“Amarti m’affatica, mi svuota dentro”.
Dovrebbe essere questo il ritornello che da anni riecheggia negli animi
di migliaia di elettori di sinistra, impegnati nella costruzione del sogno europeo.
Un sogno a cui la realtà, e non il virus, ha in questi giorni inferto
il colpo finale. Chi ha seriamente la volontà di spostare le condizioni
di vita delle classi subalterne su un sentiero di progresso e
uguaglianza non può che prendere atto di come la miseria delle scelte politiche di queste ore, ed in particolare le recenti risultanze dell’Eurogruppo,
sia certificata dal marchio CE. Un Eurogruppo che è stato chiamato a
pronunciarsi, vale la pena ricordarlo, in un contesto sanitario, quello
della Covid-19, che neanche la generazione che ha vissuto l’ultimo
conflitto mondiale aveva mai visto, con ormai 50mila morti in Europa, di
cui 20mila solo in Italia.
Alla questione sanitaria però, con sempre
più cogenza, si stanno affiancando le questioni economiche e sociali.
Questioni che, per definizione, sono questioni politiche, e che pertanto
non possono prescindere dal contesto istituzionale, quello dell’Unione
Europea, nel quale ci troviamo ad agire, e che oggi più che mai ci
impone di fare i conti con la storia. Il progetto europeo, infatti, ha
radici profonde, e si sostanzia quasi subito come un progetto di unione
monetaria. Questo processo, che fino all’inizio degli anni ’80 aveva
visto l’opposizione delle sinistre italiane, è l’unica gamba di un
soggetto volutamente zoppo. In barba a tutti i rapporti specialistici
che suggerivano di avviare la fase di unificazione partendo dalla
politica fiscale (tra cui il Rapporto Werner, un report della Commissione Europea del 1977 e il Rapporto Delors), le classi dominanti e i loro rappresentati politici hanno scientemente sviluppato la sola unione monetaria. Questo
esito, tuttavia, non è un risultato casuale, non è un errore di
valutazione, né il deragliamento di un treno che viaggiava verso la
solidarietà tra i popoli e la giustizia sociale. Come se non fossero bastati i milioni di disoccupati, dinamiche salariali stagnanti e la distruzione dello stato sociale, gli ultimi eventi certificano quale sia la progettualità politica implicita nell’Unione Europea:
un costrutto nato e sviluppato per favorire la lotta di classe
dall’alto verso il basso a suon di rigore e disciplina fiscale, in una
cornice di competizione tra economie incentrata sulla deflazione salariale. Niente di più lontano dall’Europa dei popoli che qualcuno benevolmente sognava.
La pandemia da Coronavirus, un fatto
fortuito, un incidente della realtà, poteva rappresentare un’occasione
per smentire anche i più scettici sulla bontà del progetto europeo. Un
imprevisto, quello della Covid-19, che sta portando molti Paesi,
specialmente quelli del sud europeo, a fronteggiare l’emergenza
sanitaria ed economica attraverso l’aumento della spesa pubblica per risolvere questioni di urgenza drammatica.
Di fronte a questa impellenza, di fronte a questa necessità di mettere in campo risorse per salvare vite umane e posti di lavoro, Germania, Austria e Paesi Bassi stanno mostrando le carte. Nessuna possibilità di finanziare questa emergenza nel modo apparentemente meno dannoso per i Paesi più danneggiati, ossia attraverso titoli di debito comuni quali i Covidbond.
Poche, se non nessuna, possibilità per i Paesi più colpiti, Italia in
primis, di emettere titoli del debito pubblico e di collocarli sul
mercato: con una banca centrale che non perde occasione per lasciar scatenare la speculazione, lo spauracchio dello spread sarebbe dietro l’angolo. Ovviamente, la decisione di lasciare i Paesi in balìa della pandemia e della recessione è tutta politica.
Una decisione che certifica che il sogno europeo è finito, sfiancato da
decenni di politiche reazionarie e seppellito dalla risposta indecorosa
data alla pandemia. Una non risposta che, quando tutto questo sarà alle
spalle, comporterà l’aumento della disoccupazione e il peggioramento
della situazione sociale nei Paesi meridionali.
Le drammatiche scelte di questi giorni,
quelle non risposte che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, certificano
l’inesistenza del sogno europeo, sono riassunte nell’esito dell’Eurogruppo, la riunione dei Ministri dell’Economia dei Paesi dell’area euro che si è conclusa nella notte tra il 9 e il 10 aprile scorso.
Cosa è stato davvero deciso?
L’Eurogruppo ha indicato i tre strumenti
che, nel breve termine, dovrebbero far fronte all’emergenza derivante
dall’epidemia di Covid-19: il rafforzamento dell’azione della Banca Europea degli Investimenti (BEI), la creazione di un nuovo fondo per la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi perde un lavoro (SURE), ed una particolare modalità di attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Le fanfare delle istituzioni hanno annunciato la messa a disposizione di un mare di denaro, addirittura più di 1000 miliardi di euro, 1040 per l’esattezza. Tanto per cominciare, però, circa 500 miliardi sarebbero quelli di un Recovery Fund,
un fondo per il finanziamento di un “piano di ripresa” post-emergenza.
