di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Cinzia Nachira, Giovanna Vertova
La pubblicazione di un appello,
sottoscritto da alcune centinaia di docenti delle università italiane,
in cui è annunciata la decisione di rinunciare alla collaborazione con
il Politecnico di Haifa, Technion, ha scatenato – come era prevedibile –
molte reazioni e critiche severe ai firmatari. Rispondere nel dettaglio a tutte queste accuse non è possibile, ma è necessario, invece, farlo a quelle più pesanti.
La più diffusa e ripetuta ossessivamente è quella di
antisemitismo, anche se tra i firmatari vi sono numerose persone di
origine ebraica. Non è una novità che le critiche verso lo
Stato di Israele, o segmenti della società israeliana come in questo
caso, vengano sbrigativamente – non solo dal governo israeliano e dalle
sue istituzioni – liquidate come “nuove forme di antisemitismo” che
secondo questa tesi al giorno d’oggi si maschererebbero da
“antisionismo”. Questa tesi è particolarmente contraddittoria, oltre che
falsa, perché si scontra con la volontà espressa tanto dallo Stato di
Israele e le sue leadership politiche, quanto dai loro sostenitori, di
essere un Paese come gli altri, che aspira alla “normalità”; perché
allora non è criticabile?
Sicuramente, l’antisemitismo come forma di razzismo non è scomparso ed è da combattere sotto ogni sua forma.
Ma è altrettanto vero che tacitare ogni critica, anche la più velata,
con l’accusa di antisemitismo è ridicolo ed altrettanto scandaloso, ma ciò non implica assolvere lo Stato di Israele dalle sue responsabilità nel conflitto contro i palestinesi. Ancora oggi, dopo 69 anni, Israele non ammette le sue responsabilità nella Nakba (“catastrofe” , in arabo),
ossia l’espulsione di massa dei palestinesi, avvenuta tra il 1947 e il
1949, da parte delle truppe sioniste, successivamente divenute
israeliane all’indomani della proclamazione dello Stato il 15 maggio
1948. Il riconoscimento delle responsabilità storiche non è né un
dettaglio né un lusso, è una necessità vitale perché si possa avviare un
vero ed equo mutuo riconoscimento.
Non si tratta di fare paragoni, impossibili e infondati, tra
la Shoah e la Nakba. Sono due catastrofi avvenute in periodi e in
condizioni diverse tra loro (anche gli esiti sono incommensurabilmente
diversi e non paragonabili), tuttavia non si può non ammettere che senza
la prima, la seconda sarebbe stata impossibile. In altri
termini, il popolo palestinese, incolpevole, ha pagato il prezzo più
alto per ciò che prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale è
avvenuto sul suolo europeo. Lo Stato di Israele, piaccia o meno, è
inevitabilmente il frutto di questa dinamica e in quanto tale non poteva
non essere un progetto coloniale. Quel progetto coloniale, concepito in
Europa già alla fine del XIX secolo, ha determinato e condizionato
tutti gli sviluppi successivi.
A tutto questo occorre aggiungere che la particolarità del
progetto sionista di uno Stato in Palestina ha in sé un’enorme
contraddizione: conciliare occupazione militare, spoliazione e apartheid
con la volontà di essere uno Stato democratico. Anzi, come
sostiene l’establishment politico e culturale israeliano: l’unica
democrazia del Vicino Oriente. In un certo senso, proprio questa
contraddizione rende “normale” lo Stato di Israele e non la negazione di
questa. È altrettanto vero che ormai fin dagli anni ottanta del secolo
scorso è caduto un altro mito, assai diffuso fino ad allora, che tendeva
a rappresentare la società israeliana come un blocco monolitico
interamente in accordo con le politiche dei governi che si sono
succeduti nel Paese. Si potrebbero citare moltissimi studiosi,
giornalisti ed anche esponenti delle istituzioni politiche e perfino
militari che hanno preso pubblicamente posizioni critiche non solo su
scelte specifiche, ma che attraverso i loro studi e le loro
dichiarazioni hanno, di fatto, rimesso in discussione il progetto
coloniale che sottende ancora oggi alla costruzione statuale israeliana.
L’antisemitismo si sarebbe diffuso anche tra tutti costoro? Ci sembra
assai difficile sostenere questa affermazione paradossale.
Ovviamente, il rettore dell’Università Technion si è detto
sorpreso e sconcertato dal fatto che anche in Italia, la critica verso
Israele abbia assunto delle forme tanto decise; ha cercato di sostenere l’inattendibilità della collaborazione dell’ateneo da lui diretto con l’industria militare,
elencando una serie di progetti che solo apparentemente non hanno nulla
che vedere con attività legate al proseguimento e al consolidamento
dell’occupazione, come quelli dello sfruttamento delle risorse idriche.
