di Fabio Ciabatti
Carlo Galli, Marx eretico, il Mulino 2018, pp. 168, € 13.
La socialdemocrazia occidentale e l’economia di comando sovietica sono state sconfitte dal neoliberismo. Quest’ultimo, benché in crisi strutturale, ha ancora oggi, rispetto al pensiero che a vario titolo si ispira a Marx, una superiore capacità di agire sui bisogni e sui desideri dei singoli enfatizzando non tanto la loro identità di produttori membri di un insieme collettivo (di una classe) quanto quella di consumatori e fruitori di godimento individuale. Il suo potere si nutre della capacità di produrre un immaginario più espansivo, una narrazione più pervasiva, una speranza più immediatamente comunicabile, nonostante la rapidità con cui gli sviluppi storici hanno smentito le sue promesse. Se questo è il panorama che ci presenta Carlo Galli nel suo ultimo libro Marx eretico, cosa mai ci potrà rimanere del pensiero filosofico di Terviri e delle differenti tradizioni teorico-politiche che a lui si sono ispirate? L’autore non aggiunge la sua firma a quella dei tanti sedicenti curatori fallimentari del lascito marxiano, ma sceglie una via più articolata: Marx è “un autore sul quale non tramonta il sole, e sul quale è tuttavia passata la storia”.1 E questa storia ci ha mostrato la “strutturale incompiutezza” del suo pensiero che “va di pari passo con la sua volontà di Verità e di Totalità”.2 Tutto sta a capire se questa incompiutezza sia il sintomo di un fatale errore che mina inevitabilmente l’edificio teorico marxiano o se, al contrario, possa rappresentare un segno della sua ricchezza, della sua possibile fecondità.
Seguiamo per prima cosa l’argomentazione di Galli. Marx, è il portatore di un pensiero forte, “l’ultima voce della filosofia tedesca che cerca di tenere insieme il movimento moderno della storia e della produzione globale – le loro contraddizioni, scissioni, parzialità – con la liberazione umana universale”.3 Per il filosofo di tedesco la verità è possibile “almeno come processo intersoggettivo che ha un luogo topico (la società del capitale), un’origine strategica (il rapporto di produzione e la sua intrinseca conflittualità), un soggetto che la incarna (il proletariato), e un orizzonte logico e storico che le pertiene (il comunismo)”.4 La contraddizione è il modo in cui la critica dell’economia politica tiene insieme scienza e politica. Il conflitto, la scissione, l’antagonismo nascono infatti dall’interno del processo di valorizzazione capitalistica. “La politica sta nell’economia, nella produzione e non nella istituzione”.5
Da un punto di vista metodologico Marx, prosegue Galli, non si è concentrato sulle esagerazioni o sulle eccezioni ma sulla normalità, sull’ordinario metabolismo della società capitalistica che si presenta come un’immane raccolta di merci. A partire da questa normalità Marx porta avanti “una lotta che muove dall’interno di un sistema, che introduce squilibrio dove era stato messo ordine, che svela il peccato e il dominio là dove il potere e il sapere si ammantano di virtù”.6 Una lotta che vuole promuovere un nuovo universale, finalmente autentico. Il nostro filosofo, dunque, non si limita a seguire il reale in ogni sua piega, ma vuole aprirlo al futuro. Pertanto, “la filosofia non può annegare nel gran mare della dialettica, vedendo ovunque contraddizioni con cui conciliarsi: deve invece cogliere la negazione determinata, che è anche strategica e strutturale”.7 E deve comprendere che fra le contraddizioni c’è una gerarchia.
In breve “il suo impianto dialettico sposta la Verità nella dimensione pratica, affidandola allo svolgersi della storia reale e delle lotte concrete, dei conflitti”.8 Per Marx il sapere si produce attraverso le contraddizioni reali e le lotte sociali perché queste non sono cieche violenze. “La contraddizione produce il sapere e il soggetto che la sanno e che la tolgono”.9 La questione che evidenzia Galli sta tutta qui perché la prassi politica è necessariamente affetta dalla “apertura alla contingenza”: la teoria che vuole compiersi nella prassi trova il suo compimento minato dalla contingenza. La critica di Marx, “per quanto pregna del mondo, gravida della prassi, non può automaticamente partorire la rivoluzione, e anzi necessita di un taglio, di una decisione che si dà solo nel travaglio, in una lotta il cui andamento non è guidabile dalla ragione, mentre ne è prefissato il fine”.10 Tutto ciò assume ancora maggior rilievo se consideriamo che, secondo Galli, Marx conferisce alla politica rivoluzionaria “ruolo eroico”. La rivoluzione del proletariato, infatti, non ha solo l’obiettivo di conservare i rapporti economici esistenti inserendoli in un contesto politico più adeguato (come lo Stato borghese che ha preso il posto dello Stato tradizionale), ma di conquistare il potere politico per mutare radicalmente i rapporti di produzione. E c’è di più. Il proletariato deve alla fine di questo processo abolirsi come classe e affermarsi come umanità liberata.
Torniamo al quesito iniziale: come possiamo valutare l’incompiutezza del pensiero marxiano? Non credo si possa prescindere dal fatto che il marxismo, quando ha preteso di compiersi come sistema, è diventato fatalmente strumento di potere nelle mani dello Stato o del Partito. La pretesa di dedurre scientificamente la prassi ha corrisposto alla volontà di un soggetto politico di dominare i soggetti sociali che si trovava di fronte, scomunicando come eretiche tutte le insorgenze dal basso che non si conformavano alle direttive dettate dall’altro. Scomunica che poi, a ben vedere, finiva per riguardare tutte le insorgenze che superavano una certa soglia di conflittualità, mettendo a rischio l’essenza conciliatrice di una dialettica ridotta a ideologia istituzionalizzata. Ben venga dunque l’incompletezza perché essa, come nota Galli, impedisce al pensiero di Marx di essere normativo e dunque, aggiungo, di sostituire l’autoemancipazione della classe operaia di cui parlava Marx con il primato della politica, sia esso incarnato da uno Stato o da un Partito. D’altra parte è vero, come sottolinea ancora Galli, che assumere l’incompletezza può portare a un “vuoto di pensiero e di direzione”, capace soltanto di assecondare uno sterile ribellismo. Bisogna perciò capire bene cosa si intende quando si afferma che l’incompletezza porta con se l’indeterminatezza nella prassi politica.
E’ bene notare, insieme a Galli, che siamo lontani dalla “grande decisione” priva di un qualsivoglia telos e di una qualsiasi giustificazione che non sia un puro atto di volontà. Siamo cioè distanti dal pensiero negativo di un Nietzsche o di uno Schmiitt, dal regno del sospetto distruttivo che si esprime come negativo indeterminato, opposizione insuperabile, abisso dell’origine. Ci approssimiamo piuttosto alla terra della “speranza” che non a caso dà il titolo ad uno dei capitoli del libro. Una speranza che, storicamente, ha dato luogo, sostiene Galli, a una “profezia messianica di rango globale”, attraverso una lettura semplificata della dialettica, della storia e della rivoluzione, capace di dare espressione, per ampie masse, al bisogno di credere, alla pretesa di dignità, all’ansia di riscatto contro l’ingiustizia, all’empito verso il futuro. Che il marxismo sia stato anche questo è senz’altro vero, così come è vero che una simile connotazione porta con sé i rischi di una torsione autoritaria. Ciò nonostante, questa religione popolare sui generis andrebbe valutata in modo articolato a meno che non si voglia abbracciare un approccio piattamente positivistico e smaccatamente elitario.
Quello che sorprende è che in un capitolo dedicato a Marx intitolato “speranza” non si faccia alcun riferimento (come del resto in tutto il libro) a Ernest Bloch che sul tema ha scritto qualche pagina di un certo interesse. E’ stato proprio Bloch ad insistere sul fatto che il marxismo si caratterizza strutturalmente per la sua apertura sul futuro, inteso come ciò che è realmente possibile: la realtà è per lui un processo sempre aperto, dischiuso verso una molteplicità di esiti possibili. Questa potenziale molteplicità, però, non è illimitata, indefinita. L’analisi marxiana del modo di produzione capitalistico, infatti, mostra il futuro nella sua qualità di orizzonte del limitatamente possibile e delle potenzialità di liberazione innervate nel presente. La conoscenza di questo orizzonte non è però un affare che abbia a che fare con la mera razionalità. Solo attraverso la speranza il presente diventa intelligibile in quanto emotivamente sostenibile pur nella sua persistente negatività: è possibile sostenere il travaglio del negativo soltanto nel momento in cui intravediamo la speranza del suo superamento. Perciò solo presidiando il territorio dell’immaginario il marxismo può diventare forza effettiva e non pura contemplazione scientifica dei processi storici. Ciò non toglie che per Bloch occorre prendere di petto la “contraddizione contemporanea oggettiva”.
E questo ci riporta alla negazione determinata, alla gerarchia delle contraddizioni e alla capacità della contraddizione principale di generare una soggettività in grado di toglierla. Galli su questo è decisamente scettico. Per lui il marxismo difficilmente potrà ritornare egemone, potrà al massimo riacquisire diritto di parola. Dal canto mio rimango convinto che il rapporto di produzione con la sua intrinseca conflittualità continua a rappresentare il luogo strategico del nostro presente e perciò su questo piano occorre essere in grado di intervenire, ammesso che si voglia aprire a un futuro realmente differente. E mi sembra davvero difficile che ciò possa accadere senza che i soggetti inseriti in questo luogo strategico abbiano un qualche ruolo. Se come forza principale o soltanto come parte, comunque significativa, di una coalizione sociale più ampia, allo stato attuale è tutto da vedere. Quanto parte dell’autopercezione di un futuro soggetto collettivo potrà essere ascrivibile all’attività lavorativa e quanta, invece, si potrà attribuire ad altri tipi di appartenenze è un’altra questione che rimane aperta. Ma la politica, per quanto soggetta ad un significativo grado di indeterminatezza, non è il regno del mero arbitrio, se è vero che esiste una totalità capitalistica che ha le sue leggi di funzionamento. Come, a suo tempo, ci ha spiegato Marx.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/12/2018
Kurdistan. L’appello e le richieste del Knk
Le minacce dello Stato turco, le preparazioni per un attacco militare su vasta scala e l’occupazione militare del Rojava (Siria del nord) si stanno intensificando. Nel gennaio di quest’anno, lo Stato turco ha iniziato una campagna di aggressione militare contro la regione un tempo pacifica di Afrin nel Rojava e questa campagna, condotta in modo coordinato con vari gruppi jihadisti, alla fine è culminata nell’occupazione di Afrin stessa.
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
Fonte
La guerra dello Stato turco contro Afrin è risultata in una tragedia umana di ampie proporzioni – centinaia di civili indifesi sono stati massacrati e migliaia sono stati feriti, la regione è stata incendiata, saccheggiata e distrutta dallo Stato turco e dai suoi alleati jihadisti. Centinaia di migliaia sono stati espulsi con la forza dalle proprie case, la guerra e la successiva occupazione e le campagne terroristiche dello Stato turco e dei suoi alleati jihadisti in corso nella regione hanno significativamente alterato la demografia di Afrin. La catastrofe che ha investito la popolazione di Afrin era l’obiettivo ultimo della campagna dello Stato turco.
Lo Stato turco ora cerca di ottenere in altre regioni del Rojava lo stesso risultato visto ad Afrin e in questo momento si sta preparando ad attaccare in Siria una regione lunga 500 chilometri tra i fiumi Tigri ed Eufrate. I primi obiettivi nella regione sono le aree di confine di Kobane, Manbij, Tel Abyad, Serêkaniyê (Ras al-Ain), Darbasiyah, Amude, Qamishlo, Tirbespî (al-Qahtaniyah), Dêrik (al-Malikiyah) e migliaia di città e villaggi. Insieme a città come Qamishlo, Hasakah e Raqqa, con grandi popolazioni urbane, ci sono circa cento città e migliaia di villaggi nell’area che attualmente ospita circa 3 milioni di persone. Qualsiasi attacco da parte dello Stato turco condurrebbe a un’insopportabile tragedia umana di grandi dimensioni.
È ben noto che, con i loro sacrifici, l’amministrazione regionale del Nord e dell’Est della Siria/Rojava e le forze delle YPG/YPJ/FSD sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro ISIS. Il mondo intero è stato testimone della resistenza di Kobane, e non è passato tanto tempo. Queste sono alcune delle forze prese di mira dallo Stato turco e Kobane, il bastione della resistenza contro ISIS, è tra gli obiettivi turchi. La guerra contro ISIS è ancora in corso e forze del Nord e dell’Est della Siria sono sulle linee del fronte di questa guerra.
Le forze della coalizione anti-ISIS a guida USA, che comprendono il Regno Unito, la Francia e altri Paesi, sono stazionate in quest’area e mantengono una presenza attiva conducendo oltre 200 attacchi in Siria solo nella scorsa settimana. Le forze della coalizione avevano promesso all’amministrazione regionale la protezione di queste aree. Tuttavia secondo notizie recenti, per via delle minacce dello Stato turco, gli USA si stanno preparando a ritirare velocemente le proprie forze dalla regione. Se gli USA e le altre forze della coalizione si ritireranno, abbandoneranno le comunità in quest’area a massacri su ampia scala. Uno sviluppo del genere porterebbe a una tragedia umanitaria di grandi dimensioni e allo stesso tempo infliggerebbe una profonda ferita alla coscienza dell’umanità.
