I paesi della Belt and Road Initiative raccoglieranno i frutti della cooperazione”, “Londra entusiasta della BRI”, “Voli diretti collegano la Cina a 43 nazioni della Belt and Road” e, perché no, “Belt and Road permette al Nepal di mantenere l’equilibrio tra Cina e India”. Sono migliaia i titoli grondanti entusiasmo patriottico sfornati dai media cinesi in lingua inglese per accompagnare il Belt and Road Forum for International Cooperation che si è svolto il 14-15 maggio scorso a Pechino.
Un appuntamento con il quale il Partito comunista (Pcc) ha inteso promuovere una certa immagine internazionale della Cina, come in occasione delle Olimpiadi di Pechino (2008), dell’Expo di Shanghai (2010) e del G20 di Hangzhou (2016), e una visione – la Belt and Road Initiative (BRI) – che preannuncia centinaia di miliardi di dollari in investimenti per progetti infrastrutturali attraverso Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa.
In tempi di Brexit, di “America first!”, di rallentamento del commercio internazionale, la fase è particolarmente propizia per proporre al mondo come alfiere del libero scambio la Cina del presidente Xi Jinping, una nazione che altresì rivendica un nuovo nuovo status internazionale, consono a un ex Paese contadino diventato prima – dopo oltre 30 anni di investimenti delle multinazionali straniere e di sfruttamento della manodopera locale – la seconda economia del Pianeta, e che ora aspira a portare la sua industria sullo stesso livello di quelle dei paesi avanzati.
Anche i media europei ci riferiscono di decine di accordi siglati lo scorso fine settimana e di progetti fantasmagorici (ne è stato presentato finanche uno per un porto offshore che accoglierebbe navi gigantesche a Venezia!) e piogge di miliardi di yuan in arrivo, alimentando le aspettative per una Cina in grado di rimettere in piedi interi paesi prostrati dalla crisi. Da questo punto di vista, Pechino un primo, importante obiettivo lo ha già raggiunto: il brand della via della Seta funziona e in Europa c’è chi dà mostra di credere che il partito comunista cinese si stia trasformando in un’associazione filantropica internazionale con quartier generale a Zhongnanhai, a due passi dalla Città proibita.
Per non parlare delle analisi dei detrattori della Cina “senza se e senza ma”, che dipingono un Paese a un passo dall’instaurare la sua egemonia globale, che sostituirebbe sic et simpliciter quella statunitense.
In realtà la Cina – le cui forze armate hanno ancora molto terreno da recuperare (è un eufemismo) rispetto a quelle delle nazioni più potenti, e che resta un Paese con enormi problemi strutturali economico-finanziari – sta vivendo una delicata fase di passaggio. La leadership del Pcc mira, all’interno, a rafforzare il potere del centro (di Xi in primis) sul resto del Partito e sulla società, nonché a trasformare un sistema industriale che ha fatto perno sugli iper-investimenti e sulle esportazioni in uno che punti maggiormente sui consumi interni e sul terziario; e, all’esterno, a rafforzare l’influenza di Pechino in Asia e a promuovere i commerci cinesi nel mondo. La Belt and Road Initiative è un progetto che ha al centro l’Asia (quella centrale, con la via della Seta terrestre e quella meridionale con la via della Seta marittima) e che, con pragmatismo cinese, procederà a spizzichi e bocconi: i progetti (per ora la Asian Infrastructure Investment Bank, AIIB, ne ha approvati una dozzina) verranno avviati dove si presenteranno le condizioni migliori, sia da un punto di vista del ritorno economico sia delle opportunità politiche.
Con la miriade di strade, porti, ferrovie, ponti e altre infrastrutture immaginate nella sua BRI, la Cina mira soprattutto a: rafforzare la sua influenza in Asia; promuovere sui mercati esteri le sue industrie di Stato (SOE); esportare una parte della sua sovrapproduzione in alcuni settori dell’industria pesante.
Vis à vis col principale progetto di politica estera della Cina (la BRI, appunto), un piano che per Pechino ha una valenza geopolitica ed economica strategica, domenica e lunedì scorso l’Europa ha palesato le stesse divisioni che vengono a galla a ogni passaggio importante – come dovrebbe essere quello di elaborare e seguire una strategia “continentale” nei confronti della Cina – della sua storia degli ultimi anni.
Stretta nella morsa dei suoi creditori, la Grecia ha rappresentato un’avanguardia di quei paesi che, in sostanza, si presentano alla corte del Pcc col cappello in mano: già nel giugno 2013 il premier Antonis Samaras annunciò che “la Grecia diventerà l’ingresso commerciale della Cina all’Europa”. Al suo successore, Alexis Tsipras, non rimase che confermare la privatizzazione del Porto del Pireo sottoscritta dal leader conservatore. Non stupisce che alla conferenza di Pechino sulla BRI – dopo che la Troika non ha fatto sconti al suo paese – il leader di Syriza abbia parlato come portavoce esclusivamente di interessi nazionali. Atene prova a spingere sull’acceleratore di una cooperazione bilaterale che le porti un po’ di investimenti in un sistema economico al collasso: ne ha ben donde.
Xi – riferisce l’agenziaXinhua – ha ribadito la volontà del suo governo che il Porto del Pireo diventi “un hub per lo smistamento dei container nel Mediterraneo, una testa di ponte per i trasporti terra-oceano e un centro internazionale di logistica a sostegno della China-Europe Land-Sea Express Line e della Belt and Road Initiative”.
Molto diverso l’atteggiamento del paese protagonista in questa disastrata Unione Europea (secondo alcuni il protagonista dell’attuale disastro europeo), la Germania. La cancelliera Angela Merkel domenica e lunedì scorsi non era nella capitale cinese, dove ha inviato la ministra dell’economia Brigitte Zypries.
I tedeschi sono scettici nei confronti della BRI: propongono che venga integrata con i piani preesistenti dell’Ue (la EU-Connectivity Platform anzitutto), perché temono la competizione da parte delle aziende di Stato cinesi in uno spazio – quello eurasiatico – che vedono come un gigantesco mercato “libero” popolato da 4,5 miliardi di persone.
La simbiosi sino-tedesca fa male all’UE→
Berlino – dopo la campagna shock di acquisizioni cinesi in Germania del 2016, quando, tra l’altro, Midea ha fatto suo il colosso teutonico della robotica industriale Kuka – pretende reciprocità nella Repubblica popolare: il Pcc non può continuare a tenere chiusi agli investimenti europei (e tedeschi) i settori degli appalti pubblici, della finanza, delle telecomunicazioni, dell’energia.
Ma, nello stesso tempo, la Germania si è mossa per tempo per “cavalcare” la BRI, inserendosi nelle posizioni apicali del suo principale motore finanziario, la AIIB.
Con i suoi 4,5 miliardi di dollari nel capitale della Banca (e il 4,4% di voti), Berlino è il quarto maggiore azionista (dopo la Cina, l’India e la Russia) ed il primo stakeholder non asiatico.
Facendo leva sulla sua strettissima e decennale cooperazione economico-commerciale con la Cina, la Germania si è conquistata la vice presidenza della AIIB, affidata al banchiere Joachim von Amsberg, e un rappresentante (Nikolai Putscher) tra i 12 componenti il Board of Directors della AIIB. L’Italia non ha alcun rappresentante nel BoD, nemmeno tra i 16 membri sostituti (“alternate”).
E alla mossa di Pechino, che ha imposto che il BoD fosse “non residente”, per non avere i suoi membri nel quartier generale della AIIB nella capitale cinese (ufficialmente per “risparmiare sui costi”), Berlino ha risposto inviando il suo uomo nel Board of Directors nell’ambasciata tedesca di Pechino, per tenerlo vicino alla Banca.
L’Italia, un paese che risponde sempre prontamente al suono dei tamburi di guerra che arriva da Washington, in un primo momento non si è lasciata incantare dalle sirene pechinesi. Ma a Roma, dove la crisi continua a mordere duro e dove in un primo momento non si era afferrato il valore strategico per i cinesi della BRI, ora si prova affannosamente a recuperare terreno.
Pechino ripete da anni di volere un’Europa unita e forte. Certo, nell’eventualità di uno scontro con gli Usa un’Europa siffatta le servirebbe per bilanciare la potenza statunitense, ma, intanto, l’Unione Europea ulteriormente frammentata e incattivita dai piani di aggiustamento strutturale che hanno impoverito i suoi popoli per ripianare i debiti della finanza serve perfettamente ai piani del Pcc di acquisizione di tecnologia europea per ammodernare il sistema industriale cinese, in linea con il progetto “Made in China 2025”.
In senso contrario, quanto spazio Pechino è disposta a concedere a questa Europa sui ricchi mercati cinesi e sugli appalti per opere infrastrutturali in Asia – per migliaia di miliardi – che verranno finanziati nei prossimi anni dalla AIIB nell’ambito della Belt and Road Initiative?
Grazie anche alla nuova via della Seta, la Cina si muove con la forza dirompente di una nazione-continente che rincorre il benessere (ripercorrendo in tal senso la strada già tracciata dalle economie avanzate, che non hanno alcun diritto di biasimarla) seguendo il vecchio ma attualissimo motto denghista “arricchirsi è glorioso” e di contare nel mondo, come una vera potenza economica e politica.
