In piena estate dove una località turistica dovrebbe presentarsi al massimo della sua forma, dove la crisi economica spinge a vedere l'economia turistica come un salvagente grazie al quale riprendere un pò di ossigeno, dal sistema fognario gestito da ASA è uscita una ingente quantità di liquami che ha interessato la zona costiera, in maniera prioritaria la parte compresa tra il Bagno Lo Scoglietto e il Bagno Trieste. E' seguita l'ordinanza del Sindaco affinché venisse interdetta la zona alla balneazione.
Certi eventi si tende a trattarli come fatto di cronaca e a rimuoverli immediatamente. Invece sarebbe opportuno dare qualche dettaglio in più visto che il danno provocato da una rottura del genere è come tirare una bomba sulle vacanze magari limitate di molte famiglie che potrebbero anche decidere di non tornare mai più a Rosignano. E non solo ripercussioni in chiave economica ma anche in relazione ai residenti le cui abitudini li portano a frequentare gli stessi tratti di costa da anni, i quali un bel mattino inconsapevolmente si apprestano a fare un bell'ingresso di testa nel "bottino". Grazie Asa, buongiorno!
Incredibile è quanto uscito informalmente come tentativo di spiegare le cause: un danno probabilmente causato dai fulmini della mattina del 14 luglio durante il fortissimo temporale che ha percorso la costa per chilometri. Incredibile perché questa persecuzione di Asa per mano dei fulmini è ricorrente. Anche nell'inverno a Livorno ci fu la "settimana dry" di cui il ricordo è ancora nitido. Ci fu una rottura della tubazione lungo il canale dei Navicelli spiegata molto meglio dai rappresentanti politici pisani rispetto alle bugie di Nista - Kutufà - Cosimi che non fu rilevata con tempestività in quanto il rilevatore dei danni fu bruciato da un fulmine poco prima.
A Rosignano si è rinnovata la battaglia tra Asa e i fulmini nonostante la realtà, quella vera ossia quella gestionale e della capacità delle ditte esterne che fanno interventi per conto di Asa sia veramente peggio dei fulmini. Vorremmo che si prendesse coscienza di questo. Asa che taglia l'acqua a chi non paga dovrebbe iniziare a pagare lei quando sversa liquame in mare facendo danni difficilmente quantificabili ma certi. A questo punto con tutta la consapevolezza della difficoltà di gestione di un'intera rete idrica e fognaria bisogna passare dallo scherzo dei fulmini a trattare la cosa seriamente.
Perché in Asa non si leva tutto il liquame politico e si ha il coraggio di dare il comando della gestione alle persone di esperienza sia tecnica che amministrativa che da tempo lavorano in Asa? E si da modo di ristrutturare il personale depurandolo da tutti quegli ingressi in esubero giustificati solo da necessità di posizionare gente del Pd-DC. Purtroppo questo passaggio è impossibile, sarebbe forse quello del buon senso, chi non ha voglia a casa, c'è da lavorare per la gente e per tirare fuori la testa dalla melma di questa crisi. Ci sarebbe anche da pensare qualcosa di nuovo, di innovativo, da mettere in atto ed esportare. Le aziende che lavorano in settori dove la funzione pubblica è prioritaria non è detto che non possano innovare, anzi la loro specializzazione può arrivare ad ottimi livelli ed esportare nuove tecniche. Sono state le pratiche politiche clientelari che hanno appannato il significato e la funzione dell'azienda pubblica di servizi. Hanno frustrato le capacità di innovare dei più bravi che da sempre esistono e che potrebbero condividere insegnando. Per questo Asa come tante altre sue simili in Italia sarà destinata a dare colpa ai fulmini a oltranza.
Potrebbe essere un punto da cui ripartire e chiudere per sempre lo schifo del rapporto tra individuo e partito locale di governo. Se la comunità prendesse consapevolezza della quantità di rifiuti in cui è immersa e ne sostenesse la necessità di porre rimedio sarebbe già in atto una nuova economia in cui trovare lavoro e specializzarlo.
per Senza Soste, Jack RR
30 luglio 2013
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/08/2013
Fiat non cambia idea: "o la Fiom si piega o resta fuori"
Si era molto castellato intorno all'incontro, fissato per oggi, tra Sergio Marchionne e il segretario della Fiom, Maurizio Landini.
Il recente riavvicinamento tra il “ribelle cauto” e la craxiana segretaria della Cgil, sancito dall'accettazione Fiom dell'accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale – che non abbiamo esitato a definire “fascista” – aveva fatto pensare a una possibile “finestra di rientro” in Fiat per i metalmeccanici della Cgil. In una posizione magari un po' contorta, ma non più “fuori” dagli stabilimenti, come un “sindacato di base qualsiasi” (una delle paure più forti, in casa Fiom).
Dall'altra parte, la recentissima sentenza della Corte Costituzionale contro il Lingotto, aveva messo l'azienda torinese in una situazione ritenuta imbarazzante: o un accordo con la Fiom o una radicalizzazione oltre il limite della legalità. Qualcosa di impensabile per un'impresa che da un secolo condizione le forme dello sviluppo industriale italiano, la politica e tutti i poteri minori.
E invece il faccia a faccia tra Fiat e Fiom "è andato male. Fiat nei fatti non intende applicare la sentenza della Corte Costituzionale e ha riproposto come condizione il fatto che la Fiom riconosca l'accordo che non ha firmato”.
Maurizio Landini è sembrato sinceramente sorpreso dell'atteggiamento di Marchionne, il che conferma i dubbi sulla sua capacità “strategica” nella gestione del conflitto. “L'assurdo – ha spiegato all'uscita dell'incontro tenutosi nella sede romana del Lingotto – è che dovremmo riconoscere l'accordo che ci ha esclusi per poter avere i diritti che sono stati sanciti dalla Corte Costituzionale".
"Non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare a quello che la Consulta ha dichiarato e cioè che un sindacato rappresentativo ha il diritto di esistere, di essere presente e di poter svolgere la propria attività sindacale dentro ai luoghi di lavoro". "Chiediamo al Governo di far applicare la sentenza della Corte Costituzionale. Di leggi inutili e incostituzionali a favore di Fiat, il Governo ne ha fatte abbastanza, come l'articolo 8 di Sacconi". "A settembre abbiamo il diritto di rientrare e metteremo in campo tutto quello che potremo fare perché venga rispettato, anche le vie legali".
"Fiat non è stata disponibile a fissare nessun nuovo incontro" e quindi ora non resta che chiedere al governo – ovvero a nessuno – un intervento che Fiat probabilmente rigetterebbe come estraneo alle dinamiche del libero mercato.
In questo paese non c'era soltanto Berlusconi a ritenersi al di sopra della legge. C'è anche, da sempre, la Fiat. Ma non sembra che quest'ultima sia disposta a cambiare la propria posizione. Quando ne trarrà le conseguenze, il povero Maurizio Landini?
Fonte
Il recente riavvicinamento tra il “ribelle cauto” e la craxiana segretaria della Cgil, sancito dall'accettazione Fiom dell'accordo interconfederale sulla rappresentanza sindacale – che non abbiamo esitato a definire “fascista” – aveva fatto pensare a una possibile “finestra di rientro” in Fiat per i metalmeccanici della Cgil. In una posizione magari un po' contorta, ma non più “fuori” dagli stabilimenti, come un “sindacato di base qualsiasi” (una delle paure più forti, in casa Fiom).
Dall'altra parte, la recentissima sentenza della Corte Costituzionale contro il Lingotto, aveva messo l'azienda torinese in una situazione ritenuta imbarazzante: o un accordo con la Fiom o una radicalizzazione oltre il limite della legalità. Qualcosa di impensabile per un'impresa che da un secolo condizione le forme dello sviluppo industriale italiano, la politica e tutti i poteri minori.
E invece il faccia a faccia tra Fiat e Fiom "è andato male. Fiat nei fatti non intende applicare la sentenza della Corte Costituzionale e ha riproposto come condizione il fatto che la Fiom riconosca l'accordo che non ha firmato”.
Maurizio Landini è sembrato sinceramente sorpreso dell'atteggiamento di Marchionne, il che conferma i dubbi sulla sua capacità “strategica” nella gestione del conflitto. “L'assurdo – ha spiegato all'uscita dell'incontro tenutosi nella sede romana del Lingotto – è che dovremmo riconoscere l'accordo che ci ha esclusi per poter avere i diritti che sono stati sanciti dalla Corte Costituzionale".
"Non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare a quello che la Consulta ha dichiarato e cioè che un sindacato rappresentativo ha il diritto di esistere, di essere presente e di poter svolgere la propria attività sindacale dentro ai luoghi di lavoro". "Chiediamo al Governo di far applicare la sentenza della Corte Costituzionale. Di leggi inutili e incostituzionali a favore di Fiat, il Governo ne ha fatte abbastanza, come l'articolo 8 di Sacconi". "A settembre abbiamo il diritto di rientrare e metteremo in campo tutto quello che potremo fare perché venga rispettato, anche le vie legali".
"Fiat non è stata disponibile a fissare nessun nuovo incontro" e quindi ora non resta che chiedere al governo – ovvero a nessuno – un intervento che Fiat probabilmente rigetterebbe come estraneo alle dinamiche del libero mercato.
In questo paese non c'era soltanto Berlusconi a ritenersi al di sopra della legge. C'è anche, da sempre, la Fiat. Ma non sembra che quest'ultima sia disposta a cambiare la propria posizione. Quando ne trarrà le conseguenze, il povero Maurizio Landini?
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Israele, lo Sri Lanka e il genocidio in slow-motion
Dalla guerra del 2009 contro i tamil alla colonizzazione delle loro terre: le politiche cingalesi lo specchio di quelle israeliane. E Tel Aviv fornisce armi e addestramento.
