Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/02/2016

Matteo stai sereno… Che sta bollendo in casa Pd e dintorni?

Le acque si agitano violentemente in casa Pd e Speranza è arrivato a chiedere il congresso straordinario. Lo so: la “sinistra” Pd ne ha dette tante, ritirandosi ignominiosamente ogni volta, e non ha alcuna credibilità. Questa volta, però c’è da capire chi è il regista che sta dietro le quinte.

Forse sto invecchiano, ma sento un certo odore di “Conte Max”, un uomo che ormai è ai margini, ma che conosce il partito uomo per uomo, sa dove e come toccare per spostare simpatie e fedeltà, che ha forti legami in Europa e nel mondo finanziario.

Soprattutto un uomo con la memoria di ferro e poco incline a perdonare le offese ricevute. Certo, oggi non è in grado da solo di scalzare il fiorentino, ma non è affatto detto che si stia muovendo da solo. In fondo ogni film ha un regista, ma anche un produttore e qui potrebbero esserci diversi produttori che mettono i capitali necessari a girare il film. Il punto è questo: ormai è chiaro che ci sono settori di poteri forti che hanno deciso di licenziare Renzi, anche perché quello che doveva fare lo ha fatto (legge truffa per le elezioni, stupro della Costituzione, jobs act, buona scuola ecc.) e, invece, adesso si è messo in testa di mettersi alla testa dell’onda populista per fondare il suo regime. E questo non va bene.

Ma non ci si può limitare a far cadere il suo governo magari con un voto sfavorevole in Senato (ad esempio io non scommetterei sul fatto che il gruppo dei senatori a vita, Monti e Napolitano in testa, voterebbero ancora la fiducia al governo oggi): se Renzi resta segretario, dopo fa mancare i voti per qualsiasi altro governo che non presieda lui e ci sono le elezioni anticipate che potrebbe rivincere o che potrebbero segnare la vittoria del M5s (orrore!!!). Dunque, dopo la caduta del governo Renzi bisogna fare una cosa nuova: un bel governo tecnico che prepari le elezioni con un quadro politico diverso.

Dunque, per ammazzare il fiorentino bisogna prima togliergli la corazza, cioè, il posto di segretario del Pd, mettendo al suo posto uno più malleabile e, per la verità, Rossi, il presidente della regione Toscana, potrebbe essere l’uomo giusto. Faccio notare che la stranissima autocandidatura di Rossi è venuta fuori prima del voto di Verdini sulla legge sulle unioni civili, dunque della richiesta di congresso straordinario di Speranza e quando mancava un anno e mezzo al congresso ordinario. Difficile non pensare ad un nesso fra l’uscita di Rossi e quella di Speranza, dunque la questione delle stepchild adoption è solo un pretesto.

E’ evidente che la sinistra Pd, o almeno la parte che è manovrata dal regista occulto, sta puntando su una sconfitta del Pd alle amministrative. La situazione è questa: il Pd sta messo decisamente male a Napoli e Roma, dove rischia di non arrivare al ballottaggio. Speranze migliori le ha a Bologna e, soprattutto, Torino, dove però le cose non sono proprio scontatissime, per cui è possibile che perda una delle due città. Ma decisiva è Milano. Se Sala ce la fa, magari perdendo Napoli, Roma ed una delle due indecise, il risultato sarebbe magro per Renzi, ma, tutto sommato, accettabile. Il disastro sarebbe una sconfitta anche a Milano. E la cosa non è impossibile: se Sala non ce la fa al primo turno, poi le cose si mettono male al secondo che non è mai favorevole al Pd. L’Huffington post dà notizia di feroci epurazioni dei candidati dalle sinistra nelle liste per le amministrative, il che è solo l’anticipo di quello che accadrà nella formazione delle liste alle politiche. Ragione di più per rianimare l’esangue sinistra Pd che inizia a temere l’approssimarsi delle elezioni politiche.

I tempi del 41% sono decisamente lontani e Renzi lo sa, tanto è vero che lega l’asticella del successo al referendum sulla riforma costituzionale e non alle amministrative. Questo i suoi avversari lo sanno e sanno che quello è un test più favorevole al fiorentino, per cui sanno di dover fare prima. Insomma, per ora ci sarà il pressing, dopo, se alle amministrative c’è la scivolata, c’è l’assalto del congresso straordinario.

Che poi il piano dei nemici del fiorentino riesca è un altro paio di maniche: tutto da vedere. La partita è appena iniziata.