Nell’Europa disunita che si presenta con singole agende nazionali al cospetto di un attore forte e determinato come la Cina attuale ha voce in capitolo un solo Stato, la Germania. Gli altri – rebus sic stantibus – degli investimenti miliardari lungo la nuova via della Seta raccoglieranno solo le briciole.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/05/2017
03/09/2016
Usa sempre più soli: anche il Canada in fondo voluto da Pechino
Il Canada ha presentato nei giorni scorsi la sua candidatura per entrare nella “Banca per gli investimenti infrastrutturali asiatici” (AIIB), il nuovo fondo creato dalla Cina per finanziare grandi opere infrastrutturali che servano a connettere Europa e Asia.
L'AIIB è un'impresa che vede unita la Cina a molti altri paesi (57 in totale), alcuni dei quali occidentali (tra gli altri anche Italia, Germania e Francia), ma che Stati Uniti e Giappone hanno esplicitamente snobbato considerando non adeguatamente garantita la governance rispetto alla predominante presenza cinese e perché in contrasto con i propri interessi strategici nell’area interessata.
Al contrario, il primo ministro canadese Justin Trudeau sembra molto interessato non solo al fondo, ma anche a intessere una rete crescente di accordi con Pechino. In visita nella capitale cinese prima dell’apertura del G20, incontrando il presidente Xi Jinping gli ha annunciato la decisione di chiedere l'adesione all'AIIB.
Ovviamente Xi – ha riferito l'agenzia di stampa cinese Xinhua – ha espresso soddisfazione per la decisione canadese ed ha auspicato un rafforzamento delle relazioni tra Pechino e il paese nordamericano, gongolando ovviamente per il passo di Trudeau che costituisce un serio colpo per la politica estera statunitense.
La famiglia Trudeau ha un passato di ottime relazioni con la Cina. Il padre dell’attuale premier, Pierre Trudeau, è stato infatti il primo capo di governo canadese a visitare la Cina dopo l'apertura delle formali relazioni diplomatiche tra i due paesi.
“Il Canada è sempre alla ricerca di modi per creare opportunità e speranze per la nostra classe media, così come per l’intera popolazione mondiale e la membership della Aiib rappresenta un’occasione in questa direzione”, ha dichiarato alla stampa Bill Morneau, ministro delle Finanze del governo liberale canadese, anche lui in visita a Pechino insieme al premier Justin Trudeau.
Scriveva nei giorni scorsi il sito www.cinaforum.net:
L'AIIB è un'impresa che vede unita la Cina a molti altri paesi (57 in totale), alcuni dei quali occidentali (tra gli altri anche Italia, Germania e Francia), ma che Stati Uniti e Giappone hanno esplicitamente snobbato considerando non adeguatamente garantita la governance rispetto alla predominante presenza cinese e perché in contrasto con i propri interessi strategici nell’area interessata.
Al contrario, il primo ministro canadese Justin Trudeau sembra molto interessato non solo al fondo, ma anche a intessere una rete crescente di accordi con Pechino. In visita nella capitale cinese prima dell’apertura del G20, incontrando il presidente Xi Jinping gli ha annunciato la decisione di chiedere l'adesione all'AIIB.
Ovviamente Xi – ha riferito l'agenzia di stampa cinese Xinhua – ha espresso soddisfazione per la decisione canadese ed ha auspicato un rafforzamento delle relazioni tra Pechino e il paese nordamericano, gongolando ovviamente per il passo di Trudeau che costituisce un serio colpo per la politica estera statunitense.
La famiglia Trudeau ha un passato di ottime relazioni con la Cina. Il padre dell’attuale premier, Pierre Trudeau, è stato infatti il primo capo di governo canadese a visitare la Cina dopo l'apertura delle formali relazioni diplomatiche tra i due paesi.
“Il Canada è sempre alla ricerca di modi per creare opportunità e speranze per la nostra classe media, così come per l’intera popolazione mondiale e la membership della Aiib rappresenta un’occasione in questa direzione”, ha dichiarato alla stampa Bill Morneau, ministro delle Finanze del governo liberale canadese, anche lui in visita a Pechino insieme al premier Justin Trudeau.
Scriveva nei giorni scorsi il sito www.cinaforum.net:
“Secondo Morneau, il finanziamento di opere infrastrutturali in Asia attraverso la Aiib permetterà alle aziende canadesi di esplorare nuove possibilità nei mercati del continente. La Aiib è infatti il principale motore finanziario della One Belt One Road, la cosiddetta “nuova via della Seta” voluta dal presidente cinese Xi Jinping che si propone di aumentare i collegamenti tra Asia ed Europa attraverso lo sviluppo massiccio di opere infrastrutturali nei paesi attraversati dal progetto. Se il Canada entrerà ufficialmente nella Aiib, sarà il primo membro nordamericano a farne parte. “La decisione del Canada di chiedere l’ingresso nella Aiib è più che benvenuta e dimostra la fiducia nelle solide fondamenta che la banca ha costruito nei mesi scorsi”, ha commentato il governatore della Asian Infrastructure Investment Bank, Jin Liqun. Contrariamente ai desiderata di Washington – che domina le “vecchie” IFI (Istituzioni Finanziarie Internazionali), come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale – i suoi alleati più importanti, a partire dal Regno Unito, passando per la Germania, la Francia e l’Australia, hanno tutti aderito all’ambizioso progetto finanziario a guida cinese, partito nel gennaio scorso con 100 miliardi di dollari Usa di capitale iniziale. L’unica eccezione rilevante – dopo l’adesione canadese – resta quella del Giappone, che guida la “sua” Banca di Sviluppo Asiatica (Adb)."Fonte
05/11/2015
Pechino divide Europa e USA
di Michele Paris
Nelle ultime settimane, i leader di tre delle principali economie europee sono stati protagonisti di incontri ad altissimo livello con esponenti del governo cinese a riprova dei crescenti legami economico-finanziari tra Pechino e il vecchio continente. Questo processo di avvicinamento si sta evolvendo singolarmente in parallelo all’inasprirsi delle tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti, tornate di recente al di sopra dei livelli di guardia in seguito a una nuova provocazione di Washington nel Mar Cinese Meridionale.
L’ultimo in ordine di tempo a visitare la Cina è stato il presidente francese, François Hollande, preceduto di alcuni giorni dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel. Ancora prima, era stato il presidente cinese, Xi Jinping, a recarsi in Gran Bretagna, dove aveva ricevuto una caldissima accoglienza come quella riservata poco più tardi ai suoi ospiti europei.
La visita di Hollande ha seguito il tradizionale schema delle missioni occidentali di questi anni in Cina. Il leader socialista si è cioè presentato con una schiera di rappresentanti del business transalpino e ha presieduto alla firma di sostanziosi accordi commerciali e di altro genere per il valore di svariate decine di miliardi di euro. Soltanto una singola intesa nell’ambito dei rifiuti delle centrali nucleari ha superato i 20 miliardi di euro.
La delegazione tedesca aveva a sua volta sottoscritto accordi economici per una ventina di miliardi di euro, mentre a Londra il presidente Xi e il governo conservatore avevano concordato investimenti cinesi nell’economia britannica per oltre 100 miliardi. Sia con la Gran Bretagna sia con la Francia, inoltre, sono state gettate le basi per una più solida collaborazione in ambito finanziario, nel quadro dei tentativi di Pechino di creare mercati off-shore su cui scambiare la propria valuta.
In tutti i casi, le relazioni commerciali e finanziarie tra la Cina da una parte e, dall’altra, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno fatto segnare aumenti spesso esponenziali nell’ultimo decennio. La Germania resta il principale partner commerciale europeo della Cina, anche se, come fanno notare molti osservatori, il modello di sviluppo meno impetuoso che Pechino intende perseguire e la necessità di accedere ai mercati finanziari internazionali prefigurano un intensificarsi dei rapporti soprattutto con la Gran Bretagna nel prossimo futuro.
La questione dell’atteggiamento da tenere nei confronti della Cina indica dunque divisioni sempre più evidenti tra gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa. Quest’anno, proprio il governo britannico aveva preso una decisione che ha in qualche modo inaugurato in maniera ufficiale il convergere degli interessi economici europei con la strategia di espansione cinese.
Nel mese di marzo, Londra aveva per prima annunciato l’adesione come membro fondatore alla Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) promossa da Pechino. Dopo la Gran Bretagna erano arrivate le adesioni di svariati altri paesi alleati degli Stati Uniti, nonostante le pressioni e il parere contrario dell’amministrazione Obama.
Emblematico di questi nuovi scenari è anche il caso della Francia. Oltre alla visita di Hollande in Cina, va rilevato il mancato appoggio pubblico da parte dell’Eliseo agli USA nell’ambito del recente scontro diplomatico tra Washington e Pechino, scaturito dalla decisione americana di inviare una propria nave da guerra all’interno dei limiti territoriali stabiliti dalla Cina al largo di un atollo rivendicato anche da altri paesi nel Mar Cinese Meridionale.
Più
in generale, Parigi appare sempre più impaziente nei confronti degli
Stati Uniti, la cui politica estera all’insegna del confronto con Cina e
Russia si scontra con gli interessi strategici ed economici francesi.
Significative in questo senso sono state le recenti dichiarazioni
dell’ex presidente Sarkozy, il quale, dando probabilmente voce alle
preoccupazioni non sempre espresse pubblicamente dal governo Socialista,
ha condannato le sanzioni economiche applicate alla Russia dall’Europa –
dietro pressioni americane – per la vicenda ucraina.
