Dall’ultimo film di Spike
Lee, Chiraq, Pietro Bianchi prende spunto per una più ampia riflessione
sulla condizione della comunità black americana come «problema di classe depositatosi su una società con la mobilità sociale più bassa di tutti i paesi occidentali e su un passato schiavista in perfetta linea di continuità con un presente razzista (tanto più grave quanto più è di Stato)».
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In apertura a una canzone di qualche anno fa, Lil Wayne, uno dei più importanti e geniali rapper delle ultime generazioni, diceva: «Weed and syrup, ‘til I die / as a matter of fact it’s gonna kill me, bitch! / Cause you ain’t» [Erba
e sciroppo alla codeina, finché campo / in effetti in questo modo
finirò per ammazzarmi, ma così non sarai tu a farlo, stronzo!]. In
questo modo, diretto e nichilista come s'addice allo stile del rapper
di New Orleans, Lil Wayne sintetizzava uno dei caratteri fondamentali
dell’identità del sottoproletariato nero delle ultime generazioni:
l’introiezione della violenza e della disperazione. Non c’è mai stato
no future più perentorio e devastante di quello che è venuto fuori dalla
cultura nera dei ghetti americani degli ultimi vent’anni, e quindi
dalla sua forma principe di espressione: ovvero l’hip-hop. Perduta ogni
possibilità di emancipazione, sconfitti con la violenza di Stato i
movimenti radical degli anni Sessanta, l’unica possibilità di azione che
è rimasta alle comunità del sottoproletariato urbano nero pare essere
proprio questa: l’autodistruzione di sé e della propria comunità.
Per quelli che negli anni Sessanta sono
stati così fortunati da riuscire a scampare al carcere e alla
repressione dello Stato americano è arrivata l’eroina, poi le gang, il
crack, le armi, lo sciroppo alla codeina, il diabete dei fast-food o
semplicemente la disperazione. Il nemico di classe costituito dall’America bianca, infatti, non usa le armi da fuoco, ma la distruzione del welfare, le politiche urbanistiche (si veda Show Me a Hero di David Simon, trasmessa su HBO lo scorso autunno), l’outsourcing dei
lavori dell’industria manifatturiera e l’attacco ai sindacati. Ai neri
sono rimaste scuole pubbliche di terz’ordine, case fatiscenti, lavori
dequalificati e pagati una miseria nei servizi, coperture sanitarie
degne dei peggiori paesi del terzo mondo e un deserto di devastazione culturale che nemmeno i più volenterosi dei community organizer potrà mai riuscire ad arginare dal basso. Ma soprattutto è arrivata una quantità infinita di armi,
di tutte i tipi: armi automatiche, fucili, pistole, bombe a mano,
disponibili a tutti anche dalla più tenera età. È troppo facile
stigmatizzare la violenza delle gang come si trattasse soltanto di una
forma di degradazione culturale o politica: si tratta molto più
gravemente di una forma traslata di odio sociale. Che di fronte
all’impasse della mancanza di prospettive politiche e all’invisibilità
di un nemico che si è fatto sistema, si rivolge contro l’unico obiettivo che ha a portata di mano: ovvero, se stessi. Di fronte all’enormità dello scandalo di una questione sociale che non ha pari in Occidente, l’unico spiraglio paradossale di agency è proprio quello dell’esperienza della violenza fine a se stessa. Certo, finirò per ammazzarmi da solo, ma quanto meno you ain’t!
Bisogna tenere a mente tutto questo quando ci accostiamo all’eterno dibattito sulla regolazione dell’accesso alle armi da fuoco in America e ai sempre più allarmanti dati sugli omicidi nei ghetti. E infatti inizia proprio così Chi-Raq, il nuovo bellissimo film di Spike Lee sulle gang di Southside Chicago,
con un’immagine dell’America composta da disegni di armi da fuoco
automatiche e con una statistica che è a dir poco allarmante. Dal 2001
sono morti 2349 americani in Afghanistan, mentre 4424 sono stati i
caduti americani della guerra in Iraq: durante gli stessi anni, solo
nella città di Chicago ci sono stati 7356 omicidi. Quasi tutti per armi
da fuoco, quasi tutti commessi da giovani maschi neri nei confronti di
altri giovani maschi neri. Chi-Raq appunto. Perché molto più che in Iraq si muore a Southside Chicago. O
forse, come ha già detto qualcuno, perché è proprio questa la
democrazia che si vuole esportare a Bagdad, quella in cui ci si ammazza
casa per casa per disperazione e mancanza di opportunità di riscatto
sociale.