Alla fine del 2008 a Toronto ho preso parte alle proteste contro l'attacco israeliano di Gaza. Come altra gente in tutto il mondo, abbiamo chiesto la fine immediata della guerra. All'Università di York, dove ero studente, abbiamo mobilitato il campus per difendere i diritti palestinesi. Pochi mesi dopo, le bombe cadevano sulla mia stessa gente, nella regione di Vanni in Sri Lanka. Ancora una volta siamo scesi per le strade di Toronto per protestare.
Ho capito che seppure le nostre terre fossero oceani lontani, i palestinesi e i tamil hanno molto in comune. Nell'ambito della "guerra al terrore" gli eserciti israeliano e cingalese hanno dichiarato battaglia alle popolazioni civili. Il Tribunale Permanente dei Popoli, a Roma, ha commissionato un rapporto indipendente che ha riconosciuto lo Stato dello Sri Lanka colpevole di aver bombardato ospedali, operazioni umanitarie e anche "zone sicure" dichiarate dal governo, in aperta violazione della legge umanitaria internazionale. Un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato che tra gennaio e maggio 2009 sono state uccise tra le 40mila e le 75mila persone. Le statistiche del governo cingalese hanno rivelato che quasi 147mila persone risultano disperse: nessuno sa se sono morte, ferite o detenute in prigione.
Il maggior fornitore di armi
Ma ci sono altre connessioni dirette. Israele è il principale fornitore di armi del governo cingalese e lo provvede anche di assistenza militare strategica. Con il beneplacito degli Stati Uniti, Israele ha venduto allo Sri Lanka partite di jet Kfir e di droni. Israele ha anche fornito le navi di pattugliamento Dvora, usate in maniera estensiva contro i tamil. E infine Israele ha fornito addestramento alla Special Task Force, un'unita commando brutale della polizia cingalese.
Le similitudini non finiscono qui. Sia i palestinesi che i tamil sono soggetti ad un processo di colonizzazione. Negli anni Ottanta, Israele ha offerto aiuto allo Sri Lanka per la costruzione di colonie armate per la sola etnia sinhal (la maggioranza in Sri Lanka) nella provincia orientale, con l'obiettivo di creare zone cuscinetto (buffer zone) intorno alla popolazione dei tamil.
La strategia impiegata è stata la stessa di Israele in Cisgiordania: distruggere l'aspirazione della popolazione locale all'esistenza nazionale e rendere impossibile ogni soluzione politica fondata sulla sovranità popolare. Esattamente come in Palestina, la confisca di terre e la colonizzazione in Sri Lanka stanno frammentando l'unità nazionale e sociale del popolo tamil, in tutta la loro patria storica, a Nord e a Est dell'isola. Come ha scritto all'inizio di quest'anno il giornalista e attivista per i diritti umani Nirmanusan Balasundaram, l'effetto è quello di minare ogni possibilità di creazione di una nazione contigua.
Un dialogo farsa
Nella Cisgiordania occupata, questo processo si svolge all'ombra del "dialogo", che sempre più palestinesi giudicano una farsa con le colonie israeliane che mangiano sempre più terre. Dopo la guerra del 2009, il governo dello Sri Lanka ha usato la retorica della "ricostruzione" e dello "sviluppo" per oscurare il processo di rapida colonizzazione.
Per i tamil, "lo sviluppo post-conflitto" è diventato un'altra forma di contro-insurrezione, per la quale le colonie sinhal, la militarizzazione guidata dallo Stato e i brogli palesi minacciano la relazione storica dei tamil con la loro terra.
L'esperienza palestinese - in particolare, gli Accordi di Oslo firmati da Israele e dall'OLP nel 1993 - è stata d'esempio per i tamil. Un accordo internazionale con l'India prevede che lo Sri Lanka tenga elezioni il prossimo settembre per un Consiglio Settentrionale Provinciale, come gesto supposto di riconciliazione. Gli Stati Uniti spingono per il voto, nonostante le serie riserve della società civile tamil e dei rifugiati della diaspora.
Se eletto, il consiglio fornirebbe ai tamil solo la percezione della auto-determinazione - simile al caso dell'Autorità Palestinese - mentre l'occupazione militare continuerà a dominare ogni aspetto della vita civile. I poteri del consiglio resterebbero sotto il controllo del governo dominato dall'etnia sinhanl, con sede a Colombo, la capitale cingalese, e il suo governatore sarebbe nominato direttamente dal presidente dello Sri Lanka.
Al di là della facciata di auto-determinazione, il crimine di apartheid resta un fatto concreto per i tamil in Sri Lanka, come lo è per i palestinesi sotto il controllo israeliano. Il modo in cui lo Sri Lanka tratta i tamil a Nord e a Est rientra nella definizione di apartheid contenuto nella Convenzione Internazionale sull'eliminazione e la repressione del crimine dell'apartheid del 1973.
L'apartheid è il dominio di un gruppo razziale o etnico su un altro. La Convenzione non si riferisce solo alla situazione particolare dell'apartheid sudafricana o a quella di maggioranze oppresse da minoranze. Condanna ogni pratica che rientri nella definizione.
Senza dubbio, ci sono differenze importanti tra l'oppressione subita dai palestinesi e quella sofferta dai tamil (e dai neri del Sud Africa). Ma allo stesso modo Israele e Sri Lanka sono colpevoli di discriminazione, repressione e frammentazione territoriale di territori rubati.
La struttura unitaria dello Stato dello Sri Lanka pone tutti i poteri nelle mani dell'etnia sinhal, negando ai tamil l'accesso egualitario all'educazione, all'utilizzo della propria lingua, alle proprie terre e all'autodeterminazione.
Esperienza comune
Alla luce di questa esperienza comune, i popoli palestinese e tamil stanno subendo un lento - ma inesorabile - genocidio. I massacri a Gaza e Vanni sono stati portati avanti per uccidere dei civili, per causare gravi ferite fisiche e mentali e per imporre condizioni di vita che producono una parziale e graduale distruzione fisica - il tutto senza alcuna opposizione da parte dei Paesi del mondo. Entrambi possono essere considerati casi di genocidio, secondo la definizione delle Nazioni Unite.
Nel caso dello Sri Lanka, fino a quando si parlerà di linguaggio della "riconciliazione", si continuerà a portare avanti la stessa strategia e a godere degli elogi delle grandi potenze. Ma la realizzazione delle aspirazioni dei nostri popoli non dipende dai capricci di governi stranieri. È nelle mani del popolo tamil, come l'aspirazione ad una Palestina libera è nelle mani dei palestinesi, ed è nelle mani del movimento di solidarietà internazionale. Sostenendo le lotte degli altri e imparando dalle loro storie, possiamo fare un passo in più verso un mondo più giusto.
Sia per i palestinesi che per i tamil, gli attacchi del 2008 e del 2009 sono stati parte di una più ampia storia di spossessamento, occupazione e genocidio. I nostri popoli hanno molto in comune nella lotta per la pace e la giustizia. I nostri oppressioni hanno anche loro molto in comune.
*Krisna Saravanamuttu è un attivista residente in Canada. È membro del comitato della Canadian Peace Alliance e portavoce del National Council of Canadian Tamils.
Traduzione a cura della redazione di Nena News
Fonte
Alla fine del 2008 a Toronto ho preso parte alle proteste contro l'attacco israeliano di Gaza. Come altra gente in tutto il mondo, abbiamo chiesto la fine immediata della guerra. All'Università di York, dove ero studente, abbiamo mobilitato il campus per difendere i diritti palestinesi. Pochi mesi dopo, le bombe cadevano sulla mia stessa gente, nella regione di Vanni in Sri Lanka. Ancora una volta siamo scesi per le strade di Toronto per protestare.
Ho capito che seppure le nostre terre fossero oceani lontani, i palestinesi e i tamil hanno molto in comune. Nell'ambito della "guerra al terrore" gli eserciti israeliano e cingalese hanno dichiarato battaglia alle popolazioni civili. Il Tribunale Permanente dei Popoli, a Roma, ha commissionato un rapporto indipendente che ha riconosciuto lo Stato dello Sri Lanka colpevole di aver bombardato ospedali, operazioni umanitarie e anche "zone sicure" dichiarate dal governo, in aperta violazione della legge umanitaria internazionale. Un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato che tra gennaio e maggio 2009 sono state uccise tra le 40mila e le 75mila persone. Le statistiche del governo cingalese hanno rivelato che quasi 147mila persone risultano disperse: nessuno sa se sono morte, ferite o detenute in prigione.
Il maggior fornitore di armi
Ma ci sono altre connessioni dirette. Israele è il principale fornitore di armi del governo cingalese e lo provvede anche di assistenza militare strategica. Con il beneplacito degli Stati Uniti, Israele ha venduto allo Sri Lanka partite di jet Kfir e di droni. Israele ha anche fornito le navi di pattugliamento Dvora, usate in maniera estensiva contro i tamil. E infine Israele ha fornito addestramento alla Special Task Force, un'unita commando brutale della polizia cingalese.
Le similitudini non finiscono qui. Sia i palestinesi che i tamil sono soggetti ad un processo di colonizzazione. Negli anni Ottanta, Israele ha offerto aiuto allo Sri Lanka per la costruzione di colonie armate per la sola etnia sinhal (la maggioranza in Sri Lanka) nella provincia orientale, con l'obiettivo di creare zone cuscinetto (buffer zone) intorno alla popolazione dei tamil.