Com’è ovvio, a spingere verso una progressiva integrazione eurasiatica è anche e soprattutto Pechino, principalmente sotto forma della cosiddetta “Nuova Via della Seta”. Denominata anche “One Belt, One Road”, quest’ultima è una colossale iniziativa che include tra l’altro progetti per infrastrutture destinate a favorire la creazione di rotte commerciali che colleghino i mercati cinesi e quelli europei passando attraverso l’Asia centrale e il Medio Oriente.
Questo ambiziosissimo disegno cinese è da sempre osteggiato in maniera ferma dagli Stati Uniti, impegnati a impedire l’integrazione economica del continente europeo con una potenza rivale – come Cina o Russia – che possa esercitare la propria influenza sugli sconfinati e strategicamente cruciali territori centro-asiatici.
Queste dinamiche sono però in buona parte favorite proprio dagli Stati Uniti e dal loro riallineamento strategico verso l’Asia. Da qualche anno, la dottrina della “svolta asiatica” ha determinato un’offensiva economica, diplomatica e militare da parte di Washington che si traduce in una concreta minaccia nei confronti delle rotte commerciali marittime vitali per la Cina che attraversano l’Oceano Indiano.
Ciò ha spinto quindi Pechino o, quanto meno, una parte della classe dirigente del regime a guardare con estremo interesse alle rotte terrestri verso occidente e, di conseguenza, a cercare di costruire rapporti più profondi con i paesi europei.
Se la propaganda cinese non manca di sottolineare il livello qualitativo raggiunto dai rapporti con l’Europa, a Pechino vi sono allo stesso tempo ben poche illusioni circa gli ostacoli sulla strada verso la creazione di una vera e propria alleanza con il vecchio continente, nonostante gli enormi interessi economici in gioco.
I legami diplomatici ed economico-finanziari tra UE e USA restano ovviamente molto solidi, così come i vincoli militari assicurati dalla NATO. Inoltre, è altrettanto evidente che l’evoluzione dei rapporti internazionali che vedono la Cina protagonista difficilmente lasceranno indifferenti gli Stati Uniti.
Anzi, l’intensificarsi dei contatti tra la Cina e i paesi europei contribuisce all’irrigidimento delle posizioni americane nei confronti di Pechino, come risulta chiaro dagli eventi di questi ultimi giorni, con effetti destabilizzanti su scala globale.
La già ricordata provocazione americana nel Mar Cinese Meridionale della scorsa settimana ha suscitato la dura risposta da parte del regime cinese e ha avuto riflessi tutt’altro che rassicuranti anche sul biennale summit dei ministri della Difesa dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), in corso questa settimana a Kuala Lumpur, in Malaysia.
I
paesi di quest’area vivono in maniera diretta le conseguenze della
crescente rivalità tra la Cina e gli USA, in molti casi rispettivamente
il loro principale partner commerciale e l’alleato strategico e militare
più importante. All’interno dell’ASEAN, perciò, si manifestano
tradizionalmente le tensioni tra le due superpotenze.
Come già accaduto nel recente passato, così, sullo sfondo delle persistenti provocazioni di Washington, della reazione di Pechino e delle divergenze circa i rapporti con Cina e USA tra i paesi membri, mercoledì i ministri ASEAN non sono riusciti ad accordarsi sul contenuto della consueta dichiarazione congiunta che suggella la fine dei lavori.
Il punto del contendere è stato l’inclusione nel comunicato di un riferimento alla situazione nel Mar Cinese Meridionale. Per la delegazione americana all’ASEAN, Pechino avrebbe insistito per omettere qualsiasi riferimento all’area contesa, mentre la Cina ha accusato indirettamente gli USA – e il Giappone – di voler forzare la mano ai paesi del sud-est asiatico per includere una dichiarazione che manifestasse preoccupazione per l’escalation della crisi nelle aree marittime contese.
La disputa ha visto alcuni paesi schierarsi a fianco di Washington in maniera chiara, come le Filippine e il Vietnam, mentre altri, come la Malaysia, hanno assunto un atteggiamento più cauto, ben attenti a valutare possibili impatti negativi sui loro rapporti economici con Pechino.
Fonte
Nelle ultime settimane, i leader di tre delle principali economie europee sono stati protagonisti di incontri ad altissimo livello con esponenti del governo cinese a riprova dei crescenti legami economico-finanziari tra Pechino e il vecchio continente. Questo processo di avvicinamento si sta evolvendo singolarmente in parallelo all’inasprirsi delle tensioni tra la Cina e gli Stati Uniti, tornate di recente al di sopra dei livelli di guardia in seguito a una nuova provocazione di Washington nel Mar Cinese Meridionale.
L’ultimo in ordine di tempo a visitare la Cina è stato il presidente francese, François Hollande, preceduto di alcuni giorni dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel. Ancora prima, era stato il presidente cinese, Xi Jinping, a recarsi in Gran Bretagna, dove aveva ricevuto una caldissima accoglienza come quella riservata poco più tardi ai suoi ospiti europei.
La visita di Hollande ha seguito il tradizionale schema delle missioni occidentali di questi anni in Cina. Il leader socialista si è cioè presentato con una schiera di rappresentanti del business transalpino e ha presieduto alla firma di sostanziosi accordi commerciali e di altro genere per il valore di svariate decine di miliardi di euro. Soltanto una singola intesa nell’ambito dei rifiuti delle centrali nucleari ha superato i 20 miliardi di euro.
La delegazione tedesca aveva a sua volta sottoscritto accordi economici per una ventina di miliardi di euro, mentre a Londra il presidente Xi e il governo conservatore avevano concordato investimenti cinesi nell’economia britannica per oltre 100 miliardi. Sia con la Gran Bretagna sia con la Francia, inoltre, sono state gettate le basi per una più solida collaborazione in ambito finanziario, nel quadro dei tentativi di Pechino di creare mercati off-shore su cui scambiare la propria valuta.
In tutti i casi, le relazioni commerciali e finanziarie tra la Cina da una parte e, dall’altra, Francia, Germania e Gran Bretagna, hanno fatto segnare aumenti spesso esponenziali nell’ultimo decennio. La Germania resta il principale partner commerciale europeo della Cina, anche se, come fanno notare molti osservatori, il modello di sviluppo meno impetuoso che Pechino intende perseguire e la necessità di accedere ai mercati finanziari internazionali prefigurano un intensificarsi dei rapporti soprattutto con la Gran Bretagna nel prossimo futuro.
La questione dell’atteggiamento da tenere nei confronti della Cina indica dunque divisioni sempre più evidenti tra gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa. Quest’anno, proprio il governo britannico aveva preso una decisione che ha in qualche modo inaugurato in maniera ufficiale il convergere degli interessi economici europei con la strategia di espansione cinese.
Nel mese di marzo, Londra aveva per prima annunciato l’adesione come membro fondatore alla Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) promossa da Pechino. Dopo la Gran Bretagna erano arrivate le adesioni di svariati altri paesi alleati degli Stati Uniti, nonostante le pressioni e il parere contrario dell’amministrazione Obama.
Emblematico di questi nuovi scenari è anche il caso della Francia. Oltre alla visita di Hollande in Cina, va rilevato il mancato appoggio pubblico da parte dell’Eliseo agli USA nell’ambito del recente scontro diplomatico tra Washington e Pechino, scaturito dalla decisione americana di inviare una propria nave da guerra all’interno dei limiti territoriali stabiliti dalla Cina al largo di un atollo rivendicato anche da altri paesi nel Mar Cinese Meridionale.
Com’è ovvio, a spingere verso una progressiva integrazione eurasiatica è anche e soprattutto Pechino, principalmente sotto forma della cosiddetta “Nuova Via della Seta”. Denominata anche “One Belt, One Road”, quest’ultima è una colossale iniziativa che include tra l’altro progetti per infrastrutture destinate a favorire la creazione di rotte commerciali che colleghino i mercati cinesi e quelli europei passando attraverso l’Asia centrale e il Medio Oriente.
Questo ambiziosissimo disegno cinese è da sempre osteggiato in maniera ferma dagli Stati Uniti, impegnati a impedire l’integrazione economica del continente europeo con una potenza rivale – come Cina o Russia – che possa esercitare la propria influenza sugli sconfinati e strategicamente cruciali territori centro-asiatici.
Queste dinamiche sono però in buona parte favorite proprio dagli Stati Uniti e dal loro riallineamento strategico verso l’Asia. Da qualche anno, la dottrina della “svolta asiatica” ha determinato un’offensiva economica, diplomatica e militare da parte di Washington che si traduce in una concreta minaccia nei confronti delle rotte commerciali marittime vitali per la Cina che attraversano l’Oceano Indiano.
Ciò ha spinto quindi Pechino o, quanto meno, una parte della classe dirigente del regime a guardare con estremo interesse alle rotte terrestri verso occidente e, di conseguenza, a cercare di costruire rapporti più profondi con i paesi europei.
Se la propaganda cinese non manca di sottolineare il livello qualitativo raggiunto dai rapporti con l’Europa, a Pechino vi sono allo stesso tempo ben poche illusioni circa gli ostacoli sulla strada verso la creazione di una vera e propria alleanza con il vecchio continente, nonostante gli enormi interessi economici in gioco.
I legami diplomatici ed economico-finanziari tra UE e USA restano ovviamente molto solidi, così come i vincoli militari assicurati dalla NATO. Inoltre, è altrettanto evidente che l’evoluzione dei rapporti internazionali che vedono la Cina protagonista difficilmente lasceranno indifferenti gli Stati Uniti.
Anzi, l’intensificarsi dei contatti tra la Cina e i paesi europei contribuisce all’irrigidimento delle posizioni americane nei confronti di Pechino, come risulta chiaro dagli eventi di questi ultimi giorni, con effetti destabilizzanti su scala globale.
La già ricordata provocazione americana nel Mar Cinese Meridionale della scorsa settimana ha suscitato la dura risposta da parte del regime cinese e ha avuto riflessi tutt’altro che rassicuranti anche sul biennale summit dei ministri della Difesa dell’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico (ASEAN), in corso questa settimana a Kuala Lumpur, in Malaysia.
Come già accaduto nel recente passato, così, sullo sfondo delle persistenti provocazioni di Washington, della reazione di Pechino e delle divergenze circa i rapporti con Cina e USA tra i paesi membri, mercoledì i ministri ASEAN non sono riusciti ad accordarsi sul contenuto della consueta dichiarazione congiunta che suggella la fine dei lavori.
Il punto del contendere è stato l’inclusione nel comunicato di un riferimento alla situazione nel Mar Cinese Meridionale. Per la delegazione americana all’ASEAN, Pechino avrebbe insistito per omettere qualsiasi riferimento all’area contesa, mentre la Cina ha accusato indirettamente gli USA – e il Giappone – di voler forzare la mano ai paesi del sud-est asiatico per includere una dichiarazione che manifestasse preoccupazione per l’escalation della crisi nelle aree marittime contese.
La disputa ha visto alcuni paesi schierarsi a fianco di Washington in maniera chiara, come le Filippine e il Vietnam, mentre altri, come la Malaysia, hanno assunto un atteggiamento più cauto, ben attenti a valutare possibili impatti negativi sui loro rapporti economici con Pechino.
Fonte
25/10/2015
Londra apre le porte alla Cina
di Michele Paris
La visita di questa settimana in Gran Bretagna del presidente cinese, Xi Jinping, è stata contrassegnata da un’eccezionale accoglienza riservata sia dal governo Cameron sia della casa reale, a conferma dell’importanza dei crescenti legami commerciali e finanziari tra coloro che possono essere considerati rispettivamente l’alleato più fedele e il principale rivale degli Stati Uniti.
Dopo l’arrivo all’aeroporto di Heathrow nella serata di lunedì, Xi è stato ricevuto il giorno successivo dalla regina Elisabetta, dal duca di Edimburgo e dal primo ministro, David Cameron, per poi essere accompagnato dalla stessa sovrana nella carrozza reale fino a Buckingham Palace, dove è stato ospitato assieme alla moglie per tutta la sua permanenza a Londra.
Martedì, poi, il leader cinese ha preso parte a un “banchetto di stato” con i membri del governo e della famiglia reale, ad esclusione del principe Carlo, secondo i media britannici tenuto lontano per evitare imbarazzi all’ospite d’onore, visto il sostegno espresso più volte dall’erede al trono per la causa tibetana. Nella giornata di mercoledì, invece, Xi ha incontrato Cameron, prima di volare a Manchester per visitare alcuni progetti di investimento assieme al Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne.
Sempre martedì, Xi ha parlato ai membri delle due camere del Parlamento britannico, affermando come i due paesi stiano diventando “sempre più interdipendenti” e dando vita a “una comunità di interessi condivisi”. Il presidente cinese ha fatto inoltre riferimento a due questioni cruciali nei rapporti bilaterali, l’adesione come membro fondatore della Gran Bretagna alla Banca Asiatica di Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) e la scelta di Londra come primo mercato di bond cinesi in yuan al di fuori della madrepatria.
Il governo conservatore britannico si è ritrovato esposto a critiche e pressioni a causa della cordialissima accoglienza riservata a Xi Jinping, tanto che vari esponenti del gabinetto hanno cercato di giustificare il consolidamento dei rapporti con Pechino. Il Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha ad esempio sostenuto in un’intervista alla BBC che “i legami con la Cina sono decisamente nel nostro interesse” e che il suo governo guarda a questo paese per assicurarsi “investimenti in infrastrutture”.
Per il governo Cameron, un rapporto più solido con la Cina potrebbe d’altra parte sbloccare fino a 30 miliardi di sterline in accordi commerciali e investimenti in Gran Bretagna, creando circa 4 mila nuovi posti di lavoro in vari settori.
La visita di Xi e gli affari conclusi questa settimana erano stati in parte preparati da una trasferta in Cina a settembre di Osborne, durante la quale il ministro conservatore aveva assicurato che la Gran Bretagna intende diventare il “partner occidentale numero uno” di Pechino.
Come
per molti altri paesi, dunque, la Cina rappresenta anche per la Gran
Bretagna una straordinaria opportunità dal punto di vista economico, in
particolare sul fronte degli investimenti diretti. Attualmente, la Cina è
già il secondo paese da cui la Gran Bretagna importa il maggior numero
di prodotti, dopo la Germania, mentre l’export britannico verso la Cina è
più che raddoppiato tra il 2010 e il 2014, salendo a quasi 16 miliardi
di sterline.
Allo stesso modo, negli ultimi tre anni gli investimenti cinesi in Gran Bretagna sono aumentati a ritmi vertiginosi, mentre le interconnessioni finanziarie tra i due paesi hanno raggiunto livelli decisamente consistenti, come conferma il fatto che le banche del Regno hanno un’esposizione verso la Cina superiore a quella combinata verso USA e UE. Secondo il Tesoro britannico, infine, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti come secondo partner commerciale di Londra entro i prossimi dieci anni.
La presenza di Xi in Gran Bretagna è stata così l’occasione per promuovere vari accordi, tra cui spiccano quelli relativi agli investimenti cinesi nel settore dell’energia atomica. Londra intende cercare finanziamenti per una serie di progetti di reattori nucleari per un valore di un centinaio di miliardi di sterline nel prossimo decennio. Prevedibilmente, più di un giornale britannico ha ricordato come l’afflusso di capitale cinese in questo ambito abbia implicazioni per la sicurezza nazionale del paese, tanto che sezioni delle forze armate e della comunità dell’intelligence sembrano avere espresso le proprie perplessità.
Il crescente orientamento di Londra verso la Cina è comunque un dato di fatto acquisito per il governo Cameron. La conferma di ciò era giunta tra l’altro con il già ricordato annuncio qualche mese fa della partecipazione della Gran Bretagna all’AIIB, nelle intenzioni cinesi vera e propria alternativa a istituzioni come la Banca Mondiale o la Banca Asiatica per lo Sviluppo, tradizionalmente dominate dagli Stati Uniti. La decisione era stata presa nonostante il parere contrario e le pressioni di Washington e aveva scatenato una corsa tra i paesi occidentali ad aderire al nuovo istituto internazionale patrocinato da Pechino.
Come dimostra la nascita dell’AIIB, la capacità della Cina di attrarre nella propria orbita economico-finanziaria molti paesi alleati degli Stati Uniti produce significative conseguenze strategiche, emerse chiaramente nel dibattito scaturito dalla visita di Xi Jinping a Londra. Tanto più che l’avvicinamento a Pechino di paesi come Gran Bretagna o Australia, tradizionalmente allineati agli interessi dell’imperialismo USA, si sovrappone alla cosiddetta “svolta” asiatica di Washington, ovvero la serie di iniziative e progetti diplomatici, economici e militari per contenere l’espansionismo cinese che, spesso, si basano o dovrebbero basarsi sulla collaborazione con questi stessi paesi.
I malumori degli Stati Uniti per questa evoluzione devono essere stati presi in considerazione dal governo Cameron, come confermano le dichiarazioni del primo ministro e di alcuni membri del suo gabinetto per garantire che la “relazione speciale” con Washington non esclude la costruzione di una “solida partnership” con la Cina.
Il
fatto che il governo britannico, nonostante le rassicurazioni, abbia
ritenuto di dovere intraprendere un percorso di avvicinamento così
deciso verso Pechino contro le indicazioni USA testimonia a sufficienza
di quali interessi siano in gioco nella competizione per intercettare il
capitale cinese o penetrare nello sterminato mercato del colosso
asiatico.
Questi processi suggeriscono anche e soprattutto una tendenza verso l’inasprimento delle relazioni internazionali, anche tra paesi alleati, a causa della crisi strutturale del capitalismo. Un deterioramento dei rapporti che, tra USA e Gran Bretagna, appare ancora relativamente trascurabile, anche se, a ben vedere, l’insofferenza di Washington nei confronti dell’atteggiamento fin troppo accondiscendente di Londra verso la Cina si è intravista in maniera chiara in questi giorni.
Sempre il Financial Times, ad esempio, questa settimana fa ha citato un anonimo ex membro “molto influente” del governo americano, il quale ha sostenuto senza mezzi termini che l’eccessiva “deferenza” del governo Cameron nei confronti di Xi “potrebbe in futuro creare più di un problema per la Gran Bretagna”.