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Gli irlandesi bocciano l’austerità, ma non basta

L’Irlanda non è l’India, eppure per avere i risultati definitivi delle elezioni politiche celebrate ieri nella Repubblica occorrerà aspettare ancora qualche ora. Intanto occorre accontentarsi degli exit poll diffusi nella giornata di oggi, e quindi è possibile abbozzare un minimo di analisi del voto tenendo conto però che ci si basa su sondaggi che possono essere smentiti almeno in parte dal responso reale delle urne.

Di certo c'è che gli irlandesi hanno inferto una durissima lezione alla maggioranza di governo uscente, punendo fortemente i due partiti che la costituivano. Il centrodestra del Fine Gael, guidato dal premier uscente Enda Kenny, perde più di dieci punti percentuali e passa dal 36% ottenuto nel 2011 al 24-26% di ieri. Sorte simile per gli altri partner di governo: il Partito Laburista, di centrosinistra, passa dal 19.5 al 7.5% circa. Le due forze, che insieme avevano il 55% dei consensi, sarebbero quindi ora al 32-34%, troppo poco per governare di nuovo.

I sondaggi danno invece in ascesa il Fianna Fail, opposizione di centro-destra conservatrice e moderatamente liberista, che passerebbe al 22% circa guadagnando 5 punti percentuali.

Buono il risultato del partito nazionalista di sinistra Sinn Fein che diventerebbe la terza forza politica ottenendo tra il 15 e il 16% dei voti; un netto balzo in avanti per un partito che in molti associano ancora al 'terrorismo', ma non tale da superare i partiti storici come invece sembrava dai sondaggi di alcuni mesi fa quando la formazione guidata da Gerry Adams era addirittura data in testa.

Un buon risultato sarebbe stato ottenuto anche dai Verdi e dai Socialdemocratici oltre che da candidati Indipendenti sia di destra che di sinistra. Da vedere il risultato dell’Antiausterity Alliance formata da varie formazioni di sinistra ed ecologiste e cresciuta nelle battaglie contro la privatizzazione dell’acqua imposta dall’esecutivo.

L’Irlanda non è un paese centrale dell’Unione Europea, né per numero di abitanti né per importanza della propria economia. Ma i riflettori sono ugualmente puntati su Dublino per capire come gli irlandesi hanno reagito alla cura da cavallo imposta dal 2010 dall’Unione Europea in cambio di 80 miliardi di euro di prestiti e che, stando alla propaganda del governo uscente e delle istituzioni continentali, avrebbero rimesso il paese in sella e ottenuto i risultati sperati.

Affermazioni che sembrerebbero confermate da alcuni dati macroeconomici: la disoccupazione è calata ufficialmente dal 15 al 9%; l’economia del paese ha ripreso a crescere in maniera consistente, con il Pil che l’anno scorso ha recuperato il 7%; la fuga di cittadini all’estero, in cerca di lavoro, si sarebbe arrestata ed anzi alcune migliaia di emigrati nell'ultimo anno avrebbe già fatto ritorno nell’ex tigre celtica che ora aspira a riprendere la sua corsa lasciandosi alle spalle la crisi.

Ma se è così perché gli elettori avrebbero punito in maniera così eclatante i partiti di governo, responsabili di aver accettato e imposto una brutale austerità all’Irlanda? A scavare sotto il presunto miracolo economico è stato nei giorni scorsi il Sole 24 Ore, che in un interessante articolo di Michele Pignatelli descriveva lo sfascio del sistema sanitario:
“Il settore che rappresenta in modo forse più significativo gli effetti dell'austerity è la sanità, l'immagine più emblematica quella che i giornali irlandesi chiamano “trolley crisis”, la crisi delle barelle: i pazienti parcheggiati per ore al pronto soccorso o nelle corsie degli ospedali in attesa di una diagnosi o di una sistemazione. Un numero in crescita costante, come rivela il monitoraggio dell'Inmo, il sindacato infermieristico irlandese: 67.863 nel 2013, 77.091 nel 2014, 92.998 l'anno scorso. Non è un caso che la situazione del sistema sanitario sia diventata uno dei temi di dibattito di questa campagna elettorale, come conferma Liam Doran, segretario generale dell'Inmo (…). In realtà i nodi della sanità irlandese sono numerosi e non tutti legati all'austerity. È prima di tutto un problema di capienza – spiega ancora Doran –: il nostro sistema sanitario è sempre stato troppo piccolo per far fronte alle esigenze della popolazione, una popolazione che per di più invecchia. Anche per questo abbiamo creato un sistema a due livelli, pubblico-privato: il 40% dei cittadini paga le tasse per la sanità pubblica, ma ha poi anche un'assicurazione privata, per la quale deve sborsare molto di più ma che garantisce rapido accesso alle prestazioni non urgenti». La crisi, con i pesanti tagli nel settore, è stata il colpo di grazia. «Nel 2007 – sottolinea Doran – spendevamo 16 miliardi per il sistema sanitario pubblico, oggi, nove anni dopo, siamo scesi a 13,2 miliardi. Abbiamo perso 2mila posti letto negli ospedali e 10mila impiegati del settore». Per contenere la spesa, è stato imposto un blocco delle assunzioni di personale infermieristico (ora eliminato) che ha spinto molte infermiere a emigrare in Gran Bretagna, Australia, Canada”.
Il problema è che, come spesso accade, dati macroeconomici positivi nascondono una situazione non proprio idilliaca, anzi. E’ vero che in generale l’economia del paese è in ripresa dalla fine del piano di salvataggio nel 2013, ma l’austerity, i tagli allo stato sociale, i licenziamenti di massa hanno causato un vero e proprio choc sociale nel paese; ed ora che la disoccupazione cala e alcune delle misure più draconiane sono state abbandonate, lo standard di vita e di lavoro non è affatto tornato quello precedente alla gestione del paese da parte della Troika: la precarietà nel mondo del lavoro è rimasta alle stelle, la sanità pubblica è stata in gran parte smobilitata, la povertà si è estesa, un numero record di persone ha perso la propria casa e le tasse sono aumentate soprattutto per chi ha redditi bassi e da lavoro dipendente mentre imprese e banche hanno ottenuto un trattamento clemente e in molti casi sono state salvate grazie a generose donazioni di fondi pubblici. Solo una parte dell’Irlanda è tornata a correre, lasciandosi dietro un settore consistente di popolazione – piccola borghesia e strati popolari – che giustamente ha utilizzato il voto per punire i responsabili del disastro.

