di Giovanni Pagani
Il 2 dicembre 2015,
quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan annunciò l’apertura di
una base militare in Qatar, fu osservato come il ritorno di truppe
turche nel Golfo, a un secolo esatto dal ritiro Ottomano dalla penisola
araba, potesse simbolicamente confermare le nuove ambizioni regionali di
Ankara.
Poche settimane più tardi, quando l’esecuzione in Arabia Saudita
dell’imam sciita Nimr Al-Nimr ufficializzò la spaccatura tra Tehran e
Riyadh, la cooperazione militare tra Turchia e Qatar poteva sembrare
invece a favore del fronte sunnita, portando alcuni analisti iraniani a
notare come la politica estera di Ankara stesse progressivamente
volgendo verso logiche settarie. Altri ancora, in luce della crisi
diplomatica in atto con la Russia e dello scontro d’influenze tra
l’Alleanza Atlantica e Mosca, posero invece giustamente l’accento
sull’ingresso di una quarta potenza NATO nel Golfo, e su come l’asse
Ankara-Dohaavrebbe potuto ‘sigillare’ l’area in chiave anti-russa.
Secondo quanto riportato nei documenti resi pubblici nei giorni scorsi, Ankara
dispiegherà dai 3.000 ai 5.000 uomini in Qatar – tra forze di terra,
aeree e navali –, fornirà addestramento militare all’esercito qatariota e
condividerà le proprie informazioni d’intelligence riguardanti gli
obiettivi comuni ai due paesi. In cambio di protezione militare, Doha
tenterà di supplire alle perdite subite dall’economia turca a seguito
della rottura diplomatica con Mosca (circa 3 miliardi di dollari) e si
impegnerà a garantire forniture di gas nel caso in cui quest’ultima decidesse di chiudere i rubinetti ad Ankara.
Tuttavia, il motivo per cui gli accordi militari tra Ankara e
Doha resi pubblici nei giorni scorsi continuano a sollevare più di un
interrogativo sui futuri equilibri regionali, è che nessuna delle tre
ipotesi precedentemente esposte ne potrebbe automaticamente escludere
un’altra. L’imminente presenza militare turca in Qatar – dove
peraltro si trova la principale base aerea statunitense nella regione –
avviene senza dubbio con il benestare di Washington e nel quadro di un
più ampio disegno NATO, ma non è del tutto indipendente dallo scontro
regionale in atto tra Riyadh e Tehran. Allo stesso tempo, è proprio
l’approvazione saudita a suggerire un ricompattamento del fronte sunnita
in funzione anti-iraniana, ma non deve ugualmente far dimenticare
l’autonomia che tanto Ankara quanto Doha sono riuscite a ritagliarsi dal
2011 nella regione.
In altre parole, ciò che accomuna Turchia e Qatar, oltre alla
non trascurabile convergenza d’interessi strategici, è soprattutto
l’intraprendenza che ha caratterizzato la politica estera dei rispettivi
capi di stato dopo le rivoluzioni arabe. Il crollo del regime
tunisino, egiziano e libico, unito al prolungamento della crisi in Siria
e al graduale indietreggiamento statunitense, ha infatti aperto ampi
spazi di manovra per nuovi attori regionali; spazi che sia Recep Tayyip
Erdogan sia l’allora emiro Hamad bin Khalifa Al-Thani hanno provato a
sfruttare prontamente.
Il primo, inizialmente più attendista e mediatore in Libia e Bahrein,
ha adottato una politica sempre più spregiudicata in Siria, dichiarando
l’appoggio turco all’opposizione e aprendo unilateralmente i propri
confini ai foreign fighters desiderosi di combattere Assad. Il secondo,
finanziatore diretto della rivolta libica e siriana – oltre che della
Fratellanza Musulmana in Egitto – è stato costretto ad abdicare in
favore del figlio Tamim, nel tentativo di ricalibrare una politica
estera poco oculata che gli aveva procurato l’inimicizia del Cairo e
Riyadh oltre alla sfiducia di diversi attori internazionali. Dalla sua
ascesa al potere nell’estate 2013, Tamim bin Hamad al-Thani ha quindi
preferito una linea più neutrale e meno intrusiva, incentrata sulla
diplomazia e più autonoma dalle logiche settarie promosse dal regno
saudita.
A tal proposito, Doha si è resa sempre più protagonista di un equilibrismo diplomatico senza precedenti:
mediando il rilascio di prigionieri – occidentali e non – in Siria,
Libano e Yemen, conservando rapporti diplomatici con il mondo sciita e
non mostrandosi contraria allo stesso accordo sul nucleare iraniano.
Ankara, al contrario, determinata a guadagnarsi un ruolo di primo piano
nello scenario regionale, ha gradualmente abbandonato la propria
neutralità, diventando sempre più direttamente invischiata nel conflitto
siriano, dove al fianco dell’Arabia Saudita costituisce il principale
avversario dell’Iran. L’abbattimento di un jet russo da parte
dell’aviazione turca lo scorso novembre, lungo il confine con la Siria,
ha infine acuito tale polarizzazione, aumentando ulteriormente la
distanza tra la NATO e Mosca.
In questo quadro, la rinnovata cooperazione militare tra Turchia e
Qatar è stata giustificata come una soluzione per far fronte ai ‘nemici
comuni’. Essa si inserisce tuttavia in un fitto intreccio di alleanze e
rivalità dove nulla è riducibile alla natura bilaterale dell’accordo e
tutto risulta incerto se misurato rispetto alle fratture politiche e
religiose che solcano la regione. Mentre i negoziati sulla Siria
procedono in salita a Ginevra, è dunque legittimo chiedersi se, e come,
un’alleanza militare tra i due attori più controversi dello scacchiere
possa influenzare i conflitti in atto. Da Damasco a Sana’a e da Tripoli a
Baghdad.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento