito per qualcosa che non esisteva. Ecco perché c’è stato uno sciopero dei rimborsi in Cina, che è stato molto interessante. Il governo ha quindi dovuto accettare di prendere in mano la situazione e terminare la costruzione. Sono cose difficili da rintracciare nel dettaglio. Ma quello che se ne può dedurre è che una crescente concentrazione della ricchezza nell’1 o nel 10% della popolazione aumenta la centralizzazione del capitale, attorno a società come Blackstone o BlackRock. E per me, la minaccia della svalutazione risiede in questo fenomeno. Il Credit Suisse è stato rilevato da UBS, altre due o tre banche sono state salvate negli Stati Uniti, penso che ce ne saranno altre... Quindi la svalutazione del capitale è in corso su una scala già significativa. Governi e banche centrali sono preoccupati per quello che chiamano “contagio”, motivo per cui stanno cercando di contenere la crisi. Vedremo fino a che punto possono spingersi senza emettere nuove masse di liquidità, mentre le banche centrali cercano di uscire dal rallentamento quantitativo.
Médiapart: Come Jean-Luc Mélenchon, con cui hai discusso di recente, dai alla città un posto importante nella tua teoria. Cosa ti avvicina a lui su questo punto?
Harvey: Penso che condividiamo la critica della mercificazione della città. La crisi degli alloggi è globale. A New York ci sono quasi 60.000 senzatetto e le famiglie si affollano in appartamenti angusti perché non possono permettersi di meglio. C’è un boom immobiliare che equivale a costruire alloggi per le classi che possono speculare, mentre non si fa nulla per la massa di persone che disperano di avere un alloggio dignitoso. Bisognerebbe controllare gli affitti e smettere di mercificare gli alloggi. Ma sotto il neoliberismo, tutto è mercificato. Per questo non credo che sia giunta la sua fine: l’istruzione, la sanità o anche la casa sono ancora troppo mercificate. Non vedo nessun partito politico che prenda queste questioni di petto, ad eccezione di Mélenchon e La France Insoumise, e ci sono molte altre cose su cui siamo d’accordo.
Médiapart: Hai anche in comune l’integrare l’alienazione del tempo nella tua critica della vita urbana quotidiana...
Harvey: Penso infatti, come Henri Lefebvre [1901-1991, filosofo, ispiratore dell’Internazionale Situazionista, autore di una trilogia sulla Critica della vita quotidiana – ndr], che le persone siano alienate dalle condizioni della vita quotidiana, e in particolare dal tempo rubato dallo sviluppo del capitalismo. Questo è il motivo per cui dispero nel vedere che ci sono ancora programmi di sinistra che si concentrino solo sulle condizioni materiali di vita.
Quando si parla di alienazione si parla di una sensazione di perdita di senso che l’enorme aumento della propaganda borghese – attraverso spettacoli, film, intrattenimento – non riesce a far dimenticare. Non credo che alla fine la gente si senta soddisfatta del proprio stile di vita. La precarietà del lavoro ha molto a che fare con questo. Negli anni ’60, quando le persone avevano lavori stabili, posizioni stabili, vicini che conoscevano e incontravano per strada, era più facile trovare un senso alla vita. Oggi tutto diventa fragile. Occorre che un progetto politico si impadronisca di questo tema, e del diritto alla città.
Médiapart: La teoria post-marxista di Mélenchon dell’“era del popolo” è influenzata dai filosofi Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, che considerano il “popolo” il nuovo motore della storia, e non più la classe operaia. Qual è la tua posizione su questa visione?
Harvey: Non sono d’accordo con loro, ma penso che ciò che dice Mélenchon prenda un’altra direzione. Ho sempre riscontrato che la sinistra feticizza la lotta di classe negli stabilimenti produttivi e tende a trattare i movimenti sociali urbani, come la lotta alla gentrificazione, come elementi secondari. La mia versione della teoria marxiana è che questi elementi fanno parte di un tutto. Quando alcuni parlano di “circolazione della capacità produttiva”, vedo lavoratori che si battono contro le società di carte di credito, contro i proprietari terrieri, contro le società farmaceutiche o di telefonia mobile. Per me fa parte della lotta di classe. Quando Laclau e Mouffe dicono che dobbiamo andare oltre l’idea tradizionale che abbiamo del proletariato, io sono quindi sulla loro linea, ma continuo a lavorare su basi marxiste, mentre Laclau, in particolare, tende a voler buttar via l’idea marxista come il bambino con l’acqua del bagno populista.
A proposito, non mi piace molto la parola “populista”, ma capisco cosa intende Mélenchon quando dice che ha bisogno di un movimento che si occupi di tutto ciò che non va nella vita delle persone, e non solo della classe operaia tradizionale, anche se è ancora importante. Avendo parlato con lui, non credo si senta particolarmente legato ideologicamente a Laclau e Mouffe, ma voleva qualcosa di abbastanza ampio da costruire un partito politico e anche, più in generale, un movimento sociale attorno alle trasformazioni di tutte le vite urbane, non solo fabbriche di produzione.
Médiapart: Dici che la lotta all’alienazione deve essere integrata in un programma politico, ma si può costruire un programma politico con una vocazione maggioritaria nella società lottando contro l’alienazione della maggioranza della popolazione?
Harvey: Sì, ma c’è un problema da risolvere. Le popolazioni alienate non sostengono necessariamente le agende di sinistra, possono diventare fasciste, e in effetti ci sono prove sufficienti che negli ultimi tempi si siano spostate più all’estrema destra che a sinistra.
La sinistra deve catturare questa rabbia e mobilitare queste popolazioni che hanno un atteggiamento passivo-aggressivo. Sfortunatamente, la sinistra non lo fa. In Gran Bretagna, al minimo segno di rabbia, il partito laburista si ritira condannando gli “estremisti”. Quando recentemente tre parlamentari laburisti hanno osato picchettare, sono stati espulsi dai leader del partito! Il partito laburista è fermo. Per questo penso che possiamo imparare da Mélenchon che, per quanto ne so, condivide questa rabbia e non ne ha paura: sa da dove viene.
Médiapart: In Breve storia del neoliberismo hai scritto che questo può sopravvivere solo diventando violento e autocratico. Non è questo che osserviamo oggi in Francia nell’atteggiamento di Macron nei confronti delle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni?
Harvey: Sì, è quello che abbiamo davanti, chiaramente. Ci stiamo avvicinando al fascismo degli anni ’30, questo è ciò contro cui dobbiamo combattere. Tutto indica che la Francia è in un vicolo cieco, tra un potere sordo e una mobilitazione che si sta esaurendo a causa della repressione.
Médiapart: Tu che hai lavorato sui movimenti rivoluzionari e sulla loro dimensione urbana, pensi che possa avvenire ancora oggi una rivoluzione del tipo ottocentesco?
Harvey: La situazione odierna è radicalmente diversa da quella del XIX secolo. Non ci sarà più una possibile presa della Bastiglia o la presa del Palazzo d’Inverno. Se dovessimo attaccare qualcosa, dovrebbero essere le banche centrali, ma cosa faremmo una volta dentro? (Ride). Durante la Comune di Parigi, gli insorti, al contrario, hanno protetto la Banque de France, e si sono resi conto del loro errore solo troppo tardi. Il capitalismo oggi è organizzato in modo tale che per certi versi sembra quasi troppo grande per crollare. Anche se si è favorevoli alla transizione al socialismo, immagino che vorremo comunque avere telefoni cellulari, computer e quindi Internet. Ma come vengono realizzati e da chi? Queste aziende sono semplificate. È possibile che se crollassero, non ci sarebbero più computer o cellulari. Se questo è il socialismo, c’è da scommettere che la gente chiederà il ritorno del capitalismo! La gente se la prende con me quando lo dico, ma realisticamente, riesci a immaginare una società socialista che preferirebbe rifiutare i computer, gli strumenti di comunicazione, l’intelligenza artificiale piuttosto che usarli? Pensiamoci.
Médiapart: Dato che è difficile rivoluzionare la quotidianità urbana e che c’è una consapevolezza ecologica sempre più acuta, non pensi, come Kristin Ross, che ora le rivoluzioni inizieranno nelle campagne, nelle aree da difendere?
Harvey: Tutta la storia del capitale è disseminata di movimenti alternativi di questo tipo. Non sono né assurdi, né inutili. Questi movimenti possono essere i semi della costruzione di una vera alternativa. Se potessi programmare tutto, farei in modo che si esca dalla metropoli, la gente lavorerebbe lontano dalla metropoli – ora è possibile – le strutture comunitarie sarebbero ecologiche, tutti avrebbero il proprio appezzamento di terreno per coltivare ortaggi. È una risposta importante ai problemi sollevati dall’agricoltura capitalista. Vivevo in Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale, quando il 50% della produzione alimentare proveniva dagli orti della gente! Ci sono molte cose che possono derivare da queste alternative. Di nuovo, questo mi metterà nei guai con i marxisti ortodossi, perché a volte dico cose che mi fanno sembrare un anarchico! (Ride)
Médiapart: In effetti, sei più Kropotkin che Marx!