E’ proprio lo scontento sociale nei confronti di Laburisti e Fine Gael che ha orientato molti voti operai e popolari verso lo Sinn Fein, che da subito ha adottato posizioni molto critiche nei confronti dell’austerity e ha guidato alcune mobilitazioni contro il governo e le politiche della troika, pur senza mai mettere in discussione l’adesione dell’Irlanda all’Ue o all'Eurozona.

Ma il quadro che secondo due diversi exit poll sarebbe uscito dai seggi non sembra permettere grandi svolte politiche nonostante la chiara indicazione degli elettori. Anzi, tutti parlano di frammentazione e di scenario ‘spagnolo’: i partiti che governavano sono stati pesantemente ridimensionati, ma nessuna delle altre forze è cresciuta a tal punto da essere in grado di formare facilmente una maggioranza. A questo punto le soluzioni possibili sembrano due: o un ritorno alle urne entro qualche mese, e nel frattempo la vecchia maggioranza di governo allargata ma a scadenza per gestire gli affari correnti; oppure una inedita alleanza tra Fine Gael e Fianna Fail, partiti assai simili dal punto di vista ideologico ma da sempre accesi rivali in un panorama politico in gran parte ereditato dai tempi dell’indipendenza da Londra. Durante la campagna elettorale i due partiti hanno entrambi escluso una possibile alleanza, ma ora una ‘grande coalizione all’irlandese’ potrebbe essere necessaria per tenere Dublino entro il recinto tracciato da Bruxelles e Berlino. La strana alleanza potrebbe essere caldeggiata anche dalle numerose multinazionali straniere e dalle imprese locali che pretendono che il bassissimo livello di tassazione per le attività economiche venga mantenuto.

Ma per ora occorre aspettare i risultati definitivi: l’originale sistema elettorale irlandese, proporzionale ma con voto singolo trasferibile (cioè con la possibilità per l'elettore di assegnare più di una preferenza sulla scheda, numerando i candidati in ordine di gradimento) rende lo spoglio lungo e complicato.

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Elezioni iraniane: successo della speranza

L’onda moderata iraniana prosegue il suo flusso anche nell’urna e, appoggiandosi ai risultati diplomatico-economici del presidente Rohani, conquista 96 seggi per il Majlis, facendo l’en plein a Teheran: 30 eletti. Nella capitale un gran numero di giovani ha appoggiato la “Lista della speranza” animata da Reza Aref, che fu vice di Khatami da anni ostracizzato dagli ayatollah ultraconservatori. Quest’ultimi subiscono lo smacco di vedere solo 31° Gholam Haddad Adel, fedelissimo della Guida Suprema e suo consuocero, perché nella capitale parecchi sostenitori del “Fronte unito dei conservatori” si sono astenuti. 45% è la percentuale di voto a Teheran contro un abbondante 70% nazionale. Per i risultati finali bisognerà attendere qualche giorno; per ora si sa che agli indipendenti vanno 25 seggi mentre 52 saranno assegnati dopo un ballottaggio previsto ad aprile. Probabilmente la componente tradizionalista, che nel vecchio Parlamento contava 167 deputati (finora ne ha confermati 91), vedrà un drastico ridimensionamento. Uno dei cavalli di battaglia dell’asse riformista-moderato è stato il lodato accordo sul nucleare (realizzato grazie al pragmatico compromesso fra due moderati, il più aperto Rohani e il più fedele a Khamenei Larijani) che sposa il desiderio di apertura del Paese verso investimenti stranieri, commerci che creano opportunità di lavoro, rompendo un isolamento quarantennale.

