Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2023

Il rapporto annuale della Fondazione Gimbe dichiara la morte del Servizio Sanitario Nazionale

La Fondazione Gimbe ha pubblicato la sesta edizione del rapporto annuale stilato sulle condizioni del Servizio Sanitario Nazionale. Quel che si legge al suo interno è un quadro di crisi tragica per la tutela della salute della popolazione del paese.

Il presidente dell’istituto, Nino Cartabellotta, nel presentare il rapporto ha detto chiaramente che ci troviamo a una sorta di punto di non ritorno, da affrontare con riforme profonde. I dati sciorinati palesano il dissesto della sanità pubblica, sapientemente operato come obiettivo politico negli ultimi decenni.

Il divario della spesa sanitaria italiana con la media dei paesi europei appartenenti all’OCSE è di quasi 49 miliardi di euro. Mentre il fabbisogno dal 2010 al 2023 è aumentato di quasi 2 miliardi l’anno, i governi non hanno fatto altro che tagliare e smantellare questo servizio, in ossequio ai vincoli europei, andando solo apparentemente in controtendenza nel periodo del COVID.

Infatti, tra il 2010 e il 2019 sono stati tolti 37 miliardi al SSN, tra tagli ed erogazione di minori risorse rispetto a quelle programmate. Il fondo sanitario, tra il 2020 e il 2022, è aumentato di 11,2 miliardi, tutti però assorbiti dai costi della pandemia: nessun intervento che potesse risolvere le problematiche strutturali create nel corso degli anni.

Gli slogan che si sentivano in piena pandemia, che non saremmo tornati alla situazione precedente, che si sarebbe imparato dagli errori del passato, sono finiti nel dimenticatoio. Nella Nota di aggiornamento al DEF da poco pubblicata si torna a prevedere la diminuzione del rapporto tra spesa sanitaria e PIL, dal 6,6% di quest’anno al 6,1% del 2026.

Le conseguenze, per Cartabellotta, saranno “interminabili tempi di attesa, affollamento dei pronto soccorso, impossibilità di trovare un medico o un pediatra vicino casa, inaccettabili disuguaglianze regionali, aumento della spesa privata sino alla rinuncia alle cure”. In pratica, la definitiva cancellazione della medicina territoriale e del diritto costituzionale a essere curati.

Sempre Cartabellotta ha aggiunto che “c’è una frattura strutturale Nord-Sud che sta per essere normativamente legittimata dall’autonomia differenziata” e che stiamo andando verso “21 sistemi sanitari regionali regolati dalle leggi del libero mercato”. I flussi economici, inoltre, scorrono dal Sud al Nord, con un’evidente disparità nell’accesso alle cure.

Insomma, lo smantellamento della sanità pubblica è giunto a pieno compimento, con gli effetti più duri che si riversano sui settori popolari. E non basta più aggiungere qualche fondo in precedenza tagliato, ma serve un’alternativa sistemica in grado di rappresentare gli interessi della maggioranza della popolazione, contro questo modello incapace di rispondere alle sue esigenze essenziali.

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17/10/2021

Lo stato di salute del Servizio sanitario nazionale

Si parla tanto di Green pass e terza dose ma poco di sanità territoriale e di rilancio del SSN. Quando pro capite l’Italia spende la metà della Germania e in totale il 15% in meno rispetto alla media Ue. Lo dice il report di Associazione Salute Diritto fondamentale.

I prossimi mesi dovrebbero essere occupati da una riflessione e soprattutto da un impegno politico e culturale volti a difendere e rilanciare il ruolo imprescindibile della sanità pubblica. Ciò che infatti rischia di essere smarrita, nel tanto parlare di Green pass e di terza dose del vaccino, è la priorità di un’analisi critica sullo stato di salute del nostro Servizio sanitario nazionale (SSN). Strumento quest’ultimo che garantisce a tutti e tutte, indistintamente, la tutela della salute, a partire dall’assistenza territoriale e dalla prevenzione, volto a perseguire gli obiettivi di uguaglianza, universalismo, omogeneità territoriale, globalità delle cure.