Il nostro appello alle forze internazionali e all’umanità:
1. Le forze della coalizione non devono lasciare il Nord e l’Est della Siria/Rojava.
2. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve riunirsi con la massima urgenza, decidere di proteggere quest’area dall’aggressione e dichiararla una No-Fly Zone.
3. Gli USA devono riconsiderare e annullare la decisione riferita di ritirarsi da quest’area.
4. Le nazioni europee, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, devono immediatamente mettere questa questione all’ordine del giorno e non devono restare in silenzio di fronte a potenziali massacri contro curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni nella regione.
5. La Russia non deve restare spettatrice degli attacchi dello Stato turco come ha fatto ad Afrin, ma deve invece opporsi alle politiche distruttive dello Stato turco e alle sue interferenze nella regione.
6 .Coloro che difendono i diritti umani, i movimenti per la pace e le organizzazioni attive nella politica e nella società, non devono restare in silenzio di fronte a incombenti massacri, ma devono invece ascoltare la voce di curdi, arabi, siriaci, assiri e armeni, dei milioni di innocenti civili aleviti, musulmani, ezidi e cristiani minacciati dall’aggressione dello Stato turco e schierarsi in solidarietà con i popoli della Siria del Nord e dell’Est e aiutare a trasmettere al mondo le loro richieste di protezione e di pace.
Il popolo del Kurdistan resisterà contro questi attacchi. Noi facciamo appello a tutte e tutti di schierarsi in solidarietà con il nostro popolo!
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I Gilets Jaunes e la responsabilità della sinistra
Il miglior alleato del governo di fronte ai “giubbotti gialli” è l’estrema destra, la cui azione antisemita e razzista rovina le richieste democratiche e sociali del movimento. La responsabilità della sinistra è quindi decisiva per evitare questo faccia a faccia mortale. Tuttavia, a forza di divisioni e precauzioni, la sinistra potrebbe perdere questo appuntamento.
Ogni compiacenza di fronte ai tentativi dell’estrema destra antisemita, razzista e xenofoba di annettere e deviare il movimento dei “giubbotti gialli” annuncia la rovina delle sue iniziali richieste democratiche e sociali. Partendo dalla disuguaglianza naturale, che sostiene gerarchie tra umanità, origini, condizioni, culture, religioni, sessi e generi, l’estrema destra è nemica di ciò che è il motore iniziale della rabbia delle rotatorie: una richiesta radicale di uguaglianza di fronte all’ingiustizia fiscale e contro l’espropriazione politica (vedi il nostro articolo La bataille d’élegalité).
La caccia ai capri espiatori – l’ebreo, l’arabo, il musulmano, lo straniero, il migrante, l’omosessuale, etc., insomma l’altro, diverso o dissidente – non ha mai fatto la fortuna del popolo, ma sempre la sua disperazione. Essa apre la strada alle forze autoritarie che utilizzano il veleno identitario per difendere il perpetuarsi delle ingiustizie sociali e delle disuguaglianze economiche. Dalla sua nascita ideologica alla fine del XIX secolo, al centro delle nostre modernità industriali e tecnologiche, il razzismo è stata l’arma ricorrente delle classi dominanti in pericolo per uccidere le rivendicazioni sociali e la speranza democratica (leggi qui sul mio blog).
Diversi episodi recenti – tra cui l’espressione virulentemente antisemita di sabato 22 dicembre, a Montmartre, di un gruppo di estrema destra in giubbotti gialli (leggi qui e qua) – fanno sì che questo tema, lungi dall’essere teorico, è divenuto estremamente pratico per il futuro di un movimento sociale in corso e in attesa. L’abbiamo scritto fin dall’inizio: la sua storia non è scritta in anticipo e la sua traduzione politica ancor meno. Inedito, imprevisto e imprevedibile, come sono tutte le rivolte popolari spontanee, al di fuori di ogni quadro preesistente e di ogni organizzazione costituita, questo emergere di un popolo finora colpito dall’invisibilità e dal disprezzo, può al tempo stesso alzarsi e perdere la strada.
Colto da questa ricorrente grande paura dei possessori di fronte ad una rabbia incontrollabile, come dimostra il mantenimento dell’ordine di una violenza che non si vedeva dal 1968 (leggi questa dichiarazione di un sociologo della polizia), il governo gioca sulla perdizione del movimento, facendo dell’estrema destra il suo migliore alleato. Mentre i reportage sul campo (leggi in particolare quelli di Mediapart nel nostro dossier, ma anche di Florence Aubenas in Le Monde) mostrano una realtà di giubbotti gialli che è altrimenti complessa e diversa, più vicina alle cause dell’emancipazione che alla caccia al capro espiatorio, tutto è fatto, a livello mediatico e politico, per cogliere il minimo incidente razzista per screditarli. Aumentando l’effimero a scapito dell’inchiesta, l’informazione continua è qui un’arma di accecamento di massa, mostrando solo ciò che rafforza paure e pregiudizi.
Alla camera mortuaria di classe contro la quale i giubbotti gialli si sono sollevati, di fronte a un potere dall’alto che si ritiene “troppo intelligente, troppo fino“ per chi sta sotto, si aggiunge una squalifica morale: non solo questo popolo non capisce e non intende nulla, ma è anche politicamente terribile, persino mostruoso. Torna l’antifona delle “classi operaie, classi pericolose“ che unì le borghesie nel XIX secolo, in ascesa sulle rovine dell’Ancien Régime. Da questo punto di vista, i giubbotti gialli sono trattati allo stesso modo dei giovani dei quartieri popolari, se ci si ricorda dei cori contro questi nuovi “barbari” che hanno accompagnato lo stato di emergenza decretato – per la prima volta dalla guerra d’Algeria – durante i disordini del 2005.
È inevitabile che l’estrema destra agisca all’interno dei giubbotti gialli del paese che, storicamente, l’ha vista emergere durante l’affare Dreyfus e dove, soprattutto, si è nuovamente affermata nella dinamica elettorale dopo 38 anni (2,2 milioni di voti alle elezioni europee del 1984). D’altra parte, non è vero che impone loro la sua agenda ideologica, ed è qui che la responsabilità della sinistra è impegnata nella diversità delle correnti di pensiero – partiti, sindacati, associazioni, ecc. – frutto di lunghe battaglie, ancora incompiute, sempre da ricominciare, per una Repubblica democratica e sociale. Tuttavia, è un eufemismo dire che, per il momento, stia mancando questo appuntamento.
L’atteggiamento delle principali organizzazioni interessate è in bilico tra un atteggiamento da attendista e da gregario. Un attendismo da parte di coloro i quali, piuttosto che andare ad affrontare l’estrema destra sul campo, si mantengono a una distanza di sicurezza da un movimento che non dirigono né controllano. Un aggregarsi da parte di coloro i quali, invece di assumere una chiara e decisa pedagogia antifascista, relativizzano con compiacenza le derive che non dovrebbero trovare alcuna scusa. Mentre molti attivisti, sindacalisti o politici, hanno spontaneamente preso parte alla rivolta dei giubbotti gialli, come dimostrano i ricchi contributi del Club partecipativo di Mediapart (per esempio qui, qui e qui), l’imbarazzo e la confusione sembrano essere ampiamente condivisi ai vertici delle organizzazioni interessate.
Se questa situazione persiste, c’è il grande rischio che l’estrema destra sia la grande vincitrice di questa crisi, consolidando la sua posizione di unica sfidante di un potere che, nel 2017, si è fatto eleggere in nome del suo rifiuto. È ancor più grande se si continuano ad aggiungere incomprensibili divisioni faziose, perché questo è un momento storico e decisivo per tutte e tutti coloro che si dichiarano appartenenti a una sinistra democratica, sociale ed ecologica. La questione non è tanto quella delle prossime elezioni europee, dove la messa sembra già pronunciata, con ogni forza di sinistra che si appresta a correre in un corridoio separato. No, è più concretamente e urgentemente quella di ciò che sta accadendo e si sta giocando sul campo, alle rotatorie e altrove.
Come la riuscita convergenza ecologica e sociale durante la marcia sul clima, intorno allo slogan “Fine del mondo, fine del mese, per noi è la stessa battaglia”, le sinistre farebbero bene a inventare i propri punti di incontro locali al fine di unire le forze per partecipare al movimento in corso nel rispetto della sua autonomia. Queste hanno tanto da imparare dal movimento, dato che ricorda ai partiti di sinistra la perdita della loro base popolare e il loro isolamento nel comfort istituzionale (vedi qui in Libération), tanto da contribuire accompagnando la sua inventiva democratica e la sua radicalità sociale. I colpi da prendere, di fronte ad un movimento indocile ai recuperi, sono di scarso peso di fronte al rischio che venga sommerso da disperazione e risentimento. È immaginabile che oltre alle bandiere blu, bianca e rossa, il cui simbolo può significare sia un gradito ritorno alla memoria repubblicana, sia un infelice ripiegamento in una riserva identitaria, ci siano altri colori tricolori, che combinano giubbotti gialli, verdi e rossi?
In ogni caso, bisogna sperarlo intanto che, tra l’emergenza climatica, la regressione democratica e l’ingiustizia sociale, il tempo scorre, in Francia come altrove nel mondo. Allo spettacolo dei fallimenti, dell’impotenza e delle rivalità che ormai caratterizzano le sinistre indebolite e divise, come non avere la sensazione che non abbiano consapevolezza della gravità dell’epoca? Come se, mentre l’umanità fosse rinchiusa in una stanza le cui quattro pareti si avvicinassero ad alta velocità, continuassero a discutere sulla distribuzione dei mobili! Allo stesso tempo, solo le mobilitazioni della società, popolari e unitarie, possono scongiurare una catastrofe di cui conosciamo in anticipo i contorni: poteri autoritari, al servizio di interessi economici socialmente minoritari, trascinando i loro popoli in guerre identitarie e distruggendo gli esseri viventi del mondo.
I giubbotti gialli sono quell’opportunità che la sinistra dovrebbe cogliere. In Le Sens des affaires (Calmann-Lévy, 2014), il suo libro sui casi di corruzione che minano la fiducia nella democrazia, Fabrice Arfi ha riesumato una visione folgorante di Victor Hugo nel luglio 1847 nelle sue Cose Viste, allo spettacolo di una lussuosa dissolutezza mostrata sotto lo sguardo del popolo parigino: “Quando la folla guarda i ricchi con quegli occhi, non sono pensieri che sono presenti nella testa di tutti, sono eventi”. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1848, una rivolta popolare rovesciò la monarchia e diede vita alla Seconda Repubblica...
L’evento creativo, imprevedibile e incontenibile. Sì, eventi il cui svolgimento, mai scritto in anticipo, dipende sempre dall’azione o dall’inazione di coloro che li convocano. Ecco perché la responsabilità della sinistra è al giorno d’oggi immensa.
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Ogni compiacenza di fronte ai tentativi dell’estrema destra antisemita, razzista e xenofoba di annettere e deviare il movimento dei “giubbotti gialli” annuncia la rovina delle sue iniziali richieste democratiche e sociali. Partendo dalla disuguaglianza naturale, che sostiene gerarchie tra umanità, origini, condizioni, culture, religioni, sessi e generi, l’estrema destra è nemica di ciò che è il motore iniziale della rabbia delle rotatorie: una richiesta radicale di uguaglianza di fronte all’ingiustizia fiscale e contro l’espropriazione politica (vedi il nostro articolo La bataille d’élegalité).
La caccia ai capri espiatori – l’ebreo, l’arabo, il musulmano, lo straniero, il migrante, l’omosessuale, etc., insomma l’altro, diverso o dissidente – non ha mai fatto la fortuna del popolo, ma sempre la sua disperazione. Essa apre la strada alle forze autoritarie che utilizzano il veleno identitario per difendere il perpetuarsi delle ingiustizie sociali e delle disuguaglianze economiche. Dalla sua nascita ideologica alla fine del XIX secolo, al centro delle nostre modernità industriali e tecnologiche, il razzismo è stata l’arma ricorrente delle classi dominanti in pericolo per uccidere le rivendicazioni sociali e la speranza democratica (leggi qui sul mio blog).
Diversi episodi recenti – tra cui l’espressione virulentemente antisemita di sabato 22 dicembre, a Montmartre, di un gruppo di estrema destra in giubbotti gialli (leggi qui e qua) – fanno sì che questo tema, lungi dall’essere teorico, è divenuto estremamente pratico per il futuro di un movimento sociale in corso e in attesa. L’abbiamo scritto fin dall’inizio: la sua storia non è scritta in anticipo e la sua traduzione politica ancor meno. Inedito, imprevisto e imprevedibile, come sono tutte le rivolte popolari spontanee, al di fuori di ogni quadro preesistente e di ogni organizzazione costituita, questo emergere di un popolo finora colpito dall’invisibilità e dal disprezzo, può al tempo stesso alzarsi e perdere la strada.
Colto da questa ricorrente grande paura dei possessori di fronte ad una rabbia incontrollabile, come dimostra il mantenimento dell’ordine di una violenza che non si vedeva dal 1968 (leggi questa dichiarazione di un sociologo della polizia), il governo gioca sulla perdizione del movimento, facendo dell’estrema destra il suo migliore alleato. Mentre i reportage sul campo (leggi in particolare quelli di Mediapart nel nostro dossier, ma anche di Florence Aubenas in Le Monde) mostrano una realtà di giubbotti gialli che è altrimenti complessa e diversa, più vicina alle cause dell’emancipazione che alla caccia al capro espiatorio, tutto è fatto, a livello mediatico e politico, per cogliere il minimo incidente razzista per screditarli. Aumentando l’effimero a scapito dell’inchiesta, l’informazione continua è qui un’arma di accecamento di massa, mostrando solo ciò che rafforza paure e pregiudizi.