La strategia impiegata è stata la stessa di Israele in Cisgiordania: distruggere l'aspirazione della popolazione locale all'esistenza nazionale e rendere impossibile ogni soluzione politica fondata sulla sovranità popolare. Esattamente come in Palestina, la confisca di terre e la colonizzazione in Sri Lanka stanno frammentando l'unità nazionale e sociale del popolo tamil, in tutta la loro patria storica, a Nord e a Est dell'isola. Come ha scritto all'inizio di quest'anno il giornalista e attivista per i diritti umani Nirmanusan Balasundaram, l'effetto è quello di minare ogni possibilità di creazione di una nazione contigua.
Un dialogo farsa
Nella Cisgiordania occupata, questo processo si svolge all'ombra del "dialogo", che sempre più palestinesi giudicano una farsa con le colonie israeliane che mangiano sempre più terre. Dopo la guerra del 2009, il governo dello Sri Lanka ha usato la retorica della "ricostruzione" e dello "sviluppo" per oscurare il processo di rapida colonizzazione.
Per i tamil, "lo sviluppo post-conflitto" è diventato un'altra forma di contro-insurrezione, per la quale le colonie sinhal, la militarizzazione guidata dallo Stato e i brogli palesi minacciano la relazione storica dei tamil con la loro terra.
L'esperienza palestinese - in particolare, gli Accordi di Oslo firmati da Israele e dall'OLP nel 1993 - è stata d'esempio per i tamil. Un accordo internazionale con l'India prevede che lo Sri Lanka tenga elezioni il prossimo settembre per un Consiglio Settentrionale Provinciale, come gesto supposto di riconciliazione. Gli Stati Uniti spingono per il voto, nonostante le serie riserve della società civile tamil e dei rifugiati della diaspora.
Se eletto, il consiglio fornirebbe ai tamil solo la percezione della auto-determinazione - simile al caso dell'Autorità Palestinese - mentre l'occupazione militare continuerà a dominare ogni aspetto della vita civile. I poteri del consiglio resterebbero sotto il controllo del governo dominato dall'etnia sinhanl, con sede a Colombo, la capitale cingalese, e il suo governatore sarebbe nominato direttamente dal presidente dello Sri Lanka.
Al di là della facciata di auto-determinazione, il crimine di apartheid resta un fatto concreto per i tamil in Sri Lanka, come lo è per i palestinesi sotto il controllo israeliano. Il modo in cui lo Sri Lanka tratta i tamil a Nord e a Est rientra nella definizione di apartheid contenuto nella Convenzione Internazionale sull'eliminazione e la repressione del crimine dell'apartheid del 1973.
L'apartheid è il dominio di un gruppo razziale o etnico su un altro. La Convenzione non si riferisce solo alla situazione particolare dell'apartheid sudafricana o a quella di maggioranze oppresse da minoranze. Condanna ogni pratica che rientri nella definizione.
Senza dubbio, ci sono differenze importanti tra l'oppressione subita dai palestinesi e quella sofferta dai tamil (e dai neri del Sud Africa). Ma allo stesso modo Israele e Sri Lanka sono colpevoli di discriminazione, repressione e frammentazione territoriale di territori rubati.
La struttura unitaria dello Stato dello Sri Lanka pone tutti i poteri nelle mani dell'etnia sinhal, negando ai tamil l'accesso egualitario all'educazione, all'utilizzo della propria lingua, alle proprie terre e all'autodeterminazione.
Esperienza comune
Alla luce di questa esperienza comune, i popoli palestinese e tamil stanno subendo un lento - ma inesorabile - genocidio. I massacri a Gaza e Vanni sono stati portati avanti per uccidere dei civili, per causare gravi ferite fisiche e mentali e per imporre condizioni di vita che producono una parziale e graduale distruzione fisica - il tutto senza alcuna opposizione da parte dei Paesi del mondo. Entrambi possono essere considerati casi di genocidio, secondo la definizione delle Nazioni Unite.
Nel caso dello Sri Lanka, fino a quando si parlerà di linguaggio della "riconciliazione", si continuerà a portare avanti la stessa strategia e a godere degli elogi delle grandi potenze. Ma la realizzazione delle aspirazioni dei nostri popoli non dipende dai capricci di governi stranieri. È nelle mani del popolo tamil, come l'aspirazione ad una Palestina libera è nelle mani dei palestinesi, ed è nelle mani del movimento di solidarietà internazionale. Sostenendo le lotte degli altri e imparando dalle loro storie, possiamo fare un passo in più verso un mondo più giusto.
Sia per i palestinesi che per i tamil, gli attacchi del 2008 e del 2009 sono stati parte di una più ampia storia di spossessamento, occupazione e genocidio. I nostri popoli hanno molto in comune nella lotta per la pace e la giustizia. I nostri oppressioni hanno anche loro molto in comune.
*Krisna Saravanamuttu è un attivista residente in Canada. È membro del comitato della Canadian Peace Alliance e portavoce del National Council of Canadian Tamils.
Traduzione a cura della redazione di Nena News
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USA, la morte della Costituzione
di Michele Paris
Poche ore prima che Edward Snowden ottenesse l’asilo temporaneo dalla Russia lasciando l’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, il sito web del quotidiano britannico The Guardian aveva pubblicato una nuova rivelazione che descrive un altro sconcertante programma clandestino dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli Stati Uniti, grazie al quale i suoi analisti hanno la facoltà di monitorare l’intero traffico internet degli utenti americani e del resto del pianeta senza alcuna autorizzazione preventiva.
L’articolo firmato dal reporter e attivista statunitense Glenn Greenwald è la conferma documentata delle dichiarazioni che lo stesso Snowden aveva rilasciato nel mese di giugno sempre al Guardian e nelle quali affermava che un analista nella sua posizione, “seduto ad una scrivania, è in grado di intercettare chiunque, da un giornalista al suo commercialista, da un giudice federale al presidente [degli Stati Uniti], se soltanto è in possesso di un indirizzo e-mail personale”.
Il programma smascherato questa settimana è denominato “XKeyscore” e il Guardian ha pubblicato alcune slide, destinate alla formazione di dipendenti e contractor dell’NSA, che lo spiegano nel dettaglio. Attraverso di esso è possibile accedere ai dati internet di centinaia di milioni di persone conservati in un gigantesco archivio semplicemente riempiendo un modulo digitale e fornendo solo una generica motivazione che giustifichi la ricerca da effettuare. Ogni analista qualificato può procedere in questo modo, senza che un proprio superiore all’NSA o, tantomeno, un’autorità giudiziaria valuti l’ovvia e illegale invasione della privacy dei cittadini.
Nei documenti in questione viene detto senza mezzi termini che il programma XKeyscore permette di sorvegliare “praticamente tutto ciò che fa un utente normale su internet”, incluso il contenuto delle sue e-mail, ma anche i siti web visitati e le ricerche effettuate, oltre ovviamente ai cosiddetti “metadati” che, in teoria, non dovrebbero consentire il riconoscimento di chi viene intercettato. Addirittura, l’attività su internet di un qualsiasi utente può essere facilmente monitorata anche in tempo reale.
La lettura della posta elettronica personale degli utenti intercettati o delle loro attività sui social network è dunque interamente fattibile e avviene ogni giorno in modo molto semplice. Gli analisti del governo, infatti, non devono far altro che inserire nel già ricordato modulo digitale del programma XKeyscore l’indirizzo e-mail della persona interessata o, ad esempio, lo username per accedere a siti come Facebook, assieme al range temporale prescelto, per accedere alla visualizzazione del contenuto dei messaggi o dei post pubblicati.
Il
monitoraggio del traffico internet e la raccolta delle relative
informazioni sono possibili una volta acquisiti dati come l’indirizzo IP
o di posta elettronica degli utenti, cosa che l’NSA è in grado di fare
quando questi ultimi accedono ad un sito web che gli analisti decidono
di tenere sotto controllo.
La quantità di dati raccolti in questo modo è a dir poco enorme e aumenta al ritmo di 1 o 2 miliardi di singoli “records” al giorno. Per questo motivo, la maggior parte delle informazioni viene conservata per un breve periodo. Il contenuto di e-mail o conversazioni in chat è accessibile fino a cinque giorni, mentre i “metadati” rimangono nel database dell’NSA per circa un mese.
Per risolvere il problema dello spazio, tuttavia, l’agenzia di Fort Meade ha creato un sistema che consente di conservare più a lungo le informazioni ritenute “interessanti” in archivi separati, come quello denominato “Pinwale” che può custodire dati per un periodo massimo di cinque anni. Secondo i documenti pubblicati dal Guardian, nel corso del 2012 l’archivio del programma XKeyscore ha raccolto almeno 41 miliardi di “records” ogni singolo mese.
Come per gli altri programmi di sorveglianza, anche per quest’ultimo l’NSA agisce in violazione dei limiti già irrisori imposti alla propria attività di intelligence dai vari interventi legislativi ad hoc decisi dalla politica di Washington nell’ultimo decennio. A regolare le operazioni dell’agenzia dovrebbe essere in particolare il “FISA Amendments Act” del 2008, il quale, nel caso di obiettivi americani da intercettare, prevede l’emissione preventiva di un mandato da parte di un apposito tribunale che, peraltro, si riunisce e delibera in totale segretezza.
Il programma XKeyscore, però, viene utilizzato al di fuori di ogni controllo o supervisione, ufficialmente perché l’NSA giustifica l’ottenimento senza autorizzazione delle comunicazioni elettroniche di cittadini USA quando questi ultimi entrano in contatto con quelli di altri paesi sottoposti a intercettazione.
Il direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, James Clapper, proprio qualche giorno fa aveva ammesso in una lettera indirizzata al Senato il superamento dei limiti imposti dalla legge all’NSA, attribuendo però il comportamento illegale dell’agenzia soltanto a “errori umani” e a “problemi tecnologici”.