Una strada già conosciuta con la presidenza di Khatami e rilanciata da alcuni suoi uomini (Reza Aref, Mousavi) che, per uscire dal proprio punitivo congelamento politico, hanno aperto contatti e collaborazione con Rohani ormai da un triennio. Così l’asse politico interno, che negli otto anni dell’epoca Ahmadinejad aveva visto prevalere gli ultraconservatori appoggiati dai moderati, vede il connubio moderati-riformisti trovare idee, voglia e gambe per camminare al fianco. In un quadro difficilissimo più all’esterno che all’interno, visto che i nuovi assetti delle istituzioni devono misurarsi sul terreno geopolitico mediorientale ed economico globale. Ma il blocco della speranza non perde l’ottimismo su tale binomio, pensando che potrà risultare il più proficuo possibile per le sorti di tutti. Anche per coloro, e sono molti pure fra i giovani, che continuano a considerare non secondario il legame con l’esperienza rivoluzionaria della Repubblica Islamica, da Khomeini ai nuovi interpreti dello Stato. Questo fattore nello scontro col blocco sunnita, nelle sue versioni filoccidentale delle petromonarchie e fondamentalista del Daesh, non decade affatto. Anzi. E lo spirito della Rivoluzione iraniana, la difesa nazionale dai subdoli giochi del Grande Satana statunitense, continuano a essere gli argomenti che gli ultraconservatori del clero e del partito dei Pasdaran oppongono agli avversari riformisti. Compresa l’accusa che l’Onda verde del 2009 fosse infiltrata dalle Intelligence occidentali e usata contro la nazione e l’intero orizzonte sciita.

Il tema continuerà e s’amplierà nel prossimo, importantissimo, passo elettorale che riguarda l’Assemblea degli Esperti, coloro che eleggeranno la nuova Guida Suprema in sostituzione di Khamenei. Un ruolo che rivede in corsa l’immarcescibile e potente volpe della politica iraniana: Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Uno dei padri della Rivoluzione, successore di Khomeini e presidente per due mandati dal 1989 al 1997. Un uomo ancor più pragmatico di Rohani, dotato di pedigree e legami con ogni componente della società iraniana: ayatollah, militari, imprenditori, commercianti e anche popolo minuto. Basta ricordare che fu accanto a Khomeini, guidò i Pasdaran nella sanguinosissima guerra contro Saddam (1980-1988), la sua ricchissima famiglia ha contatti coi maggiori gruppi di capitale sia le bonyad, sia le imprese di Stato controllate dai Guardiani della Rivoluzione. Ha un legame profondo coi bazari, il ceto medio mercantile e agli occhi degli abitanti delle città e delle aree rurali è un personaggio della tradizione che non resta chiuso nelle scuole di meditazione e preghiera, ma sa muoversi nel mondo. Un uomo scaltro, che fa molto anche per sé – cosa che gli innovatori gli contestano, come i conservatori l’accusano di aperture occidentaliste – però adeguatissimo al nuovo clima in atto con la presidenza Rohani.

I due si ritroveranno elettori nell’Assemblea degli Esperti, ma per la carica potentissima di Guida Suprema (in base al velayat-e faqih verifica le leggi del Parlamento, ha l’occhio sulla magistratura, controlla le forze armate, può censurare la stampa) può risultare più adatto per l’ottantunenne Rafsanjani. Ci sono altri nomi. Shahroudi, 67 anni. Lo scorso anno doveva diventare presidente dell’Assemblea, poi è giunto l’imprevisto ritiro (frutto sicuramente d’un intervento di Khamenei) ed è stato eletto Yazdi che ha superato Rafsanjani. Gli osservatori sostengono come Shahroudi, apprezzato fra i chierici di Qom, riceve consensi anche fra politici laici e nelle strutture militari. Ma l’anno passato s’erano anche diffuse indiscrezioni su un suo coinvolgimento in inchieste giudiziarie su fondi stornati alla Mezzaluna Rossa e utilizzati in parte per acquisti di materiale bellico. Altri fondi sarebbero finiti in un network iracheno gestito dall’ayatollah che è originario di Najaf. Questo avrebbe potuto decretare l’esclusione dalla presidenza. Come Guida meglio di lui Javadi-Amoli, avanti con gli anni (82) ma forte dei consensi di alcune bonyad che controllano il ramo energetico. C’è poi l’ayatollah Sistani, 85 anni, iracheno, la cui elezione potrebbe essere letta dal mondo sunnita come una provocazione pansciita. Mossa, comunque, contemplabile in un Medio Oriente serrato in un confronto-scontro su tutti i terreni. Chi, dopo le tendenze del voto di venerdì, sembra ai margini è la triade Jannati, Yazdi, Meshab-Yazdi.  Troppo anziano il primo (88 anni) e sbilanciati nel passato gli altri, all’epoca sostenitori del presidente-basij Ahmadinejad. Insomma il rebus del futuro Iran passa per quest’elezione. Ma, per i prevedibili compromessi fra le parti, potrebbe non risultare breve.