Peccato che queste risorse non stiano scritte da nessuna parte nel
documento prodotto dall’Eurogruppo e non esistano,
sebbene vengano aggiunte surrettiziamente dalla propaganda ignobile dei
portaborse dei poteri dominanti. Restano circa 540 miliardi di euro,
cifra raggiunta sommando 200 miliardi di prestiti della Banca Europea
degli Investimenti (BEI), 100 miliardi del fondo SURE e 240 miliardi del
Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Come vedremo, si tratta anche qui di pura propaganda che serve a nascondere un intervento finanziario assolutamente inadeguato alla gravità della situazione.
I 200 miliardi di prestiti della BEI sono una mera previsione,
la stima di quello che potrebbe accadere se piccole e medie imprese –
ovvero i destinatari della misura – vi ricorressero per tamponare le
perdite subite. Quel denaro non esiste ancora, e gli Stati si sono
limitati a stanziare 25 miliardi di euro a garanzia del fondo rivolto
alle imprese in difficoltà che, nelle migliori delle ipotesi,
attiveranno 200 miliardi di credito privato. In pratica la BEI, che in
quanto banca presta e non regala denaro, si aspetta, con quei 25
miliardi, di riuscire a coprire le perdite derivanti dal mancato
rimborso dei prestiti da parte delle imprese. Lo scopo del fondo è
quindi quello di facilitare l’accesso al credito delle imprese, le quali
dovranno sperare di tornare a vendere e fatturare, quando riapriranno i
battenti, per onorare quel debito. Dovranno, dunque, sperare che dopo l’emergenza non ci sia una recessione, per evitare di continuare a registrare perdite mentre pende su di loro la spada di Damocle del creditore.
Il fondo SURE si dovrà occupare di
finanziare la cassa integrazione e altre misure di sostegno a chi ha
perso il lavoro nei Paesi colpiti dalla pandemia. In questo caso, si
tratta di un’attivazione del debito pubblico che, tuttavia, è assolutamente insufficiente.
I dettagli mostrano come lo sbandierato intervento solidaristico non
sia che una strategia falsa e menzognera: mentre l’art. 5 della proposta
di istituzione del SURE redatta dalla Commissione Europea fissa in 100
miliardi l’ammontare massimo erogabile dal fondo, l’art. 9 specifica che
“l’ammontare fornito dall’Unione annualmente non può eccedere il 10%
dell’ammontare previsto dall’art. 5”. Insomma, fuori dagli arzigogoli
della burocrazia europea, il SURE prevede 10 miliardi all’anno da dividere tra tutti i Paesi membri.
Poco meno di briciole se si considera che, in ‘normali’ tempi
pre-pandemia, la sola Italia dedicava a questa tipologia di spese poco
meno di 30 miliardi all’anno e che il già gravemente insufficiente Cura Italia stanzia circa 9 miliardi per coprire il fabbisogno di 9 settimane.
Possiamo tirare le prime somme: dei 300
miliardi propagandati, ad ora sul piatto ci sono 10 miliardi di SURE per
quest’anno e i 25 messi a disposizione da un meccanismo di creazione di
debito privato che rischia di schiantarsi contro l’imminente
recessione.
Non resta che il MES. Esso, nel suo assetto attuale, può agire attraverso due diversi strumenti.
Il primo è l’accensione di un prestito per Paesi già in crisi che,
tuttavia, devono sottoscrivere un Memorandum, impegnandosi ad attuare
una serie di misure di austerità e di riforme strutturali. Il secondo è
l’attivazione di linee di credito precauzionale, che prevedono una
condizionalità limitata ai soli settori dell’economia ritenuti a
rischio, e che porta con sé una sorveglianza rafforzata: i creditori
(ossia, le istituzioni europee), monitorano costantemente e nel
dettaglio l’evoluzione dei principali parametri economici e finanziari
del Paese per verificare che questo continui a trovarsi solo sull’orlo
della crisi e non in una situazione peggiore. La distinzione tra i
prestiti e le linee di credito precauzionale è esattamente questa: solo
ai Paesi considerati finanziariamente solidi è concesso di attingere
alle risorse del MES senza passare per le forche caudine della più
rigida condizionalità. Se stai male devi chiedere un prestito, quindi
per avere accesso alle linee di credito precauzionali devi dimostrare di
stare bene.