Le operazioni condotte dagli analisti dell’intelligence a stelle e strisce grazie al programma XKeyscore, in ogni caso, smentiscono clamorosamente le dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane dai vertici dell’apparato della sicurezza nazionale. Lo stesso Clapper, così come il direttore dell’NSA, generale Keith Alexander, e membri di altissimo livello dell’FBI hanno infatti ripetuto fino alla nausea che non esisteva alcuna possibilità di accedere al contenuto delle comunicazioni elettroniche degli americani senza il permesso o la supervisione di un’autorità giudiziaria. Queste menzogne sono state spesso pronunciate di fronte a membri del Congresso ma nessuno dei responsabili è stato finora chiamato a rispondere delle sue parole.
Ancora più imbarazzante è stata poi la coincidenza delle ultime rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione da parte della Casa Bianca di documenti classificati relativi ad una sentenza del cosiddetto Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC). Con essi, l’amministrazione Obama intendeva mostrare come l’NSA agisca nei limiti di legge, nel caso specifico descrivendo come l’agenzia è entrata in possesso dei dati telefonici dei clienti della compagnia americana Verizon solo dopo avere ricevuto il via libera dal Tribunale.
Lo sforzo dei politici americani di convincere i propri cittadini che l’NSA opera all’interno dei debolissimi limiti legali posti alla propria attività - cosa che non corrisponde comunque alla realtà - non può cambiare i fatti rivelati dai documenti forniti da Snowden e cioè che i programmi segreti di sorveglianza vengono messi in atto dietro le spalle degli americani e, soprattutto, rappresentano una indiscutibile e inquietante violazione delle garanzie costituzionali.
Il Quarto Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti protegge infatti senza alcuna eccezione - nemmeno per necessità legate a presunte minacce alla sicurezza nazionale - da perquisizioni e confische in assenza di un valido motivo.
La
palese illegalità con cui opera il governo per tenere sotto controllo
il dissenso domestico e qualsiasi minaccia ai propri interessi
all’estero sta comunque producendo una forte opposizione popolare nei
confronti di una classe politica già ampiamente screditata. Per cercare
di dare una qualche apparenza di legittimità alla condotta delle agenzie
di intelligence, il Congresso americano ha perciò avviato da qualche
tempo un “dibattito” sulle questioni sollevate dalle rivelazioni di
Snowden.
Così, proprio mercoledì la commissione Giustizia del Senato ha tenuto un’audizione sui programmi di sorveglianza interna, principalmente allo scopo di dare l’occasione ad alcuni suoi membri di atteggiarsi a critici dell’NSA. Se pure i toni della discussione sono apparsi a tratti accesi, praticamente tutti i membri del Congresso sostengono l’operato dell’agenzia, mentre alcuni chiedono, tutt’al più, la fine degli abusi legali più evidenti, una maggiore “trasparenza” o una supervisione più rigida.
Il fatto che nessun membro del Congresso e dei media più importanti abbia finora chiesto la fine senza condizioni dei programmi di sorveglianza dell’NSA o ne abbia messo in dubbio la costituzionalità testimonia quindi dell’ormai quasi totale scomparsa di voci autenticamente democratiche all’interno dell’establishment politico americano.
Una realtà, quest’ultima, che appare d’altra parte inevitabile, visto che l’intera classe politica è essa stessa pressoché interamente coinvolta nella creazione di un sistema di controllo e di sorveglianza della popolazione così capillare e pervasivo da fare impallidire quelli messi in atto dalle dittature più repressive finora conosciute.
Fonte
Poche ore prima che Edward Snowden ottenesse l’asilo temporaneo dalla Russia lasciando l’aeroporto Sheremetyevo di Mosca, il sito web del quotidiano britannico The Guardian aveva pubblicato una nuova rivelazione che descrive un altro sconcertante programma clandestino dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli Stati Uniti, grazie al quale i suoi analisti hanno la facoltà di monitorare l’intero traffico internet degli utenti americani e del resto del pianeta senza alcuna autorizzazione preventiva.
L’articolo firmato dal reporter e attivista statunitense Glenn Greenwald è la conferma documentata delle dichiarazioni che lo stesso Snowden aveva rilasciato nel mese di giugno sempre al Guardian e nelle quali affermava che un analista nella sua posizione, “seduto ad una scrivania, è in grado di intercettare chiunque, da un giornalista al suo commercialista, da un giudice federale al presidente [degli Stati Uniti], se soltanto è in possesso di un indirizzo e-mail personale”.
Il programma smascherato questa settimana è denominato “XKeyscore” e il Guardian ha pubblicato alcune slide, destinate alla formazione di dipendenti e contractor dell’NSA, che lo spiegano nel dettaglio. Attraverso di esso è possibile accedere ai dati internet di centinaia di milioni di persone conservati in un gigantesco archivio semplicemente riempiendo un modulo digitale e fornendo solo una generica motivazione che giustifichi la ricerca da effettuare. Ogni analista qualificato può procedere in questo modo, senza che un proprio superiore all’NSA o, tantomeno, un’autorità giudiziaria valuti l’ovvia e illegale invasione della privacy dei cittadini.
Nei documenti in questione viene detto senza mezzi termini che il programma XKeyscore permette di sorvegliare “praticamente tutto ciò che fa un utente normale su internet”, incluso il contenuto delle sue e-mail, ma anche i siti web visitati e le ricerche effettuate, oltre ovviamente ai cosiddetti “metadati” che, in teoria, non dovrebbero consentire il riconoscimento di chi viene intercettato. Addirittura, l’attività su internet di un qualsiasi utente può essere facilmente monitorata anche in tempo reale.
La lettura della posta elettronica personale degli utenti intercettati o delle loro attività sui social network è dunque interamente fattibile e avviene ogni giorno in modo molto semplice. Gli analisti del governo, infatti, non devono far altro che inserire nel già ricordato modulo digitale del programma XKeyscore l’indirizzo e-mail della persona interessata o, ad esempio, lo username per accedere a siti come Facebook, assieme al range temporale prescelto, per accedere alla visualizzazione del contenuto dei messaggi o dei post pubblicati.
La quantità di dati raccolti in questo modo è a dir poco enorme e aumenta al ritmo di 1 o 2 miliardi di singoli “records” al giorno. Per questo motivo, la maggior parte delle informazioni viene conservata per un breve periodo. Il contenuto di e-mail o conversazioni in chat è accessibile fino a cinque giorni, mentre i “metadati” rimangono nel database dell’NSA per circa un mese.
Per risolvere il problema dello spazio, tuttavia, l’agenzia di Fort Meade ha creato un sistema che consente di conservare più a lungo le informazioni ritenute “interessanti” in archivi separati, come quello denominato “Pinwale” che può custodire dati per un periodo massimo di cinque anni. Secondo i documenti pubblicati dal Guardian, nel corso del 2012 l’archivio del programma XKeyscore ha raccolto almeno 41 miliardi di “records” ogni singolo mese.
Come per gli altri programmi di sorveglianza, anche per quest’ultimo l’NSA agisce in violazione dei limiti già irrisori imposti alla propria attività di intelligence dai vari interventi legislativi ad hoc decisi dalla politica di Washington nell’ultimo decennio. A regolare le operazioni dell’agenzia dovrebbe essere in particolare il “FISA Amendments Act” del 2008, il quale, nel caso di obiettivi americani da intercettare, prevede l’emissione preventiva di un mandato da parte di un apposito tribunale che, peraltro, si riunisce e delibera in totale segretezza.
Il programma XKeyscore, però, viene utilizzato al di fuori di ogni controllo o supervisione, ufficialmente perché l’NSA giustifica l’ottenimento senza autorizzazione delle comunicazioni elettroniche di cittadini USA quando questi ultimi entrano in contatto con quelli di altri paesi sottoposti a intercettazione.
Il direttore dell’Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, James Clapper, proprio qualche giorno fa aveva ammesso in una lettera indirizzata al Senato il superamento dei limiti imposti dalla legge all’NSA, attribuendo però il comportamento illegale dell’agenzia soltanto a “errori umani” e a “problemi tecnologici”.
Le operazioni condotte dagli analisti dell’intelligence a stelle e strisce grazie al programma XKeyscore, in ogni caso, smentiscono clamorosamente le dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane dai vertici dell’apparato della sicurezza nazionale. Lo stesso Clapper, così come il direttore dell’NSA, generale Keith Alexander, e membri di altissimo livello dell’FBI hanno infatti ripetuto fino alla nausea che non esisteva alcuna possibilità di accedere al contenuto delle comunicazioni elettroniche degli americani senza il permesso o la supervisione di un’autorità giudiziaria. Queste menzogne sono state spesso pronunciate di fronte a membri del Congresso ma nessuno dei responsabili è stato finora chiamato a rispondere delle sue parole.
Ancora più imbarazzante è stata poi la coincidenza delle ultime rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione da parte della Casa Bianca di documenti classificati relativi ad una sentenza del cosiddetto Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC). Con essi, l’amministrazione Obama intendeva mostrare come l’NSA agisca nei limiti di legge, nel caso specifico descrivendo come l’agenzia è entrata in possesso dei dati telefonici dei clienti della compagnia americana Verizon solo dopo avere ricevuto il via libera dal Tribunale.
Lo sforzo dei politici americani di convincere i propri cittadini che l’NSA opera all’interno dei debolissimi limiti legali posti alla propria attività - cosa che non corrisponde comunque alla realtà - non può cambiare i fatti rivelati dai documenti forniti da Snowden e cioè che i programmi segreti di sorveglianza vengono messi in atto dietro le spalle degli americani e, soprattutto, rappresentano una indiscutibile e inquietante violazione delle garanzie costituzionali.
