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lunedì 11 giugno 2018

Comunali trash. Si sgonfia la bolla grillina, bucata dall’abbraccio con la Lega

Tirare giù un abbozzo di bilancio di queste elezioni comunali può essere facilissimo o complicato, dipende da quali elementi si vogliono cogliere.

Se stiamo alle indicazioni macro, certamente va registrata la batosta dei Cinque Stelle. Una marcia indietro che non può essere spiegata con la debolezza storica nelle elezioni amministrative (dove contano molto legami e clientele locali, decisamente meno il voto d’opinione), ma chiama in causa l’incredibile – per la base elettorale grillina, decisamente più ampia del ristretto gruppetto iscritto alla piattaforma Rousseau – accordo di governo con la Lega.

Nella nascita di questo governo pesano infatti almeno tra “tradimenti” dell’identità:

a) non andremo mai al governo con altri partiti politici;

b) non ci confonderemo mai con i corrotti e i loro amici (la Lega è invece rimasta pilastro del centrodestra, con Berlusconi impegnato a fare una finta opposizione);

c) il presidente del consiglio deve essere scelto dagli elettori.

A contorno di questi tre strappi violenti con la propria storia, c’è poi la verifica empirica che l’abbraccio mortale con Salvini va a vantaggio esclusivo dei leghisti, molto più solidi, sperimentati e capaci di determinare l’agenda politica, a partire dalle “parole d’ordine” del momento.

Volendo essere concreti, il problema va secondo noi inquadrato in questi termini. La Lega ha una base sociale chiara, per quanto disomogenea: la piccola e media impresa, non solo settentrionale, i commercianti e una certa quota di lavoratori dipendenti (specie del nord) che ha creduto alla “cancellazione della Fornero”. Ha un collante ideologico nel fomentare la “guerra tra poveri”, identificando nell’immigrazione la causa di tutti i problemi della popolazione povera (salari bassissimi, disoccupazione, precarietà, casa, trasporti, sanità, welfare, ecc). E’ falso, ma i media mainstream lo aiutano a farlo credere vero.

Il Movimento 5 Stelle ha per anni surfato alla grande su un sentimento pro-cambiamento assai vago e generico, sull’individuazione della kasta come principale o unica causa del malfunzionamento del sistema-paese, proponendo una serie di ricette utili a raccogliere voti (i vitalizi, ecc), ma di nessun peso economico una volta prese in mano le redini del governo.

Detto altrimenti, la Lega di Salvini ha una visione generale sul tipo di “cambiamento” da realizzare in Italia, i Cinque Stelle no. La visione leghista è un classico catalogo di argomentazioni di ultradestra, puzzolente e disumano. Il discorso grillino è vaporoso, ma senza anima né spessore.

In più, nei cento giorni trascorsi dalle elezioni del 4 marzo, ha giocato un ruolo determinante la personalità dei due “leader”. Salvini ha imposto la sua grammatica e la sua agenda, piazzando la questione migranti come alfa e omega della sua azione, fino a sembrare “uno che fa sul serio” persino contrapponendosi all’Unione Europea, come ha fatto – non a caso – sulla proposta di revisione del regolamento di Dublino. Poco importa, a un elettorato abituato agli slogan senza verifica, che quell’ambito sia anche l’unico su cui il “motore” dell’Unione (l’asse Parigi-Berlino) non ha ancora deciso un atteggiamento chiaro, lasciando così spazio al classico “ognun per sé” in cui sguazzano i rospi tronfi. Poco importa, oltretutto, che sia anche l’unico ambito che non ha risvolti economico-finanziari di un qualche rilievo; ovvero quelli su cui il controllo Ue è sperimentato, ferreo, intangibile e irriformabile.

Luigi Maio, all’opposto, si è presentato ogni giorno di più come un moderato mediatore, un giovane vecchio democristiano che dà ragione a tutti, senza alcun punto fermo dirimente, disponibile ad accettare tutto e il contrario di tutto pur di andare al governo con l’aria di farci un favore.

Ce n’era abbastanza per lacerare in più punti la “bolla speculativa” della narrazione messa in piedi da Grillo – più volte smentito e zittito dal suo figlioccio – e dagli esperti della Casaleggio & C. Alla prova dei fatti, e con molta più nettezza e rapidità di quanto non sia avvenuto con la Raggi a Roma, quel “non essere né di destra né di sinistra” si è rivelato un non essere assolutamente nulla. Una patina di nuovismo, ethically correct, iper-legalitario e manettaro, spalmabile all’esistente senza metterne in discussione alcun elemento decisivo. Resta, entro certi limiti, il merito di aver liquidato una classe politica inetta, servile e impresentabile (il Pd integralmente, solo in parte i berluscones). Ma per reggere la sfida del dare risposta ai problemi di una popolazione, ogni giorno più stressata dalla crisi e dall’austerità, è davvero troppo poco.

Così restando le cose, insomma, quel Movimento ci appare destinato a sgonfiarsi alla stessa velocità con cui è cresciuto. E certo non lo aiutano figuracce come quella del sindaco di Livorno, Nogarin, che prima fa sapere di voler “disobbedire” a Salvini ospitando in porto le navi delle Ong che salvano profughi in mare, e dopo pochi minuti cancella tutto per non disturbare l’idillio di governo.

Il Pd, da questa tornata, esce malconcio ma un po’ meno di quanto avvenuto il 4 marzo. Sopravvive là dove ha dirigenti sperimentati (Esterino Montino a Fiumicino, Emiliano Del Bono a Brescia), mentre tracolla ovunque si è affidato ai simil-Renzi-Martina.

Non si può, naturalmente, tacere del risultato di Potere al Popolo, là dove si è presentato. In genere ha ripetuto o migliorato il risultato del 4 marzo, a conferma della bontà di una scelta. Si sarebbe potuto e dovuto fare ancora meglio, se in qualche territorio non avessero prevalso vecchie logiche da “vecchia sinistra” che hanno limitato la presenza della lista. Ma, come si è detto fin dall’inizio, il momento elettorale – utile per far conoscere come soggettività unitaria un complesso di pratiche sociali altrimenti polverizzate sul territorio, dunque ignote ai più – è solo il momento in cui si verifica la bontà e la profondità di un lavoro sociale concreto.

Ovvio che in tre o sette mesi – quelli passati dal 4 marzo o dalla prima assemblea nazionale – oltretutto tormentati dall’urgenza di fare tutto quel che bisogna fare per partecipare seriamente a un’elezione (a due, per alcuni comuni), molto tempo è stato occupato in attività che poco hanno a che fare con l’organizzazione del conflitto sociale e politico. A cominciare dalle discussioni su di sé – come organizzarsi, come chiarire punti programmatici, come scambiarsi esperienze di pratiche sociali conflittuali, ecc. – che hanno trovato un primo ma importante momento di sintesi nella due giorni di Napoli.

Ora c’è un lungo periodo (più o meno un anno, se non ci sono sfracelli al momento non calcolabili in dettaglio) in cui l’azione di Potere al Popolo deve dispiegarsi nei territori, radicarsi, creare comunità e un blocco di interessi sociali solidamente uniti. L’afflosciarsi, probabilmente rapido, della “bolla grillina” richiede un protagonismo serio, concreto, fisico, per presentare una alternativa credibile.

Cominciamo con la tappa di sabato, a Roma.

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