Ma, bisogna ricordarlo, proprio la depredazione di queste risorse è
stata una delle prime forme di espropriazione dei palestinesi, che in
questo modo sono stati costretti (tra quelli che non erano stati espulsi
precedentemente manu militari) all’esilio perché nelle loro città e nei
loro villaggi era impossibile vivere. Una delle prime iniziative
israeliane, pochi anni dopo la proclamazione dello Stato, è stata quella
della deviazione del fiume Giordano, per assicurare al neonato Stato di
Israele le risorse idriche necessarie al suo sviluppo economico e
sociale.
Un altro argomento del rettore israeliano è stato quello
della presenza nel Technion di studenti palestinesi che dovrebbero
diventare il 20% del corpus studentesco. Questo dato, a suo
dire, smentirebbe l’esistenza delle politiche di apartheid attuate da
Israele verso i palestinesi israeliani (ormai il 20% della popolazione
israeliana), come contro il resto della popolazione palestinese della
Cisgiordania (per motivi ovvi, ma – per una persona nella sua posizione –
inconfessabili, tace sulla Striscia di Gaza, sotto assedio fin dal
2006). È sufficiente, anche solo superficialmente, sfogliare il corpus
legislativo e amministrativo riguardo ai diritti, in tutti gli ambiti,
concessi ai palestinesi di Israele e a quelli della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza (dall’edilizia, all’accesso al diritto allo studio e
al lavoro, o alla sanità pubblica) per smentire tale tesi. Inoltre, la
politica “inclusiva” dei giovani palestinesi nelle università
israeliane, in definitiva, è un’arma a doppio taglio. Perché dopo la
laurea i giovani palestinesi non potranno mai restare in Israele, dove
non possono accedere al lavoro, o peggio rientrare in Cisgiordania
(quelli della Striscia di Gaza ormai da dieci lunghi anni non possono
più muoversi da quella che è la più grande prigione a cielo aperto del
Vicino Oriente), quindi sono costretti a emigrare per poter avere anche
solo la minima speranza di poter mettere a frutto i loro anni di studio e
i loro titoli.
Da questo punto di vista, è assai discutibile la tesi dei
rettori italiani che a una sola voce hanno sostenuto come i firmatari
dell’appello “Stop-Technion”, con il loro gesto, metterebbero in
discussione “la libertà accademica” e contemporaneamente
dimenticherebbero che la scienza è neutrale, al di sopra delle diatribe
politiche e delle scelte conseguenti. Onestamente, è fin troppo
semplice ricordare ai rettori italiani, e alla ministra Stefania
Giannini, che la neutralità nelle cose umane non esiste, anche quando la
si sbandiera. Invece, proprio perché la libertà accademica è un bene
necessario e non un lusso, né per i docenti né per gli studenti in
formazione, occorre ammettere come spesso questa venga scambiata per
acquiescenza a dei poteri, al senso comune, ai costumi, ai governi, etc.
Inoltre, la storia europea ed occidentale recente è piena di esempi di
quanto la pretesa di neutralità sia falsa.
Dai campi di sterminio nazisti in cui si facevano esperimenti medici
su cavie umane, approfittando di vittime che in alcun modo potevano
difendersi e sottrarsi alle sevizie, alla costruzione della bomba H, gli
esempi potrebbero essere moltissimi. Per esemplificare più chiaramente
possibile il nostro pensiero riguardo alla scelta di aderire ad una
scienza responsabile, quindi sottratta a facili giustificazioni, la cosa
migliore è ricordare Daniel Amit, uno scienziato in fisica neurale,
purtroppo scomparso prematuramente nel 2007, che per decenni ha lavorato
alla Sapienza di Roma e diverse volte è stato candidato al Nobel per la
fisica. Daniel Amit era un ebreo israeliano di origini polacche,
intellettuale molto noto a livello internazionale, che nel marzo 2003
prese la decisione irrevocabile di rompere ogni rapporto di
collaborazione con la comunità scientifica statunitense all’indomani
dell’invasione dell’Iraq.
Daniel Amit nell’aprile di quello stesso anno rese pubblico uno
scambio di lettere con Martin Blum, caporedattore della American
Physical Society, che tentava di farlo recedere dalla sua decisione
dicendo: “Consideriamo la scienza un’impresa internazionale e facciamo
del nostro meglio per mettere da parte i disaccordi politici,
nell’interesse della promozione della scienza stessa”. A queste parole,
Daniel Amit rispose: “Purtroppo, appartengo a una cultura di simile
deviazione spirituale (Israele) la quale sembra essere ugualmente
incorreggibile [. . .]. Eserciterò tale minuscolo atto di disobbedienza
per poter guardare dritto negli occhi dei miei nipoti e dei miei allievi
e poter affermare che sapevo.” (http://luis.impa.br/guerra/carta.html)
In qualche modo riteniamo doveroso raccogliere il monito di Daniel
Amit con il nostro “minuscolo atto di disobbedienza” perché anche noi
sappiamo, soprattutto quando il silenzio è un atto di complicità.
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