Il Quarto Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti protegge infatti senza alcuna eccezione - nemmeno per necessità legate a presunte minacce alla sicurezza nazionale - da perquisizioni e confische in assenza di un valido motivo.
Così, proprio mercoledì la commissione Giustizia del Senato ha tenuto un’audizione sui programmi di sorveglianza interna, principalmente allo scopo di dare l’occasione ad alcuni suoi membri di atteggiarsi a critici dell’NSA. Se pure i toni della discussione sono apparsi a tratti accesi, praticamente tutti i membri del Congresso sostengono l’operato dell’agenzia, mentre alcuni chiedono, tutt’al più, la fine degli abusi legali più evidenti, una maggiore “trasparenza” o una supervisione più rigida.
Il fatto che nessun membro del Congresso e dei media più importanti abbia finora chiesto la fine senza condizioni dei programmi di sorveglianza dell’NSA o ne abbia messo in dubbio la costituzionalità testimonia quindi dell’ormai quasi totale scomparsa di voci autenticamente democratiche all’interno dell’establishment politico americano.
Una realtà, quest’ultima, che appare d’altra parte inevitabile, visto che l’intera classe politica è essa stessa pressoché interamente coinvolta nella creazione di un sistema di controllo e di sorveglianza della popolazione così capillare e pervasivo da fare impallidire quelli messi in atto dalle dittature più repressive finora conosciute.
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Snowden ottiene asilo in Russia, in luogo segreto
L'ex consulente dell'agenzia Usa per la sicurezza nazionale – e della Cia – Edward Snowden ha ottenuto asilo politico temporaneo in Russia per un anno e ha lasciato l'aeroporto moscovita di Sheremetevo per recarsi in un luogo sicuro che verrà tenuto segreto: lo ha detto il suo avvocato russo Anatoly Kucherena. "Snowden ha lasciato l'aeroporto di Sheremetevo. Gli ho appena consegnato un documento che attesta che ha ricevuto asilo temporaneo di un anno in Russia" ha detto Kucherena. "Il luogo dove si trova non sarà reso noto per questioni di sicurezza e perché è l'uomo più ricercato del mondo" ha detto l'avvocato. Nei giorni scorsi il Servizio Migrazione russo aveva ipotizzato una sistemazione iniziale in un centro per rifugiati fuori Mosca. Il trentenne Snowden era bloccato nella zona transiti dell'aeroporto di Sheremetevo dal 23 giugno e aveva presentato domanda di asilo temporaneo in Russia. Washington ne vuole l'estradizione negli Usa, dove è già stata incriminato per spionaggio.
La concessione dell'asilo, che gli Usa avevano definito in precedenza come una prospettiva "profondamente deludente", è avvenuta nel giro di due settimane dalla presentazione della domanda. Kucherena ha detto che Snowden è entrato in territorio russo e ha preso un normale taxi da solo per allontanarsi dall'aeroporto, con una manovra che è sfuggita ai media. Il legale, che dal 16 luglio ha incontrato più volte l’ex spia USA e l'ha assistito nella sua richiesta d'asilo, ha mostrato alle telecamere di Rossiya 24 una copia del certificato che garantisce un anno di asilo temporaneo a Snowden. "E' andato in un luogo sicuro, spero che sarete comprensivi in relazione a questa informazione. Può risiedere in un appartamento o in un albergo, e, dato che è l'uomo più ricercato al mondo, da oggi comincia a lavorare sui problemi di sicurezza". Sul documento mostrato in tv compare il nome "Snowden Edward Joseph", accanto alla foto in bianco e nero della talpa Usa. Il certificato è stato emesso il 31 luglio, ieri, è valido fino al 31 luglio 2014 e reca le impronte digitali di Snowden. Kucherena ha detto che in futuro il rifugiato potrebbe apparire in pubblico e concedere interviste, ma prima ha bisogno di un "corso di adattamento" dopo tanto tempo passato nella zona transiti dell'aeroporto. Snowden è rimasto a Sheremetevo da quando è arrivato da Hong Kong e finora non aveva mai varcato ufficialmente il confine russo.
L'asilo politico per lui arriva due giorni dopo la condanna per spionaggio del soldato Usa Bradley Manning, reo confesso di aver rivelato i segreti della diplomazia Usa al sito WikiLeaks. "Edward Snowden ha ottenuto con successo lo status di rifugiato e presto lascerà l'aeroporto" ha annunciato su Twitter WikiLeaks, che sostiene Snowden, aggiungendo che l'informatico è ancora "sotto le cure" della rappresentante britannica di WikiLeaks Sarah Harrison, arrivata con lui da Hong Kong e che si ritiene sia rimasta con lui da allora. Il consigliere di politica estera del presidente russo Vladimir Putin, Yury Ushakov si è mosso subito per tentare di limitare i possibili danni diplomatici, affermando che la situazione non dovrebbe compromettere i legami con Washington. Ushakov ha anche smorzato le voci secondo le quali la vicenda Snowden potrebbe convincere il presidente Usa Barack Obama a cancellare la visita in programma a Mosca prima del G20 di San Pietroburgo a settembre. "E' una situazione piuttosto insignificante e non dovrebbe influenzare le relazioni politiche tra Russia e Usa" ha detto Ushakov. "Sappiamo quanto rumore abbia provocato questa situazione in America, ma non abbiamo ricevuto segnali dagli Stati Uniti" sulla cancellazione delle visita di Obama. Il Cremlino ha sempre preso le distanze dalla vicenda, dicendo che tutto era nelle mani dell'Ufficio immigrazione, tuttavia finora non c'erano state indicazioni che la richiesta di Snowden sarebbe stata accolta in tempi tanto rapidi.
Fonte
Soliti paraculi i russi, che però sanno muoversi con una scaltrezza che la diplomazia americana si sogna la notte.
La concessione dell'asilo, che gli Usa avevano definito in precedenza come una prospettiva "profondamente deludente", è avvenuta nel giro di due settimane dalla presentazione della domanda. Kucherena ha detto che Snowden è entrato in territorio russo e ha preso un normale taxi da solo per allontanarsi dall'aeroporto, con una manovra che è sfuggita ai media. Il legale, che dal 16 luglio ha incontrato più volte l’ex spia USA e l'ha assistito nella sua richiesta d'asilo, ha mostrato alle telecamere di Rossiya 24 una copia del certificato che garantisce un anno di asilo temporaneo a Snowden. "E' andato in un luogo sicuro, spero che sarete comprensivi in relazione a questa informazione. Può risiedere in un appartamento o in un albergo, e, dato che è l'uomo più ricercato al mondo, da oggi comincia a lavorare sui problemi di sicurezza". Sul documento mostrato in tv compare il nome "Snowden Edward Joseph", accanto alla foto in bianco e nero della talpa Usa. Il certificato è stato emesso il 31 luglio, ieri, è valido fino al 31 luglio 2014 e reca le impronte digitali di Snowden. Kucherena ha detto che in futuro il rifugiato potrebbe apparire in pubblico e concedere interviste, ma prima ha bisogno di un "corso di adattamento" dopo tanto tempo passato nella zona transiti dell'aeroporto. Snowden è rimasto a Sheremetevo da quando è arrivato da Hong Kong e finora non aveva mai varcato ufficialmente il confine russo.
L'asilo politico per lui arriva due giorni dopo la condanna per spionaggio del soldato Usa Bradley Manning, reo confesso di aver rivelato i segreti della diplomazia Usa al sito WikiLeaks. "Edward Snowden ha ottenuto con successo lo status di rifugiato e presto lascerà l'aeroporto" ha annunciato su Twitter WikiLeaks, che sostiene Snowden, aggiungendo che l'informatico è ancora "sotto le cure" della rappresentante britannica di WikiLeaks Sarah Harrison, arrivata con lui da Hong Kong e che si ritiene sia rimasta con lui da allora. Il consigliere di politica estera del presidente russo Vladimir Putin, Yury Ushakov si è mosso subito per tentare di limitare i possibili danni diplomatici, affermando che la situazione non dovrebbe compromettere i legami con Washington. Ushakov ha anche smorzato le voci secondo le quali la vicenda Snowden potrebbe convincere il presidente Usa Barack Obama a cancellare la visita in programma a Mosca prima del G20 di San Pietroburgo a settembre. "E' una situazione piuttosto insignificante e non dovrebbe influenzare le relazioni politiche tra Russia e Usa" ha detto Ushakov. "Sappiamo quanto rumore abbia provocato questa situazione in America, ma non abbiamo ricevuto segnali dagli Stati Uniti" sulla cancellazione delle visita di Obama. Il Cremlino ha sempre preso le distanze dalla vicenda, dicendo che tutto era nelle mani dell'Ufficio immigrazione, tuttavia finora non c'erano state indicazioni che la richiesta di Snowden sarebbe stata accolta in tempi tanto rapidi.
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Soliti paraculi i russi, che però sanno muoversi con una scaltrezza che la diplomazia americana si sogna la notte.
Ultimatum curdo alla Turchia
Cresce il nervosismo e il disappunto delle forze politiche e della guerriglia curda di fronte all’inerzia del governo Erdogan nei confronti del processo di pace faticosamente lanciato con il Pkk e già in pieno stallo.