L’impressione è che, viceversa, le continue polemiche che occupano la scena quotidiana della comunicazione sull’estensione o meno del Green pass, oscurino la “vera partita” oggi in corso: il rilancio e la riqualificazione del sistema sanitario pubblico, la centralità di una concezione della salute non capitalizzata, la responsabilità pubblica della gestione della sanità, l’urgenza di una politica radicale che metta al centro il diritto alla salute, come diritto fondamentale e forma essenziale di giustizia sociale e liberazione umana.

Il SSN, è noto ma giova ribadirlo, venne istituito negli anni Settanta (legge 833/78) e fu l’effetto di quanto prodotto e agito in quel periodo storico, nel quale si diede vita a esperienze, sperimentazioni, pratiche di lotte, conflitti, elaborazioni teoriche che non hanno eguali nella storia dell’Italia repubblicana. Il SSN rispose a una visione unitaria della salute, fisica e psichica, individuale e collettiva, come fatto sociale e politico (sociale nella genesi e politico nella risoluzione). Esso fu sin da subito caratterizzato da un’impostazione integrata dell’intervento sanitario e di quello sociale, dalla centralità del momento preventivo e dell’approccio epidemiologico, da una organizzazione territoriale, da un impegno diffuso capace di investire le questioni legate alle condizioni di lavoro e alla tutela dell’ambiente.

Rimettere al centro dell’attenzione i caratteri costitutivi e i principi ispiratori del SSN può allora aiutarci a comprendere le preoccupazioni di quanti sono intenti nel rafforzarlo e sottrarlo a pericolosi e sventati tentativi di drastico indebolimento. Negli ultimi tempi più segnali indicano che è sempre più vicino un disegno di privatizzazione della sanità italiana, incentrato sul rafforzamento del privato, dei meccanismi e delle logiche del mercato. Proprio contro questa deriva si è espressa l’Associazione Salute Diritto fondamentale, la quale ha promosso un documento critico delle attuali politiche sanitarie ed è impegnata a elaborare risposte che possano consentire di rafforzare il servizio sanitario pubblico.

Come si è reso evidente in questi lunghi e tragici mesi, il SSN è giunto impreparato ad affrontare il Covid-19: i limiti che si sono manifestati a fronte dell’impatto dell’emergenza sono derivati dal suo progressivo de-finanziamento, dai tagli dei posti letto e del personale, dallo spazio lasciato alla sanità privata, dall’indebolimento della medicina territoriale e dei servizi di prevenzione, che avevano invece informato la fisionomia dell’istituzione del SSN. A pesare nella vicenda della pandemia sono state le conseguenze di politiche di privatizzazione e mercificazione della sanità (e del welfare) effettuate negli ultimi decenni nel contesto della riorganizzazione neoliberale del capitalismo.

Se consideriamo la spesa sanitaria pubblica, essa è di fatto rimasta ferma tra il 2017 e il 2020 a poco più del 6,5% del PIL, ben distante dai livelli di spesa di paesi come la Germania e la Francia. In termini pro capite il SSN spende la metà della Germania e la spesa sanitaria totale per abitante è del 15% in meno rispetto alla media UE.

Calcolando la spesa in termini reali, al netto dell’inflazione, dopo un aumento in linea con gli altri paesi sino al 2009, le risorse pro capite per la sanità pubblica italiana nel 2018 sono cadute del 10%, mentre in Francia e in Germania sono aumentate del 20%. Questi dati fotografano l’entità della riduzione delle risorse pubbliche particolarmente grave in un paese ad alto invecchiamento della popolazione e un decisivo disinvestimento dalla sanità pubblica che si è palesato soprattutto in termini di riduzione dei servizi e del personale, con l’effetto di uno spostamento della domanda verso il mercato privato.