Fonte
La visita di questa settimana in Gran Bretagna del presidente cinese, Xi Jinping, è stata contrassegnata da un’eccezionale accoglienza riservata sia dal governo Cameron sia della casa reale, a conferma dell’importanza dei crescenti legami commerciali e finanziari tra coloro che possono essere considerati rispettivamente l’alleato più fedele e il principale rivale degli Stati Uniti.
Dopo l’arrivo all’aeroporto di Heathrow nella serata di lunedì, Xi è stato ricevuto il giorno successivo dalla regina Elisabetta, dal duca di Edimburgo e dal primo ministro, David Cameron, per poi essere accompagnato dalla stessa sovrana nella carrozza reale fino a Buckingham Palace, dove è stato ospitato assieme alla moglie per tutta la sua permanenza a Londra.
Martedì, poi, il leader cinese ha preso parte a un “banchetto di stato” con i membri del governo e della famiglia reale, ad esclusione del principe Carlo, secondo i media britannici tenuto lontano per evitare imbarazzi all’ospite d’onore, visto il sostegno espresso più volte dall’erede al trono per la causa tibetana. Nella giornata di mercoledì, invece, Xi ha incontrato Cameron, prima di volare a Manchester per visitare alcuni progetti di investimento assieme al Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne.
Sempre martedì, Xi ha parlato ai membri delle due camere del Parlamento britannico, affermando come i due paesi stiano diventando “sempre più interdipendenti” e dando vita a “una comunità di interessi condivisi”. Il presidente cinese ha fatto inoltre riferimento a due questioni cruciali nei rapporti bilaterali, l’adesione come membro fondatore della Gran Bretagna alla Banca Asiatica di Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) e la scelta di Londra come primo mercato di bond cinesi in yuan al di fuori della madrepatria.
Il governo conservatore britannico si è ritrovato esposto a critiche e pressioni a causa della cordialissima accoglienza riservata a Xi Jinping, tanto che vari esponenti del gabinetto hanno cercato di giustificare il consolidamento dei rapporti con Pechino. Il Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha ad esempio sostenuto in un’intervista alla BBC che “i legami con la Cina sono decisamente nel nostro interesse” e che il suo governo guarda a questo paese per assicurarsi “investimenti in infrastrutture”.
Per il governo Cameron, un rapporto più solido con la Cina potrebbe d’altra parte sbloccare fino a 30 miliardi di sterline in accordi commerciali e investimenti in Gran Bretagna, creando circa 4 mila nuovi posti di lavoro in vari settori.
La visita di Xi e gli affari conclusi questa settimana erano stati in parte preparati da una trasferta in Cina a settembre di Osborne, durante la quale il ministro conservatore aveva assicurato che la Gran Bretagna intende diventare il “partner occidentale numero uno” di Pechino.
Allo stesso modo, negli ultimi tre anni gli investimenti cinesi in Gran Bretagna sono aumentati a ritmi vertiginosi, mentre le interconnessioni finanziarie tra i due paesi hanno raggiunto livelli decisamente consistenti, come conferma il fatto che le banche del Regno hanno un’esposizione verso la Cina superiore a quella combinata verso USA e UE. Secondo il Tesoro britannico, infine, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti come secondo partner commerciale di Londra entro i prossimi dieci anni.
La presenza di Xi in Gran Bretagna è stata così l’occasione per promuovere vari accordi, tra cui spiccano quelli relativi agli investimenti cinesi nel settore dell’energia atomica. Londra intende cercare finanziamenti per una serie di progetti di reattori nucleari per un valore di un centinaio di miliardi di sterline nel prossimo decennio. Prevedibilmente, più di un giornale britannico ha ricordato come l’afflusso di capitale cinese in questo ambito abbia implicazioni per la sicurezza nazionale del paese, tanto che sezioni delle forze armate e della comunità dell’intelligence sembrano avere espresso le proprie perplessità.
Il crescente orientamento di Londra verso la Cina è comunque un dato di fatto acquisito per il governo Cameron. La conferma di ciò era giunta tra l’altro con il già ricordato annuncio qualche mese fa della partecipazione della Gran Bretagna all’AIIB, nelle intenzioni cinesi vera e propria alternativa a istituzioni come la Banca Mondiale o la Banca Asiatica per lo Sviluppo, tradizionalmente dominate dagli Stati Uniti. La decisione era stata presa nonostante il parere contrario e le pressioni di Washington e aveva scatenato una corsa tra i paesi occidentali ad aderire al nuovo istituto internazionale patrocinato da Pechino.
Come dimostra la nascita dell’AIIB, la capacità della Cina di attrarre nella propria orbita economico-finanziaria molti paesi alleati degli Stati Uniti produce significative conseguenze strategiche, emerse chiaramente nel dibattito scaturito dalla visita di Xi Jinping a Londra. Tanto più che l’avvicinamento a Pechino di paesi come Gran Bretagna o Australia, tradizionalmente allineati agli interessi dell’imperialismo USA, si sovrappone alla cosiddetta “svolta” asiatica di Washington, ovvero la serie di iniziative e progetti diplomatici, economici e militari per contenere l’espansionismo cinese che, spesso, si basano o dovrebbero basarsi sulla collaborazione con questi stessi paesi.
I malumori degli Stati Uniti per questa evoluzione devono essere stati presi in considerazione dal governo Cameron, come confermano le dichiarazioni del primo ministro e di alcuni membri del suo gabinetto per garantire che la “relazione speciale” con Washington non esclude la costruzione di una “solida partnership” con la Cina.
Questi processi suggeriscono anche e soprattutto una tendenza verso l’inasprimento delle relazioni internazionali, anche tra paesi alleati, a causa della crisi strutturale del capitalismo. Un deterioramento dei rapporti che, tra USA e Gran Bretagna, appare ancora relativamente trascurabile, anche se, a ben vedere, l’insofferenza di Washington nei confronti dell’atteggiamento fin troppo accondiscendente di Londra verso la Cina si è intravista in maniera chiara in questi giorni.
Sempre il Financial Times, ad esempio, questa settimana fa ha citato un anonimo ex membro “molto influente” del governo americano, il quale ha sostenuto senza mezzi termini che l’eccessiva “deferenza” del governo Cameron nei confronti di Xi “potrebbe in futuro creare più di un problema per la Gran Bretagna”.
Fonte
17/04/2015
Il Giappone supera la Cina nell'acquisto di bond Usa
Come confermato dai dati precedentemente diffusi dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il Giappone ha riconquistato la prima posizione quanto a detentore di buoni del tesoro americani nonostante un rallentamento negli investimenti sul mercato finanziario statunitense.
Il più consistente arretramento di Pechino, tuttavia, ha portato il valore dei titoli sotto controllo nipponico a 1224,4 miliardi di dollari contro i 1.223,7 detenuti dai rivali cinesi. Nel suo rapporto sul capitale internazionale, il ministero Usa ha segnalato anche che l’ammontare complessivo di bond emessi dal Tesoro statunitense è sceso a 6.163 miliardi di dollari a febbraio, riducendosi di 56 miliardi di dollari dal mese precedente.
La Repubblica popolare cinese era arrivata al vertice tra gli acquirenti del debito pubblico di Washington nel 2008, strappando il primato proprio al Giappone in una fase in cui le autorità statunitensi cercavano capitali per sostenere un crescente deficit di bilancio.
Una situazione che ha segnato i successivi rapporti tra i due paesi, concorrenti sul piano strategico ma partner su quello economico e finanziario, indissolubilmente legati da interessi comuni quanto formalmente concorrenti per il primato globale. Le difficoltà attuali dell’economia cinese, con le autorità impegnate in una ristrutturazione necessaria ma in un tempo di rallentamento della crescita, hanno contribuito al sorpasso giapponese.
Intanto la Cina, nelle scorse ore, ha avanzato al Giappone una proposta alquanto inattesa: diventare il numero due per importanza nella Banca di investimenti infrastrutturali dell’Asia (Aiib, Asian Infrastructure Investment Bank). Il governo di Pechino ha offerto a Tokyo il posto da vice-presidente dell’istituzione che andrà a fare concorrenza alla Banca di sviluppo asiatico e alla Banca mondiale, rispettivamente guidate dai giapponesi e dagli statunitensi.
Fino ad ora il Giappone si era tenuto in disparte sulla questione, schierandosi tiepidamente a fianco degli Stati Uniti.
Fonte
Il più consistente arretramento di Pechino, tuttavia, ha portato il valore dei titoli sotto controllo nipponico a 1224,4 miliardi di dollari contro i 1.223,7 detenuti dai rivali cinesi. Nel suo rapporto sul capitale internazionale, il ministero Usa ha segnalato anche che l’ammontare complessivo di bond emessi dal Tesoro statunitense è sceso a 6.163 miliardi di dollari a febbraio, riducendosi di 56 miliardi di dollari dal mese precedente.
La Repubblica popolare cinese era arrivata al vertice tra gli acquirenti del debito pubblico di Washington nel 2008, strappando il primato proprio al Giappone in una fase in cui le autorità statunitensi cercavano capitali per sostenere un crescente deficit di bilancio.
Una situazione che ha segnato i successivi rapporti tra i due paesi, concorrenti sul piano strategico ma partner su quello economico e finanziario, indissolubilmente legati da interessi comuni quanto formalmente concorrenti per il primato globale. Le difficoltà attuali dell’economia cinese, con le autorità impegnate in una ristrutturazione necessaria ma in un tempo di rallentamento della crescita, hanno contribuito al sorpasso giapponese.
