La base militare nell’aeroporto di Aden è tornata in mano
governativa. Ma l’attacco di ieri, perpetrato dai miliziani di al Qaeda,
svela ancora una volta la pervasiva presenza nel sud dello Yemen, ad
oggi quasi completamente sotto il controllo del governo ufficiale
sostenuto dall’Arabia Saudita.
Ieri un commando qaedista ha attaccato la base uccidendo un
numero imprecisato di soldati: alcune fonti parlano di 6 morti, altre di
10. Uccisi anche alcuni miliziani jihadisti, secondo quanto
riportato dal comandante della base Nasser Sarie. A sostenere dall’alto i
militari sul posto sono stati gli elicotteri Apache dell’Arabia Saudita
che hanno colpito gli assalitori. Il commando è arrivato alla base aprendosi la strada con due attentatori suicidi,
saltati in aria al checkpoint di ingresso. Poi uomini armati hanno
aperto il fuoco, riuscendo per qualche ora ad impossessarsi della base.
La città di Aden resta luogo strategico, porto sul Golfo di Aden e il
passaggio verso il Canale di Suez: occupata dai ribelli Houthi lo
scorso anno, è tornata in mano governativa. Ma più di un
rapporto dimostra che, al fianco dei soldati del governo, combatterono
in chiave anti-Houthi anche i miliziani qaedisti. Una presenza che si è
concretizzata nell’assunzione del controllo di alcuni quartieri della
città costiera, poi ripuliti – ma non del tutto – delle cellule qaediste.
L’attacco di ieri è la prova del radicamento del suo braccio più
potente, al Qaeda nella Penisola Arabica. Poco dopo l’assalto, online è
comparsa la rivendicazione dell’azione, definita una vendetta per le
operazioni condotte dal governo contro il gruppo nel sud dello Yemen. In
particolare i qaedisti sono presenti a sud-est, nella regione
storica di Hatramaut e nella città di Mukalla che hanno letteralmente
governato e amministrato per mesi. E ancora oggi, nonostante la
ripresa della città da parte del governo, quartieri di Mukalla restano
in mano qaedista insieme ad altre zone nelle province vicine.
In tale vacuum istituzionale e politico, il negoziato
promosso dall’Onu in Kuwait resta al palo. Tutto era stato rinviato, a
giugno, al 15 luglio ma manca ancora una reale volontà politica di
scendere a compromessi. Nei giorni scorsi il governo ha di
nuovo espresso dubbi sulla fattibilità di un accordo con i ribelli
Houthi, parlando di “differenze sostanziali” nelle posizioni delle due
parti: “A causa della testardaggine [dei ribelli] e i loro ritardi, non è
stato possibile raggiungere un accordo su nessuna delle questioni in
agenda”, ha detto qualche giorno fa la delegazione governativa in
Kuwait.
Quello che l’esecutivo appoggiato da Riyadh, in realtà, vuole è la capitolazione del movimento:
l’abbandono delle armi e il ritiro dalle zone occupate prima di formare
un governo di unità. Una tempistica che gli Houthi rifiutano perché
convinti servirà solo ad estrometterli ancora dal potere politico. Gli
Houthi hanno più volte accettato la risoluzione del Consiglio di
Sicurezza che impone ritiro e abbandono delle armi ma chiedono prima
garanzie, ovvero la firma di un accordo che apra la strada ad un governo
di transizione di cui siano parte integrante.
Da parte sua l’inviato Onu per lo Yemen, Ould Cheikh Ahmed, ha
promesso di tornare al tavolo di metà luglio con una road map, definita
sui principi generali accettati dalle due parti ma per ora priva di
scadenze temporali reali. Ma il conflitto non si ferma né la sofferenza
del popolo yemenita. I bilanci non vengono quasi più aggiornati, fermi a
6.400 morti, una stima sicuramente al ribasso.
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