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19/07/2016

Il nodo non sciolto dei rapporti tra Occidente e petromonarchie

di Michele Giorgio


Siamo al paradosso. Qualche ora dopo il massacro di più di 80 persone a Nizza compiuto da un presunto militante dell’Isis, il clero wahhabita saudita, principale propulsore di intolleranza, del rifiuto delle altre culture e di attacchi alle minoranze islamiche, ha addossato la responsabilità dell’escalation di attentati in tutto il mondo al presidente siriano Bashar Assad. «L’Islam assegna grande valore al sangue umano e vieta il terrorismo che uccide gente pacifica nelle case, nei mercati, nei luoghi di lavoro. L’ultimo crimine del terrorismo riflette quanto accade in Siria», ha proclamato il Consiglio degli Studiosi in riferimento alla politica di Assad, che l’Arabia Saudita è impegnata ad abbattere finanziando ad armando alcuni dei gruppi jihadisti più radicali, come Jaish al Islam.

È paradossale perché il wahhabismo promosso da questi religiosi in Arabia Saudita e in altre monarchie del Golfo, assieme al cugino salafismo, offre la base ideologica delle azioni delle cellule dell’Isis e di altri gruppi che colpiscono in Medio Oriente e in Europa. Appena qualche giorno fa circa 300 iracheni sono stati fatti a pezzi da centinaia di chili di tritolo a Baghdad. Il Consiglio degli Studiosi sauditi non ha aperto bocca. La ragione è semplice. I morti erano sciiti, non riconosciuti come veri musulmani dal wahhabismo.

Suscita un sorriso colmo di amarezza la costernazione del leader turco Erdogan. «Il terrore non ha religione, razza o nazionalità. In questo mondo non c’è posto per questi barbari», ha proclamato in un messaggio di condanna della strage a Nizza. «Dobbiamo renderci conto tutti insieme che per le organizzazioni terroristiche non c’è differenza tra Turchia e Francia, Iraq e Belgio, Arabia Saudita e America», ha sottolineato Erdogan sorvolando sul fatto che proprio lui non ha ostacolato, per anni, il passaggio per il suo Paese di migliaia di jihadisti, spesso provenienti dall’Europa, diretti in Siria.

E se oggi Erdogan sostiene di voler riallacciare i rapporti con i Paesi vicini, Siria inclusa, ciò si deve anche, se non soprattutto, agli attentati dell’Isis compiuti in territorio turco che hanno dimostrato la follia della politica estera svolta dal “Sultano”. Di fronte a questo Hollande ieri ha annunciato un maggior impegno militare di Parigi contro l’Isis in Iraq e in Siria. Il presidente francese farebbe meglio a rinunciare ai miliardi di dollari dei Saud e degli altri petromonarchi per l’acquisto di armi francesi. E dovrebbe imporre al suo amico re Salman di bloccare subito il flusso di denaro proveniente da istituzioni religiose e da ricchi cittadini sauditi diretto, sotto forma di “donazioni”, a scuole coraniche, moschee e centri islamici in ogni parte del mondo, anche in Occidente, allo scopo di diffondere tra le popolazioni e le comunità sunnite il wahhabismo come corrente islamica dominante.

Il ruolo torbido delle petromonarchie continua a non essere affrontato. Eppure anche la recente relazione di una commissione del Congresso Usa ha confermato che i regnanti dell’Arabia Saudita e di altri Paesi del Golfo fanno poco per fermare i finanziamenti privati che raggiungono le organizzazioni più militanti, incluse l’Isis e al Qaeda.

Non sorprende perciò che la guerra in Siria e in Iraq non conosca soste. Decine di persone ogni giorni muoiono sotto i bombardamenti di tutte le parti in lotta. Le tregue sono proclamate e puntualmente non rispettate. In Siria le truppe governative e le milizie alleate, appoggiate dall’aviazione russa, stringono l’assedio della zona di Aleppo controllata dai islamisti radicali e jihadisti. Per Damasco riprendere tutta Aleppo, la seconda città ed ex polmone economico del Paese, significherebbe conseguire la vittoria più importante in cinque anni di battaglie.

Sempre in quella zona combattenti curdi e i “ribelli”, uniti nelle Forze siriane democratiche (Fsd) finanziate dagli Usa, sono vicinissimi alla città strategica di Manbij. In Iraq, dove proseguono le proteste dei sostenitori di Muqtada Sadr contro il governo, l’esercito aiutato dalle milizie sciite e con l’appoggio dei curdi (e dei “consiglieri” Usa), continua lentamente la marcia di avvicinamento a Mosul, la “capitale” dell’Isis.

La scorsa settimana si sono svolti i colloqui tra il segretario di stato Usa John Kerry e il presidente russo Vladimir Putin sulla situazione in Siria. I due, proclami a parte, non hanno trovato intese concrete sulla possibilità di  svolgere operazioni congiunte russo-americane. Mosca chiede raid Usa anche contro al Nusra (al Qaeda in Siria) che Washington, pur considerandola una organizzazione terroristica, si rifiuta di attaccare perché alleata dei “ribelli” cosiddetti “moderati”.

La Russia, che ha ribadito il sostegno ad Assad, vuole la continuazione dei negoziati a Ginevra, l’unica strada, afferma, per arrivare a una soluzione politica della crisi. Ma a Ginevra difficilmente le parti torneranno prima del 2017, alla luce anche delle pressioni saudite sui rappresentanti dell’opposizione siriana affinché la possibile transizione politica preveda l’esclusione immediata dal potere di Assad che pure gode del sostegno di milioni di siriani.

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