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Lo scalpo del Jobs Act per fare pace con la Commissione Ue

La visita di Jean-Claude Juncker a Roma è stata sottolineata dalla stampa mainstream più per le battute pronunciate dal presidente della Commisione Europea e da Renzi che non per i contenuti. Comprensibile, visto che si veniva da molte settimane di “euroscetticismo” recitato dal contafrottole toscano e da risposte taglienti del lussemburghese.

C'era insomma il bisogno di dare mediaticamente l'idea di una ricomposizione, di una internità del governo alle logiche e alle politiche di austerità dell'Unione Europea, senza però smentire troppo smaccatamente i punti salienti della “critica” italiana verso Bruxelles. Come sintetizzano alcuni commentatori, infondo si trattava di mettere assieme le esigenze del consenso sociale dei governi “obbedienti” (in calo, come Spagna e Irlanda hanno dimostrato) e quelle del rispetto formale dei conti.

Il compito non era improbo, visto che – come rivendicato più volte dal premier mai eletto – “l'Italia rispetta le regole” (ossia le prescritte misure di austerità), ma pretende margini ampi di “flessibilità”, comunque molto minori di quelli concessi o praticati autonomamente da Francia e Germania (la prima sfora regolarmente il rapporto deficit/Pil e la seconda il limite del surplus commerciale).

Il problema era semmai proprio sui conti, non sulle esigenze della “comunicazione”. In ballo c'era infatti l'atteso giudizio della Commissione sulla legge di stabilità presentata a Natale dal governo italiano e su cui i cerberi delle “regole” hanno storto subito il naso: “troppa flessibilità”, ovvero un uso disinvolto e scorretto delle varie clausole, che nel complesso hanno fatto levitare il rapporto deficit/Pil ben oltre quanto previsto per il 2016.

Il compromesso raggiunto è relativamente semplice da realizzare. Un paio di decimali di punto di “correzione” da mettere in campo subito (poco più di 3 miliardi, probabilmente reperibili senza neppure varare una manovra aggiuntiva), in cambio di un obiettivo di deficit per il 2017 molto più alto di quanto fissato nella tabella di marcia europea: dall'1,1% fino all'1,6-1,7%. Un margine molto consistente (tra gli 8 e i 10 miliardi), ma indispensabile al governo per evitare che scattino già a giugno le “clausole di salvaguardia” (aumenti dell'Iva, sostanzialmente). Una prospettiva pericolosa soprattutto sul piano politico, perché Renzi dovrà in qualche modo ammortizzare la prevista batosta delle elezioni amministrative e arrivare al referendum di ottobre sulla riforma costituzionale senza l'handicap di aver dovuto alzare le tasse.

Un compromesso che aveva bisogno di un scalpo da esibire, per convincere la Commissione che questo governo “sta facendo sul serio i compiti a casa”. E non poteva che essere il Jobs Act, con in suoi “straordinari risultati” più volte sbugiardati da analisti di ogni estrazione accademica (per esempio qui).

Quel che interessa alla Commissione, dunque al capitale multinazionale, non è davvero il numero reale o presunto di occupati “creati” dalle nuove normative sul lavoro, quanto lo svuotamento totale degli istituti che garantivano qualche tutela ai lavoratori. Su questo piano, in effetti, il maledetto Jobs Act consegna alle imprese un ventaglio di strumenti in grado di travolgere qualsiasi resistenza (per lo meno fin quando il conflitto sociale resterà spezzettato a livello aziendale, senza capacità di collegare insieme vertenze diverse solo sotto l'aspetto “nominale”).

In altri termini, il governo Renzi otterrà uno sconto sulla manovra correttiva da effettuare grazie alla “riforma” che riporta le condizioni del lavoro all'inizio del Novecento.