Ma ancor più preoccupanti sono le previsioni di spesa in questo campo per i prossimi tempi, i quali mostrano, secondo quanto emerge dai documenti del governo, una riduzione continua dal 2022 al 2024 (6,7% nel 2022, 6,6% nel 2023 e addirittura 6,3% nel 2024). Un «pessimo segnale», come si afferma nel documento dell’Associazione Salute Diritto fondamentale, che indica come la cosiddetta lezione della pandemia non sia servita a rafforzare il SSN e anzi come la direzione intrapresa sia quella di una sua ulteriore penalizzazione, di contro all’espansione dell’offerta privata, «trainata anche dalla diffusione di varie forme di assicurazioni integrative e aziendali».

I segnali allarmanti che rischiano di indebolire ulteriormente il SSN non finiscono qui e nel documento dell’Associazione se ne individuano ben altri quattro.

Il primo riguarda il fronte del personale, già drasticamente ridotto nel numero dei medici, degli infermieri e in generale degli addetti alle professioni sanitarie. Allo stato attuale, dati i limiti previsti nella spesa corrente e nella mancata rimozione dei vincoli che limitano le assunzioni a tempo indeterminato, non si registrano inversioni di tendenza, mentre continua la fuga all’estero del personale sanitario italiano ed è carente la programmazione della formazione universitaria (negli ultimi dieci anni si contano 10 mila medici italiani migrati altrove). È bene ricordare a questo proposito che tra gli elementi di criticità della sanità italiana degli ultimi anni, palesatisi proprio durante l’emergenza sanitaria, vi sono oltre il menzionato sotto-finanziamento della spesa sanitaria: diseguaglianze nell’accesso ai servizi (sia in termini territoriali, sia sociali); un fortissimo carico di lavoro che grava sulle spalle degli operatori sanitari (poco gratificati in termini di remunerazione e condizioni di svolgimento della propria professione); un’alta quota di risorse economiche assorbite dalla sanità privata (significativo è anche l’aumento della compartecipazione degli utenti ai costi delle prestazioni). Elementi questi che dovrebbero essere subito affrontati in un’agenda di rinnovamento della sanità pubblica.

Il secondo indizio concerne la lentezza nella ripresa dell’attività ordinaria, con il rischio che i cittadini si rivolgano sempre più al privato – che avendo partecipato solo marginalmente alle attività emergenziali non richiede riorganizzazione e ristrutturazione – evitando le strutture pubbliche in affanno. Qui si nasconde uno dei pericoli più gravi, altrettanto presente rispetto alla destinazione delle risorse del PNRR. I 500 milioni stanziati per smaltire le liste di attesa e i fondi del Piano per l’assistenza domiciliare integrata rischiano infatti di essere destinati ad erogatori privati, anziché «rafforzare la presa in carico globale e integrata da parte dei servizi pubblici». Con il risultato che mentre va indebolendosi l’offerta pubblica, aumenta il potere di mercato di molti soggetti privati.

Un’ulteriore spia allarmante proviene dalle proposte di riforma per aumentare la concorrenza nel settore, avanzate al Governo dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel marzo scorso, le quali sollecitano maggiore apertura “all’accesso delle strutture private all’esercizio di attività sanitarie non convenzionate” e l’eliminazione del “vincolo della verifica del fabbisogno regionale di servizi sanitari”.

Su tutto, ciò che rischia di imporsi con grande rapidità e nel vuoto della politica, di una cultura politica capace di opporsi a concezioni privatistiche, è il modello sanitario lombardo. Un modello che da anni ha cancellato la rete dei servizi territoriali pubblici e ha messo in campo una concorrenza tra pubblico e privato sleale, squilibrata e a favore di quest’ultimo.

Proprio alla vigilia della legge di bilancio 2022 e delle annunciate misure sulla concorrenza, si rende più che mai necessario «correggere questi indizi» – afferma l’Associazione. Serve rilanciare mobilitazioni per la tutela e la promozione universale della salute, individuale e collettiva; porre al centro dell’attenzione pubblica e dell’agenda politica il ruolo imprescindibile della sanità pubblica.

