La strategia statunitense contro il dilagare dei jihadisti dello
Stato Islamico in Medio Oriente non piace alla Siria e ai suoi alleati,
Iran e Russia. I tre Paesi sono stati esclusi dalla coalizione di
volenterosi (cui partecipano anche dieci Stati arabi) che si è schierata
a favore dei bombardamenti Usa sull’Iraq e pure sulla Siria, dove lo
Stato Islamico ha le sue basi, e accusano Washington di violare il
diritto internazionale.
Alla triade si è aggiunta anche la Turchia, piuttosto
riluttante a prendere parte alla coalizione anti-jihadisti, che non
autorizzerà l’impiego delle sue basi aeree per bombardare i vicini Iraq e
Siria. Una decisione che ricalca quella presa durante l’invasione
dell’Iraq, nel 2003, quando Ankara non consentì alle truppe Usa di
stanziare nel Paese, e che è stata giustificata con il timore per gli
ostaggi turchi: 49 persone, tra cui donne e bambini, nelle mani dell’Isil
da giugno. La Turchia, che oggi si sente vittima dell’Isil, è
stata spesso accusata di sostenere indirettamente i gruppi islamisti
contro il nemico Assad e di avere così perso il controllo sulle sue
frontiere, diventate una via di accesso in Siria per combattenti e armi.
Oggi, il segretario di Stato Usa, John Kerry, è nel
Paese per discutere sulle azioni da intraprendere contro l’Isil. Ankara
potrebbe aprire esclusivamente a scopi umanitari la base aerea di
Incirlik, nel Sud.
Damasco ieri ha duramente criticato il discorso in cui Obama
si impegnava a “dare la caccia ai terroristi ovunque si trovino”, cioè
in territorio siriano. “Senza l’approvazione del governo, ogni azione di
qualsiasi tipo essa sia è un’aggressione alla Siria”, ha detto il
ministro siriano della Riconciliazione nazionale, Ali Haidar,
avvertendo che raid non autorizzati rischiano di essere “la scintilla
che infiamma la regione”. Secondo Haidar, il contrasto
all’Isil (Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante che ha fondato il
suo califfato -Stato Islamico- tra Iraq e Siria) è soltanto un pretesto
per attaccare il Paese e rovesciare il presidente Bashar al Assad.
In effetti, con Washington si è schierata la Coalizione nazionale
dell’opposizione siriana, che da tempo chiedeva un’azione di questo tipo
e che punta alla cacciata di Assad con cui Obama ha escluso ogni forma
di cooperazione. Il presidente siriano resta il nemico che un anno fa la
Casa Bianca voleva bombardare per dare man forte all’opposizione amica,
quella che si definisce laica e che dall’inizio della guerra civile,
nel 2011, ha perso terreno in Siria, a vantaggio dei gruppi islamisti e
qaedisti che ora imperversano nel Paese. Il sostegno (militare)
all’opposizione siriana, uno dei cardini del piano di Obama, è in attesa
dell’ok del Congresso americano. Un anno fa, l’azione armata
guidata dagli Usa in Siria è stata fermata dal veto di Mosca che ieri si
è unita alle critiche sollevate da Damasco e Teheran.
Per il Cremlino, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu ogni azione militare contro l’Isil è un’aggressione illegale.
Un’affermazione che ha scatenato l’ilarità del segretario di Stato Usa,
John Kerry, che ha ricordato quanto sta accadendo in Ucraina. Per
Teheran, invece, la coalizione dei volenterosi presenta “serie
ambiguità”, poiché vi aderiscono Paesi, in particolare le rivali
petromonarchie del Golfo, che hanno foraggiato e armato i jihadisti in
Siria e in Iraq.
Ma la coalizione è fatta e il tenore del discorso di Obama alla
nazione non lascia spazio a ripensamenti: si va avanti con i raid anche
sulla Siria, se necessario per fermare l’avanzata dei jihadisti e
“distruggere il loro regno del terrore”. Non sono una minaccia diretta
alla sicurezza degli Stati Uniti, ma ai suoi interessi nella regione, e secondo
le stime della Cia ci sono circa 31mila combattenti in Iraq e in Siria.