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G20. La crisi non c'è e comunque devono pagare gli ultimi

Chi si aspettava dal G20 “finanziario” qualche indicazione coerente per affrontare in modo efficace la crisi – mai interrotta, dal 2008 ad oggi – dovrà rimettere nel cassetto le sue speranze. Non c'è nessuno che sappia cosa fare a livello globale, mentre all'interno delle gradi istituzioni internazionali prevale ormai in modo evidente una visione strettamente “nazionalistica”.

I fatti. La riunione dei venti primi paesi del mondo, convocata stavolta a Shangai, ha evidenziato soprattutto le divisioni. Non solo sul piano sempre ostico delle “soluzioni”, ma addirittura al livello dell'analisi. Stupefacenti, in questo senso, le posizioni dei ministri economici francese e statunitense. Il primo, Michel Sapin, ha sorpreso buon parte dei presenti affermando che “non si può parlare di crisi dell'economia mondiale in questo momento” e quindi «non abbiamo bisogno di mettere in atto nuove politiche». Se si tiene conto che la situazione economica francese è senza dubbio tra le peggiori del Vecchio Continente, la sortita di Sapin appare quasi una formula di scongiuro.

Stessa impostazione, dall'alto però di una posizione economica e soprattutto finanziaria migliore, quella del segretario del Tesoro Usa, Jack Lew. «Questo non è un momento di crisi. Non aspettatevi una risposta da crisi in uno scenario non da crisi».

Bellissimo, la crisi non esiste, quindi non bisogna fare nulla di nuovo...

Eppure il vertice era iniziato in tutt'altro modo, con nell'aria l'eco della preoccupazione espressa dall'Ocse nel suo ultimo rapporto, «Going for Growth 2016». Lì, il segretario generale dell'organizzazione, Angel Gurria, aveva espresso tutti i timori per l'evidente rallentamento dell'economia globale, quantificato in una robusta diminuzione delle previsioni di crescita per il 2016, dal 3,3 al 3%. Di conseguenza, aveva chiesto una «urgente e complessiva risposta, ricorrendo a tutte le leve monetarie, fiscali e strutturali a disposizione dei governi», oltre naturalmente a una «maggiore ambizione sulle riforme strutturali».

La successione degli interventi nel G20 ha però man mano fatto emergere visioni addirittura opposte sulle politiche monetarie fin qui seguite, con sorprendenti contrasti tra “falchi”. Il luciferino Wofgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesco, ha per esempio spiegato che secondo la Germania non c'è necessità di ulteriori stimoli alla crescita, tantomeno da parte dello stesso G20, perché «la politica monetaria è già estremamente accomodante». Un messaggio indirizzato soprattutto alla Bce, il cui presidente, Mario Draghi, ha promesso per marzo una più incisiva azione della banca centrale in termini di espansione della liquidità (tassi d'interesse negativi sui depositi, aumento della cifra spesa mensilmente per acquistare titoli “dubbi”, allargamento della tipologia dei titoli acquistabili, o altre azioni ancora ignote).

Quello che sembrava il suo alter ego, solo un po' più giovane e atletico, l'olandese Jeroen Dijsselbloem, si è schierato invece stavolta su un fronte diverso, affermando che la politica monetaria può invece fare ancora molto.

Ma proprio le politiche monetarie ultra-espansive – in questo momento da parte della Bce e della Banca del Giappone – sono entrate nel mirino della critica. Il governatore della Bank of England, Mark Carney, ha per esempio espresso forte scetticismo verso le politiche di “tassi negativi” (le banche che depositano denaro presso la banca centrale devono pagare una specie di “penale”). E la stessa direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, fin qui favorevole a tutte le iniziative che si potesse tradurre in “stimoli per la crescita”, si è mostrata scettica sull'efficacia della leva monetaria.

Più tranquilla la posizione cinese, che pure alcuni considerano concausa del duro inizio d'anno sui mercati internazionali. Il governatore della banca centrale di Pechino ha negato la possibilità di altre svalutazioni dello yuan, mentre ha garantito ampie disponibilità per ulteriori stimoli finanziari all'economia, alle imprese e alle famiglie.

Alla fine del giro, però, resta il fatto che non si vede all'orizzonte nessuna strategia mondiale unitaria. Ogni grande potenza o area economica mette i propri interessi davanti a tutto e “teorizza” comportamenti che i concorrenti dovrebbero assumere (in modo da facilitare la propria espansione o sopravvivenza a scapito degli altri; un po' come avviene nell'Unione Europea).