Il rilancio di un servizio sanitario pubblico, universalista, egualitario, senza discriminazioni di accesso e finanziato dalla fiscalità generale dovrebbe collocarsi in una più ampia espansione di tutti quei servizi collettivi di welfare che sono stati colpiti o riconfigurati in funzione del profitto dalle politiche neoliberali, ma che rimangono terreni cruciali per una combinazione delle lotte. Un rilancio e una riqualificazione legati alla rimessa in campo del principio dell’integrazione socio-sanitaria, a una programmazione nazionale dei servizi coordinata a livello regionale, e soprattutto al più complessivo ruolo della politica (una politica del cambiamento) nella promozione del benessere, di istanze di égaliberté, nella riscrittura universale e democratica del welfare.

Questo articolo è uscito in forma ridotta su “Il Manifesto”, 15 settembre 2021 e in forma estesa anche su Crs

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21/06/2020

In lode dei medici di base, specie lombardi

Il Medico di Medicina Generale (come si chiama oggi) è una diretta discendenza del Medico della Mutua. La sua istituzione risale a una legge del 1978 (883), conosciuta come legge Anselmi, legge che istitutiva il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Nonostante le modifiche intervenute negli anni, e lo stravolgimento dell’impianto originario della legge Anselmi, il ruolo del Medico di Fiducia o della Mutua è tuttora disciplinato dall’articolo 48 della suddetta legge.

Il medico della mutua non è un dipendente pubblico. Lavora in convenzione con lo Stato, ovvero con i suoi enti territoriali. L’uniformità del suo trattamento economico e normativo è garantita sull’intero territorio nazionale da convenzioni (ACN), aventi durata triennale, stipulate tra il governo, le regioni, l’associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) e le organizzazioni sindacali.

Il primo punto che questi accordi devono definire è il rapporto tra abitanti e assistiti, ovvero il numero massimo di assistiti che ogni Medico può iscrivere nel suo tabulario, onde evitare il trattamento industriale del paziente, trattamento durato sino agli anni '80, e raccontato dal film di Luigi Zampa, interpretato da Alberto Sordi, Il medico della mutua.

Prima di passare ai numeri, bisogna precisare 1) che l’art. 48 parla, giustamente, di assistibili (e non di assistiti – il medico parecchi “assistibili” non li vede mai) e 2) che gli assistibili sono divisi un due fasce di età: 0-13, di competenza (prevalentemente) del pediatra, e tutti gli altri, di competenza del Medico della Mutua.

L’articolo 39 dell’accordo del 2009, il quale riprende e integra l’ACN del 2005, stabilisce che il numero massimo di assistibili per medico non può superare le 1.500 unità.

Il medico (art. 36) deve garantire l’apertura dello studio da lunedì a venerdì, con previsione di apertura per almeno due fasce pomeridiane o mattutine alla settimana e comunque con apertura il lunedì, secondo un orario congruo e comunque non inferiore a: 5 ore settimanali fino a 500 assistiti; 10 ore settimanali da 500 a 1000 assistiti; 15 ore settimanali da 1000 e 1500 assistiti.

Secondo il rapporto del ministero della salute, diffuso il 18 settembre 2019, rapporto nel quale il medico della mutua si trasforma in medico di base o medico di famiglia, il numero medio di assistibili per medico varia da regione a regione.

Da un massimo di 1.613 assistibili della Provincia di Bolzano (che ha un accordo che permette di sforare il tetto nazionale), si passa ad un minimo di 1.037 assistibili per la Regione Basilicata. La Lombardia si piazza in seconda posizione, con una media di 1.400 assistibili per medico, seguono Emilia Romagna (1.303), Provincia di Trento (1.294), Valle d’Aosta, (1285) e Piemonte (1272).

Le regioni del Sud superano appena quota 1.000, mentre le altre regioni oscillano tra i 1.100 e i 1.200 assistibili. Si tratta di medie, ovviamente. Ed è facile trovare medici di montagna con 700 assistibili e medici dei centri urbani saturi di assistibili.

Per quanto riguarda il conto profitti e perdite la materia è meno trasparente.