Non lo scopriamo oggi. Gli Stati Uniti hanno un plateale problema razziale, che in realtà non è nient’altro che un enorme problema di classe depositatosi su una società con la mobilità sociale più bassa di tutti i paesi occidentali e su un passato schiavista in
perfetta linea di continuità con un presente razzista (tanto più grave
quanto più è di Stato). Gli otto anni che stanno concludendo la presidenza Obama non hanno fatto altro che rendere ancora più visibile la crisi che attraversa la società black americana: è proprio nel momento in cui si è avuto il primo Presidente nero alla Casa Bianca e negli anni dove la cultura black
ha avuto i più grandi riconoscimenti simbolici nell’immaginario del
cinema, della musica e della cultura pop che l’enormità di questa
questione sociale è diventata ancora più intollerabile. Nel momento in
cui l’America bianca è stata disposta a dare riconoscimento simbolico
all’America afro-americana con una spruzzata di identity politics multiculturale, ci si è resi conto che invece il problema era molto più radicato e materiale. To Pimp a Butterfly, il disco pubblicato quest’anno da Kendrick Lamar – una delle voci più consapevoli e mature dell’hip-hop contemporaneo – è tutto giocato su questa dualità: l’America black è stata elevata a oggetto del desiderio pop,
ma i meccanismi di riproduzione sociale sono rimasti esattamente gli
stessi, impermeabili a ogni possibile successo nella sfera del
simbolico.
Con la grande stagione della
politicizzazione afroamericana alle spalle e un Presidente nero sul
quale sono state riversate aspettative irrealistiche ma che ha fatto
poco o niente per riuscire a scalfire questi meccanismi (e al quale
seguirà probabilmente una congiuntura politica molto più sfavorevole),
il problema è allora: come raccontare l’America black del 2015? Quella dei più di 400 omicidi all’anno di Chicago, di Trayvon Martin e di Mike Brown? Quella che nel 2015 ha messo a ferro e fuoco Baltimora e Ferguson con dei riot
che sembrano l’esatta fotocopia di quelli di Watts del 1965 o di Los
Angeles 1992? Quell’America che proprio durante la Presidenza Obama è
riuscita persino a revocare il voting rights act di Martin Luther King e a riportare indietro il diritto di voto degli afroamericani di cinquant’anni?
Spike Lee che ormai ci ha abituato negli ultimi anni a lavorare ben al di fuori d'ogni possibile comfort zone – dai documentari per la tv ai videogiochi; da improbabili e incomprensibili remake come Old Boy a film finanziati con Kickstarter e destinati al mercato VOD – ha deciso allora di fare la mossa del cavallo: evitare ogni possibile realismo, vittimismo o commentario sociale, e giocare esplicitamente sopra le righe.
Perché quando la realtà è a un impasse dal quale pare non esserci via
d’uscita, è solo con un surplus di fiction che forse è possibile dire
qualcosa.
Chi-Raq è allora costruito come un re-enactment nella Southside Chicago di oggi della Lisistrata di Aristofane:
una commedia del 411 a.C. che racconta di uno «sciopero del sesso»
organizzato da alcune donne di Atene e Sparta durante la guerra del
Peloponneso per costringere i mariti ad arrivare finalmente a una
tregua. Il testo di Aristofane, pieno di doppi sensi al limite della
volgarità (all’epoca veniva rappresentata con i personaggi maschili con
degli enormi falli in erezione), funge da canovaccio per permettere a
Spike Lee di pensare alla realtà dell’America black di oggi «per assurdo»:
cosa succederebbe se le donne di Southside, esauste dalla violenza
fratricida dei loro uomini, decidessero di fare uno «sciopero del
sesso»?