Il nuovo leader del Partito del lavoratori del Kurdistan - Cemil Bayik - ha inviato un vero e proprio ultimatum all’esecutivo di Ankara, affermando che se il governo non farà un gesto concreto e inequivocabile entro il prossimo 1 settembre ci saranno conseguenze. "Va presa un'iniziativa. La scadenza è il 1 settembre" ha detto Bayik all'agenzia di informazione curda Firat. "Se non ci saranno iniziative prima del 1 settembre sarà chiaro che l'obiettivo non è trovare una soluzione" ha aggiunto, avvertendo che in tal caso il popolo curdo dovrà difendersi. Già nelle scorse settimane il Pkk aveva emesso un "avvertimento finale" all'esecutivo di Recep Tayyip Erdogan, accusandolo di sabotare il processo di pace, avviato grazie a lunghi colloqui che hanno coinvolto anche il leader curdo imprigionato Abdullah Ocalan. Il PKK ha criticato l’esecutivo liberal-islamista che con una vera e propria provocazione ha ordinato la costruzione di nuove caserme dell'esercito in territorio curdo ed ha rinnovato l’ingaggio di milizie curde collaborazioniste per militarizzare i territori dai quali la guerriglia indipendentista si è ritirata per obbedire alla tabella di marcia concordata con l’Akp. Ocalan, che dal 1999 sconta una pena all'ergastolo nell'isola di Imrali nel Mar di Marmara, a marzo aveva annunciato uno storico cessate il fuoco, poi tramutatosi in un ritiro di migliaia di combattenti del Pkk dalle zone curde della Turchia a quelle dell’Iraq settentrionale. In cambio i curdi dovevano ottenere maggiori diritti costituzionali, la cancellazione di alcune pratiche e leggi repressive e un miglioramento delle condizioni di carcerazione dello stesso Ocalan, ma l’esecutivo di Ankara a mesi di distanza non ha compiuto nessun passo, anzi.
Già nei giorni scorsi Sabri Ok, uno dei portavoce della comunità curda, aveva avvertito Erdogan che se entro il 15 ottobre non fosse partito l’iter di approvazione di una nuova legislazione più tollerante e garantista nei confronti dei 15 milioni di curdi della Turchia, la tregua sarebbe stata sospesa e la guerriglia sarebbe ripresa. Ma di fronte all’inerzia di Ankara – che sta ulteriormente militarizzando il Kurdistan turco viste anche le enormi difficoltà dei suoi alleati islamisti in Siria – l’ultimatum del Partito dei lavoratori è stato anticipato.
Lo stesso leader curdo incarcerato, Abdullah Ocalan, si sarebbe detto pronto ad abbandonare il processo di pace avviato con il governo, aveva rivelato pochi giorni fa sua sorella Fatma, che ha parlato ai giornalisti dopo una visita alla prigione di ‘Apo’ sull'isola di Imrali. Ocalan avrebbe detto alla sorella e allo zio Süleyman Arslan che "abbandonerà se il processo di pace prosegue così" e che "si farà da parte, come semplice spettatore". Di recente il governo per bocca del vicepremier Bulent Arinc ha respinto "legislazione giudiziaria alla mano" la richiesta di Ocalan di tenere una conferenza stampa per spiegare al popolo curdo e a quello turco il contenuto della proposta di pace del Pkk. Il leader curdo voleva sollecitare pubblicamente il governo ad avviare la fase due del processo di pace iniziato a marzo, ha spiegato in un comunicato il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), ma il governo non glielo ha consentito. Nei giorni scorsi gli avvocati di Ocalan avevano chiesto che il leader della causa curda possa avere un nuovo processo dopo le modifiche alla legislazione penale turca introdotte negli ultimi mesi dal parlamento di Ankara. Ma è assai improbabile che il regime turco accetti di smentire se stesso e tornare sulle proprie decisioni. Soprattutto ora che la strategia di destabilizzazione di Ankara in Siria si sta rivelando fallimentare: le truppe fedeli ad Assad stanno riprendendo terreno a scapito delle milizie sunnite e jihadiste sostenute dalla Turchia; e il Partito dell’Unità Democratica e le Unità di Autodifesa Popolare potrebbero dichiarare l’autonomia del nord della Siria, fornendo una importante sponda politica e logistica alla guerriglia curda del Pkk.
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Il nuovo leader del Partito del lavoratori del Kurdistan - Cemil Bayik - ha inviato un vero e proprio ultimatum all’esecutivo di Ankara, affermando che se il governo non farà un gesto concreto e inequivocabile entro il prossimo 1 settembre ci saranno conseguenze. "Va presa un'iniziativa. La scadenza è il 1 settembre" ha detto Bayik all'agenzia di informazione curda Firat. "Se non ci saranno iniziative prima del 1 settembre sarà chiaro che l'obiettivo non è trovare una soluzione" ha aggiunto, avvertendo che in tal caso il popolo curdo dovrà difendersi. Già nelle scorse settimane il Pkk aveva emesso un "avvertimento finale" all'esecutivo di Recep Tayyip Erdogan, accusandolo di sabotare il processo di pace, avviato grazie a lunghi colloqui che hanno coinvolto anche il leader curdo imprigionato Abdullah Ocalan. Il PKK ha criticato l’esecutivo liberal-islamista che con una vera e propria provocazione ha ordinato la costruzione di nuove caserme dell'esercito in territorio curdo ed ha rinnovato l’ingaggio di milizie curde collaborazioniste per militarizzare i territori dai quali la guerriglia indipendentista si è ritirata per obbedire alla tabella di marcia concordata con l’Akp. Ocalan, che dal 1999 sconta una pena all'ergastolo nell'isola di Imrali nel Mar di Marmara, a marzo aveva annunciato uno storico cessate il fuoco, poi tramutatosi in un ritiro di migliaia di combattenti del Pkk dalle zone curde della Turchia a quelle dell’Iraq settentrionale. In cambio i curdi dovevano ottenere maggiori diritti costituzionali, la cancellazione di alcune pratiche e leggi repressive e un miglioramento delle condizioni di carcerazione dello stesso Ocalan, ma l’esecutivo di Ankara a mesi di distanza non ha compiuto nessun passo, anzi.
Già nei giorni scorsi Sabri Ok, uno dei portavoce della comunità curda, aveva avvertito Erdogan che se entro il 15 ottobre non fosse partito l’iter di approvazione di una nuova legislazione più tollerante e garantista nei confronti dei 15 milioni di curdi della Turchia, la tregua sarebbe stata sospesa e la guerriglia sarebbe ripresa. Ma di fronte all’inerzia di Ankara – che sta ulteriormente militarizzando il Kurdistan turco viste anche le enormi difficoltà dei suoi alleati islamisti in Siria – l’ultimatum del Partito dei lavoratori è stato anticipato.
Lo stesso leader curdo incarcerato, Abdullah Ocalan, si sarebbe detto pronto ad abbandonare il processo di pace avviato con il governo, aveva rivelato pochi giorni fa sua sorella Fatma, che ha parlato ai giornalisti dopo una visita alla prigione di ‘Apo’ sull'isola di Imrali. Ocalan avrebbe detto alla sorella e allo zio Süleyman Arslan che "abbandonerà se il processo di pace prosegue così" e che "si farà da parte, come semplice spettatore". Di recente il governo per bocca del vicepremier Bulent Arinc ha respinto "legislazione giudiziaria alla mano" la richiesta di Ocalan di tenere una conferenza stampa per spiegare al popolo curdo e a quello turco il contenuto della proposta di pace del Pkk. Il leader curdo voleva sollecitare pubblicamente il governo ad avviare la fase due del processo di pace iniziato a marzo, ha spiegato in un comunicato il Partito per la Pace e la Democrazia (BDP), ma il governo non glielo ha consentito. Nei giorni scorsi gli avvocati di Ocalan avevano chiesto che il leader della causa curda possa avere un nuovo processo dopo le modifiche alla legislazione penale turca introdotte negli ultimi mesi dal parlamento di Ankara. Ma è assai improbabile che il regime turco accetti di smentire se stesso e tornare sulle proprie decisioni. Soprattutto ora che la strategia di destabilizzazione di Ankara in Siria si sta rivelando fallimentare: le truppe fedeli ad Assad stanno riprendendo terreno a scapito delle milizie sunnite e jihadiste sostenute dalla Turchia; e il Partito dell’Unità Democratica e le Unità di Autodifesa Popolare potrebbero dichiarare l’autonomia del nord della Siria, fornendo una importante sponda politica e logistica alla guerriglia curda del Pkk.
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Agosto 1980, un’estate macchiata di sangue
Il 2 Agosto del 1980 una bomba collocata all’interno della stazione ferroviaria di Bologna, in piena mattinata, provocò 85 morti e oltre 200 feriti.
L’estate italiana fu macchiata di sangue e di odore acre di morte.
Un’estate particolare - la prima del decennio della grande ristrutturazione capitalistica del sistema/Italia - dopo il lungo ciclo degli anni ’70 che aveva affermato nei posti di lavoro, nei territori e nell’intera società alcuni sacrosanti elementi politici e materiali in materia di salario, diritti e di emancipazione culturale delle classi subalterne.
Parto da un ricordo personale di quella giornata anche per dare il senso della dimensione politica e sociale dell’epoca ai tanti che oggi leggono di quella strage dai media o attingono notizie dalla rete.
Ero, assieme ad alcune centinaia di compagni, a Cerano (Brindisi).
Una spiaggia incontaminata dove si teneva un Campeggio Antinucleare che doveva servire a sensibilizzare la popolazione della zona in quanto quell’area era stata scelta dall’allora Piano Energetico Nazionale come un possibile sito dove istallare una centrale nucleare. In quel momento la forte lobby nuclearista del capitale italiano prevedeva la costruzione di ben sette centrali disseminate sulla penisola.
Eravamo prima dell’incidente di Chernobyl ed all’avvio di un movimento di lotta che, poi, negli anni successivi avrebbe invalidato questo scellerato disegno economico del capitalismo tricolore e delle sue propaggini nucleariste.
Ma veniamo ai ricordi di quella giornata. Alla notizia della strage, nel primo pomeriggio, non ci ponemmo tanti interrogativi e non ci tormentammo con dilemmi di non facile risposta.