Intanto la Cina, nelle scorse ore, ha avanzato al Giappone una proposta alquanto inattesa: diventare il numero due per importanza nella Banca di investimenti infrastrutturali dell’Asia (Aiib, Asian Infrastructure Investment Bank). Il governo di Pechino ha offerto a Tokyo il posto da vice-presidente dell’istituzione che andrà a fare concorrenza alla Banca di sviluppo asiatico e alla Banca mondiale, rispettivamente guidate dai giapponesi e dagli statunitensi.
Fino ad ora il Giappone si era tenuto in disparte sulla questione, schierandosi tiepidamente a fianco degli Stati Uniti.
Fonte
09/04/2015
Il trionfo di Marx. La banca asiatica come compimento del mercato mondiale
di Pasquale Cicalese per Marx21.it
“Quanto più la produzione si basa sul valore di scambio, e quindi sullo scambio, tanto più importante diventano per essa le condizioni fisiche dello scambio - i mezzi di trasporto e di comunicazione. Il capitale, per sua natura, tende a superare ogni ostacolo spaziale. La creazione delle condizioni fisiche dello scambio - ossia dei mezzi di trasporto e di comunicazione - diventa dunque per esso una necessità, ma in tutt’altra misura diventa l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo. Se il prodotto immediato può essere valorizzato in massa su mercati distanti solo nella misura in cui diminuiscono i costi di trasporto, se d’altra parte mezzi di comunicazione e trasporto a loro volta non possono avere altra funzione che quella di essere sfere della valorizzazione, del lavoro gestito dal capitale; se insomma esiste un commercio di massa - attraverso cui viene reintegrato più del lavoro necessario - la produzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto a buon mercato è una delle condizioni della produzione basata sul capitale, ed è per questo motivo che il capitale la promuove”. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Vol. II, pag. 160, La Nuova Italia 1997.
Chu Enlai era un maestro della diplomazia, ma sembra che abbia cresciuto buoni allievi. L’ultimo è Wang Yi, attuale ministro degli esteri, a capo della diplomazia cinese. Si parla di colloqui segreti con il Vaticano, di probabile adesione dell’Iran, una volta risolto il problema nucleare, alla Sco, ma il vero tocco da maestro è l’adesione della Gran Bretagna alla nascente Banca Asiatica per le Infrastrutture (AIIB).
“Quanto più la produzione si basa sul valore di scambio, e quindi sullo scambio, tanto più importante diventano per essa le condizioni fisiche dello scambio - i mezzi di trasporto e di comunicazione. Il capitale, per sua natura, tende a superare ogni ostacolo spaziale. La creazione delle condizioni fisiche dello scambio - ossia dei mezzi di trasporto e di comunicazione - diventa dunque per esso una necessità, ma in tutt’altra misura diventa l’annullamento dello spazio per mezzo del tempo. Se il prodotto immediato può essere valorizzato in massa su mercati distanti solo nella misura in cui diminuiscono i costi di trasporto, se d’altra parte mezzi di comunicazione e trasporto a loro volta non possono avere altra funzione che quella di essere sfere della valorizzazione, del lavoro gestito dal capitale; se insomma esiste un commercio di massa - attraverso cui viene reintegrato più del lavoro necessario - la produzione dei mezzi di comunicazione e di trasporto a buon mercato è una delle condizioni della produzione basata sul capitale, ed è per questo motivo che il capitale la promuove”. Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica Vol. II, pag. 160, La Nuova Italia 1997.
Chu Enlai era un maestro della diplomazia, ma sembra che abbia cresciuto buoni allievi. L’ultimo è Wang Yi, attuale ministro degli esteri, a capo della diplomazia cinese. Si parla di colloqui segreti con il Vaticano, di probabile adesione dell’Iran, una volta risolto il problema nucleare, alla Sco, ma il vero tocco da maestro è l’adesione della Gran Bretagna alla nascente Banca Asiatica per le Infrastrutture (AIIB).
Tale mossa ha sconvolto il panorama
internazionale a tal punto che il ministro del Tesoro americano Lew,
dopo aver duramente contestato gli alleati del G7 per la loro adesione
all’AIIB, il 30 marzo a Pechino fa un clamoroso dietrofront, dicendosi
disponibile a collaborare con la banca a guida cinese. Una tale
raffinatezza diplomatica, ricordiamolo di un Paese che si definisce
tuttora “in via di sviluppo”, è segno di una visione strategica talmente
efficace che gli occidentali rimangono sbigottiti. Dietro c’è
senz’altro la cultura cinese, ma accanto ad essa c’è sicuramente un
livello di istruzione e conoscenza da far impallidire le blasonate
università occidentali. Non alzano la voce, il tono è da basso profilo,
ma l’efficacia della loro diplomazia non ha pari al mondo. In questo
sarebbe clamoroso un accordo con il Vaticano in vista del Giubileo, un
autentico capolavoro diplomatico. La loro diplomazia è al servizio dello
sviluppo cinese e del resto del mondo in una logica di “win win”,
quando in Europa vige la logica tedesca del “gioco a somma zero”.
Ultimo, la banca per le infrastrutture asiatiche: entro il 2020 sono
previsti investimenti per 730 miliardi di dollari, ma sul lungo termine
l’ammontare è pari a 8 mila miliardi di dollari. Serve, seguendo i
dettami di Karl Marx, ad annullare lo spazio attraverso il tempo
mediante reti ferroviarie, autostradali, portuali e di telecomunicazioni
che partendo dalla Cina arrivano all’Europa, esattamente nel nostro
territorio, indirizzandosi inoltre in Africa.
Accanto ad esso c’è il
Silk Road Fund di 40 miliardi di dollari, sostenuto direttamente dalla
People’s Bank of China e dal fondo sovrano Cic. E poi la banca dello
sviluppo dei BRICS. Solo l’interscambio con i paesi asiatici arriverà a
2500 miliardi di dollari, ma il vero pezzo grosso, di cui ancora non si conosce l’entità, è la triangolazione Cina-Africa-Europa. Vedono lungo:
iniziarono nel 2001 con il Piano Nazionale della Logistica per
infrastrutturale la Cina, ora questa capacità strategica la proiettano
in Eurasia e in Africa. Chiaro che la grandezza di questo progetto,
impensabile per gli occidentali, spiazzi gli Usa fino a ufficiosamente
aderire al progetto. Ha un qualcosa di leggendario, di millenario.
L’annullamento dello spazio attraverso il tempo è reso ancora più
stringente dall’esplosione dell’e-commerce, di cui i cinesi sono ormai
maestri. Lungo la rotta eurasiatica nel giro di un decennio nascerà una
classe media di 1 miliardo di persone, tale da sostituire ampiamente il
consumo americano. Solo quella cinese è prevista entro il 2020 in 500
milioni di persone, che viaggeranno e avranno stili di vita equivalenti a
chi da noi ha un reddito medio di 30 mila dollari.
Per l’intanto
l’assaggio di ciò lo ha dato il 28 marzo scorso al Boao Forum il
Presidente Xi Jinping, il quale ha dichiarato che in 5 anni la Cina
importerà beni per 10 mila miliardi di dollari. Come avevamo previsto
tre anni fa questo Paese diventa il motore della crescita mondiale. E’
l’economia. Ora c’è il soft power: un accordo con il Vaticano sarebbe
dirompente. In economia non devono imparare da nessuno, si tratta ora di
creare un’egemonia culturale intesa gramscianamente. Lo stanno facendo
nella diplomazia, toccherà poi ai mezzi di comunicazione. Occorre farlo,
anche perché ci tocca persino leggere su certi siti italiani che quello
cinese è “uno stato neonazista”. La dabbenaggine può essere trascurata,
ma se fa opinione è il caso di contrattaccare con fermezza. In Italia
ha già fatto da tanto tempo troppi danni. Continuare sarebbe diabolico.
01/04/2015
Anche Taiwan aderisce alla Banca Asiatica promossa da Pechino
Nell’ultimo giorno stabilito da Pechino per l’adesione all’iniziativa della Banca asiatica per lo sviluppo delle infrastrutture (Aiib), anche il governo di Taiwan ha avanzato la sua candidatura all’iniziativa ideata e coordinata dalla Repubblica popolare cinese.
Una partecipazione di importanza storica, dati i forti contrasti tra Taipei e Pechino e la mancanza di rapporti diplomatici formali. Tuttavia, come sottolineato ieri alla vigilia dell’adesione dal portavoce presidenziale Charles Chen, la partecipazione alla banca non solo inserirà l’isola nel processo di integrazione e sviluppo delle infrastrutture regionali, ma servirà per ulteriori adesioni a iniziative internazionali.
Washington non ha accolto bene né l'iniziativa cinese né l'adesione di molti suoi teorici alleati sia in Europa sia in Asia, chiedendo ai suoi parnter di "valutare con attenzione" l’adesione a una iniziativa che a suo parere mostra limiti in termini di garanzie di buona gestione e di salvaguardie ambientali e sociali.competi
Ma l'ampia adesione all'iniziativa – sia tra i fondatori sia tra gli associati – ha mostrato come pochi tra i paesi più sviluppati impegnati a giocare un ruolo internazionale siano disposti a rischiare di restare fuori da una partnership del valore iniziale di 50 miliardi di dollari e di 100 miliardi almeno a regime in un’area cruciale del pianeta. Un segnale della crescente debolezza dell'ex superpotenza unica statunitense e dell'ascesa nel mondo di nuovi poli geopolitici in competizione tra loro ma soprattutto impegnati a svincolarsi dal signoraggio di Washington e del dollaro.