Harvey: Sì, ed Elisha Reclus! Mi piacciono. Mi piace molto la battuta di Henri Lefebvre quando gli è stato chiesto perché fosse un marxista e non un anarchico: “Sono un marxista affinché un giorno possiamo vivere tutti come anarchici!" Questa è un’ottima risposta! Sono un anarchico vecchio modello, mi piace leggere Murray Bookchin, Kropotkine, Élisée Reclus, merita di essere incorporato, e migliorato, nelle nostre considerazioni. Questo probabilmente fa di me una specie di eretico.
Médiapart: Hai fatto molto per aiutare il pensiero marxista a sopravvivere al rullo compressore neoliberista. Di recente hai pubblicato A Companion to Marx’s Grundrisse (2022). Perché è ancora importante per te leggere Marx e parlare del suo pensiero?
Harvey: Si potrebbe dire che sono un po’ ossessivo! La prima ragione è che non sostengo la corrente egemonica dell’economia contemporanea. È talmente sbagliata! Penso che Marx abbia costruito un modo di intendere il capitale e l’economia molto più preciso e rilevante di quello degli economisti borghesi. Voglio sfidarli. Non è facile, perché hanno i soldi, hanno i media, hanno la “credibilità”. Ma facciamo degli esempi. David Ricardo [economista britannico, 1772-1823 – ndr] aveva una teoria del valore legata al lavoro. Molte persone che lavorano su questa tradizione guardano la situazione e dicono: se il lavoro è la fonte di ogni valore, come mai il lavoro è così mal pagato? Questa è un’ovvia questione morale! Da qui è nato il “socialismo ricardiano” negli anni Quaranta dell’Ottocento, che ha dato vita al socialismo di John Stuart Mill [economista britannico, 1806-1873 – ndr]. Questi affermava che non possiamo fare nulla a livello di produzione, ma che possiamo ridistribuire quanto più valore possibile alle persone che lo producono. Thomas Piketty, Elizabeth Warren e Bernie Sanders fanno parte di questa tradizione.
A Marx non piaceva questa tradizione perché non tiene conto della produzione. Ma solleva una questione morale fondamentale, che divenne molto forte nel movimento cartista degli anni Quaranta dell’Ottocento [un movimento operaio che si sviluppò nel Regno Unito a metà dell’Ottocento, dopo l’adozione della “Carta del popolo” – ndr]. Allora, gli economisti marginali dicevano: non dobbiamo più pensare al valore solo dal lavoro, ma sommando il valore della proprietà, del capitale e del lavoro. L’importanza di questi tre fattori di produzione deriva dalla loro relativa scarsità: se i capitalisti temono di mancare, hanno diritto a ricevere molto di più del lavoro, che è abbondante. I grandi capi di Manchester erano entusiasti di questa nuova teoria economica perché sradicava la questione morale, e la teoria di John Stuart Mill sopravvisse solo attraverso alcune forme di socialdemocrazia dal 1945. Oggi il capitale si basa ancora su questa teoria del valore! Legittima tassi di rendimento più elevati del capitale, tanto che c’è un eccesso di capitale. Quindi dovrebbe esserci un riequilibrio a favore del lavoro, ma ovviamente non sta accadendo. Se dici a un economista, in qualsiasi facoltà, di prendere sul serio questa teoria del valore, ti riderà in faccia! È ridicolo. Ecco perché dobbiamo tornare su questa questione morale. Perché, una volta chiesto, le persone iniziano a domandarsi e, da quel momento in poi, è possibile passare alla fase successiva che è quella di porre la questione della distruzione della produzione capitalistica. È per questo motivo che Marx mi offre un’alternativa. Pensa che il capitale non sia qualcosa, come pensano gli economisti borghesi, ma sia un processo in cui assume forme diverse. Ha questa incredibile flessibilità. D’altra parte, Marx mi è molto utile per capire i fenomeni di urbanizzazione. Marx spiega ad esempio che i capitalisti investono in attività improduttive di proposito, per evitare il surplus di produzione creato dai loro investimenti. Guarda l’urbanizzazione contemporanea negli Stati del Golfo, è abbastanza eloquente! I capitalisti investono in attività improduttive, a tassi enormi, per realizzare profitti. Lo fanno in parte per ragioni ecologiche perché la pressione sull’ambiente sarebbe altrimenti catastrofica. Il mio obiettivo è diffondere una teoria marxista che sia comprensibile, essere un pedagogo, in modo che i sindacati e i movimenti sociali possano appropriarsene. In un certo senso, questo è il motivo per cui l’egemonia marxista è crollata negli anni ’80: troppo sofisticata, non aveva un vero campo base per spiegare cosa accadeva nella vita di tutti i giorni. Penso che questo errore sta per essere superato.
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