La paga di un medico della mutua (art. 59) è formata da più voci, e varia, in minima parte, da regione a regione. Secondo calcoli minuziosi, aggiornati al 2015 (quotidianosanita.it), integrati con il recupero degli arretrati previsto dall’ACN 2018, si ha, per un medico con il massimo di assistibili, un incasso annuo di € 84.664 lordi (in Lombardia un medico incassa dallo Stato € 79.020).

Si tratta di un compenso dal quale vanno sottratte le voci di spesa, e in primis la quota dei contributi previdenziali obbligatori, pari al 21% dei compensi (NETTI), di cui il 10,375% a carico degli Istituti del Servizio Sanitario Nazionale e il 10,625% a carico del medico.

Non si tratta di soldi buttati dalla finestra, si tratta di some accumulate sul conto pensione, somme aumentate dal contributo pubblico, sino a costituire un gruzzolo che si trasformerà in una pensione di tutto rispetto. In più, si tratta di contributi deducibili dal reddito imponibile.

Se consideriamo un povero medico del centro Italia, un medico umbro, e applichiamo al suo reddito (medio) di € 64.612 il regime fiscale forfettario, secondo quanto conteggiato correttamente da EMPAM, il medico forfettario, una volta dedotta dal reddito lordo (ridotto al 78%) la cifra di € 6.865, pagata alla previdenza obbligatoria, ottiene un reddito imponibile pari a € 43.532, il quale, tassato al 15%, dà un’imposta pari a € 6.530.

Dunque, ricapitolando, sottraendo all’incasso lordo di € 64.612 il contributo obbligatori di € 6.865 e le tasse di € 6.530, il medico forfettario ha un reddito netto di 51.217, che diviso per 13 mensilità, fa la bellezza di 3.940 euro.

Si tratta pur sempre di un reddito lordo, dirà il povero medico forfettario umbro. Perché da esso vanno sottratti il costo dell’ambulatorio, della luce, del telefono e di internet.

Ora, non mi dilungo in questi calcoli, tenendo conto che il costo di connessione internet è pari a 8 al mese (Iliad), la luce a 40 euro al mese (Enel) il computer (ammortizzato su 8 anni) a € 0,51 mensili. Rimane il locale. Supponendo che, mediamente, il locale (di solito un negozio) costi 50 mila euro, e che la vita professionale di un medico forfettario duri 35 anni, questo locale inciderebbe mensilmente per 119 euro.

Tuttavia, per essere giusti, bisogna considerare che non si tratta di un bene che, alla fine del suo ciclo di ammortamento, viene rottamato, ma di un bene che, in genere, conserva il valore di acquisto. Dunque, al netto della manutenzione (tra l’altro ripagata in buona parte dallo Stato) il costo dello studio non può essere dedotto. Si possono dedurre solo 48,51 euro di costi ordinari. Per conoscere al paga mensile netta, fate voi i conti.

In questi mesi i medici condotti o della mutua sono assurti all’onore delle cronache per il loro impegno temerario nella lotta contro il Covid-19. Qualcuno è rimasto sul terreno, lasciando un vuoto nella comunità degli assistiti. Ora si pensa di potenziare questo servizio, il quale dovrebbe essere la vera barriera d’acciaio contro una eventuale nuova ondata del Virus.

Ma chi sono questi medici? Come lavorano? Ce la faranno a sostenere il peso di una seconda ondata?

In Lombardia, regione virtuosa – quando si guarda il conto economico, e le perdite non sono persone, ma soldi – il rapporto medici-residenti è il più alto d’Italia. In Lombardia, dove vivo, si fa presto a diventare “virtuosi”, sovraccaricando i medici di pazienti.

L’altra mattina sono andato dal mio medico. È una donna, una signora sulla sessantina. Di recente il sindaco le ha ristrutturato un appartamento delle case popolari, situato sopra la farmacia comunale. Immagino sia stato un buon affare per entrambi.