Alleato degli Stati Uniti e sotto la loro tutela militare, Taiwan non è tuttavia membro degli organismi finanziari sotto forte influenza Usa, come Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Essere – fin all’accettazione ufficiale – parte dell’iniziativa, consentirà a Taiwan di aggregarsi agli altri 41 fondatori e membri, che includono diversi paesi europei, sudamericani e arabi.
Fonte
Una partecipazione di importanza storica, dati i forti contrasti tra Taipei e Pechino e la mancanza di rapporti diplomatici formali. Tuttavia, come sottolineato ieri alla vigilia dell’adesione dal portavoce presidenziale Charles Chen, la partecipazione alla banca non solo inserirà l’isola nel processo di integrazione e sviluppo delle infrastrutture regionali, ma servirà per ulteriori adesioni a iniziative internazionali.
Washington non ha accolto bene né l'iniziativa cinese né l'adesione di molti suoi teorici alleati sia in Europa sia in Asia, chiedendo ai suoi parnter di "valutare con attenzione" l’adesione a una iniziativa che a suo parere mostra limiti in termini di garanzie di buona gestione e di salvaguardie ambientali e sociali.competi
Ma l'ampia adesione all'iniziativa – sia tra i fondatori sia tra gli associati – ha mostrato come pochi tra i paesi più sviluppati impegnati a giocare un ruolo internazionale siano disposti a rischiare di restare fuori da una partnership del valore iniziale di 50 miliardi di dollari e di 100 miliardi almeno a regime in un’area cruciale del pianeta. Un segnale della crescente debolezza dell'ex superpotenza unica statunitense e dell'ascesa nel mondo di nuovi poli geopolitici in competizione tra loro ma soprattutto impegnati a svincolarsi dal signoraggio di Washington e del dollaro.
Alleato degli Stati Uniti e sotto la loro tutela militare, Taiwan non è tuttavia membro degli organismi finanziari sotto forte influenza Usa, come Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Essere – fin all’accettazione ufficiale – parte dell’iniziativa, consentirà a Taiwan di aggregarsi agli altri 41 fondatori e membri, che includono diversi paesi europei, sudamericani e arabi.
Fonte
17/03/2015
Anche l'Italia nella banca di investimento cinese
Una specialità in cui l'Italia eccelle da sempre – cibo e vino a parte – è il cambio di alleato nel bel mezzo di una guerra. Perché ciò sia possibile, però, è sempre stato necessario predisporre “vie di fuga” prima ancora di cominciare a giocare sul serio.
Siamo nel bel mezzo di una “guerra delle monete”, con tutti i principali attori che svalutano allegramente uno ai danni dell'altro. Dollaro, euro, yen, renminbi sono i combattenti principali, senza dimenticare il rand sudafricano, il real brasiliano, il rublo e così via. Logica “militare” vorrebbe che ognuno combattesse coerentemente con la propria parte (è una parte un po' infame, ma quella si sono scelti i “nostri” governanti...). Ma già così è complicato, perché siamo un paese Nato e abbiamo rapporti di ferro anche con il dollaro statunitense, moneta che fa peraltro da unità di misura dei prezzi internazionali e anche da moneta di riserva tesaurizzabile.
Siamo però anche un paese un po' pezzente, con scarsi investimenti esteri (tra corruzione e tempi biblici della giustizia civile, chi vuoi che corra il rischio di ritrovarsi impanato qui...), e quindi bisognoso di intrattenere buoni rapporti con chiunque abbia soldi liquidi da prestarci o investire, specie se rappresenta un mercato in rapidissima espansione per le esportazioni del made in Italy.
E dunque anche l'Italia entrerà a far parte dell' Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), istituto finanziario appena lanciato dalla Cina, che rappresenta la naturale alternativa alla Banca mondiale e in primo luogo alla Asian Development Bank controllata dagli Stati Uniti.
Naturalmente, per compiere il passo che si sapeva avrebbe certamente irritato il potente “alleato”, ha atteso che fosse qualcun altro a compiere il primo passo. L'ha fatto la Gran Bretagna, appena due giorni fa, quindi ora anche i nostri “caporali coraggiosi” possono ammettere quel che nella stanze delle trattative si brigava già da tempo.
Oddio, non è che lo abbiano proprio ammesso. Diciamo che c'è voluto il Financial Times per far venir fuori la notizia. Ma si sa, i nostri caporali (dell'esercito Unione Europea), non brillano per autonomia... Comunque, sottolinea il prestigioso quotidiano economico inglese, "La decisione dei Paesi Ue rappresenta una significativa sconfitta per l'amministrazione Obama, secondo la quale i Paesi occidentali avrebbero avuto una maggiore influenza sulla nuova banca se tutti insieme ne fossero rimasti fuori". Anche perché è noto che questa iniziativa cinese è solo la prima di una più vasta "offensiva di Pechino per creare nuove istituzioni economiche e finanziarie che ne accresceranno l'influenza internazionale".
Si potrebbe obiettare al Ft che in fondo Pechino chiede pazientemente da oltre 10 anni di discutere la possibilità di una nuova unità di conto globale – o più realisticamente di un “paniere di monete” – in grado di sostituire il dollaro in tutte le sue funzioni internazionali. Ma ha ricevuto sempre risposte negative o evasive, perché il presente assetto consente a Washington di scaricare – fin dal 1971 – tutte le proprie crisi interne sui “partner” commerciali in giro per il mondo, semplicemente “stampando dollari” e costringendo tutti ad accettarli. Ora, quindi, sta costruendo le proprie difese ed è in cerca di alleati.
Il 31 marzo, data fissata dalla Cina per concludere la prima tornata di adesioni all'Aiib, è vicino. Vedremo nei prossimi giorni se – e quanti – altri paesi europei sono pronti a fare altrettanto. Gli occhi sono naturalmente puntati su Francia e Germania, ovvero “l'Europa che conta”.
Fonte
Siamo nel bel mezzo di una “guerra delle monete”, con tutti i principali attori che svalutano allegramente uno ai danni dell'altro. Dollaro, euro, yen, renminbi sono i combattenti principali, senza dimenticare il rand sudafricano, il real brasiliano, il rublo e così via. Logica “militare” vorrebbe che ognuno combattesse coerentemente con la propria parte (è una parte un po' infame, ma quella si sono scelti i “nostri” governanti...). Ma già così è complicato, perché siamo un paese Nato e abbiamo rapporti di ferro anche con il dollaro statunitense, moneta che fa peraltro da unità di misura dei prezzi internazionali e anche da moneta di riserva tesaurizzabile.
Siamo però anche un paese un po' pezzente, con scarsi investimenti esteri (tra corruzione e tempi biblici della giustizia civile, chi vuoi che corra il rischio di ritrovarsi impanato qui...), e quindi bisognoso di intrattenere buoni rapporti con chiunque abbia soldi liquidi da prestarci o investire, specie se rappresenta un mercato in rapidissima espansione per le esportazioni del made in Italy.
E dunque anche l'Italia entrerà a far parte dell' Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), istituto finanziario appena lanciato dalla Cina, che rappresenta la naturale alternativa alla Banca mondiale e in primo luogo alla Asian Development Bank controllata dagli Stati Uniti.
Naturalmente, per compiere il passo che si sapeva avrebbe certamente irritato il potente “alleato”, ha atteso che fosse qualcun altro a compiere il primo passo. L'ha fatto la Gran Bretagna, appena due giorni fa, quindi ora anche i nostri “caporali coraggiosi” possono ammettere quel che nella stanze delle trattative si brigava già da tempo.
Oddio, non è che lo abbiano proprio ammesso. Diciamo che c'è voluto il Financial Times per far venir fuori la notizia. Ma si sa, i nostri caporali (dell'esercito Unione Europea), non brillano per autonomia... Comunque, sottolinea il prestigioso quotidiano economico inglese, "La decisione dei Paesi Ue rappresenta una significativa sconfitta per l'amministrazione Obama, secondo la quale i Paesi occidentali avrebbero avuto una maggiore influenza sulla nuova banca se tutti insieme ne fossero rimasti fuori". Anche perché è noto che questa iniziativa cinese è solo la prima di una più vasta "offensiva di Pechino per creare nuove istituzioni economiche e finanziarie che ne accresceranno l'influenza internazionale".
Si potrebbe obiettare al Ft che in fondo Pechino chiede pazientemente da oltre 10 anni di discutere la possibilità di una nuova unità di conto globale – o più realisticamente di un “paniere di monete” – in grado di sostituire il dollaro in tutte le sue funzioni internazionali. Ma ha ricevuto sempre risposte negative o evasive, perché il presente assetto consente a Washington di scaricare – fin dal 1971 – tutte le proprie crisi interne sui “partner” commerciali in giro per il mondo, semplicemente “stampando dollari” e costringendo tutti ad accettarli. Ora, quindi, sta costruendo le proprie difese ed è in cerca di alleati.
Il 31 marzo, data fissata dalla Cina per concludere la prima tornata di adesioni all'Aiib, è vicino. Vedremo nei prossimi giorni se – e quanti – altri paesi europei sono pronti a fare altrettanto. Gli occhi sono naturalmente puntati su Francia e Germania, ovvero “l'Europa che conta”.