L’Eurogruppo ha proposto una nuova forma
di accesso alle linee di credito, per stanziare 240 miliardi derivanti
dal vecchio ‘fondo salva-Stati’, istituito durante la crisi dei debiti
sovrani. Tale novità consisterebbe nella possibilità di accedere al
credito senza neppure dover sottostare a quella ‘minima’ condizionalità
prevista dalle linee di credito. Ogni Stato membro potrà chiedere
l’accesso alle linee di credito per un ammontare pari al 2% del proprio
PIL (nel caso dell’Italia si tratterebbe di circa 36 miliardi) con un
unico vincolo: dimostrare che quelle risorse siano effettivamente
destinate a finanziare la spesa sanitaria necessaria a fronteggiare
l’epidemia. Da qui l’idea che l’Eurogruppo abbia varato un MES “senza
condizionalità”, mettendo a disposizione dei Paesi risorse fresche senza
il ricatto dell’austerità.
L’inganno, in quest’ultimo caso, è tutto concentrato sulla nozione di condizionalità.
Per condizionalità si possono intendere molte cose. Fino ad ora,
l’Europa ha conosciuto la forma più dura di condizionalità, quella che
hanno sperimentato Grecia, Irlanda e Portogallo quando hanno fatto
ricorso al prestito del MES sottoscrivendo il famigerato Memorandum: una
serie di misure di austerità aggiuntive, in ogni settore dell’economia
(dal mercato del lavoro alle privatizzazioni, dalle pensioni alle
liberalizzazioni), rispetto all’ordinaria disciplina fiscale che viene
imposta a tutti i Paesi europei dal Fiscal Compact. Il fatto
che l’Eurogruppo abbia escluso questo scenario apocalittico significa
che il nuovo accesso al MES sarebbe incondizionato? La risposta è
evidentemente negativa: il credito concesso dal MES sarebbe
comunque condizionato al rispetto della cornice ordinaria di disciplina
fiscale fissata dal Fiscal Compact, il che basta a sottoporre il Paese al ricatto del debito.
Questa volta, però, il ricatto potrebbe
prendere altre forme, se vogliamo ancora più cogenti e subdole. Ogni
anno, puntualmente, l’Italia si trova con una situazione di finanza
pubblica peggiore di quella promessa alle istituzioni europee
nell’ambito degli obiettivi di disciplina fiscale. Ogni anno, dunque, si
discute della possibilità che il Paese incorra in una procedura
d’infrazione delle regole europee che, per essere evitata, conduce a una
lunga e farraginosa fase di negoziazione politica entro cui si
contrattano margini di flessibilità nell’interpretazione degli
stringenti vincoli fiscali. Margini che verrebbero meno se si facesse ricorso al MES. Una violazione del perimetro degli obiettivi di finanza pubblica, infatti, significherebbe la perdita delle precondizioni
per mantenere l’accesso alle linee di credito precauzionali.
L’interruzione del credito fornirebbe ai mercati finanziari un segnale
inequivocabile: si può attaccare il Paese, stritolandolo nei tentacoli
della speculazione fino alla capitolazione, fatta di tutta l’austerità
che le istituzioni europee riterranno necessaria per poter concedere di
nuovo un salvagente.
Se dunque sulla carta è vero che non esistono condizionalità aggiuntive
a quelle che stiamo sperimentando da trent’anni a questa parte, è vero
che rivolgersi al MES limiterebbe ancora di più i già risicati spazi per
effettuare manovre di politica economica. Una volta legati al
MES, infatti, saremo costretti a fare quello che non abbiamo mai fatto:
rispettare le mortali regole di bilancio alla lettera. In caso
contrario, il MES sospenderebbe la disponibilità della linea di credito
precauzionale, con effetti facilmente prevedibili: spread alle
stelle, rifinanziamento del debito fuori controllo e instabilità finanziaria. La
cosiddetta “condizionalità leggera” del nuovo MES rappresenta dunque
l’ultima frontiera del ricatto del debito.
Insomma, il documento di sintesi dei
lavori dell’Eurogruppo ci dimostra, plasticamente, che nessuna
solidarietà è prevista nella cornice dell’Unione europea. Se ci fosse
ancora qualche dubbio, le dinamiche in atto in questi giorni difficili e
senza precedenti sono la fulgida rappresentazione della fine del sogno
dell’Europa dei popoli, mentre l’unica Europa che esiste, e che non è riformabile nemmeno in tempi di pandemia,
è quella in cui una crisi non è altro che un’opportunità imperdibile
per infliggere un ulteriore colpo a coloro che si trovano dalla parte
sbagliata della storia.
Il velo è caduto. L’illusione di
un’Europa solidale si è palesata come tale. L’esito dell’Eurogruppo ha
mostrato la faccia più dura della realtà: in questa architettura
istituzionale non vi è spazio per solidarietà e per qualsiasi forma di
mutualismo tra gli Stati. Anche di fronte alla drammaticità delle
settimane che stiamo vivendo, l’austerità non si interrompe e non cede il passo. Se
questa drammatica pandemia ci sta insegnando qualcosa è che la gabbia
dell’Unione Europea è incompatibile con la giustizia sociale e con la
difesa della salute pubblica, impedisce di tirarsi fuori dalle sabbie
mobili della recessione e della disoccupazione e impone il ricatto del
debito come arma di disciplina sociale. Rompere la gabbia è un
pre-requisito necessario per iniziare a immaginare un’alternativa.
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