Ieri ho telefonato – non si può andare direttamente, bisogna prendere un appuntamento. Dopo un interrogatorio surreale sui sintomi da Covid-19, mi ha fissato un appuntamento per oggi. Quando sono arrivato il telefono già squillava, e ha squillato per tutto il tempo che sono stato lì (4 minuti, se si esclude il tempo che la dottoressa ha passato al telefono).

Aveva già indossato due maschere e una visiera di plastica. E si vedeva che soffriva, che faticava a respirare. Si stava alzando per venire dalla mia parte quando ha squillato il telefono. Ha preso il cordless e ha risposto, era una persona che credeva di essere positiva (non ho potuto non ascoltare).

Stringendo il telefono tra la spalla e l’orecchio ha cercato di digitare sulla tastiera i dati da inserire nel sistema regionale (?) di monitoraggio, me le è scivolato il telefono. Nel tentativo di afferrarlo ha pigiato il tasto invio, e l’informativa per la quarantena è partita, anche se non poteva partire, perché la quarantena inizia dopo il tampone, e non prima – così ha detto.

Volevo alzarmi per darle una mano, per tenere il telefono, compilare il form al computer. Mi sentivo a disagio, persino il mio malessere era scomparso.

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05/06/2020

La Cina vara una riforma sanitaria “all’italiana”; quella originaria

Ci siamo. Evidentemente doveva esserci il Covid-19 per imparare la lezione.

Dopo i primi errori, riconosciuti dal governo, la Cina ha messo su un impressionante apparato per fermare l’epidemia. Ora va all’attacco.

La notizia la riporta il People’Daily del 5 giugno. Il 2 giugno Xi Jinping ha tenuto un discorso: la sanità è la priorità numero uno dell’apparato pubblico, coinvolgendo addirittura le stesse Forze Armate, non solo per prevenire l’epidemia, ma per creare un sistema sanitario pubblico all’avanguardia, centro focale della rinascita cinese.

Esso è visto come il fulcro dell’obiettivo di creare una società prospera nella nuova era, una precondizione dello sviluppo socio economico.

Non solo politica sanitaria, ma politica sociale sanitaria, dove la prevenzione acquista un ruolo fondamentale. A tal proposito Xi ha dichiarato che bisogna proteggere le vite e la salute del popolo “a tutti i costi”.

Ci hanno messo un po’ di anni, ma i cinesi quando prendono una decisione sono risoluti, efficaci ed efficienti, mettono in moto un apparato formidabile.

Ora chi ci segue sa che sanità, pensioni, aumenti salariali, edilizia pubblica, trasporti sono parte integrante del salario sociale globale di classe. Per 11 anni il governo ha puntato maggiormente sugli aumenti salariali, tant’è che un operaio a Shanfghai ormai guadagna 1.000 euro.

Ma, essendo il sistema sanitario un po’ arretrato, rispetto, ad esempio a quello italiano, questi denari ingrossavano il tasso di risparmio in vista di spese sanitarie e pensioni.

Un mese fa le pensioni sono state aumentate. Ora tocca alla sanità.

Il tasso di risparmio in Cina è al 41,3%. Il Governo, alle prese con la guerra fredda con gli Usa, i quali stanno mettendo in piedi un cordone sanitario contro la Cina, non vuole dipendere in futuro dalle esportazioni, ma punta sul mercato domestico e sui consumi interni. Avendo un tasso di investimento del 40%, la strategia è puntare sulla diminuzione del tasso di risparmio, del relativo tasso di investimento e aumentare maggiormente il “tasso di consumo”.

Si avrebbe cioè lo scenario che si prospettò in Italia allorquando ci furono politiche abitative pubbliche e Tina Anselmi mise su il sistema sanitario pubblico.

Va da che, come in Italia, ciò implica formare e assumere milioni di infermieri, medici, Oss e personale amministrativo nella sanità, riuscendo a combattere la disoccupazione che sta aumentando anche in Cina a causa del crollo del commercio mondiale.

Un giorno il nostro Paese dovrà rendere onore a Tina Anselmi, la partigiana che fece grande il nostro Paese con la riforma sanitaria. È probabile che i cinesi l’abbiano studiata.

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