Soprattutto, sembra finita la breve epoca in cui le politiche monetari espansive delle banche centrali apparivano come l'unica soluzione possibile. Ma tolta la droga monetaria, quali ipotesi restano in campo?

Un sola in realtà, antica quanto lo sfruttamento: le “riforme strutturali”. Espressione generica, come sappiamo, che copre politiche concrete addirittura criminali. In Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda o in Grecia si potrebbero stilare lunghi elenchi (dalle pensioni ai contratti di lavoro, dalla precarietà alle tutele, dalla sanità all'istruzione, ecc). E sarebbe perciò socialmente pericoloso indicare esplicitamente “terapie” dello stesso tipo. Così, per esemplificare cosa si vuole dire, la Lagarde ha provato a suggerire una traduzione per il caso cinese: "Pechino ha bisogno di accelerare le riforme strutturali per aumentare la crescita potenziale, dare maggiore potere al mercato per giocare un ruolo decisivo, accelerare la riforma delle imprese di Stato e approfondire le riforme del sistema di sicurezza sociale".

Privatizzazioni, deregolamentazione, scardinamento del welfare (che in Cina era appena ai primi passi!). Bisogna dire che a questi fa difetto pure la fantasia...

In sintesi: la crisi non c'è ma, se per caso non potesse essere ancora negata, comunque va fatta pagare a qualcun altro. In termini di aree economiche e di classi sociali. Come sempre, peggio che mai...

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Immigrant song


26/02/2016

Il regime renziano? un po' "verdinoso"...

La situazione è drammatica, ma non seria, diceva in un suo celebre aforisma Ennio Flaiano. Definizione che si adatta perfettamente a ciò che fa e rappresenta Renzi. Stiamo entrando in una guerra folle, stiamo precipitando in una nuova recessione economica, ma la farsa politica domina la scena.

La questione di grande rilevanza etica delle unioni civili, ma già il termine usato al posto di matrimonio apriva la via alla malafede e al trasformismo, questa questione sulla quale avrebbero dovuto misurarsi alla luce del sole gli orientamenti dei partiti e dei parlamentari, da Renzi e Alfano è stata trasformata in un un Suk parlamentare.

A pensar male si fa peccato, ma ci si prende, diceva Andreotti; ed è difficile non credere che questo non fosse dall'inizio il disegno del presidente del consiglio. Che ha usato toccanti parole sul trionfo dell'amore per suggellare la sua unione politica con Verdini. Alla quale aspirava da tempo, per sopperire alla mancanza di solidarietà di una parte dei suoi e rafforzare la solidarietà massonica tra i suoi. Se ci ricordiamo il giusto scandalo dei mass media per gli Scilipoti e i Razzi quando passarono con Berlusconi, è ancora più scandaloso l'assordante silenzio attuale su un'operazione di trasformismo ben più vasta ed inquietante. Il quotidiano ex indignato La Repubblica, ora targato Calabresi – Marchionne, balbetta e si accoda. Il Corriere, come sempre nella sua storia, sta col governo. Non parliamo poi delle TV.

E che dire poi della patetica Cirinnà, che dopo aver detto tutto e il suo contrario, si rimangia l'annunciato ritiro dalla politica E poi ci sono i molti, non tutti per fortuna, esponenti di associazioni Lgbt, che dopo aver ruggito contro i M5S ora belano a Verdini. Che alla fine sta diventando il vero padre della patria. I suoi voti sono stati decisivi per la controriforma della Costituzione e ora egli si unisce civilmente e ufficialmente con la maggioranza Renzi – Alfano. È la corruzione morale della politica eretta a sistema di governo. Berlusconi era un dilettante di fronte a Renzi. Grazie all'alunno di terza elementare che ha coniato un nuovo aggettivo sui fiori, possiamo anche noi esercitarci per definire questa materia schifosa.

Il regime renziano è "verdinoso".

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L'Iran al voto tra interessi economici e relazioni internazionali