Alla camera mortuaria di classe contro la quale i giubbotti gialli si sono sollevati, di fronte a un potere dall’alto che si ritiene “troppo intelligente, troppo fino“ per chi sta sotto, si aggiunge una squalifica morale: non solo questo popolo non capisce e non intende nulla, ma è anche politicamente terribile, persino mostruoso. Torna l’antifona delle “classi operaie, classi pericolose“ che unì le borghesie nel XIX secolo, in ascesa sulle rovine dell’Ancien Régime. Da questo punto di vista, i giubbotti gialli sono trattati allo stesso modo dei giovani dei quartieri popolari, se ci si ricorda dei cori contro questi nuovi “barbari” che hanno accompagnato lo stato di emergenza decretato – per la prima volta dalla guerra d’Algeria – durante i disordini del 2005.
È inevitabile che l’estrema destra agisca all’interno dei giubbotti gialli del paese che, storicamente, l’ha vista emergere durante l’affare Dreyfus e dove, soprattutto, si è nuovamente affermata nella dinamica elettorale dopo 38 anni (2,2 milioni di voti alle elezioni europee del 1984). D’altra parte, non è vero che impone loro la sua agenda ideologica, ed è qui che la responsabilità della sinistra è impegnata nella diversità delle correnti di pensiero – partiti, sindacati, associazioni, ecc. – frutto di lunghe battaglie, ancora incompiute, sempre da ricominciare, per una Repubblica democratica e sociale. Tuttavia, è un eufemismo dire che, per il momento, stia mancando questo appuntamento.
L’atteggiamento delle principali organizzazioni interessate è in bilico tra un atteggiamento da attendista e da gregario. Un attendismo da parte di coloro i quali, piuttosto che andare ad affrontare l’estrema destra sul campo, si mantengono a una distanza di sicurezza da un movimento che non dirigono né controllano. Un aggregarsi da parte di coloro i quali, invece di assumere una chiara e decisa pedagogia antifascista, relativizzano con compiacenza le derive che non dovrebbero trovare alcuna scusa. Mentre molti attivisti, sindacalisti o politici, hanno spontaneamente preso parte alla rivolta dei giubbotti gialli, come dimostrano i ricchi contributi del Club partecipativo di Mediapart (per esempio qui, qui e qui), l’imbarazzo e la confusione sembrano essere ampiamente condivisi ai vertici delle organizzazioni interessate.
Se questa situazione persiste, c’è il grande rischio che l’estrema destra sia la grande vincitrice di questa crisi, consolidando la sua posizione di unica sfidante di un potere che, nel 2017, si è fatto eleggere in nome del suo rifiuto. È ancor più grande se si continuano ad aggiungere incomprensibili divisioni faziose, perché questo è un momento storico e decisivo per tutte e tutti coloro che si dichiarano appartenenti a una sinistra democratica, sociale ed ecologica. La questione non è tanto quella delle prossime elezioni europee, dove la messa sembra già pronunciata, con ogni forza di sinistra che si appresta a correre in un corridoio separato. No, è più concretamente e urgentemente quella di ciò che sta accadendo e si sta giocando sul campo, alle rotatorie e altrove.
Come la riuscita convergenza ecologica e sociale durante la marcia sul clima, intorno allo slogan “Fine del mondo, fine del mese, per noi è la stessa battaglia”, le sinistre farebbero bene a inventare i propri punti di incontro locali al fine di unire le forze per partecipare al movimento in corso nel rispetto della sua autonomia. Queste hanno tanto da imparare dal movimento, dato che ricorda ai partiti di sinistra la perdita della loro base popolare e il loro isolamento nel comfort istituzionale (vedi qui in Libération), tanto da contribuire accompagnando la sua inventiva democratica e la sua radicalità sociale. I colpi da prendere, di fronte ad un movimento indocile ai recuperi, sono di scarso peso di fronte al rischio che venga sommerso da disperazione e risentimento. È immaginabile che oltre alle bandiere blu, bianca e rossa, il cui simbolo può significare sia un gradito ritorno alla memoria repubblicana, sia un infelice ripiegamento in una riserva identitaria, ci siano altri colori tricolori, che combinano giubbotti gialli, verdi e rossi?
In ogni caso, bisogna sperarlo intanto che, tra l’emergenza climatica, la regressione democratica e l’ingiustizia sociale, il tempo scorre, in Francia come altrove nel mondo. Allo spettacolo dei fallimenti, dell’impotenza e delle rivalità che ormai caratterizzano le sinistre indebolite e divise, come non avere la sensazione che non abbiano consapevolezza della gravità dell’epoca? Come se, mentre l’umanità fosse rinchiusa in una stanza le cui quattro pareti si avvicinassero ad alta velocità, continuassero a discutere sulla distribuzione dei mobili! Allo stesso tempo, solo le mobilitazioni della società, popolari e unitarie, possono scongiurare una catastrofe di cui conosciamo in anticipo i contorni: poteri autoritari, al servizio di interessi economici socialmente minoritari, trascinando i loro popoli in guerre identitarie e distruggendo gli esseri viventi del mondo.
I giubbotti gialli sono quell’opportunità che la sinistra dovrebbe cogliere. In Le Sens des affaires (Calmann-Lévy, 2014), il suo libro sui casi di corruzione che minano la fiducia nella democrazia, Fabrice Arfi ha riesumato una visione folgorante di Victor Hugo nel luglio 1847 nelle sue Cose Viste, allo spettacolo di una lussuosa dissolutezza mostrata sotto lo sguardo del popolo parigino: “Quando la folla guarda i ricchi con quegli occhi, non sono pensieri che sono presenti nella testa di tutti, sono eventi”. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1848, una rivolta popolare rovesciò la monarchia e diede vita alla Seconda Repubblica...
L’evento creativo, imprevedibile e incontenibile. Sì, eventi il cui svolgimento, mai scritto in anticipo, dipende sempre dall’azione o dall’inazione di coloro che li convocano. Ecco perché la responsabilità della sinistra è al giorno d’oggi immensa.
Fonte
Sovranisti da strapazzo, populisti di palazzo. Su pensioni e non solo
Si sfoglia il carciofo della manovra un po’ alla volta, dato il vincolo al segreto rispettato da tutti i ministri interessati, e la sproporzione abnorme tra promesse elettorali e misure riscritte dalla Commissione Europea rivela il frutto come immangiabile.
La Camera si appresta ad approvare con voto di fiducia un testo che il Senato ha approvato senza neanche il tempo di leggerlo (centinaia di pagine e tabelle consegnate contestualmente all’inizio di un “dibattito” fissato in sei ore), e che sarà emendato a insindacabile decisione del governo per correggere alcune clamorose bastardate che hanno fatto incazzare persino i tranquillissimi cattolici della carità cristiana (come il raddoppio dell’Ires per le associazioni di volontariato).
Ma i due nodi-bandiera su cui si basa la popolarità del governo giallo-verde sono soprattutto le pensioni e il reddito di cittadinanza. E su questo bisogna essere molto precisi perché qui si giocherà nei prossimi mesi la battaglia politica dentro il nostro blocco sociale. E sarà una battaglia che ci contrapporrà, sui territori, direttamente ai terminali locali di Lega e Cinque Stelle, visto che la cosiddetta “opposizione” (Pd e Cgil, fondamentalmente) si muove sposando in pieno le critiche di Bruxelles (che monitorerà comunque ogni passaggio applicativo della manovra) e insistendo soprattutto sulla ridotta indicizzazione degli assegni pensionistici al di sopra dei 1.500 euro. Un’infamia, certamente, ma che riguarda solo una fetta, per quanto consistente, della platea interessata al tema.
Il decreto di attuazione relativo all’introduzione della cosiddetta “quota 100” dovrebbe vedere la luce per metà gennaio. I condizionali sono d’obbligo per tutti coloro che hanno provato ad analizzare i dettagli del provvedimento, perché cambiano di ora in ora nel tentativo di far quadrare numero degli aventi diritto, entità delle penalizzazioni e saldi finali da registrare tra le maggiori spese.
La prima considerazione da fare è che l’impianto delle legge Fornero resta totalmente in piedi. Tutto quello che si va discutendo è la dimensione e le griglie selettive in cui far passare, per soli tre anni, un po’ di lavoratori anziani di cui le imprese – soprattutto del Nord, ovviamente – si vogliono disfare, per assumere due o tre giovani schiavi (contratti precari, niente diritti e salari ridottissimi) al costo di un lavoratore in uscita.
Per tutti la “quota 100” è parecchio fasulla. Si potrà infatti andare in pensione prima dei 67 anni solo se si hanno 38 anni di contributi riconosciuti (all’Inps ci sono ogni giorno file sterminate di lavoratori che cercano di farsi ritrovare contributi “scomparsi” o non pagati dalle imprese, anche per più anni). Di fatto, dunque, ci sarà “quota 101” per chi ha già 63 anni, “quota 102” per chi ne ha 64, “quota 103” per i 65enni, “quota 104” per i 66enni. Per tutti gli altri (basta una settimana di contributi in meno dei 38 anni) restano i 67 anni previsti dalla “Fornero” per la pensione di vecchiaia.
Stabilito questo, ci si inoltra nella giungla degli “sbarramenti” e delle “finestre”.
I dipendenti dello Stato riceveranno il Tfs (la “liquidazione”, che nel privato è chiamata Tfr) soltanto tre anni dopo il collocamento in pensione; e comunque non prima dei 65 anni di età. L’erogazione avverrà in tre “rate”, quindi l’ultima verrà percepita cinque anni dopo aver lasciato il lavoro. Si tratta di un peggioramento sostanziale del trattamento attuale (ideato dalla Fornero, appunto) che prevede l’erogazione del Tfs due anni dopo il collocamento in pensione e due sole rate.
Ai profani sembrerà un bizantinismo, ma c’è una ragione contabile precisa per queste piccole angherie. Erogare il Tfs in sempre maggior ritardo, infatti, consente di spalmare la spesa su un arco maggiore di anni e quindi di farla pesare meno sulle uscite annuali; in secondo luogo, è statisticamente certo che con l’avanzare dell’età si tende a morire, quindi ritardare il pagamento serve anche a diminuire di un altro po’ – per avvenuto decesso, in caso di assenza di eredi diretti – le somme totali da pagare.
L’uscita dal lavoro prima dei 67 anni comporterà comunque una forte penalizzazione sull’ammontare dell’assegno pensionistico; tanto più pesante quanto minore è l’età del ritiro. Molti analisti si sono sbizzarriti in calcoli, e in alcuni casi ci potrebbe essere una taglio anche del 30%. Questo dovrebbe scoraggiare tutti coloro che non hanno o non possono trovare un reddito integrativo (visto anche il reintrodotto divieto di cumulo tra pensione e collaborazioni “in chiaro”), restringendo di fatto la platea dei beneficiari a chi sta abbastanza bene da fregarsene della penalizzazione oppure a chi fa un lavoro talmente massacrante da rendere impossibile andare avanti fino ai 67 anni.
Sempre per gli statali, la prima “finestra d’uscita” dovrebbe aprirsi ad ottobre, in pratica il prossimo anno; e si comprende bene perché la promessa “regolarizzazione dei precari” attivi nella pubblica amministrazione sia intanto slittata a... novembre.
Per i lavoratori del settore privato, invece, il primo varco si dovrebbe aprire in aprile.
In totale, anche le stime più ottimistiche valutano che non saranno più di 300.000 i lavoratori che potranno uscire un po’ prima dal lavoro nell’arco di questi tre anni. Poi c’è Fornero per tutti (alla faccia della “cancellazione” promessa da entrambi i vicepremier).
L’altra misura-simbolo, il reddito di cittadinanza, resta avvolto nella nebbia più fitta. Ogni indiscrezione va presa con le molle, ma tutte confermano per ora un indurimento dell’impianto teso al workfare. Ossia una misura che deve spingere al lavoro e ad accettare qualsiasi impiego venga offerto (al terzo rifiuto, stop reddito). Perciò ogni “beneficiario” dovrà sottoscrivere un doppio impegno: a frequentare i corsi di formazione che gli saranno consigliati e ad accettare ogni lavoro che gli verrà offerto (e ovviamente qualsiasi salario).
Anche sulle cifre degli assegni e i “paletti” che impediscono di usufruirne l'opera è ancora in corso. Basterà avere 5.000 euro sul conto corrente per essere esclusi, la proprietà della casa di abitazione comporterà un taglio sostanzioso, con complicati calcoli per quanto riguarda eventuali “contributi all’affitto” o al mutuo.
Di nuovo c’è che al governo hanno scoperto tardi che i centri per l’impiego esistenti hanno poco personale e strutturalmente non sono predisposti per applicare le norme ancora “allo studio”. Quindi faranno entrare in campo le imprese, che di fatto – secondo il Corriere, per esempio – riceveranno in dono il “reddito di cittadinanza” da riconsegnare, sotto forma di salario, ai neo-assunti. Un salario basso, e oltretutto pagato dallo Stato: cosa vuoi più dalla vita, imprenditore mio?
In ogni caso il periodo di erogazione del finto “reddito” verrà limitato a 18 mesi. Se non hai trovato un lavoro entro questo periodo, ti puoi pure suicidare: non avrai un euro.
