Ieri
sera su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe
chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico
operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da
cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di
migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di
raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e
indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la
trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori
realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un
punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello
documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente
diseducativo.
Chi l’ha scritto,
Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano
Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno
prescindere da qualunque serietà di documentazione storica,
appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico
Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli non
dichiara nemmeno un nome di un consulente storico e nelle interviste
Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della
violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia
fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che
farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle
interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla
parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava
il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze
dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali
testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici,
i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o
Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più
complessità.
L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso
lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende
complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la
vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è
un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su
Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di
applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse
una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni
da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.
La voce off
nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti
commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata
de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui
non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di
linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine
da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che
sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei
Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni
30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di
iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da
sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche
bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a
pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi
e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare
la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto
meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da
pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di
Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego
guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa
intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo;
confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella
struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce
laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da
un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni,
spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello
filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del
terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da
Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film
seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello,
ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la
musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i
saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare,
intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok
andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati
che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie… (Ditemi! Vi
prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo
sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di
poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei
libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni
’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle
– nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre
credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se
uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni
Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni
Venti?!); e – più di tutto – è clamorosa la mancanza di visione
politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque
sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un
coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una
capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica –
a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta
di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere
mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma
persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in
modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che,
pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la
vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…
Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut,
come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul
sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si
può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per
provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che
il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv
per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito,
e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di
fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A
scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire
da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su
Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione
che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma dopo la guerra.
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