Fonte
16/03/2015
La Gran Bretagna partner finanziario della Cina. Usa "irritati"
Pecunia non olet. E comunque un giro di valzer per tentare di rimettere un piede nel travolgente ritmo di sviluppo asiatico – nonostante l'attuale rallentamento – vale il rischio di una scortesia all'alleato-padrone.
È il caso della Gran Bretagna che, con qualche sorpresa, ha presentato formale richiesta di entrare a far parte dell'Asian Infrastructure Investment Bank (AiiB). Non è una banca qualsiasi, ma l'alternativa ad altre banche di investimento a centralità americana, come l'Asian Development Bank, che ha sede a Manila. Fondata con un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari nel novembre scorso, è fondamentalmente una creatura cinese che ha raccolto in pochi mesi l'adesione di altri 25 paesi asiatici e mediorientali
Quasi entusiatica la nota con cui George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere, ha dato la notizia: "Forgiare i legami economici, tra il Regno Unito e l'Asia per dare alle nostre imprese le migliori opportunità per lavorare e investire nei mercati con il più alto tasso di crescita mondiale, è uno degli obiettivi centrali nei nostri programmi economici di lungo periodo".
Pechino, da parte sua, ha già dato il suo benigno assenso alla candidatura del Regno Unito: “Se tutto andrà bene, il Regno Unito diventerà un membro fondatore della AIIB alla fine di marzo” si legge nel comunicato ufficiale pubblicato sul sito del ministero delle finanze cinese.
Un concorrente diretto degli “interessi strategici degli Stati Uniti”, insomma, che fin qui non aveva ancora registrato la presenza di un paese occidentale, per di più membro del G7. Si comprende che la notizia non sia affatto stata gradita a Washington. I portavoce della Casa Bianca hanno subito stigmatizzato l'"incessante conciliazione" di Londra nei confronti di Pechino, contro cui avrebbe in teoria un contenzioso aperto per l'attuale gestione dell'ex colonia di Hong Kong. Di più, la decisione di David Cameron sarebbe arrivata "senza praticamente consultarsi con gli Stati Uniti". E tra alleati privilegiati, al punto che tutti ritengono la presenza inglese nell'Unione Europea come l'azione di una “talpa” Usa, certe cose non si dovrebbero fare. O, perlomeno, non se lo dovrebbe permettere l'alleato più debole (è noto che difficilmente gli Usa consultano qualcuno, prima di prendere decisioni che ritengono vantaggiose dal punto di vista nazionalistico).
Del resto, con la nascita della Aiib, Washington perderebbe il dominio assoluto sui rubinetti della finanza nella regione Asia-Pacifico e avrebbe quindi provato a convincere i suoi partner principali (Giappone, Australia e Corea del sud), senza grandi risultati, a non entrare nel progetto cinese.
L'ostilità statunitense è stata per ora espressa sotto il profilo “tecnico”, per bocca del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa, Patrick Ventrell: "riteniamo che qualsiasi nuova istituzione multilaterale debba avere gli elevati standard di governance della Banca Mondiale e delle altre banche regionali di sviluppo, la nostra preoccupazione è che l'Aiib non possa averli".
Ancor meno deve essere piaciuta a Washington l'approvazione della Banca Mondiale, non casualmente espressa dal suo presidente, il coreano del sud Jim Yong Kim: "Dalla prospettiva semplicemente del bisogno di più spese per le infrastrutture, non c'è dubbio dal nostro punto di vista che accogliamo con favore l'arrivo della Asian Infrastructure Investment Bank".
E nessuno può in effetti contestare, dal punto di vista strettamente capitalistico, che l'Asia (Cina, Giappone e Corea del Sud a parte) abbia una grandissima necessità di opere infrastrutturali, a partire da comunicazioni, trasporti e energia. Un business potenziale dai ricavi altissimi: secondo le stime degli esperti di sviluppo, nei prossimi 20 anni ci sarà bisogno di finanziare nel mondo progetti infrastrutturali per 5.000 miliardi di dollari all’anno.
Gli alleati degli Stati Uniti in Asia (Giappone, Corea del Sud e Australia) ancora non avevano aderito all'Aiib cinese. E indubbiamente la mossa inglese facilita una scelta a favore della partecipazione, soprattutto per Australia e Corea, che non hanno in piedi particolari conflitti con la Cina.
E proprio l'Australia – peraltro membro del Commonwealth britannico, per quanto poco conti ormai questa istituzione sul piano globale – sembra prossima a fare il gran passo.
Pechino negli ultimi anni ha chiesto più volte una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (dominate dall’Occidente) che tenesse conto dei mutati equilibri economici planetari, con lo spostamento a oriente di una fetta importante della produzione e della crescita mondiale. Non ha ottenuto alcuna risposta. E quindi ora si muove, cambiando immediatamente gli equilibri in virtù del peso economico ormai conquistato.
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È il caso della Gran Bretagna che, con qualche sorpresa, ha presentato formale richiesta di entrare a far parte dell'Asian Infrastructure Investment Bank (AiiB). Non è una banca qualsiasi, ma l'alternativa ad altre banche di investimento a centralità americana, come l'Asian Development Bank, che ha sede a Manila. Fondata con un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari nel novembre scorso, è fondamentalmente una creatura cinese che ha raccolto in pochi mesi l'adesione di altri 25 paesi asiatici e mediorientali
Quasi entusiatica la nota con cui George Osborne, Cancelliere dello Scacchiere, ha dato la notizia: "Forgiare i legami economici, tra il Regno Unito e l'Asia per dare alle nostre imprese le migliori opportunità per lavorare e investire nei mercati con il più alto tasso di crescita mondiale, è uno degli obiettivi centrali nei nostri programmi economici di lungo periodo".
Pechino, da parte sua, ha già dato il suo benigno assenso alla candidatura del Regno Unito: “Se tutto andrà bene, il Regno Unito diventerà un membro fondatore della AIIB alla fine di marzo” si legge nel comunicato ufficiale pubblicato sul sito del ministero delle finanze cinese.
Un concorrente diretto degli “interessi strategici degli Stati Uniti”, insomma, che fin qui non aveva ancora registrato la presenza di un paese occidentale, per di più membro del G7. Si comprende che la notizia non sia affatto stata gradita a Washington. I portavoce della Casa Bianca hanno subito stigmatizzato l'"incessante conciliazione" di Londra nei confronti di Pechino, contro cui avrebbe in teoria un contenzioso aperto per l'attuale gestione dell'ex colonia di Hong Kong. Di più, la decisione di David Cameron sarebbe arrivata "senza praticamente consultarsi con gli Stati Uniti". E tra alleati privilegiati, al punto che tutti ritengono la presenza inglese nell'Unione Europea come l'azione di una “talpa” Usa, certe cose non si dovrebbero fare. O, perlomeno, non se lo dovrebbe permettere l'alleato più debole (è noto che difficilmente gli Usa consultano qualcuno, prima di prendere decisioni che ritengono vantaggiose dal punto di vista nazionalistico).
Del resto, con la nascita della Aiib, Washington perderebbe il dominio assoluto sui rubinetti della finanza nella regione Asia-Pacifico e avrebbe quindi provato a convincere i suoi partner principali (Giappone, Australia e Corea del sud), senza grandi risultati, a non entrare nel progetto cinese.
L'ostilità statunitense è stata per ora espressa sotto il profilo “tecnico”, per bocca del portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa, Patrick Ventrell: "riteniamo che qualsiasi nuova istituzione multilaterale debba avere gli elevati standard di governance della Banca Mondiale e delle altre banche regionali di sviluppo, la nostra preoccupazione è che l'Aiib non possa averli".
Ancor meno deve essere piaciuta a Washington l'approvazione della Banca Mondiale, non casualmente espressa dal suo presidente, il coreano del sud Jim Yong Kim: "Dalla prospettiva semplicemente del bisogno di più spese per le infrastrutture, non c'è dubbio dal nostro punto di vista che accogliamo con favore l'arrivo della Asian Infrastructure Investment Bank".
E nessuno può in effetti contestare, dal punto di vista strettamente capitalistico, che l'Asia (Cina, Giappone e Corea del Sud a parte) abbia una grandissima necessità di opere infrastrutturali, a partire da comunicazioni, trasporti e energia. Un business potenziale dai ricavi altissimi: secondo le stime degli esperti di sviluppo, nei prossimi 20 anni ci sarà bisogno di finanziare nel mondo progetti infrastrutturali per 5.000 miliardi di dollari all’anno.
Gli alleati degli Stati Uniti in Asia (Giappone, Corea del Sud e Australia) ancora non avevano aderito all'Aiib cinese. E indubbiamente la mossa inglese facilita una scelta a favore della partecipazione, soprattutto per Australia e Corea, che non hanno in piedi particolari conflitti con la Cina.
E proprio l'Australia – peraltro membro del Commonwealth britannico, per quanto poco conti ormai questa istituzione sul piano globale – sembra prossima a fare il gran passo.
Pechino negli ultimi anni ha chiesto più volte una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (dominate dall’Occidente) che tenesse conto dei mutati equilibri economici planetari, con lo spostamento a oriente di una fetta importante della produzione e della crescita mondiale. Non ha ottenuto alcuna risposta. E quindi ora si muove, cambiando immediatamente gli equilibri in virtù del peso economico ormai conquistato.
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