La constatazione diventa decisiva se ci ricordiamo che già nel terzo trimestre l’economia italiana ed europea hanno fortemente rallentato, al punto che quasi tutti prevedono una nuova recessione alle porte, dalla gravità al momento sconosciuta (dipenderà dall’evoluzione della “guerra dei dazi”, da tensioni finanziarie o commerciali che già agitano i mercati, ecc). Insomma: in una recessione normalmente diminuiscono i posti di lavoro complessivamente attivi, dunque ci sarà un aumento dei disoccupati invece che degli occupati. Trovare un lavoro, quindi, sarà più difficile.
Altra cosa sarebbe se lo Stato investisse le stesse cifre nella creazione di attività (redditizie o semplicemente necessarie, come la manutenzione del territorio). Ma questo “non si può fare”, perché “la Ue non lo permette”.
Poi vengono fuori i dolori veri.
Dall’esame dei codicilli emerge un taglio di quasi 6 miliardi alle spese per l’Istruzione entro il 2021. Già oggi, lamentava persino Ferruccio De Bortoli, l’Italia spende per l’istruzione meno di quanto spende per pagare gli interessi sul debito. Ma in fondo, quando mai l’istruzione è stata una risorsa per un paese senza troppe risorse? (E’ ironico, sia chiaro...)
Saranno inoltre bloccati 2 miliardi di spesa per trasporti, università, servizi pubblici, come fondo di garanzia per la UE. In pratica, se il quadro economico dovesse peggiorare – ed è certo, come abbiamo visto poco fa – il governo si è impegnato con la Ue a procedere a tagli “automatici” in questi settori-chiave.
Per il 2019 è stata congelato – è vero – l’aumento delle aliquote Iva, messo lì come “clausole di salvaguardia” fin dal governo di Enrico Letta. Ma non avendo saputo trovare le risorse per impedirlo, il governo gialloverde si è limitato a rinviarlo al 2020. Naturalmente con un sostanzioso aumento perché, per impedire che scatti, la legge di bilancio del prossimo anno dovrà tagliare da 20 a 30 miliardi di spesa pubblica. Altrimenti l’Iva ordinaria (seguita da tutte le altre aliquote) schizzerà al 26,5%. Una vera catastrofe per i redditi medi e bassi, perché – come tutte le tasse “indirette” – si scarica immediatamente sui consumi, rendendo più alto il prezzo di ogni merce (meno il lavoro umano, guarda un po’).
Che andrà così, è praticamente certo, perché – dopo aver rapidamente dismesso gli abiti dei “ribelli contro Bruxelles” – i partiti della maggioranza di governo si sono impegnati a far controllare alla UE l’andamento di conti pubblici ed economia già a partire da febbraio... E a correggere ogni sbavatura nei modi che gli verranno indicati.
E meno male che erano “sovranisti” e “populisti”...
Fonte
La Camera si appresta ad approvare con voto di fiducia un testo che il Senato ha approvato senza neanche il tempo di leggerlo (centinaia di pagine e tabelle consegnate contestualmente all’inizio di un “dibattito” fissato in sei ore), e che sarà emendato a insindacabile decisione del governo per correggere alcune clamorose bastardate che hanno fatto incazzare persino i tranquillissimi cattolici della carità cristiana (come il raddoppio dell’Ires per le associazioni di volontariato).
Ma i due nodi-bandiera su cui si basa la popolarità del governo giallo-verde sono soprattutto le pensioni e il reddito di cittadinanza. E su questo bisogna essere molto precisi perché qui si giocherà nei prossimi mesi la battaglia politica dentro il nostro blocco sociale. E sarà una battaglia che ci contrapporrà, sui territori, direttamente ai terminali locali di Lega e Cinque Stelle, visto che la cosiddetta “opposizione” (Pd e Cgil, fondamentalmente) si muove sposando in pieno le critiche di Bruxelles (che monitorerà comunque ogni passaggio applicativo della manovra) e insistendo soprattutto sulla ridotta indicizzazione degli assegni pensionistici al di sopra dei 1.500 euro. Un’infamia, certamente, ma che riguarda solo una fetta, per quanto consistente, della platea interessata al tema.
Il decreto di attuazione relativo all’introduzione della cosiddetta “quota 100” dovrebbe vedere la luce per metà gennaio. I condizionali sono d’obbligo per tutti coloro che hanno provato ad analizzare i dettagli del provvedimento, perché cambiano di ora in ora nel tentativo di far quadrare numero degli aventi diritto, entità delle penalizzazioni e saldi finali da registrare tra le maggiori spese.
La prima considerazione da fare è che l’impianto delle legge Fornero resta totalmente in piedi. Tutto quello che si va discutendo è la dimensione e le griglie selettive in cui far passare, per soli tre anni, un po’ di lavoratori anziani di cui le imprese – soprattutto del Nord, ovviamente – si vogliono disfare, per assumere due o tre giovani schiavi (contratti precari, niente diritti e salari ridottissimi) al costo di un lavoratore in uscita.
Per tutti la “quota 100” è parecchio fasulla. Si potrà infatti andare in pensione prima dei 67 anni solo se si hanno 38 anni di contributi riconosciuti (all’Inps ci sono ogni giorno file sterminate di lavoratori che cercano di farsi ritrovare contributi “scomparsi” o non pagati dalle imprese, anche per più anni). Di fatto, dunque, ci sarà “quota 101” per chi ha già 63 anni, “quota 102” per chi ne ha 64, “quota 103” per i 65enni, “quota 104” per i 66enni. Per tutti gli altri (basta una settimana di contributi in meno dei 38 anni) restano i 67 anni previsti dalla “Fornero” per la pensione di vecchiaia.
Stabilito questo, ci si inoltra nella giungla degli “sbarramenti” e delle “finestre”.
I dipendenti dello Stato riceveranno il Tfs (la “liquidazione”, che nel privato è chiamata Tfr) soltanto tre anni dopo il collocamento in pensione; e comunque non prima dei 65 anni di età. L’erogazione avverrà in tre “rate”, quindi l’ultima verrà percepita cinque anni dopo aver lasciato il lavoro. Si tratta di un peggioramento sostanziale del trattamento attuale (ideato dalla Fornero, appunto) che prevede l’erogazione del Tfs due anni dopo il collocamento in pensione e due sole rate.
Ai profani sembrerà un bizantinismo, ma c’è una ragione contabile precisa per queste piccole angherie. Erogare il Tfs in sempre maggior ritardo, infatti, consente di spalmare la spesa su un arco maggiore di anni e quindi di farla pesare meno sulle uscite annuali; in secondo luogo, è statisticamente certo che con l’avanzare dell’età si tende a morire, quindi ritardare il pagamento serve anche a diminuire di un altro po’ – per avvenuto decesso, in caso di assenza di eredi diretti – le somme totali da pagare.
L’uscita dal lavoro prima dei 67 anni comporterà comunque una forte penalizzazione sull’ammontare dell’assegno pensionistico; tanto più pesante quanto minore è l’età del ritiro. Molti analisti si sono sbizzarriti in calcoli, e in alcuni casi ci potrebbe essere una taglio anche del 30%. Questo dovrebbe scoraggiare tutti coloro che non hanno o non possono trovare un reddito integrativo (visto anche il reintrodotto divieto di cumulo tra pensione e collaborazioni “in chiaro”), restringendo di fatto la platea dei beneficiari a chi sta abbastanza bene da fregarsene della penalizzazione oppure a chi fa un lavoro talmente massacrante da rendere impossibile andare avanti fino ai 67 anni.
Sempre per gli statali, la prima “finestra d’uscita” dovrebbe aprirsi ad ottobre, in pratica il prossimo anno; e si comprende bene perché la promessa “regolarizzazione dei precari” attivi nella pubblica amministrazione sia intanto slittata a... novembre.
Per i lavoratori del settore privato, invece, il primo varco si dovrebbe aprire in aprile.
In totale, anche le stime più ottimistiche valutano che non saranno più di 300.000 i lavoratori che potranno uscire un po’ prima dal lavoro nell’arco di questi tre anni. Poi c’è Fornero per tutti (alla faccia della “cancellazione” promessa da entrambi i vicepremier).
L’altra misura-simbolo, il reddito di cittadinanza, resta avvolto nella nebbia più fitta. Ogni indiscrezione va presa con le molle, ma tutte confermano per ora un indurimento dell’impianto teso al workfare. Ossia una misura che deve spingere al lavoro e ad accettare qualsiasi impiego venga offerto (al terzo rifiuto, stop reddito). Perciò ogni “beneficiario” dovrà sottoscrivere un doppio impegno: a frequentare i corsi di formazione che gli saranno consigliati e ad accettare ogni lavoro che gli verrà offerto (e ovviamente qualsiasi salario).
Anche sulle cifre degli assegni e i “paletti” che impediscono di usufruirne l'opera è ancora in corso. Basterà avere 5.000 euro sul conto corrente per essere esclusi, la proprietà della casa di abitazione comporterà un taglio sostanzioso, con complicati calcoli per quanto riguarda eventuali “contributi all’affitto” o al mutuo.
Di nuovo c’è che al governo hanno scoperto tardi che i centri per l’impiego esistenti hanno poco personale e strutturalmente non sono predisposti per applicare le norme ancora “allo studio”. Quindi faranno entrare in campo le imprese, che di fatto – secondo il Corriere, per esempio – riceveranno in dono il “reddito di cittadinanza” da riconsegnare, sotto forma di salario, ai neo-assunti. Un salario basso, e oltretutto pagato dallo Stato: cosa vuoi più dalla vita, imprenditore mio?
In ogni caso il periodo di erogazione del finto “reddito” verrà limitato a 18 mesi. Se non hai trovato un lavoro entro questo periodo, ti puoi pure suicidare: non avrai un euro.
La constatazione diventa decisiva se ci ricordiamo che già nel terzo trimestre l’economia italiana ed europea hanno fortemente rallentato, al punto che quasi tutti prevedono una nuova recessione alle porte, dalla gravità al momento sconosciuta (dipenderà dall’evoluzione della “guerra dei dazi”, da tensioni finanziarie o commerciali che già agitano i mercati, ecc). Insomma: in una recessione normalmente diminuiscono i posti di lavoro complessivamente attivi, dunque ci sarà un aumento dei disoccupati invece che degli occupati. Trovare un lavoro, quindi, sarà più difficile.
Altra cosa sarebbe se lo Stato investisse le stesse cifre nella creazione di attività (redditizie o semplicemente necessarie, come la manutenzione del territorio). Ma questo “non si può fare”, perché “la Ue non lo permette”.
Poi vengono fuori i dolori veri.
Dall’esame dei codicilli emerge un taglio di quasi 6 miliardi alle spese per l’Istruzione entro il 2021. Già oggi, lamentava persino Ferruccio De Bortoli, l’Italia spende per l’istruzione meno di quanto spende per pagare gli interessi sul debito. Ma in fondo, quando mai l’istruzione è stata una risorsa per un paese senza troppe risorse? (E’ ironico, sia chiaro...)
Saranno inoltre bloccati 2 miliardi di spesa per trasporti, università, servizi pubblici, come fondo di garanzia per la UE. In pratica, se il quadro economico dovesse peggiorare – ed è certo, come abbiamo visto poco fa – il governo si è impegnato con la Ue a procedere a tagli “automatici” in questi settori-chiave.
Per il 2019 è stata congelato – è vero – l’aumento delle aliquote Iva, messo lì come “clausole di salvaguardia” fin dal governo di Enrico Letta. Ma non avendo saputo trovare le risorse per impedirlo, il governo gialloverde si è limitato a rinviarlo al 2020. Naturalmente con un sostanzioso aumento perché, per impedire che scatti, la legge di bilancio del prossimo anno dovrà tagliare da 20 a 30 miliardi di spesa pubblica. Altrimenti l’Iva ordinaria (seguita da tutte le altre aliquote) schizzerà al 26,5%. Una vera catastrofe per i redditi medi e bassi, perché – come tutte le tasse “indirette” – si scarica immediatamente sui consumi, rendendo più alto il prezzo di ogni merce (meno il lavoro umano, guarda un po’).
Che andrà così, è praticamente certo, perché – dopo aver rapidamente dismesso gli abiti dei “ribelli contro Bruxelles” – i partiti della maggioranza di governo si sono impegnati a far controllare alla UE l’andamento di conti pubblici ed economia già a partire da febbraio... E a correggere ogni sbavatura nei modi che gli verranno indicati.
E meno male che erano “sovranisti” e “populisti”...
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27/12/2018
Tumori, arriva un vaccino cubano contro il cancro al polmone
Per gli scettici, o i filo-statunitensi, si tratterà di una notizia secondaria. Al massimo di una “scoperta fortunata”. E invece qualsiasi ricercatore serio vi potrà confermare che esiste una relazione positiva, certa, anche non quantificabile con millimetrica precisione, tra entità delle risorse investite in ricerca biomedica e risultati visibili, certificabili, utilizzabili.
E’ invece certamente un caso, entro certi limiti, che questa notizia – data da una testata non sospettabile di “filo-castrismo” – sia arrivata poche settimane prima che venisse approvata la legge di bilancio di Cuba, che assegna il 27,5% della spese pubblica a “sanità e assistenza sociale”. Come quasi tutti gli anni, del resto...
Buona lettura!
