Era il 15 maggio scorso quando si è
conclusa un’importante vertenza industriale italiana che ha riguardato
circa 6000 dipendenti diretti, senza contare l’indotto.
Parliamo di Electrolux, la
multinazionale Svedese secondo produttore al mondo nel settore del
bianco, presente nella penisola con ben quattro stabilimenti dove produce
lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, piani cottura e forni di gamma
medio e alta. L’azienda allo scadere del 2013 metteva sul piatto 1200
esuberi che, grazie all'accordo, sono quasi tutti rientrati a parte le
uscite volontarie. L'accordo italiano è stato definito un modello per
gestire le future crisi aziendali.
Difatti, oltralpe non se la passano
molto meglio visto che entro il 2015 Electrolux vuole chiudere lo
stabilimento svizzero del Canton Glarona lasciando a casa 120 lavatori,
notizia data proprio il giorno in cui i profitti dell'azienda
aumentavano del 42% a livello mondiale.
Il ministro del lavoro Poletti e il
segretario della Fiom Landini hanno sbandierato con trionfalismo (sic!) –
e lo fanno tutt’ora (sic! sic!) – la firma dell’accordo avvenuta dopo 7
mesi di picchetti, scioperi, blocchi alle portinerie, cortei e dogane operaie.
Lo stesso Renzi ha potuto usufruire di un assist perfetto da giocare
alle europee. Le mobilitazioni sono finite amaramente al tavolo di
trattative a Roma, dove è stato lasciato fuori dalla porta chi è poi
dovuto rientrare in fabbrica per spiegare l’accordo accontentandosi di
vederlo già redatto prima di apporvi la firma. Come ha sottolineato
pubblicamente qualche lavoratore, solo i capi sindacali hanno condotto
la trattativa mentre le Rsu restavano fuori la porta.
Che la crisi abbia colpito anche la
multinazionale svedese non lo si può certo negare, eppure sul fatto che
Electrolux denunciava per il primo trimestre scorso stime di vendita al
rialzo grazie a segnali di ripresa in Europa, ed un'ulteriore crescita
del mercato statunitense (+4%) nessuno ha avuto alcunché da ridire.
Anche l’acquisto dell’unità elettrodomestici di General Electrics è
passato sostanzialmente sotto silenzio, eppure è costato un bel po’ di
contanti (3,3 miliardi di dollari). Nemmeno l’annuncio di un +42% sui
profitti a livello globale ha messo il tarlo a qualcuno che la multinazionale sta giocando con le vite degli stessi lavoratori che gli consentono lauti profitti spezzandosi la schiena in catena di montaggio, in Italia come in Polonia o Ungheria.
In questo lasso di tempo abbiamo
contattato, raggiunto e ampiamente chiacchierato con alcuni delegati
sindacali (rsu fiom) dei 4 stabilimenti produttivi (Solaro, Susegana,
Porcia e Forlì) per capire che aria tira in fabbrica dopo la firma (per
la quale diverse sono state le dichiarazioni di voto contrario) e quali
prospettive i lavoratori si immaginano per il loro futuro.
L'accordo ha portato in fabbrica un peggioramento delle condizioni di lavoro evidenti ed immediate:
se il lavoro in catena di montaggio per alcuni non esiste più, per
questi lavoratori non solo esiste da 30 anni, ma resiste anche il suo
carattere alienante e ripetitivo. Immaginiamo di avere per 40 secondi un
pezzo davanti e di dover compiere un insieme di operazioni tale da “non soffiarti il naso per non perdere tempo”.
Questo è il lavoro in catena. Poi immaginiamo di dover ripetere queste
operazioni per 6/8 ore. Immaginiamo di essere circondati da persone con
cui non abbiamo nemmeno il tempo di parlare, alcune le conosciamo da una
vita, eppure “pare di non vederle per giorni interi”. Al giorno
d'oggi non serve la catena per avere un pessimo lavoro, frustrante e
pesante, ma quando il governo, un ministro, e un accordo decidono di
farti lavorare con 90 pezzi all'ora, quando l'espressione del tuo lavoro
viene ridotto a un calcolo scientifico di 40 secondi, forse potremmo
accorgerci di quanto la società abbia smesso di guardare alle persone,
ai diritti dei lavoratori. Non in un paese lontano, ma proprio qui, “a
casa nostra”. La velocità “nelle catene dei muti” appesantisce,
affatica, strema, assoggetta, ma ciò non impedisce a questi lavoratori
di abituarsi, di adattarsi e di rispondere a chi doveva risparmiare 3
euro all'ora sulla loro pellaccia. Ebbene sì, perché “gli operai sono
più efficienti delle macchine”, ma il loro utilizzo costa la vita: “Quando sono entrata in fabbrica pensavo di andare in pensione in tuta blu.... ma se va avanti così muoio prima” (una lavoratrice Electrolux di Forlì).
Una cosa è certa: l'obiettivo di mantenere il posto di lavoro è stato raggiunto.
Provate a chiederlo ai tanti lavoratori Electrolux, vi diranno che è
stato questo il grande obiettivo che ha portato alla firma dell'accordo.