Convenimmo, in una breve e tesa assemblea, che chiunque avesse provocato quella strage, che colpiva in forme indiscriminate e selvagge la vita e i corpi di chi transitava in una stazione, era un nostro nemico da smascherare ed avversare in tutte le forme possibili.
In noi era vivo il ricordo della stagione della strategia della tensione. Si palesavano ai nostri occhi le bombe sui treni e nelle piazze, il ruolo dei fascisti utilizzati da padroni, servizi segreti ed americani contro il montare delle proteste popolari e, soprattutto, sapevamo che era in corso una sorta di guerra, a bassa intensità, contro i movimenti di lotta, le organizzazioni della sinistra ossia – utilizzando uno schema classico ed un lessico ortodosso – uno scontro tra rivoluzione e controrivoluzione che percorreva l’Italia e l’Europa intera ancora divisa dagli accordi post/Yalta e dal Muro di Berlino.
Ci recammo, quindi, ad Ostuni, un paesotto più grande dove era in corso una festa dell’Unità e chiedemmo di intervenire per esprimere il nostro punto di vista verso una interpretazione della strage che, con modalità opacizzanti e mistificatorie, stava forzatamente omologando tutte le forze politiche e gli strumenti di informazione.
Come al solito i dirigenti dell’allora PCI non volevano farci parlare, adducendo una nostra presunta caratterizzazione estremistica, e fummo costretti a travolgerli per salire sul palco dove denunciammo con veemenza non solo i caratteri oggettivi della strage della mattina avvenuta a Bologna ma mettemmo in guardia da ciò che dopo, a partire dai giorni successivi, sarebbe puntualmente accaduto.
Si andava profilando e si realizzò una gestione di quegli avvenimenti tutta orientata alla diffusione di una cultura della paura, al rafforzamento autoritario delle istituzioni ed al varo di una legislazione blindata e liberticida che servirà, poi, ad accompagnare i poderosi processi di ristrutturazione che avrebbero cancellato la grande produzione fordista, distrutto ogni opposizione politica e sociale ed aperto la strada alla restaurazione neo/corporativa della società italiana.
Da quella strage che – comunque – segnò una sorta di prima e dopo di una fase della vita politica e sociale italiana iniziò a profilarsi la stagione della modernizzazione capitalistica del paese e l’avvio del lungo e complesso processo di deregolamentazione e svalorizzazione del lavoro.
Per anni attorno alla vicenda della strage di Bologna si sono addensate tesi e contro tesi, si sono confrontate inchieste e palesi tentativi di depistaggio, si sono sperimentate ipotesi accusatorie di ogni tipo ma la verità – quella vera – non è mai emersa nelle aule di un tribunale o nei faldoni delle inchieste.
Certo anche a ridosso della strage di Bologna emergono nomi ed ambienti politici e culturali afferenti alla destra, a settori dei servizi segreti e a circoli politici emanazione della NATO. Questo brodo di cultura è una costante che ritroveremo in ogni tassello della strategia della tensione italiana e in tutti i tentativi di sbarrare con il fuoco e le bombe il poderoso ciclo di lotte che, in quel frangente storico, attraversava la penisola.
Oggi a distanza di decenni, mentre l’incidere di questo scorcio della crisi capitalistica, mette in discussione la nostra vita, gli elementi essenziali della dignità ed attacca, persino, le stesse forme di vita naturali della specie umana ricordare la strage di Bologna, ricordare le vittime provocate e il dolore diffuso serve a sedimentare quell’ingranaggio collettivo che, ancora oggi, sospinge le tensioni materiali e le idealità di milioni di persone.
Le sentenze dei tribunali non ci hanno mai appassionato, le ricostruzioni poliziesche e le veline giornalistiche ancora meno.
Da questo punto di vista il lavoro svolto dall’Associazione Familiari delle Vittime della Strage è stato prezioso, perché svolto in forma controcorrente alla vulgata imperante, ed ha consentito di rintuzzare tutti i tentativi di insabbiamento e cancellazione delle responsabilità di chi ha provocato, coperto e, probabilmente, eseguito quella criminale strage.
A distanza di oltre 30 anni abbiamo voluto ricordare un tassello importante di un episodio che va, comunque, catalogato nella guerra di classe consumata in Italia.
Da tempo ogni volta che passo per la stazione di Bologna non mi sottraggo dal recarmi dove c’è la stele, il buco nel muro e l’elenco dei caduti e, continuando a commuovermi, ripeto, nella mia mente, che quello che urlammo quella sera del 2 Agosto ad Ostuni e quello che i tanti ancora gridarono, qualche giorno dopo ai funerali delle vittime, zittendo le parole ipocrite di esecrazione delle istituzioni presenti sul palco: Pagherete caro, pagherete tutto!
Una canzone di Claudio Lolli che ricorda quella strage: http://www.youtube.com/watch?v=z4WMp99WHgc
Fonte
02/08/2013
Cécile Kyenge nel paese delle banane volanti
Chi ricorda Hugo Enyinnaya? Attaccante nigeriano, segnò all'esordio in serie A contro l'Inter prima del gol dell'altro esordiente Antonio Cassano, per poi finire precocemente una carriera tormentata dagli infortuni nell'Anziolavinio e nello Zagarolo. Hugo ha anche un passaggio da professionista in Polonia dove, ha raccontato poi alla stampa italiana, al giocatore nero in campo toccava l'immancabile, spregioso rito del lancio di banane. Gli infortuni e il razzismo, oltre ad un paio di gol alle nostre latitudini, sono stati i leit motiv della carriera di Enyinnaya prima del definitivo rimpatrio in Nigeria da ex calciatore. Per Enyinnaya gli stadi sono stati il set dello spettacolo delle banane volanti, una sorta di rito di demarcazione della asserita inferiorità razziale della persona. Dove il simbolico disprezzo del cibo altrui serve a costruire lo spettacolo dell'inferiorità.
La banana, cibo comunemente consumato da uomo e scimmia, serve classicamente al compimento del rito, rafforzando la codificazione dell'inferiorità del soggetto preso di mira con il lancio. Gesto che definisce il soggetto preso di mira o come incapace di ricevere il cibo o come rinchiuso in un recinto. Per Cécile Kyenge, ministro della repubblica, è invece l'Italia ad essersi configurata come il paese delle banane volanti.
Non prima di essere stata pubblicamente classificata, grazie ad approssimative categorie tratte dal mondo degli ominidi, come un orango dal vice-presidente, ad oggi ancora in carica, del ramo senatoriale del parlamento.
L'Italia di Facebook, nell'attimo compulsivo ed inquieto che passa tra la mente e il click, nel frattempo l'aveva già definita qualcuno che dovrebbe provare uno stupro giurando sulla sua insensibilità, come donna di origine africana, su cosa possono provare le donne bianche di fronte alle aggressioni. C'è solo da commentare che se una donna, o un uomo, dai tratti caucasici dovessero provare direttamente il dolore di una donna africana per capirlo non basterebbero loro 500 anni tra Treblinka e il tuffo in un altoforno acceso. Ma, detto questo, il ruolo simbolico e politico di Cecile Kyenge all'interno del governo Letta è qualcosa di molto diverso dall'idea di ministro che fa il proprio dovere mentre è contestato da una minoranza di razzisti e di fascisti. La Kyenge infatti sta all'interno di un dispositivo piuttosto efficace di legittimazione del potere. Efficace e, visto il disastro del governo Letta-Berlusconi-Napolitano, tanto più importante nel momento in cui il consenso è un bene scarso.
Vediamo qualche elemento di lettura: in ogni dinamica di capro espiatorio il potere si legittima nel momento in cui mette all'indice qualcuno veramente abietto ed inviso alla stragrande maggioranza della popolazione. La fama è consolidata quando si censura qualcuno di realmente impopolare non i casi controversi. La disperata che su Facebook scrive "spero che qualcuno stupri la ministro" o il consueto Calderoli si prestano magicamente a questo ruolo: vengono condannati e simbolicamente sacrificati, vengono cioè ragionevolmente esclusi dall'ambito simbolico dei cittadini dotati di dignità, proprio perché realmente squallidi, abietti e persino pericolosi. Come sempre, non c'è bisogno di aver letto Girard, chi opera questo rito di espulsione simbolica dell'abietto, dal cerchio di chi gode di dignità sociale, ne guadagna in reputazione.
E così ecco che lo stesso liquame mediale responsabile della regressione, cognitiva e politica, della società italiana si trasforma in soggetto di produzione simbolica di giustizia. Media pettegoli, banali, disinformati, depistanti che improvvisamente ritrovano un ruolo sociale nella purificazione simbolica di chi è (realmente) abietto dall'ordine sociale.
E che dire di Cécile Kyenge? Il suo martirio, fatto di insulti di ogni genere, simbolicamente senza fine, almeno fino al termine del mandato, è rappresentato entro un modello comunicativo sperimentato. Quello derivato, a sua volta, dal modello cristiano-antico del martirio che fa di colui o colei che lo subisce, o che lo cerca volontariamente, il “testimone” della fede. In questo caso la "fede" testimoniata è quella della maggioranza di governo e, in subordine, del parlamento. Avviene quindi che chiunque testimoni solidarietà con chi è costretto a intraprendere il sentiero del martirio trovi, a sua volta, simbolica rigenerazione. Non manca nessuno in questo processo: l'ex ministro Carfagna, Claudio Cicchitto, l'ex difensore della costituzione Franceschini, qualche parlamentare PD che ha sospeso i lavori del parlamento al momento della protesta contro la calendarizzazione della sentenza su Berlusconi.
