Era passato un mese da quando Adolfo Orsi, proprietario delle Fonderie Riunite, aveva decretato la serrata buttando fuori 560 lavoratori. L’intenzione dichiarata era quella di riassumerne solo 250, ad esclusione di quelli politicamente e sindacalmente attivi, e di procedere all’azzeramento di tutti i diritti conquistati: il cottimo collettivo, la mensa gratuita, le bacheche sindacali, la stanza di allattamento per le operaie.
Il pretesto dei licenziamenti (allora come oggi) era la crisi. L’obbiettivo (allora come oggi) era la restaurazione in fabbrica dell’ ancien régime, e non solo alle Riunite.
Adolfo Orsi, che possedeva, oltre alle Fonderie, la Maserati e la Cave Engentra, era un fascista di lungo corso. Anche per lui la vittoria democristiana alle elezioni del ’48 aveva rappresentato l’occasione di rialzare la testa.
Sapeva Orsi di poter contare sullo Stato, rappresentato a Modena da un prefetto e da un questore traghettati direttamente dal periodo fascista, senza che la legge sull’epurazione li avesse minimamente scalfiti. In particolare il prefetto Giovan Battista Laura si era già distinto negli anni ‘30 come Vice-Podestà di Milano, dimostrando “uno zelo ed una diligenza veramente fuor di luogo, assumendosi una personale responsabilità” nella persecuzione degli ebrei1.
Sapeva, Orsi, di poter contare, con poche defezioni, anche sull’appoggio dei suoi pari, che riuniti nella sede di Confindustria decisero l’uso della violenza contro la manifestazione indetta il 9 gennaio dalla Camera del Lavoro per opporsi ai licenziamenti delle Riunite.
| Modena, 9 maggio 1950 |
Domenica 8 gennaio affluirono a Modena circa 1.500 fra poliziotti e carabinieri, tra cui i corpi speciali anti sommossa, con autoblindo, camion, jeep, e armati di tutto punto. Orsi li fece accomodare dentro la fabbrica, in modo che potessero appostarsi sopra i tetti. Questa, nelle testimonianze di chi c’era, la cronaca del giorno seguente2:
“Lo stabilimento è presidiato, circondato dalla polizia. Tutto il quartiere blindato dai posti di blocco nei punti cruciali. I rinforzi erano arrivati da Cesena, Bologna, Ferrara, Parma, Reggio Emilia”….”Ventimila persone cominciano a radunarsi nella zona industriale, pacificamente. La celere comincia a scatenarsi con il suo repertorio, fatto da caroselli, manganellate, lacrimogeni”. “I primi spari partirono dal terrazzo delle fonderie e rimasero colpiti subito 3, e altri feriti”. “Io avevo 18 anni allora, ero in prima linea, e là erano là sopra che facevano il tiro al piccione”.
| Caduti nell’eccidio di Modena del 9 gennaio 1950. |
Il 10 gennaio fu sciopero generale in tutta l’Emilia Romagna, con manifestazioni di migliaia di persone in ogni città: a Bologna e Reggio Emilia dove l’astensione dal lavoro fu totale, a Rimini, dove i manifestanti subirono le cariche, a Forlì, dove sfilarono in 20.000, ed altri 20.000 a Ravenna.
Il 12 ci furono i funerali e 300.000 persone si strinsero agli operai modenesi. Togliatti, pronunciò parole vibranti, forse dimentico che senza l’amnistia da lui varata nel ’46, prefetto e questore di Modena sarebbero stati probabilmente epurati da tempo. Quel giorno si dimise il IV governo De Gasperi, ma solo per un breve rimpasto, che non spostò comunque Scelba dal Ministero degli Interni.
Ormai, il ritorno dei fascisti ai loro posti di potere era un problema generalizzato, una tendenza che l’ondata di indignazione successiva al massacro non riuscì ad invertire. Così come non riuscì ad impedire i licenziamenti. Le Riunite riaprirono, ma senza riassumere tutti, un pessimo segnale anche per la vicina Bologna, dove Adolfo Orsi divenne un modello da imitare.
| Imola 22 marzo 1950: gli operai della Cogne fronteggiano la polizia. |
Anche Regazzoni, come il modenese Orsi, era un vecchio amico dei fascisti, legato in particolare, durante il ventennio, a Leonardo Arpinati, gerarca e squadrista della prima ora. Anche Regazzoni si era arricchito grazie alle commesse belliche. Ma di restituire un po’ di quel guadagno sotto forma di salari agli operai neanche a parlarne.
All’annuncio dei licenziamenti seguì subito l’occupazione della fabbrica. Mario Cornetto, operaio della Minganti, ricorda cosa doveva affrontare chi portava solidarietà agli occupanti: “Occuparono la fabbrica gli operai e la occuparono per parecchio tempo e poi ci fu la serrata, che poi… riaprirono l’azienda cambiando nome sociale e poi fecero la scelta di quelli che dovevano entrare e di quelli che non dovevano entrare. […] Noi tutte le mattine andavamo lì e tutte le mattine c’erano i carabinieri con il calcio del fucile e ti davano delle gran botte. Non era lo sfollagente, era proprio… che venivano da Padova, il famoso, il famigerato capitano Bianco, del battaglione là che venivano da Padova e serviva per stangare, per dare delle gran botte. Non è scappato il morto a Bologna fortunatamente, ma… delle botte!”4.
Dopo tre mesi di occupazione le Officine Casaralta riaprirono i battenti, ma a personale ridotto. I più politicizzati rimasero fuori.
| 1950. Contadini di Crespellano consegnano il grano alle operaie Doppieri. |
Anche al novarese Carlo Doppieri il ventennio aveva portato fortuna. Grazie alle leggi razziali aveva potuto comprare sottocosto il calzificio di Bologna dal proprietario ebreo, Armando Passigli, e grazie alla guerra aveva anche visto prosperare la Motofides, la sua fabbrica di siluri di Livorno. Amava giocare, Doppieri, in tempo di guerra, con la fame delle sue operaie. Quando veniva a trovarle da Novara era solito radunarle nella mensa e lanciare loro pacchetti di calze e sigarette, per vedere se si azzuffavano. A guerra finita le operaie decisero che non volevano più queste elemosine, ma salario5.
Nel giugno del ’50 la direzione comunicò 70 licenziamenti su una forza lavoro di 122 donne e 35 uomini, la riduzione dell’orario di lavoro a 24 ore settimanali e il progressivo smantellamento della fabbrica. Fu occupazione, subito.
“Tutti partecipammo alle lotte della serrata. Tutti quanti, la fabbrica era ferma. Siamo stati fermi un bel po’, eravamo lì giorno e notte. Si, tutto il caldo abbiamo passato lì, tutta l’estate. In piazza c’erano sempre delle manifestazioni e qualcuno di noi ci andava, che allora sparavano, mica facevano dei complimenti. Bussavano forte, ma era una lotta partecipata. Si sentiva che c’era un ideale. Per un ideale la gente si ammazza”6 (Dolores, licenziata dalla Doppieri).
| 1950. Solidarietà dei calzolai alle operaie della Doppieri. |
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