di Francesca La Bella

Da questa mattina sono iniziate le procedure di voto in Iran per l’elezione dell’Assemblea degli esperti e del Majlis, il Parlamento iraniano. Una duplice tornata elettorale che porterà al voto circa 55 milioni di iraniani per rinnovare tutte le principali cariche governative del Paese e che merita significativa attenzione per i risvolti interni ed internazionali dei possibili risultati. A completamento del quadro si ricordi che la guida suprema iraniana viene eletta proprio dagli 88 membri dell’Assemblea degli esperti, e che l’attuale gerente della carica, l’Ayatollah Sayyed Ali Hosseini Khamenei, è ormai anziano e, da molti anni, malato. In un futuro non troppo lontano, la suddivisione dei seggi all’interno del massimo consiglio religioso determinerà, dunque, anche il nome e lo schieramento del successore di Khamenei.
Dopo poco più di un mese dalla revoca delle sanzioni internazionali contro Teheran, queste elezioni sembrano rappresentare un reale spartiacque per le future scelte economiche e diplomatiche dell’Iran. La centralità dell’economia e delle relazioni internazionali nella campagna elettorale di questi giorni è, infatti, evidente. Se da un lato, la frangia più conservatrice accusa l’attuale Presidente Hassan Rouhani di aver svenduto il Paese agli interessi occidentali senza trarne sostanziali benefici, i riformisti che, nell’alleanza con il conservatore moderato Rouhani, hanno ottenuto discreti margini di movimento, sperano di poter continuare sulla strada di riforme intrapresa in questi quattro anni. Per quanto le condizioni economiche del Paese siano ancora critiche, le aperture agli investimenti internazionali, soprattutto nel settore automotive, e il ricollocamento dell’Iran nel mercato petrolifero sembrano, infatti, aver aperto spiragli di crescita di lungo periodo. Dal punto di vista dei diritti civili, d’altro canto, le modeste aperture governative fanno apparire l’Iran come maggiormente liberale rispetto al periodo precedente quando la guida del Governo era nelle mani di Mahmud Ahmadinejad.

La disputa tra conservatori e riformisti non attiene, però, unicamente al campo delle questioni interne. Gli attacchi di questi giorni dei conservatori contro l’emittente britannica BBC, molto attiva nel Paese grazie ad un canale in lingua farsi, per la presunta presa di posizione a favore dell’ala liberale, restituisce l’immagine di un mondo politico nettamente diviso tra chi teme che l’apertura alle influenze occidentali possa portare nuove proteste nel Paese, come accaduto nel 2009 con il movimento dell’Onda Verde, e chi ritiene che l’implementazione dei rapporti internazionali possa essere veicolo di nuovo benessere. A questo si aggiunga che, in una fase di grande disequilibrio in tutta l’area a causa della guerra civile siriana, della questione yemenita e dell’avanzata dello Stato Islamico in tutti i principali Paesi della regione, il posizionamento strategico dell’Iran costituisce una variabile di primaria importanza per l’evolversi degli eventi. I due aspetti, in questo caso, sono strettamente collegati. Qualora dalle urne non dovesse uscire una maggioranza chiara o dovessero ripetersi, per cause interne o per ingerenze esterne, le mobilitazioni e le proteste del 2009, la capacità dell’Iran di porsi come alfiere dell’equilibrio mediorientale potrebbe risultare indebolita, rischiando di minare anche la solidità del blocco sciita-alawita. Da questo punto di vista, è significativo sottolineare come, per entrambi gli schieramenti, il mantenimento di un ruolo di primo piano nell’area sia di prioritaria importanza e come, scelte diverse ambiscano ad un comune obiettivo di rendere l’Iran, per la sua intransigenza o per la sua apertura, ago della bilancia delle questioni attinenti alla regione mediorientale.

Il richiamo alle urne dall’una e dall’altra parte è, dunque, sintomatico della volontà di garantire legittimità alle elezioni e alle scelte politiche e diplomatiche che verranno messe in atto da lunedì. Se il voto per l’Assemblea degli esperti, calendarizzato in contemporanea con l’elezione del Parlamento per minimizzare i costi e favorire una maggiore partecipazione, dovesse raggiungere alte percentuali di affluenza, il ruolo del consiglio potrebbe risultarne rafforzato e lo schieramento delle figure elette potrebbe determinare le linee guida future sia dell’assemblea sia del Paese. Di fondamentale importanza risulterebbe, però, essere la convergenza del voto: se la maggioranza nel Majlis dovesse essere diversa da quella rappresentata nell’Assemblea degli esperti, le tensioni potrebbero trovare nuovo vigore.

Le posizioni delle due parti, per quanto apparentemente molto distanti, tendono, però, a convergere in molti aspetti e questa potrebbe essere una delle cause principali della disillusione degli elettori e della prospettata scarsa affluenza al voto di oggi. Nonostante l’apparente modifica delle politiche interne al Paese e il leggero decremento del tasso di disoccupazione, la popolazione continua a subire gli effetti di un’elevata inflazione e di un’economia in cui il petrolio è asset insostituibile. Per quanto riguarda, invece, il più generale panorama dei diritti civili, i cambiamenti avvenuti in questi anni appaiono più formali che sostanziali, lasciando intatte molte delle pregresse problematiche. L’esito delle elezioni rischia, dunque, di avere maggiore impatto sulla politica internazionale e d’area che non sulla vita dei cittadini iraniani.

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