di Stefano Mauro
Il 9 novembre 2016, con
la vittoria di Donald Trump alle presidenziali negli Stati Uniti, la
destra israeliana ha esultato per l’insperato risultato elettorale
considerandolo come “l’inizio di un nuovo periodo di alleanza con
obiettivi convergenti”.
Si è passati, infatti, dai rapporti tesi avuti con l’amministrazione
Obama all’elezione di un “vero amico dello Stato di Israele con il quale
poter lavorare insieme per la sicurezza e la stabilità della regione”
come annunciato dal primo ministro israeliano Netanyahu. Toni ancora più entusiastici per l’ultranazionalista ministro dell’istruzione, Naftali Bennett,
che ha dichiarato:“la vittoria di Trump offre ad Israele la possibilità
di rinunciare all’idea della creazione di uno stato palestinese”.
Diverse dichiarazioni elettorali avevano da una parte l’intento di
accaparrarsi i voti della potente lobby ebraica americana, ma sono,
comunque, sembrate un vero e proprio “endorsement” nei confronti del
governo israeliano di Netanyahu e della sua politica coloniale e
razzista.
Dopo i proclami pre-elettorali e l’euforia post elettorale si è passati, però, velocemente ai fatti. La
nomina di David Friedman, conservatore e, probabilmente, futuro
ambasciatore americano in Israele, come consigliere per gli affari
americani con lo stato sionista nel nuovo team presidenziale, denota una
chiara convergenza politica nei confronti di Tel Aviv.
Personaggio poco conosciuto, il neo consigliere ha da subito
manifestato la sua ostilità nei confronti dei palestinesi fino ad affermare di “favorire apertamente l’annessione definitiva della
Cisgiordania”. In un’intervista al sito jewishinsider.com
Friedman ha confermato che “tra l’amministrazione Trump e Tel Aviv, il
livello di cooperazione strategica, militare e tattica raggiungerà
livelli mai avuti in precedenza”.
Lo stesso finanziamento nei confronti di Israele “non si limiterà ai
“soli” 38 miliardi di dollari in 10 anni – generoso lascito del
predecessore Obama – per il MOU (Memorandum of Understanding), ma sarà
incrementato ulteriormente”. Maggiori finanziamenti militari
giustificati da motivi di sicurezza nei confronti dei principali nemici
israeliani nella regione: Iran, Hezbollah ed i partiti palestinesi
contrari alla linea politica dell’ANP (Hamas e FPLP). Stessa
linea per la nomina a segretario della difesa del generale James “Mad
Dog” Mattis che recentemente ha etichettato l’Iran come “la principale
minaccia per la regione mediorientale”.
Gli incarichi fatti da Trump per il suo nuovo staff hanno
rinvigorito l’azione di contrasto da parte del governo Netanyahu nei
confronti dell’accordo sul nucleare siglato dall’amministrazione Obama
con l’Iran. L’intesa è stata da sempre osteggiata da Israele,
creando numerose frizioni con la precedente amministrazione americana.
Vista la nuova linea politica di Trump, invece, il primo ministro
israeliano ha recentemente dichiarato alla stampa di voler far cambiare
idea sull’intesa con la repubblica iraniana in “qualsiasi maniera”.
Bisogna, però, osservare che l’accordo, raggiunto nel luglio
2015 con l’Iran, è stato siglato da più nazioni coinvolte (il famoso
5+1: USA, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania) e che,
quindi, sarà difficile “eliminarlo o variarlo” come dichiarato
dal ministro degli esteri russo Lavrov. La stessa sintonia di azione
riguarda, ancora, il sostegno incondizionato di Trump alla
colonizzazione da parte dell’entità sionista in tutta la Cisgiordania.
In un’intervista rilasciata al dailymail.com, il neo-presidente
ha dichiarato che “Israele deve continuare a costruire delle colonie
nella West Bank visto che i palestinesi continuano a lanciare razzi e
che non ci sono possibilità per un serio processo di pace”.
Grande preoccupazione da parte dei palestinesi c’è anche per
ciò che riguarda le scarse possibilità attribuite da Trump nel portare
avanti i colloqui di pace “perché la soluzione dei due stati non
funziona”. Grave è la dichiarazioni fatta durante il suo
incontro pre-elettorale con il primo ministro Netanyahu a New York, nel
quale ha garantito la volontà di “riconoscere Gerusalemme come capitale
unica e indivisibile dello Stato di Israele”. Affermazioni condannate
duramente dal segretario generale dell’OLP, Saeb Erekat, ed etichettate
come “frasi che negano il dialogo di pace, il diritto internazionale e
le risoluzioni ONU”.
È di questi giorni, infatti, l’approvazione di una proposta
di legge che legittima la costruzione di oltre 4mila nuovi insediamenti
coloniali su terre palestinesi. La legge, frutto di un accordo
politico tra Netanyahu e Bennett, ministro e leader del partito di
estrema destra “Focolare Ebraico”, punta ad un’annessione sempre
maggiore della Cisgiordania. Questo “è un primo passo verso la sovranità
israeliana in Giudea-Samaria (nome ebraico della regione, ndr)” secondo
le parole dello stesso ministro. La reazione della sinistra sionista è
stata polemica poiché “una simile legge è un suicidio nazionale e punta a
togliere qualsiasi speranza alla soluzione di pace per i due stati”
come affermato dal leader laburista Herzog.
Fondamentali per l'elezione di Trump, infine, sono stati i legami con l’AIPAC
(associazione ebraica americana di sostegno ad Israele) e i suoi
contatti con il quotidiano filo-sionista “Algemeiner”. Un legame
profondo che arriva fino alla conversione per l’ebraismo ortodosso da
parte della figlia Ivanka, moglie di Jarod Kushner, investitore nel
settore immobiliare come il suocero. Proprio Kushner, con la sua omonima
fondazione, è stato la pedina fondamentale sia per il sostegno da parte
dell’establishment israeliano sia, soprattutto, per il business
immobiliare legato alla costruzione delle nuove colonie nei territori
occupati ed in Cisgiordania. Rapporti, affettivi ed economici, talmente
radicati da fargli affermare “noi amiamo Israele, noi combatteremo per
Israele al 100% e sarà così per sempre”. Parole che non sembrano
pronunciate dal futuro presidente della più potente nazione del mondo,
ma piuttosto da un “fidato amico” di Israele.
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