Narrato da un Samuel L. Jackson in stato di grazia che fa un po’ le veci del coro (in una parte non troppo diversa dal Mister Señor Love Daddy di Fa’ la cosa giusta), Chi-Raq è interamente recitato in rima, e sconfina più di una volta nei territori del musical con
parti cantate, coreografie, balletti, monologhi con sguardo in camera…
Per un film sopra la righe dall’inizio alla fine, stupisce quanto Spike
Lee sia in grado di padroneggiare alla perfezione tale forma filmica,
girando così uno dei suoi film più vivaci ed efficaci da molti anni a questa parte. Non solo: riesce anche a portare avanti una tra le riflessioni politicamente più efficaci sulla violenza urbana delle comunità afro-americane. Lungi dall’essere un divertissement, la Lisistrata è
infatti il testo ideale per dare alla violenza delle gang la loro cifra
qualificante: vale a dire un’esperienza di godimento mortifero e
autodistruttivo. La sovrapposizione del godimento sessuale e della morte per arma da fuoco, del fallo e della canna del fucile, del corpo della donna e del corpo del nemico della gang avversa è il leitmotiv attorno al quale si costruiscono tutte le punch-line
del film. Perché il problema nei ghetti afro-americani, e in modo
particolare per i giovani maschi neri, è proprio quello del dare forma
al proprio godimento pulsionale: non più attraverso l’esperienza
inebriante ma devastante della violenza fratricida, bensì attraverso una
nuova forma che necessita del salto dell’invenzione (che altro non è,
poi, che il salto nella politica). È così che allora lo sciopero del sesso di Lisistrata crea paradossalmente un argine al godimento auto-distruttivo maschile
e fa il «vuoto». Un vuoto che si staglia proprio nel luogo dove prima
c’era l’eccesso del godimento della violenza, del culto narcisistico e
ipertrofico del corpo, della sessualità compulsiva e non protetta (le
gravidanze di adolescenti hanno delle percentuali allarmanti nei ghetti
urbani degli afro-americani), della droga da poveri come lo sciroppo
alla codeina. È attraverso l’argine creato dal «no» femminile, che una
possibile presa di parola politica può prendere forma. E questo, si badi
bene, è ben più che un mero espediente da commedia.
Chi-Raq, come spesso accade con Spike Lee, è riuscito un po’ a scontentare tutti:
molti abitanti di Chicago hanno colto del film solo la parte di
rappresentazione irrealistica del problema esplosivo delle gang
giovanili; in un paio di passaggi poi ci sono battute non proprio tenere
nei confronti di mascolinità un po’ meno «mache» che hanno alienato un
parte del pubblico politically correct «di sinistra»; così come l’utilizzo da exploitation movie
del corpo delle donne (in particolare della magnetica protagonista
Teyonah Parris) ha fatto storcere il naso a molti. E tuttavia Chi-Raq riesce a vincere la propria scommessa anche a grazie a questi eccessi e al suo squilibro,
che gli permette di gettare uno sguardo nuovo anche sulle questioni
sociali più importanti senza rischio di retorica. È grazie al detour dell’iperbole che in Chi-Raq si
può vedere il dramma di una madre che ha perso la figlia di sette anni
per un proiettile vagante senza che si indugi minimamente sui primi
piani che vanno a cercare la lacrima o lo sguardo sofferente. Il
personaggio della madre, interpretato da Jennifer Hudson (la cui
famiglia è stata davvero trucidata qualche anno fa da un regolamento di
conti tra gang), è infatti l’unico che per tutto il film non parla in
rima. Così ogni volta che la tragedia entra nel film, lo fa anche spezzando il ritmo glamour da musical e restituendo il linguaggio della prosa.
Perché forse l’impasse politica nella quale si trovano le comunità
afro-americane ha certamente bisogno di uno scarto di finzione per
essere raccontato, ma ben sapendo che lo sfondo del quale emerge non ha
perso nulla dell’urgenza politica e dello scandalo.
Come dice il personaggio del pastore evangelico, interpretato da John Cusak (unico
bianco dell’intero film che non è un poliziotto), «nella nostra
comunità passiamo da scuole di terz’ordine a prigioni ultra-moderne di
ultima generazione». Una volta ritornati con i piedi per terra al
termine di Chi-Raq, è questo il dato di realtà più sconvolgente: che la povertà e la devastazione dell’America black è anche un grande business che in realtà produce ricchezza. Bisognerebbe
ricordarselo quando si parla dello spaventoso razzismo della società
americana pensando che magari si tratti solo di qualche cariatide
sudista attardatasi nella nostalgia dei tempi che furono. Gli Stati
Uniti non solo sono un paese razzista, ma lo sono stati sempre di più
negli ultimi anni nonostante un presidente nero. L’emancipazione delle comunità afro-americane (alla quale anche il «liberale» Spike Lee alla fine del film sembra credere) non è iscritta nel «progetto americano» come
molti anche a sinistra credono: è semmai il prodotto di lotte che si
vanno costruendo nella società. A Watts nel 1965, così come a Ferguson
nel 2015.
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