Con l'accordo ci hanno raccontato che il posto di lavoro sarebbe stato
assicurato ma a condizioni completamente impari, peggiorative,
insoddisfacenti, e con una promessa: che nel 2017 si ricomincerà da
capo, saranno rimessi in discussione. Ma cosa è davvero successo nei
fatti con l'accordo? Si lavora di più e più veloci, senza contare la
riduzione delle pause. In cambio si guadagna di meno, con la
preoccupazione della diminuzione della solidarietà nei prossimi rinnovi,
i rappresentanti sindacali hanno meno agibilità (-60% delle ore!) e il
loro potenziale di agitazione in fabbrica viene schiacciato. Mentre chi
lavora è azzittito da un catena da inseguire, il Governo e le
segreterie sindacali sbandierano la vittoria. E difatti, come era
prevedibile: “da inizio 2015 l'integrazione al reddito per il contratto
di solidarietà scende al 60% visto che il governo non ha rinnovato
l'integrazione al 70% prevista nel 2014. Era dell'80% nel 2013” scrivono
gli operai di Forlì, sulla loro pagina facebook (“Altriritmi
Electrolux”).
A Forlì e a Solaro, più che i “cantieri
per le velocizzazioni” previsti dall'azienda, i lavoratori praticano (in
forma autogestita) la rotazione, un sistema per il quale ogni ora si
cambia postazione. Insomma, si fa un passo avanti e si gira in modo che i
carichi delle postazioni siano bilanciate per tutti e tutte. Se da un
lato la rotazione rappresenta una pratica in grado di attenuare tensioni
in linea, dall'altro - ci hanno raccontato i lavoratori - ha fatto sì che
i lavoratori imparassero a stare in tutte le postazioni di linea,
mostrando all'azienda il grado di flessibilità che avevano raggiunto.
Fatto di non poca importanza, passato perlopiù sotto silenzio, è la condizione dei RAL (Ridotte Abilità Lavorative). In questi mesi alla riorganizzazione delle linee ha corrisposto contemporaneamente l'esternalizzazione o la dislocazione delle lavorazioni dedicate ai RAL, con allontanamento di questi ultimi dalla produzione o mettendoli “all'angolo” facendoli lavorare solo 6 giorni al mese, il restante in solidarietà. Si tratta nella stragrande maggioranza di operai con forme più o meno marcate di malattie alle articolazioni e nei movimenti, imputabili ai lunghi anni di ripetitività della catena di montaggio. La dislocazione delle lavorazioni dedicate ai Ral è comune ai quattro stabilimenti, ma solo a Susegana - dove costituiscono il 30% dei lavoratori totali - le Rsu hanno denunciato l'assenza di tutele e di diritti.
Fatto di non poca importanza, passato perlopiù sotto silenzio, è la condizione dei RAL (Ridotte Abilità Lavorative). In questi mesi alla riorganizzazione delle linee ha corrisposto contemporaneamente l'esternalizzazione o la dislocazione delle lavorazioni dedicate ai RAL, con allontanamento di questi ultimi dalla produzione o mettendoli “all'angolo” facendoli lavorare solo 6 giorni al mese, il restante in solidarietà. Si tratta nella stragrande maggioranza di operai con forme più o meno marcate di malattie alle articolazioni e nei movimenti, imputabili ai lunghi anni di ripetitività della catena di montaggio. La dislocazione delle lavorazioni dedicate ai Ral è comune ai quattro stabilimenti, ma solo a Susegana - dove costituiscono il 30% dei lavoratori totali - le Rsu hanno denunciato l'assenza di tutele e di diritti.
La vicenda dei Ral non smette di
ricordare a tutti (lavoratrici e lavoratori) le conseguenze negative del
lavoro sulla salute. In tutti gli stabilimenti i controlli da parte
della medicina del lavoro con verifica degli Indici Ocra (OCcupational
Repetitive Actions, per la valutazione dei rischi legati all'esecuzione
di movimenti ripetitivi), sono assenti da ormai diversi anni. Si fa oggi
assolutamente necessario, dopo l'aumento del ritmo di lavoro, un
monitoraggio degli effetti sulle condizioni di salute di questi
lavoratori. Non si può lasciare la faccenda in mano al medico del lavoro
stipendiato da Electrolux.
Nonostante un orizzonte fitto di difficoltà per i lavoratori, questo comparto e queste fabbriche rappresentano un esempio di lotta e resistenza presenti e future. I mesi di presidio, i blocchi della produzione e gli scioperi hanno dimostrato la capacità dei lavoratori di difendersi a fronte del duro attacco ai loro diritti, così come è stata dimostrata la solidarietà e la persistenza degli interessi comuni della classe lavoratrice a fronte di quelli padronali.
Nonostante un orizzonte fitto di difficoltà per i lavoratori, questo comparto e queste fabbriche rappresentano un esempio di lotta e resistenza presenti e future. I mesi di presidio, i blocchi della produzione e gli scioperi hanno dimostrato la capacità dei lavoratori di difendersi a fronte del duro attacco ai loro diritti, così come è stata dimostrata la solidarietà e la persistenza degli interessi comuni della classe lavoratrice a fronte di quelli padronali.
Questi lavoratori ricordano ogni giorno a Governo e Sindacati che i conti vanno fatti con chi produce. “Ricordare”, poiché oggi la lotta in Electrolux non è finita, ma si prepara alla nuova trattativa del gruppo che avrà luogo a marzo, in occasione del rinnovo della solidarietà. “Ricordare”, perché la lotta di questi lavoratori richiama a una giustizia che le attuali politiche del lavoro stanno relegando sotto terra. “Ricordare” per non abituarsi, perché le catene dello sfruttamento non sono certo più sopportabili di ieri, né lo saranno mai.
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