Dal punto di vista antropologico gli insulti alla ministro Kyenge finiscono per produrre un processo di legittimazione del potere, l'odiata "casta", proprio perché scatenano la solidarietà generalizzata di fronte a gesti tanto aberranti. Questo avviene perché la politica non è l'etica: non distribuisce tanto torti e ragioni ma consolida poteri e rafforza gerarchie nell'ambito di riti consolidati. Questa funzione, di rilegittimazione simbolica grazie ad un complesso dispositivo comunicativo e mediale, del ministro Kyenge sembra poi l'unica a sua disposizione. Il suo ministero, ammesso e non concesso che l'"integrazione" non sia ancora un occhio coloniale sulle sulle migrazioni, non ha fondi, indirizzo politico, non fa intravedere un'idea di futuro del rapporto tra Italia e nazionalità migrate in questo paese. Anzi la Kyenge, sponsorizzata da Livia Turco (della destra hardline del Pd, cofirmataria della famigerata Turco-Napolitano, prima legge che deteneva e deportava i migranti che non avevano commesso reati), al massimo si è mostrata disponibile a limare la legislazione detentiva per i migranti (quelli che non hanno commesso alcun reato, ndr) nel CIE. Senza politica che possa incidere nelle migrazioni in Italia, senza fondi, in liberistica austerità ed in ossequio ai propri sponsor politici, cosa resta alla Kyenge? Quest'unica funzione di rappresentazione simbolica del martirio di fronte alla barbarie culturale di una parte di questo paese.
In un dibattito a BBC World, dopo la nascita del Royal Baby, si è discusso di quale fosse la funzione di una simile rappresentazione simbolica della nascita. In mezzo ad un redattore di Vanity Fair è anche emerso che, dopo la crisi della funzione simbolica del servizio sanitario nazionale (lo NHS), in Gran Bretagna non resta, come elemento di unificazione identitaria, che la rielaborazione di questi riti già esportati, nel loro contenuto spettacolare, ai tempi della prima globalizzazione in epoca vittoriana. E in Italia cosa resta dal punto di vista identitario e non, dopo la disintegrazione reale di ogni diritto concreto? Niente altro che lo spettacolo della solidarietà simbolica, spettacolo sempre più simile ad un gioco di società, dopo un'offesa reale.
La Kyenge non è quindi la Rosa Parks italiana, la donna che rifiutò di cedere il posto in autobus ai bianchi, e non solo perché ha la scorta e l'autista. E piuttosto una Condoleeza Rice dall'aspetto mite: non si dimetterà né contro Berlusconi o gli F-35 né ha detto una parola sui metodi duri della polizia in Valsusa. E' un ministro dell'integrazione a difesa del quale il Viminale non promette politiche sociali ma "tolleranza zero" Kyenge è quindi una parodia di ministro, senza strumenti concreti ed autonomia reale, quanto i suoi contestatori sono una parodia di esseri umani. Nel paese delle banane volanti tutto questo scorre come una frase di Lewis Carroll: semplice, veloce, fluida e complicatamente paradossale.
per Senza Soste, Terry McDermott
29 luglio 2013
Fonte
La banana, cibo comunemente consumato da uomo e scimmia, serve classicamente al compimento del rito, rafforzando la codificazione dell'inferiorità del soggetto preso di mira con il lancio. Gesto che definisce il soggetto preso di mira o come incapace di ricevere il cibo o come rinchiuso in un recinto. Per Cécile Kyenge, ministro della repubblica, è invece l'Italia ad essersi configurata come il paese delle banane volanti.
Non prima di essere stata pubblicamente classificata, grazie ad approssimative categorie tratte dal mondo degli ominidi, come un orango dal vice-presidente, ad oggi ancora in carica, del ramo senatoriale del parlamento.
L'Italia di Facebook, nell'attimo compulsivo ed inquieto che passa tra la mente e il click, nel frattempo l'aveva già definita qualcuno che dovrebbe provare uno stupro giurando sulla sua insensibilità, come donna di origine africana, su cosa possono provare le donne bianche di fronte alle aggressioni. C'è solo da commentare che se una donna, o un uomo, dai tratti caucasici dovessero provare direttamente il dolore di una donna africana per capirlo non basterebbero loro 500 anni tra Treblinka e il tuffo in un altoforno acceso. Ma, detto questo, il ruolo simbolico e politico di Cecile Kyenge all'interno del governo Letta è qualcosa di molto diverso dall'idea di ministro che fa il proprio dovere mentre è contestato da una minoranza di razzisti e di fascisti. La Kyenge infatti sta all'interno di un dispositivo piuttosto efficace di legittimazione del potere. Efficace e, visto il disastro del governo Letta-Berlusconi-Napolitano, tanto più importante nel momento in cui il consenso è un bene scarso.
Vediamo qualche elemento di lettura: in ogni dinamica di capro espiatorio il potere si legittima nel momento in cui mette all'indice qualcuno veramente abietto ed inviso alla stragrande maggioranza della popolazione. La fama è consolidata quando si censura qualcuno di realmente impopolare non i casi controversi. La disperata che su Facebook scrive "spero che qualcuno stupri la ministro" o il consueto Calderoli si prestano magicamente a questo ruolo: vengono condannati e simbolicamente sacrificati, vengono cioè ragionevolmente esclusi dall'ambito simbolico dei cittadini dotati di dignità, proprio perché realmente squallidi, abietti e persino pericolosi. Come sempre, non c'è bisogno di aver letto Girard, chi opera questo rito di espulsione simbolica dell'abietto, dal cerchio di chi gode di dignità sociale, ne guadagna in reputazione.
E così ecco che lo stesso liquame mediale responsabile della regressione, cognitiva e politica, della società italiana si trasforma in soggetto di produzione simbolica di giustizia. Media pettegoli, banali, disinformati, depistanti che improvvisamente ritrovano un ruolo sociale nella purificazione simbolica di chi è (realmente) abietto dall'ordine sociale.
E che dire di Cécile Kyenge? Il suo martirio, fatto di insulti di ogni genere, simbolicamente senza fine, almeno fino al termine del mandato, è rappresentato entro un modello comunicativo sperimentato. Quello derivato, a sua volta, dal modello cristiano-antico del martirio che fa di colui o colei che lo subisce, o che lo cerca volontariamente, il “testimone” della fede. In questo caso la "fede" testimoniata è quella della maggioranza di governo e, in subordine, del parlamento. Avviene quindi che chiunque testimoni solidarietà con chi è costretto a intraprendere il sentiero del martirio trovi, a sua volta, simbolica rigenerazione. Non manca nessuno in questo processo: l'ex ministro Carfagna, Claudio Cicchitto, l'ex difensore della costituzione Franceschini, qualche parlamentare PD che ha sospeso i lavori del parlamento al momento della protesta contro la calendarizzazione della sentenza su Berlusconi.
Dal punto di vista antropologico gli insulti alla ministro Kyenge finiscono per produrre un processo di legittimazione del potere, l'odiata "casta", proprio perché scatenano la solidarietà generalizzata di fronte a gesti tanto aberranti. Questo avviene perché la politica non è l'etica: non distribuisce tanto torti e ragioni ma consolida poteri e rafforza gerarchie nell'ambito di riti consolidati. Questa funzione, di rilegittimazione simbolica grazie ad un complesso dispositivo comunicativo e mediale, del ministro Kyenge sembra poi l'unica a sua disposizione. Il suo ministero, ammesso e non concesso che l'"integrazione" non sia ancora un occhio coloniale sulle sulle migrazioni, non ha fondi, indirizzo politico, non fa intravedere un'idea di futuro del rapporto tra Italia e nazionalità migrate in questo paese. Anzi la Kyenge, sponsorizzata da Livia Turco (della destra hardline del Pd, cofirmataria della famigerata Turco-Napolitano, prima legge che deteneva e deportava i migranti che non avevano commesso reati), al massimo si è mostrata disponibile a limare la legislazione detentiva per i migranti (quelli che non hanno commesso alcun reato, ndr) nel CIE. Senza politica che possa incidere nelle migrazioni in Italia, senza fondi, in liberistica austerità ed in ossequio ai propri sponsor politici, cosa resta alla Kyenge? Quest'unica funzione di rappresentazione simbolica del martirio di fronte alla barbarie culturale di una parte di questo paese.
In un dibattito a BBC World, dopo la nascita del Royal Baby, si è discusso di quale fosse la funzione di una simile rappresentazione simbolica della nascita. In mezzo ad un redattore di Vanity Fair è anche emerso che, dopo la crisi della funzione simbolica del servizio sanitario nazionale (lo NHS), in Gran Bretagna non resta, come elemento di unificazione identitaria, che la rielaborazione di questi riti già esportati, nel loro contenuto spettacolare, ai tempi della prima globalizzazione in epoca vittoriana. E in Italia cosa resta dal punto di vista identitario e non, dopo la disintegrazione reale di ogni diritto concreto? Niente altro che lo spettacolo della solidarietà simbolica, spettacolo sempre più simile ad un gioco di società, dopo un'offesa reale.
La Kyenge non è quindi la Rosa Parks italiana, la donna che rifiutò di cedere il posto in autobus ai bianchi, e non solo perché ha la scorta e l'autista. E piuttosto una Condoleeza Rice dall'aspetto mite: non si dimetterà né contro Berlusconi o gli F-35 né ha detto una parola sui metodi duri della polizia in Valsusa. E' un ministro dell'integrazione a difesa del quale il Viminale non promette politiche sociali ma "tolleranza zero" Kyenge è quindi una parodia di ministro, senza strumenti concreti ed autonomia reale, quanto i suoi contestatori sono una parodia di esseri umani. Nel paese delle banane volanti tutto questo scorre come una frase di Lewis Carroll: semplice, veloce, fluida e complicatamente paradossale.
per Senza Soste, Terry McDermott
29 luglio 2013
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