Arriva da Cuba l’ultima buona notizia sulla cura del cancro al polmone. Il Centro di immunologia molecolare cubano ha testato su circa 5mila pazienti il vaccino terapeutico Cimavax-efg, usato su casi di cancro al polmone avanzato con cellule non piccole, tra le forme tumorali più feroci. I primi risultati del test hanno mostrato un blocco della crescita del carcinoma, con aumento della sopravvivenza dei malati e un miglioramento della qualità della vita, visto che il farmaco non provoca effetti collaterali paragonabili a quelli della chemioterapia e della radioterapia.
Più d circa 5.000 pazienti cubani sono stati trattati con il vaccino terapeutico Cimavax-efg contro il cancro del polmone avanzato con cellule non piccole, il più mortale e frequente dei tumori maligni di questo organo vitale.
Creato da specialisti del Centro d’Immunologia Molecolare (CIM), l’applicazione del farmaco mostra risultati promettenti, fermando la crescita del carcinoma e aumentando la sopravvivenza dei malati con un miglioramento della qualità di vita, oltre a presentare una bassa tossicità e un’adeguata tolleranza, dato che non provoca gli effetti secondari della chemioterapia e della radioterapia.
La Dottoressa in Scienze Tania Crombet Ramos, investigatrice di questa istituzione che appartiene al Gruppo di Imprese BioCubaFarma, ha riferito a Granma che il vaccino si somministra per via intramuscolare e il suo alto livello di sicurezza facilita l’uso a un livello d’attenzione primaria di salute.
Nel 2008 ha ottenuto la sua prima registrazione sanitaria in Cuba concessa dal Centro per il Controllo Statale dei Medicinali, gli Strumenti e i Dispositivi Medici (CECMED), mentre oggi è registrato anche in Argentina, Colombia, Perù, Paraguay, Bosnia-Erzegovina e Kazaquistan.
Dal punto di vista di proprietà intellettuale, lo sviluppo del promettente prodotto ha generato due patenti d’invenzione, una vigente in 80 paesi sino al 2028, includendo Europa e Stati Uniti.
Attualmente sono in corso alcune prove cliniche con Cimavax-efg in istituzioni d’Europa, Asia e Stati Uniti dove si realizzano nel Roswell Park Cancer Institute, di Nuova York.
Tania Crombet ha sottolineato che le proiezioni del vaccino comprendono l’esecuzione di nuove investigazioni destinate a valutare gli effetti del suo utilizzo combinato con vari farmaci registrati contro il cancro polmonare, valutando le possibilità di uso in altre localizzazioni tumorali e nelle fasi più precoci della malattia.
Fondato da Fidel il 5 dicembre del 1994, il CIM si dedica soprattutto all’ottenimento di nuovi farmaci indirizzati a trattare il cancro e le malattie auto immuni, applicando il concetto di lavoro e ciclo completo delle investigazioni, della produzione e del commercio.
Cancro ai polmoni: tuttora un tabù Il cancro ai polmoni – denominato anche carcinoma bronchiale o polmonare – si sviluppa quando le cellule delle mucose delle vie respiratorie o degli alveoli polmonari mutano e producono tumori di tipo maligno. Il cancro ai polmoni è considerato il più mortale tra tutti i tipi di cancro. E poi la malattia è spesso un tabù: siccome fra le persone colpite vi sono parecchi fumatori, nei pazienti si insinua spesso un senso di colpa. Ciò implica sovente una diagnosi tardiva, con con – seguente peggioramento della prognosi. I metodi moderni di trattamento che vanno dalla chirurgia alla radioterapia fino alla terapia farmacologica possono migliorare la qualità di vita delle persone colpite. Carcinomi a piccole cellule e carcinomi non a piccole cellule Che tipo di terapia adottare in caso di cancro ai polmoni dipende dal tipo di tumore e dalla sua diffusione. Il cancro ai polmoni viene classificato in carcinoma bronchiale a piccole cellule e carcinoma bronchiale non a piccole cellule. Il più raro carcinoma bronchiale a piccole cellule si presenta in circa il 15 percento dei pazienti affetti da cancro ai polmoni. Esso cresce molto rapidamente e produce subito metastasi.
Queste, in genere, al momento della diagnosi sono già penetrate nei tessuti circostanti, nelle ghiandole linfatiche e anche in altri organi. Il più frequente, il carcinoma bronchiale non a piccole cellule si riscontra nell’85 percento circa dei pazienti affetti da cancro ai polmoni. Rispetto all’altro tipo di carcinoma, esso cresce più lentamente e forma le metastasi più tardi. I tre sottogruppi più importanti sono: – carcinoma a cellule squamose (interessa circa il 40 percento) è il tipo di tumore più frequente – adenocarcinoma (35 percento) è la forma più frequente nei non fumatori – carcinoma bronchiale a grandi cellule (10 percento) È possibile prevenire il cancro ai polmoni? Il cancro ai polmoni, così come altre forme tumorali, non può essere prevenuto con certezza. La rinuncia al tabacco tuttavia può essere considerata la misura preventiva più efficace: smettere di fumare riduce del 90 percento il rischio di cancro ai polmoni nel corso dei 15 anni di vita successivi!
Scoprire la causa della tosse prolungata I fumatori sono abituati alla «tosse del fumatore» e per questo motivo non si rivolgono al medico. La tosse però è anche uno dei sintomi più frequenti del cancro ai polmoni. Sia ai fumatori che ai non fumatori si raccomanda una visita medica entro le due settimane successive alla comparsa di uno o più fra i seguenti sintomi: – tosse prolungata (non in caso di raffreddore o febbre) – peggioramento della tosse del fumatore – espettorato con sangue – dolori persistenti al petto – affanno anche durante attività leggere o in condizione di riposo – raucedine persistente – raffreddori o polmoniti frequenti e persistenti – perdita di peso involontaria, perdita di appetito e debolezza generale – febbre frequente senza un motivo apparente – gonfiore al volto o al collo – dolori alle ossa Questi sintomi possono indicare la presenza di un cancro ai polmoni, ma compaiono anche in presenza di altre malattie meno gravi. Pertanto non bisogna esitare troppo a lungo a chiedere una consultazione medica per accertare l’origine dei disturbi.
Fonte
E’ invece certamente un caso, entro certi limiti, che questa notizia – data da una testata non sospettabile di “filo-castrismo” – sia arrivata poche settimane prima che venisse approvata la legge di bilancio di Cuba, che assegna il 27,5% della spese pubblica a “sanità e assistenza sociale”. Come quasi tutti gli anni, del resto...
Buona lettura!
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Arriva da Cuba l’ultima buona notizia sulla cura del cancro al polmone. Il Centro di immunologia molecolare cubano ha testato su circa 5mila pazienti il vaccino terapeutico Cimavax-efg, usato su casi di cancro al polmone avanzato con cellule non piccole, tra le forme tumorali più feroci. I primi risultati del test hanno mostrato un blocco della crescita del carcinoma, con aumento della sopravvivenza dei malati e un miglioramento della qualità della vita, visto che il farmaco non provoca effetti collaterali paragonabili a quelli della chemioterapia e della radioterapia.
Più d circa 5.000 pazienti cubani sono stati trattati con il vaccino terapeutico Cimavax-efg contro il cancro del polmone avanzato con cellule non piccole, il più mortale e frequente dei tumori maligni di questo organo vitale.
Creato da specialisti del Centro d’Immunologia Molecolare (CIM), l’applicazione del farmaco mostra risultati promettenti, fermando la crescita del carcinoma e aumentando la sopravvivenza dei malati con un miglioramento della qualità di vita, oltre a presentare una bassa tossicità e un’adeguata tolleranza, dato che non provoca gli effetti secondari della chemioterapia e della radioterapia.
La Dottoressa in Scienze Tania Crombet Ramos, investigatrice di questa istituzione che appartiene al Gruppo di Imprese BioCubaFarma, ha riferito a Granma che il vaccino si somministra per via intramuscolare e il suo alto livello di sicurezza facilita l’uso a un livello d’attenzione primaria di salute.
Nel 2008 ha ottenuto la sua prima registrazione sanitaria in Cuba concessa dal Centro per il Controllo Statale dei Medicinali, gli Strumenti e i Dispositivi Medici (CECMED), mentre oggi è registrato anche in Argentina, Colombia, Perù, Paraguay, Bosnia-Erzegovina e Kazaquistan.
Dal punto di vista di proprietà intellettuale, lo sviluppo del promettente prodotto ha generato due patenti d’invenzione, una vigente in 80 paesi sino al 2028, includendo Europa e Stati Uniti.
Attualmente sono in corso alcune prove cliniche con Cimavax-efg in istituzioni d’Europa, Asia e Stati Uniti dove si realizzano nel Roswell Park Cancer Institute, di Nuova York.
Tania Crombet ha sottolineato che le proiezioni del vaccino comprendono l’esecuzione di nuove investigazioni destinate a valutare gli effetti del suo utilizzo combinato con vari farmaci registrati contro il cancro polmonare, valutando le possibilità di uso in altre localizzazioni tumorali e nelle fasi più precoci della malattia.
Fondato da Fidel il 5 dicembre del 1994, il CIM si dedica soprattutto all’ottenimento di nuovi farmaci indirizzati a trattare il cancro e le malattie auto immuni, applicando il concetto di lavoro e ciclo completo delle investigazioni, della produzione e del commercio.
Cancro ai polmoni: tuttora un tabù Il cancro ai polmoni – denominato anche carcinoma bronchiale o polmonare – si sviluppa quando le cellule delle mucose delle vie respiratorie o degli alveoli polmonari mutano e producono tumori di tipo maligno. Il cancro ai polmoni è considerato il più mortale tra tutti i tipi di cancro. E poi la malattia è spesso un tabù: siccome fra le persone colpite vi sono parecchi fumatori, nei pazienti si insinua spesso un senso di colpa. Ciò implica sovente una diagnosi tardiva, con con – seguente peggioramento della prognosi. I metodi moderni di trattamento che vanno dalla chirurgia alla radioterapia fino alla terapia farmacologica possono migliorare la qualità di vita delle persone colpite. Carcinomi a piccole cellule e carcinomi non a piccole cellule Che tipo di terapia adottare in caso di cancro ai polmoni dipende dal tipo di tumore e dalla sua diffusione. Il cancro ai polmoni viene classificato in carcinoma bronchiale a piccole cellule e carcinoma bronchiale non a piccole cellule. Il più raro carcinoma bronchiale a piccole cellule si presenta in circa il 15 percento dei pazienti affetti da cancro ai polmoni. Esso cresce molto rapidamente e produce subito metastasi.
Queste, in genere, al momento della diagnosi sono già penetrate nei tessuti circostanti, nelle ghiandole linfatiche e anche in altri organi. Il più frequente, il carcinoma bronchiale non a piccole cellule si riscontra nell’85 percento circa dei pazienti affetti da cancro ai polmoni. Rispetto all’altro tipo di carcinoma, esso cresce più lentamente e forma le metastasi più tardi. I tre sottogruppi più importanti sono: – carcinoma a cellule squamose (interessa circa il 40 percento) è il tipo di tumore più frequente – adenocarcinoma (35 percento) è la forma più frequente nei non fumatori – carcinoma bronchiale a grandi cellule (10 percento) È possibile prevenire il cancro ai polmoni? Il cancro ai polmoni, così come altre forme tumorali, non può essere prevenuto con certezza. La rinuncia al tabacco tuttavia può essere considerata la misura preventiva più efficace: smettere di fumare riduce del 90 percento il rischio di cancro ai polmoni nel corso dei 15 anni di vita successivi!
Scoprire la causa della tosse prolungata I fumatori sono abituati alla «tosse del fumatore» e per questo motivo non si rivolgono al medico. La tosse però è anche uno dei sintomi più frequenti del cancro ai polmoni. Sia ai fumatori che ai non fumatori si raccomanda una visita medica entro le due settimane successive alla comparsa di uno o più fra i seguenti sintomi: – tosse prolungata (non in caso di raffreddore o febbre) – peggioramento della tosse del fumatore – espettorato con sangue – dolori persistenti al petto – affanno anche durante attività leggere o in condizione di riposo – raucedine persistente – raffreddori o polmoniti frequenti e persistenti – perdita di peso involontaria, perdita di appetito e debolezza generale – febbre frequente senza un motivo apparente – gonfiore al volto o al collo – dolori alle ossa Questi sintomi possono indicare la presenza di un cancro ai polmoni, ma compaiono anche in presenza di altre malattie meno gravi. Pertanto non bisogna esitare troppo a lungo a chiedere una consultazione medica per accertare l’origine dei disturbi.
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Libia. L’Isis rientra in gioco. Attacco e tre morti al Ministero degli esteri
Il giorno di Natale c’è stato un attentato suicida contro la sede del ministero degli Esteri libico a Tripoli. Secondo fonti della sicurezza libica, tre persone sono morte nell’attacco.
Nelle ore successive è arrivata la rivendicazione da parte dell’Isis per l’attentato. Tre “soldati del califfato”, con giubbotti esplosivi e armi automatiche, hanno preso d’assalto la sede centrale del ministero del “governo apostata libico”, ha reso noto l’Isis sul web, rivendicando l’azione, come riportato da Site, centro statunitense di monitoraggio del radicalismo islamico.
Secondo fonti libiche i membri del commando dell’Isis erano cinque e non tre, e non sarebbero libici ma di origine subsahariana come quelli dell’attacco condotto contro la sede della Noc (National oil corporation) lo scorso settembre. Alcuni mesi prima, all’inizio di maggio, due attentatori suicidi hanno ucciso 14 persone in un attacco alla sede della Commissione elettorale a Tripoli.