Il triplo di quanto stimato in precedenza. La campagna di reclutamento è
stata rafforzata dal successo dell’avanzata dell’Isil e dalla
proclamazione del califfato, ha spiegato il portavoce della Cia, Ryan
Trapani. Tra le file del gruppo ci sono anche molti cittadini
stranieri e negli Usa si teme che si rivelino una minaccia al ritorno
nei rispettivi Paesi occidentali in cui vivono o di cui sono originari.
Dall’inizio dell’estate gli Stati Uniti hanno effettuato oltre 150 raid contro obiettivi dello Stato Islamico in Iraq e hanno inviato diversi esperti militari nel Paese, per affiancare le Forze armate irachene e i peshmerga curdi.
AGGIORNAMENTO ORE 12.20 – La Siria deve far parte
della coalizione anti-jihadisti guidata dagli Stati Uniti. Così oggi
Damasco rivendica un ruolo nella coalizione di volenterosi che si è
prefissata di sconfiggere lo Stato Islamico, anche bombardando il
territorio siriano. Ipotesi che rappresenterebbe una violazione della
sovranità di uno Stato, contraria al diritto internazionale, ha
sottolineato il governo siriano. Dall’entourage del presidente Bashar al
Assad arriva il disappunto del governo per l’esclusione, assieme a
Russia, Cina e Iran, dall’alleanza messa insieme da Washington. “Siamo
le vittime dei terroristi e in quanto tali dobbiamo partecipare alla
coalizione anti-terrorsmo”, ha detto Buthaina Shaaban, dell’entourage di
Assad.
Intanto, la Germania si è tirata fuori, escludendo la partecipazione
delle proprie forze aeree. La Gran Bretagna è indecisa, con il premier
David Cameron che resta possibilista: “Non escludiamo alcuna opzione”.
AGGIORNAMENTO ORE 12.50 – Il presidente francese
Francois Hollande è in visita a Baghdad per offrire sostegno alla
battaglia contro lo Stato Islamico. Come partecipante alla coalizione
guidata dagli Usa, la Francia farà la sua parte, anche con un impegno
militare, ha detto Hollande al presidente iracheno Fuad Masum. Lunedì a
Parigi si terrà una conferenza internazionale per coordinare le azioni
di aiuto all’Iraq.
AGGIORNAMENTO ORE 13.15 - Israele si schiera dalla
parte dell’alleato Washington, ma per Tel Aviv la battaglia contro lo
Stato Islamico è un’occasione per spostare l’attenzione dalla questione
palestinese. Il premier Benjamin Netanyahu, commentando la richiesta di
Obama di un’azione internazionale contro i jihadisti, li ha paragonati
ai militanti di Hamas e ha alzato il tiro, puntando all’Iran a cui, ha
avvertito, non deve essere concesso nulla sul nucleare. Netanyahu ha
detto che Israele “fa già la sua parte” contro il terrorismo islamico,
ma non bisogna trascurare il pericolo rappresentato da Teheran e dal suo
programma nucleare.
Una strategia per allontanare l’attenzione dai negoziati con i
palestinesi ancora in corso dopo la fine dell’offensiva contro Gaza.
Dallo Stato ebraico non è ancora arrivata una risposta all’apertura di
Moussa Abu Marzouk, vicepresidente dell’ufficio politico di Hamas, sulla
possibilità di dialogare con Israele. Al contrario, nel governo si
continua a paragonare lo Stato Islamico al Movimento islamico
palestinese.
Intanto, a Gaza la marina militare israeliana ha aperto il fuoco
contro pescatori palestinesi. È la terza volta questa settimana. La
questione dell’ampliamento della zona di pesca al largo delle coste
della Striscia è una parte fondamentale dell’accordo che ha messo fine,
il 26 agosto, a Margine Protettivo.
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