In Libia l’Isis – per un certo periodo era riuscito a creare un quartier generale nella regione di Sirte da dove era poi stato cacciato dalla milizia di Misurata. Le stime di una fonte ufficiale statunitense come l’United States Africa Command, il comando americano responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, valutavano che in Libia ci siano oggi circa 500 miliziani dello Stato Islamico, molti meno rispetto ai 3mila del 2016, quando l’Isis controllava Sirte, ma circolano anche stime più alte. Diversi miliziani dell’Isis sono arrivati dalla Siria, passando soprattutto dal Sudan.
Michela Mercuri, docente ed esperta di Libia, riferisce di un rapporto dell’Onu i cui si parla di 3-4 mila miliziani dell’Isis presenti nel Fezzan, dove si erano mescolati con altre organizzazioni presenti in Libia almeno dal 2011, come Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), che ha ramificazioni nei paesi vicini, soprattutto in Algeria e in Tunisia. Gli attentatori del Bardo e di Sousse erano tunisini che si erano addestrati a Derna, in Libia; gli attentatori che hanno compiuto le stragi contro i copti egiziani la domenica delle Palme dell’anno scorso erano stati addestrati a Sabratha, sempre in Libia. “È il jihad andata e ritorno” afferma la prof.ssa Mercuri, “la Libia è diventata un hub terroristico, i terroristi partono, colpiscono, e se possono ritornano alla base”.
Del resto la dinamica indica che se le basi dell’Isis sono nel Fezzan, i suoi nuclei è la terza volta in un anno che colpiscono nella capitale libica.
Fonte
Nelle ore successive è arrivata la rivendicazione da parte dell’Isis per l’attentato. Tre “soldati del califfato”, con giubbotti esplosivi e armi automatiche, hanno preso d’assalto la sede centrale del ministero del “governo apostata libico”, ha reso noto l’Isis sul web, rivendicando l’azione, come riportato da Site, centro statunitense di monitoraggio del radicalismo islamico.
Secondo fonti libiche i membri del commando dell’Isis erano cinque e non tre, e non sarebbero libici ma di origine subsahariana come quelli dell’attacco condotto contro la sede della Noc (National oil corporation) lo scorso settembre. Alcuni mesi prima, all’inizio di maggio, due attentatori suicidi hanno ucciso 14 persone in un attacco alla sede della Commissione elettorale a Tripoli.
In Libia l’Isis – per un certo periodo era riuscito a creare un quartier generale nella regione di Sirte da dove era poi stato cacciato dalla milizia di Misurata. Le stime di una fonte ufficiale statunitense come l’United States Africa Command, il comando americano responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, valutavano che in Libia ci siano oggi circa 500 miliziani dello Stato Islamico, molti meno rispetto ai 3mila del 2016, quando l’Isis controllava Sirte, ma circolano anche stime più alte. Diversi miliziani dell’Isis sono arrivati dalla Siria, passando soprattutto dal Sudan.
Michela Mercuri, docente ed esperta di Libia, riferisce di un rapporto dell’Onu i cui si parla di 3-4 mila miliziani dell’Isis presenti nel Fezzan, dove si erano mescolati con altre organizzazioni presenti in Libia almeno dal 2011, come Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), che ha ramificazioni nei paesi vicini, soprattutto in Algeria e in Tunisia. Gli attentatori del Bardo e di Sousse erano tunisini che si erano addestrati a Derna, in Libia; gli attentatori che hanno compiuto le stragi contro i copti egiziani la domenica delle Palme dell’anno scorso erano stati addestrati a Sabratha, sempre in Libia. “È il jihad andata e ritorno” afferma la prof.ssa Mercuri, “la Libia è diventata un hub terroristico, i terroristi partono, colpiscono, e se possono ritornano alla base”.
Del resto la dinamica indica che se le basi dell’Isis sono nel Fezzan, i suoi nuclei è la terza volta in un anno che colpiscono nella capitale libica.
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Riscaldamento globale ed inquinamento? Per Trump nessun problema: più petrolio e più carbone
Via libera ad esplorazioni petrolifere e trivellazioni in aree protette e costruzione di nuove centrali elettriche a carbone. Di nuova generazione, certo. Ma sempre a carbone. Una dote che nessuno può negare al presidente degli Stati Uniti, è la solida (o stolida?) certezza nelle sue convinzioni. Al netto di tutto, anche della realtà.
Il riscaldamento globale? Esagerazioni di scienziati progressiti.
L’unica cosa che conta è il rilancio dell’economia.
Coerente con questa visione, ha permeato questi due anni di presidenza di scelte, atteggiamenti e dichiarazioni tutte volte alla massimizzazione del profitto delle lobby industriali e alla minimizzazione dei diritti di chi, negli Usa e nel mondo intero, vorrebbero un ambiente meno inquinato e pericoloso.
Non stupiscono, dunque, le due recenti proposte di legge che vanno ad annullare o quasi quanto il predecessore Obama aveva fatto in tema di tutela dell’ambiente, come racconta anche il Sole 24 Ore in un recente articolo.
La prima è un omaggio alle grandi aziende petrolifere, a cui verrà concesso di procedere ad esplorazioni e trivellazioni in cerca di petrolio e gas in aree fino ad oggi tutelate. L’obiettivo è quello di massimizzare la produzione di combustibili fossili, di cui gli Stati Uniti sono già tra i più grandi al mondo. I motivi di queste politiche vanno ricercati in più direzioni: più indipendenza dall’importazione estera e quindi da “amicizie pericolose” come quella con l’Arabia Saudita, forse incremento dell’export, aumento delle scorte interne e creazione di posti di lavoro.
Inutile commentare quanto possa essere surreale incrementare la produzione di petrolio e derivati in una fase di sconvolgimenti climatici, riscaldamento globale ed inquinamento.
Ma a Trump, e a chi lo sostiene (parliamo delle lobby industriali, ovviamente), evidentemente non interessa.
Più complessa la questione relativa alla seconda proposta di legge, che prevede lo sviluppo di nuove centrali elettriche a carbone “pulito”.
Gli Stati Uniti sono produttori di tecnologie innovative in questo settore, oltre ad essere grandi esportatori di carbone.
Questo a fronte di un calo della produzione interna di elettricità per mezzo di centrali a carbone, sostituite da quelle che utilizzano il gas da argille o shale gas, che però richiede un prezzo molto alto rispetto ai danni prodotti all’ambiente per estrarlo.
Ridare fiato ad un settore in forte calo? Incrementare la produzione di tecnologia da vendere all’estero, puntando sulla riconversione delle “vecchie” centrali a carbone in nuove strutture meno inquinanti?
Qualunque sia la motivazione politica ed economica, stiamo parlando di carbone. Di petrolio. Di gas. Di fonti energetiche non pulite, non rinnovabili ed inquinanti.
Non un buon servizio al mondo, in ogni caso.
Fonte
Il riscaldamento globale? Esagerazioni di scienziati progressiti.
L’unica cosa che conta è il rilancio dell’economia.
Coerente con questa visione, ha permeato questi due anni di presidenza di scelte, atteggiamenti e dichiarazioni tutte volte alla massimizzazione del profitto delle lobby industriali e alla minimizzazione dei diritti di chi, negli Usa e nel mondo intero, vorrebbero un ambiente meno inquinato e pericoloso.
Non stupiscono, dunque, le due recenti proposte di legge che vanno ad annullare o quasi quanto il predecessore Obama aveva fatto in tema di tutela dell’ambiente, come racconta anche il Sole 24 Ore in un recente articolo.
La prima è un omaggio alle grandi aziende petrolifere, a cui verrà concesso di procedere ad esplorazioni e trivellazioni in cerca di petrolio e gas in aree fino ad oggi tutelate. L’obiettivo è quello di massimizzare la produzione di combustibili fossili, di cui gli Stati Uniti sono già tra i più grandi al mondo. I motivi di queste politiche vanno ricercati in più direzioni: più indipendenza dall’importazione estera e quindi da “amicizie pericolose” come quella con l’Arabia Saudita, forse incremento dell’export, aumento delle scorte interne e creazione di posti di lavoro.
Inutile commentare quanto possa essere surreale incrementare la produzione di petrolio e derivati in una fase di sconvolgimenti climatici, riscaldamento globale ed inquinamento.
Ma a Trump, e a chi lo sostiene (parliamo delle lobby industriali, ovviamente), evidentemente non interessa.
Più complessa la questione relativa alla seconda proposta di legge, che prevede lo sviluppo di nuove centrali elettriche a carbone “pulito”.
Gli Stati Uniti sono produttori di tecnologie innovative in questo settore, oltre ad essere grandi esportatori di carbone.
Questo a fronte di un calo della produzione interna di elettricità per mezzo di centrali a carbone, sostituite da quelle che utilizzano il gas da argille o shale gas, che però richiede un prezzo molto alto rispetto ai danni prodotti all’ambiente per estrarlo.
Ridare fiato ad un settore in forte calo? Incrementare la produzione di tecnologia da vendere all’estero, puntando sulla riconversione delle “vecchie” centrali a carbone in nuove strutture meno inquinanti?
Qualunque sia la motivazione politica ed economica, stiamo parlando di carbone. Di petrolio. Di gas. Di fonti energetiche non pulite, non rinnovabili ed inquinanti.
Non un buon servizio al mondo, in ogni caso.
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Una crisi, tre reazioni opposte
Ci sono molti modi di reagire ai venti di crisi economica, ma che in fondo si riducono sostanzialmente a due. Un approccio “espansivo” oppure uno “restrittivo”, preoccupato di tener sotto controllo le variabili finanziarie (il debito pubblico, in primo luogo) anche a costo di aggravare la recessione.
Ma anche nel sostenere una linea espansiva si può agire in modo molto diverso. Dipende dagli obbiettivi che si vogliono perseguire e dagli strumenti che si mettono in campo.
In questo momento, Usa, Cina ed Unione Europea perseguono tre approcci molto differenti, che riflettono sia la posizione occupata nel sistema globale, sia gli orientamenti teorici dei diversi gruppi dirigenti. Oltre che differenti livelli di contraddizioni interne.
Negli Usa, lo scontro continuo tra Trump e le varie componenti del vecchio establishment sta in questo momento scaricando sulla Federal Reserve una nuvola di problemi che certo non giovano alla sua credibilità come regolatrice della politica monetaria. Il presidente della Fed, Jerome Powell (peraltro scelto dallo stesso Trump), sta realizzando il programma di innalzamento dei tassi di interesse deciso qualche anno fa da Yanet Yellen, dopo quasi un decennio di tasso zero e iniezioni di liquidità per sostenere sia l’economia reale (e dunque l’occupazione statunitense) sia i mercati finanziari, devastati a lungo dalle conseguenze dell’esplosione della bolla dei mutui subprime, che aveva innescato quella dei “prodotti derivati”, il fallimento di moltissime banche e il grande botto di Lehmann Brothers, quarta banda d’affari del pianeta.
Trump – interprete dell’indebolimento pluridecennale degli Usa come potenza industriale – ha aperto la guerra dei dazi con Cina e Unione Europea, e dunque pretende una politica monetaria più in linea con le esigenze dell’economia reale “nazionale”. Mentre la Fed sembra muoversi ancora nella logica del player monetario globale, ruolo ricoperto con grande forza (non sempre con lucidità) da almeno 30 anni a questa parte, in quella che è stata definita l’era della “seconda globalizzazione” (la prima, su scala ovviamente minore, aveva riguardato la fine ‘800 e si era chiusa con due guerre mondiali a distanza di venti anni).
Ovviamente, che la principale superpotenza viva contraddizioni pesanti sugli orientamenti da dare alla propria azione è di per sé un elemento di instabilità che aggrava le tensioni nascenti intorno al rallentamento dell’economia mondiale.
La reazione cinese ai venti di crisi e guerra commerciale è radicalmente diversa. Alla vigilia di Natale i responsabili del Ministero delle Finanze cinese e dell’Amministrazione Statale delle Imposte hanno presentato le misure che entreranno in vigore dal primo gennaio. Un pacchetto colossale di stimoli fiscali che aumenteranno immediatamente il reddito disponibile per moltissime fasce sociali. I contribuenti potranno godere di detrazioni aggiuntive in 6 diversi ambiti: istruzione dei figli, istruzione continua, assistenza medica per le malattie gravi, interessi sul mutuo per la casa o affitto di abitazioni, e sostegno agli anziani.
Se ci fate caso, è l’esatto opposto di quanto avviene in Italia e in genere nell’Unione Europea, dove si vanno rapidamente eliminando le detrazioni per assicurare maggiori entrate agli stati finalizzate... alla riduzione del debito pubblico.
Questo pacchetto di stimoli fiscali si aggiunge al consueto aumento annuo del salario minimo, previsto ancora una volta intorno al 15%. Di questo passo i salari cinesi si vanno rapidamente avvicinando a quelli europei. Il che, se segna una minore competitività di prezzo delle merci prodotte nel Celeste Impero, rafforza però enormemente i consumi interni e dunque il potenziamento di un mercato che per crescere non dipende dalle esportazioni (al contrario di quanto va imponendo da anni la Germania a tutta la UE, con un modello mercantilista fondato sulla deflazione salariale in tutto il Vecchio Continente), e dunque è in grado di risentire molto meno delle tempeste che si vanno preparando sui mercati internazionali.
Nella stessa direzione, peraltro, vanno altre misure immediatamente operative, come un’ulteriore spinta su nuovi progetti infrastrutturali, tra cui 50 miliardi di dollari in nuove metropolitane e treni leggeri. Un piccolo raffronto, solo per aiutarvi a capire: nella manovra del “governo del cambiamento” italico sono previsti due miliardi di “tagli automatici” alla pesa pubblica nel caso – ormai certo – di “deterioramento del quadro economico”: tra cui spiccano i 300 milioni in meno alla mobilità locale.
Pechino, insomma, si muove per contrastare anticipatamente i venti di crisi, cercando di evitare “iniezioni di liquidità” a pioggia, che premiamo i circuiti finanziari facendo gonfiare bolle speculative che, quando esplodono, fanno danni anche e soprattutto all’economia reale. E si muove facendo aumentare il reddito disponibile per la fasce medio-basse della popolazione, invece di strizzarne via fino all’ultima goccia.
La strategia seguita fin qui dall’Unione Europea, insomma, non sembra altrettanto efficace e tantomeno “moralmente equa”. E non siamo soltanto noi a dirlo, ormai.
Un editoriale di Milano Finanza, stamattina, suona il de profundis per la politica seguita dalla Bce fin dalla sua istituzione, ma anche e soprattutto per la gestione “non convenzionale” dell’altrove celebratissimo Mario Draghi: “Dopo il Qe non c’è una strategia”.
“Qe” sta per quantitative easing, ovvero le iniezioni di liquidità aggiuntive al tasso di interesse zero, messe in atto dalla Bce negli ultimi anni e in scadenza il 31 dicembre. In totale, si tratta di 2.563 miliardi “nominali”, creati dal nulla, con cui sono stati acquistati titoli di stato, asset privati, “prodotti derivati”, per tenere sotto controllo la tendenza alla deflazione (diminuzione dei prezzi) e riportare l’inflazione al livello ritenuto “naturale”: vicino ma non superiore al 2% annuo.
“Obbiettivo fallito”, scrive Milano Finanza, visto che l’inflazione viaggia intorno all’1,1% e risulta assai più sensibile alle variazioni del prezzo del petrolio – unica merce, insieme al lavoro umano, che entra nella formazione del prezzo di tutte le altre – che non agli stimoli monetari.
L’economia non ha reagito. Le aziende “pur di vendere, si sono spesso ridotte i margini, rinunciando a trasferirei maggiori costi al consumatore; piuttosto si tagliano i salari”. Ossia si produce deflazione strutturale. Solo gli opinion maker strapagati possono ritenere che sia meglio avere una minore capacità di consumo (un mercato interno depresso) pur di essere “competitivi sul prezzo” con altri paesi. Un po’ perché, comunque, ci sarà sempre – specie nei paesi meno sviluppati – qualcuno che potrà offrire manodopera a un prezzo ancora più basso; un po’ – o soprattutto – perché un mercato interno debole non può ammortizzare gli choc esterni, da qualsia situazione siano causati.
E qui la critica a Draghi diventa addirittura “tecnica”: “la nuova moneta – creata dalla Bce con il Qe – entra nel sistema economico dall’estero, oppure attraversi il canale bancario, ovvero attraverso la spesa pubblica finanziata in disavanzo da nuova moneta. L’acquisto di titoli del debito pubblico con il Qe, che è stato effettuato sul mercato secondario e per di più su piazze finanziarie estere, non poteva oggettivamente raggiungere l’obbiettivo previsto”. La nuova moneta, insomma, non è entrata nel circolo dell’economia reale, ma è rimasta nei circuiti finanziari. Ne hanno beneficiato le banche, certamente, e per un po’ anche i conti pubblici (minori interessi sul debito, quindi anche abbassamento dello spread). Ma ora la Bce resta senza altre strategie. Il Qe doveva servire a ricostruire la “normalità”, e terminare a obbiettivo raggiunto. Finisce invece senza aver ottenuto il risultato e soprattutto mentre sta partendo un’altra grave crisi finanziaria (il crollo di Wall Street alla vigilia di Natale – -2,9% – e quello di Tokyo stanno lì ad annunciarlo).
La Bce, oggi, “non ha margini di manovra sulla base degli strumenti ordinari per contrastare una nuova recessione o, peggio, una possibile crisi finanziaria. Il Piano Juncker si è dissolto nel nulla, perché implicava il finanziamento da parte di privati di iniziative in grado di offrire rendimenti certi agli investitori (che infatti sono rimasti a guardare, ndt). Le grandi reti transeueropee sono in stallo, i piani di transizione tecnologica ed ecologica stentano ad affermarsi, basati come sono su costi crescenti per le imprese e i consumatori (chiedere a Macron e ai gilet jaunes per delucidazioni, ndt). Lo smantellamento progressivo delle iniziative geopolitiche e industriali su cui era fondata la Comunità Europea, la Ceca e l’Euratom, e rispetto a cui rimangono unici esemplari la Bei e l’Esa, dovrebbe essere riconsiderato alla luce delle nuove esigenze”.
Ma gli errori sono stati infiniti: “Se solo la Bce avesse acquistato bond di queste ormai scomparse istituzioni europee, o almeno quelli del Piano Juncker, ci sarebbero stati quegli investimenti infrastrutturali e innovazione capaci di creare occupazione e sviluppo. Usare risorse colossali, com’è avvenuto per il Qe, senza avere un minimo di strategia complessiva circa gli indirizzi e gli obiettivi, al di là della scusa dell’inflazione, è costato all’Europa ben più degli oltre 2.500 miliardi: sono stati persi tre anni cruciali.”
Invece Draghi e l’intero board di Francoforte hanno scelto di assecondare le priorità fissate dall’ordoliberismo teutonico: “La strategia della Bce, con una politica monetaria accomodante, ha cercato solo di rendere meno dura la politica di bilancio restrittiva decisa con il Fiscal Compact, indorando appena la pillola delle riforme strutturali fondate sulla deflazione salariale, giacché il lavoro è l’unica merce che non ha una quotazione uniforme sui mercati globali”.
Fanno ridere le elucubrazioni che sentiamo dai “nostri” parlamentari, che governano o fingono di opporsi sulla base di assunti economici scritti solo nei manuali. E fa impressione veder ammettere – su un quotidiano economico – che tutte le politiche dell’Unione Europea, almeno negli ultimi 30 anni, si sono fondate sulla volontà di abbattere i livelli salariali, “unica merce che non ha una quotazione uniforme sui mercati globali”. Una strategia perdente, come si è visto, non a caso diametralmente opposta a quella dei cinesi; ma soprattutto inefficace a raggiungere i risultati previsti dai trattati.
“In questo sta il fallimento del Trattato di Lisbona, che risale pur esso al 2008: l’Europa ambiva ad essere l’area più dinamica del pianeta, con gli oltre 500 milioni di cittadini ad elevata scolarizzazione, coesione sociale e comuni radici storiche e culturali. È diventata invece un’area ad elevata conflittualità dal punto di vista istituzionale, politico e sociale, tra Brexit, Gruppo di Visegrad, sovranismi vari e Gilet Jaune”.
L’applicazione della medesima “medicina” a pazienti con caratteristiche molto diverse può sorprendere solo un imbecille senza speranze. E infatti, scrive ancora Guido Salerno Aletta, “L’errore della politica monetaria della Bce è stato la non discriminazione degli interventi, la fideistica convinzione della capacità del mercato di autoregolarsi, trascurando le profonde differenze tra le varie aree territoriali dell’Europa ed i diversi settori.”
Alla fin fine, il Qe si è trasformato nell’ennesimo – stratosferico – regalo all’economia tedesca: “è stata la Germania che ne ha beneficiato di più, sia per la svalutazione dell’euro verso il dollaro che ne è conseguita, e che ha fatto aumentare ulteriormente il suo saldo commerciale extra-Ue, importante in un momento di bassa crescita europea, sia per aver determinato un rendimento negativo sui titoli del debito pubblico tedesco, collocato prevalentemente all’estero. Sono stati i risparmiatori stranieri, tra cui probabilmente non pochi italiani, ad aver contribuito alla significativa riduzione del debito tedesco, prestando più denaro di quanto non ne incassino per l’investimento”.
I “teorici dell’austerità” hanno insomma fatto man bassa del risparmio altrui, nel mentre li fustigavano – con le decisioni della Commissione Europea – perché incapaci di ridurre il proprio debito pubblico (su cui pagano annualmente per interessi superiori alle spesa per istruzione, come in Italia). E mentre, contemporaneamente, ridisegnavano la catena del valore europea intorno al proprio sistema industriale.
Anche le tensioni Nord/Sud italiane, malamente accroccate nel governo gialloverde, hanno questa radice, come rileva Giuseppe Masala: “Il Nord Italia è inserito (in posizione subalterna, al pari della Cechia, dell’Ungheria, della Romania, della Polonia ecc.) nella global chain value tedesca. In questa posizione, ed in continua lotta con gli altri paesi subalterni inseriti nella catena globale del valore teutonica, per competere non può fare altro che pretendere di tenersi tutte le risorse economiche. Ciò significa inesorabilmente – come di fatto sottolinea Villone – la completa distruzione del Sud e la sua magrebinizzazione ridotto a concorrere con i paesi del sud del mediterraneo per attrarre flussi di turisti e di anziani in cerca di ospizio dall’Europa Core e per esportare derrate alimentari (ovviamente verrà indorata la pillola con la retorica del menga dell’’agroalimentare di qualità’)”.
Senza esplosioni sociali in grado di imporre svolte politiche radicali a paesi di rilievo (la Francia si sta portando avanti col lavoro, grazie alla mobilitazione dei Gilets Jaunes), il destino appare segnato: “Avete visto in Ungheria l’approvazione della cosiddetta ‘Legge Schiavitù’ che tante proteste ha generato? Tra cinque anni massimo tutti i paesi che fungono da contoterzisti dei tedeschi dovranno adeguarsi alle regole della virtuosa Ungheria, pena perdere aziende che delocalizzano nel paese magiaro. Insomma, i paesi contoterzisti si fanno una guerra spietata per abbassare i costi di produzione riducendosi a nuova Cina per la Germania che sta in cima alla catena globale del valore creata all’interno della UE.
Dall’altro lato poi c’è da dire che altri paesi fanno dumping fiscale rubando entrate ai paesi deboli che non possono abbassare le imposte. Ogni riferimento a Lussemburgo e Olanda non è puramente casuale”.
Ce n’è abbastanza per concludere che la “diversità di approccio” tra le tre più grandi marcoaree continentali sviluppate – Usa, Cina, Unione Europea – sta velocemente ponendo le basi per risultati economicamente e socialmente opposti. Il benessere sociale consolida il consenso (Cina); cercare di “proteggere” il proprio mercato interno è un tentativo quasi disperato di ricostruire il consenso che si è andato perdendo con il vecchio establishment (gli Usa). Poi c’è questo strano mostro dell’Unione Europea, in cui le virtù dell’”austerità” stanno sconquassando in pochi anni un quadro costruito pazientemente in sette decenni. Gli scricchiolii si moltiplicano (dalla Brexit alla fine dell’era Merkel, passando per la rapida estinzione di “giovani leoni europeisti” come Renzi e Macron); e stanno diventando scosse sismiche.
Su quale sia l’imperialismo più debole, insomma, non è lecito nutrire dubbi. Su quale sia il nemico da combattere, per noi che viviamo in questa parte del mondo, neppure. A meno di non volersi trasformare – come i socialisti di inizio ‘900 – negli strenui difensori del “proprio” imperialismo. Contro le propria base sociale...
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Ma anche nel sostenere una linea espansiva si può agire in modo molto diverso. Dipende dagli obbiettivi che si vogliono perseguire e dagli strumenti che si mettono in campo.
In questo momento, Usa, Cina ed Unione Europea perseguono tre approcci molto differenti, che riflettono sia la posizione occupata nel sistema globale, sia gli orientamenti teorici dei diversi gruppi dirigenti. Oltre che differenti livelli di contraddizioni interne.
Negli Usa, lo scontro continuo tra Trump e le varie componenti del vecchio establishment sta in questo momento scaricando sulla Federal Reserve una nuvola di problemi che certo non giovano alla sua credibilità come regolatrice della politica monetaria. Il presidente della Fed, Jerome Powell (peraltro scelto dallo stesso Trump), sta realizzando il programma di innalzamento dei tassi di interesse deciso qualche anno fa da Yanet Yellen, dopo quasi un decennio di tasso zero e iniezioni di liquidità per sostenere sia l’economia reale (e dunque l’occupazione statunitense) sia i mercati finanziari, devastati a lungo dalle conseguenze dell’esplosione della bolla dei mutui subprime, che aveva innescato quella dei “prodotti derivati”, il fallimento di moltissime banche e il grande botto di Lehmann Brothers, quarta banda d’affari del pianeta.
Trump – interprete dell’indebolimento pluridecennale degli Usa come potenza industriale – ha aperto la guerra dei dazi con Cina e Unione Europea, e dunque pretende una politica monetaria più in linea con le esigenze dell’economia reale “nazionale”. Mentre la Fed sembra muoversi ancora nella logica del player monetario globale, ruolo ricoperto con grande forza (non sempre con lucidità) da almeno 30 anni a questa parte, in quella che è stata definita l’era della “seconda globalizzazione” (la prima, su scala ovviamente minore, aveva riguardato la fine ‘800 e si era chiusa con due guerre mondiali a distanza di venti anni).
Ovviamente, che la principale superpotenza viva contraddizioni pesanti sugli orientamenti da dare alla propria azione è di per sé un elemento di instabilità che aggrava le tensioni nascenti intorno al rallentamento dell’economia mondiale.
La reazione cinese ai venti di crisi e guerra commerciale è radicalmente diversa. Alla vigilia di Natale i responsabili del Ministero delle Finanze cinese e dell’Amministrazione Statale delle Imposte hanno presentato le misure che entreranno in vigore dal primo gennaio. Un pacchetto colossale di stimoli fiscali che aumenteranno immediatamente il reddito disponibile per moltissime fasce sociali. I contribuenti potranno godere di detrazioni aggiuntive in 6 diversi ambiti: istruzione dei figli, istruzione continua, assistenza medica per le malattie gravi, interessi sul mutuo per la casa o affitto di abitazioni, e sostegno agli anziani.
Se ci fate caso, è l’esatto opposto di quanto avviene in Italia e in genere nell’Unione Europea, dove si vanno rapidamente eliminando le detrazioni per assicurare maggiori entrate agli stati finalizzate... alla riduzione del debito pubblico.
Questo pacchetto di stimoli fiscali si aggiunge al consueto aumento annuo del salario minimo, previsto ancora una volta intorno al 15%. Di questo passo i salari cinesi si vanno rapidamente avvicinando a quelli europei. Il che, se segna una minore competitività di prezzo delle merci prodotte nel Celeste Impero, rafforza però enormemente i consumi interni e dunque il potenziamento di un mercato che per crescere non dipende dalle esportazioni (al contrario di quanto va imponendo da anni la Germania a tutta la UE, con un modello mercantilista fondato sulla deflazione salariale in tutto il Vecchio Continente), e dunque è in grado di risentire molto meno delle tempeste che si vanno preparando sui mercati internazionali.
Nella stessa direzione, peraltro, vanno altre misure immediatamente operative, come un’ulteriore spinta su nuovi progetti infrastrutturali, tra cui 50 miliardi di dollari in nuove metropolitane e treni leggeri. Un piccolo raffronto, solo per aiutarvi a capire: nella manovra del “governo del cambiamento” italico sono previsti due miliardi di “tagli automatici” alla pesa pubblica nel caso – ormai certo – di “deterioramento del quadro economico”: tra cui spiccano i 300 milioni in meno alla mobilità locale.
Pechino, insomma, si muove per contrastare anticipatamente i venti di crisi, cercando di evitare “iniezioni di liquidità” a pioggia, che premiamo i circuiti finanziari facendo gonfiare bolle speculative che, quando esplodono, fanno danni anche e soprattutto all’economia reale. E si muove facendo aumentare il reddito disponibile per la fasce medio-basse della popolazione, invece di strizzarne via fino all’ultima goccia.
La strategia seguita fin qui dall’Unione Europea, insomma, non sembra altrettanto efficace e tantomeno “moralmente equa”. E non siamo soltanto noi a dirlo, ormai.
Un editoriale di Milano Finanza, stamattina, suona il de profundis per la politica seguita dalla Bce fin dalla sua istituzione, ma anche e soprattutto per la gestione “non convenzionale” dell’altrove celebratissimo Mario Draghi: “Dopo il Qe non c’è una strategia”.
“Qe” sta per quantitative easing, ovvero le iniezioni di liquidità aggiuntive al tasso di interesse zero, messe in atto dalla Bce negli ultimi anni e in scadenza il 31 dicembre. In totale, si tratta di 2.563 miliardi “nominali”, creati dal nulla, con cui sono stati acquistati titoli di stato, asset privati, “prodotti derivati”, per tenere sotto controllo la tendenza alla deflazione (diminuzione dei prezzi) e riportare l’inflazione al livello ritenuto “naturale”: vicino ma non superiore al 2% annuo.
“Obbiettivo fallito”, scrive Milano Finanza, visto che l’inflazione viaggia intorno all’1,1% e risulta assai più sensibile alle variazioni del prezzo del petrolio – unica merce, insieme al lavoro umano, che entra nella formazione del prezzo di tutte le altre – che non agli stimoli monetari.
L’economia non ha reagito. Le aziende “pur di vendere, si sono spesso ridotte i margini, rinunciando a trasferirei maggiori costi al consumatore; piuttosto si tagliano i salari”. Ossia si produce deflazione strutturale. Solo gli opinion maker strapagati possono ritenere che sia meglio avere una minore capacità di consumo (un mercato interno depresso) pur di essere “competitivi sul prezzo” con altri paesi. Un po’ perché, comunque, ci sarà sempre – specie nei paesi meno sviluppati – qualcuno che potrà offrire manodopera a un prezzo ancora più basso; un po’ – o soprattutto – perché un mercato interno debole non può ammortizzare gli choc esterni, da qualsia situazione siano causati.
E qui la critica a Draghi diventa addirittura “tecnica”: “la nuova moneta – creata dalla Bce con il Qe – entra nel sistema economico dall’estero, oppure attraversi il canale bancario, ovvero attraverso la spesa pubblica finanziata in disavanzo da nuova moneta. L’acquisto di titoli del debito pubblico con il Qe, che è stato effettuato sul mercato secondario e per di più su piazze finanziarie estere, non poteva oggettivamente raggiungere l’obbiettivo previsto”. La nuova moneta, insomma, non è entrata nel circolo dell’economia reale, ma è rimasta nei circuiti finanziari. Ne hanno beneficiato le banche, certamente, e per un po’ anche i conti pubblici (minori interessi sul debito, quindi anche abbassamento dello spread). Ma ora la Bce resta senza altre strategie. Il Qe doveva servire a ricostruire la “normalità”, e terminare a obbiettivo raggiunto. Finisce invece senza aver ottenuto il risultato e soprattutto mentre sta partendo un’altra grave crisi finanziaria (il crollo di Wall Street alla vigilia di Natale – -2,9% – e quello di Tokyo stanno lì ad annunciarlo).
La Bce, oggi, “non ha margini di manovra sulla base degli strumenti ordinari per contrastare una nuova recessione o, peggio, una possibile crisi finanziaria. Il Piano Juncker si è dissolto nel nulla, perché implicava il finanziamento da parte di privati di iniziative in grado di offrire rendimenti certi agli investitori (che infatti sono rimasti a guardare, ndt). Le grandi reti transeueropee sono in stallo, i piani di transizione tecnologica ed ecologica stentano ad affermarsi, basati come sono su costi crescenti per le imprese e i consumatori (chiedere a Macron e ai gilet jaunes per delucidazioni, ndt). Lo smantellamento progressivo delle iniziative geopolitiche e industriali su cui era fondata la Comunità Europea, la Ceca e l’Euratom, e rispetto a cui rimangono unici esemplari la Bei e l’Esa, dovrebbe essere riconsiderato alla luce delle nuove esigenze”.
Ma gli errori sono stati infiniti: “Se solo la Bce avesse acquistato bond di queste ormai scomparse istituzioni europee, o almeno quelli del Piano Juncker, ci sarebbero stati quegli investimenti infrastrutturali e innovazione capaci di creare occupazione e sviluppo. Usare risorse colossali, com’è avvenuto per il Qe, senza avere un minimo di strategia complessiva circa gli indirizzi e gli obiettivi, al di là della scusa dell’inflazione, è costato all’Europa ben più degli oltre 2.500 miliardi: sono stati persi tre anni cruciali.”
Invece Draghi e l’intero board di Francoforte hanno scelto di assecondare le priorità fissate dall’ordoliberismo teutonico: “La strategia della Bce, con una politica monetaria accomodante, ha cercato solo di rendere meno dura la politica di bilancio restrittiva decisa con il Fiscal Compact, indorando appena la pillola delle riforme strutturali fondate sulla deflazione salariale, giacché il lavoro è l’unica merce che non ha una quotazione uniforme sui mercati globali”.
Fanno ridere le elucubrazioni che sentiamo dai “nostri” parlamentari, che governano o fingono di opporsi sulla base di assunti economici scritti solo nei manuali. E fa impressione veder ammettere – su un quotidiano economico – che tutte le politiche dell’Unione Europea, almeno negli ultimi 30 anni, si sono fondate sulla volontà di abbattere i livelli salariali, “unica merce che non ha una quotazione uniforme sui mercati globali”. Una strategia perdente, come si è visto, non a caso diametralmente opposta a quella dei cinesi; ma soprattutto inefficace a raggiungere i risultati previsti dai trattati.
“In questo sta il fallimento del Trattato di Lisbona, che risale pur esso al 2008: l’Europa ambiva ad essere l’area più dinamica del pianeta, con gli oltre 500 milioni di cittadini ad elevata scolarizzazione, coesione sociale e comuni radici storiche e culturali. È diventata invece un’area ad elevata conflittualità dal punto di vista istituzionale, politico e sociale, tra Brexit, Gruppo di Visegrad, sovranismi vari e Gilet Jaune”.
L’applicazione della medesima “medicina” a pazienti con caratteristiche molto diverse può sorprendere solo un imbecille senza speranze. E infatti, scrive ancora Guido Salerno Aletta, “L’errore della politica monetaria della Bce è stato la non discriminazione degli interventi, la fideistica convinzione della capacità del mercato di autoregolarsi, trascurando le profonde differenze tra le varie aree territoriali dell’Europa ed i diversi settori.”
Alla fin fine, il Qe si è trasformato nell’ennesimo – stratosferico – regalo all’economia tedesca: “è stata la Germania che ne ha beneficiato di più, sia per la svalutazione dell’euro verso il dollaro che ne è conseguita, e che ha fatto aumentare ulteriormente il suo saldo commerciale extra-Ue, importante in un momento di bassa crescita europea, sia per aver determinato un rendimento negativo sui titoli del debito pubblico tedesco, collocato prevalentemente all’estero. Sono stati i risparmiatori stranieri, tra cui probabilmente non pochi italiani, ad aver contribuito alla significativa riduzione del debito tedesco, prestando più denaro di quanto non ne incassino per l’investimento”.
I “teorici dell’austerità” hanno insomma fatto man bassa del risparmio altrui, nel mentre li fustigavano – con le decisioni della Commissione Europea – perché incapaci di ridurre il proprio debito pubblico (su cui pagano annualmente per interessi superiori alle spesa per istruzione, come in Italia). E mentre, contemporaneamente, ridisegnavano la catena del valore europea intorno al proprio sistema industriale.
Anche le tensioni Nord/Sud italiane, malamente accroccate nel governo gialloverde, hanno questa radice, come rileva Giuseppe Masala: “Il Nord Italia è inserito (in posizione subalterna, al pari della Cechia, dell’Ungheria, della Romania, della Polonia ecc.) nella global chain value tedesca. In questa posizione, ed in continua lotta con gli altri paesi subalterni inseriti nella catena globale del valore teutonica, per competere non può fare altro che pretendere di tenersi tutte le risorse economiche. Ciò significa inesorabilmente – come di fatto sottolinea Villone – la completa distruzione del Sud e la sua magrebinizzazione ridotto a concorrere con i paesi del sud del mediterraneo per attrarre flussi di turisti e di anziani in cerca di ospizio dall’Europa Core e per esportare derrate alimentari (ovviamente verrà indorata la pillola con la retorica del menga dell’’agroalimentare di qualità’)”.
Senza esplosioni sociali in grado di imporre svolte politiche radicali a paesi di rilievo (la Francia si sta portando avanti col lavoro, grazie alla mobilitazione dei Gilets Jaunes), il destino appare segnato: “Avete visto in Ungheria l’approvazione della cosiddetta ‘Legge Schiavitù’ che tante proteste ha generato? Tra cinque anni massimo tutti i paesi che fungono da contoterzisti dei tedeschi dovranno adeguarsi alle regole della virtuosa Ungheria, pena perdere aziende che delocalizzano nel paese magiaro. Insomma, i paesi contoterzisti si fanno una guerra spietata per abbassare i costi di produzione riducendosi a nuova Cina per la Germania che sta in cima alla catena globale del valore creata all’interno della UE.
Dall’altro lato poi c’è da dire che altri paesi fanno dumping fiscale rubando entrate ai paesi deboli che non possono abbassare le imposte. Ogni riferimento a Lussemburgo e Olanda non è puramente casuale”.
Ce n’è abbastanza per concludere che la “diversità di approccio” tra le tre più grandi marcoaree continentali sviluppate – Usa, Cina, Unione Europea – sta velocemente ponendo le basi per risultati economicamente e socialmente opposti. Il benessere sociale consolida il consenso (Cina); cercare di “proteggere” il proprio mercato interno è un tentativo quasi disperato di ricostruire il consenso che si è andato perdendo con il vecchio establishment (gli Usa). Poi c’è questo strano mostro dell’Unione Europea, in cui le virtù dell’”austerità” stanno sconquassando in pochi anni un quadro costruito pazientemente in sette decenni. Gli scricchiolii si moltiplicano (dalla Brexit alla fine dell’era Merkel, passando per la rapida estinzione di “giovani leoni europeisti” come Renzi e Macron); e stanno diventando scosse sismiche.
Su quale sia l’imperialismo più debole, insomma, non è lecito nutrire dubbi. Su quale sia il nemico da combattere, per noi che viviamo in questa parte del mondo, neppure. A meno di non volersi trasformare – come i socialisti di inizio ‘900 – negli strenui difensori del “proprio” imperialismo. Contro le propria base sociale...
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