Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/12/2013

2014. I nuovi limiti per le pensioni

Con l'inizio del nuovo anno scattano gli aumenti dell'età pensionabile previsti dalla criminale riforma Fornero-Monti. E' da sottolineare come il meccanismo preposto al prolungamento costante dell'età del ritiro dal lavoro (tot mesi ogni anno in virtù del supposto aumento delle "aspettative di vita") sia già ora in aperto contrasto con la realtà dell'esistenza in Italia: le aspettative di vita si vanno infatti riducendo.

Non è difficile individuarne le cause: aumento dell'età pensionabile significa logorio fisico prolungato; aumento dell'intensità del lavoro (in conseguenza della riduzione dei diritti e quindi anche dei riposi, festività, periodi di malattia, ecc); tagli alla sanità pubblica e quindi diminuzione delle terapie gratuite; aumento della precarietà; ecc.

Non è una nostra affermazione arbitraria. Riportiamo, per dimostrarlo, brani di un articolo del "Corriere della Sera", massimo quotidiano ufficiale della borghesia italiana da oltre un secolo, pubblicato nell'agosto di quest'anno (quando sotto l'ombrellone si preferisce saltare la lettura di certe notizie).

Ogni settimana muoiono seicento persone in più del previsto, e va avanti così ormai da diversi mesi. Accade in Inghilterra, ma anche in vari altri Paesi europei. Tutto è iniziato nel 2012 e sembra essere continuato, con lo stesso numero di morti in più, settimana dopo settimana, nella prima metà del 2013. Nessuno sa il perché di questo incremento, che colpisce oltre i 65 anni, ma in particolare la fascia di persone al di sopra degli 85 anni. Ne parla un articolo sull’ultimo numero del British Medical Journal, intitolato "The curious case of 600 extra deaths a week", scritto da Nigel Hawkes, giornalista londinese free lance, incaricato direttamente dal BMJ.

Nemmeno gli ultraliberisti inglesi possono chiudere gli occhi sulle cause:

L’aumento di mortalità è tale da colpire. I dati provenienti dall'Office for National Statistics mostra che la mortalità è aumentata del 5 per cento nel 2012 per uomini e donne sopra gli 85 anni, mentre nelle prime 27 settimane del 2013 c’è stato un incremento complessivo del 5,6 per cento. «È un dato enorme - scrive l’autore dell’articolo -. Se fosse successo durante un’epidemia influenzale, queste decine di migliaia di morti sarebbero state attribuite all’influenza e le polemiche fioccherebbero. Ma non c’è epidemia, nessuna causa evidente, e neppure lamentele pubbliche. È tutto molto strano». Naturalmente un primo pensiero va all’effetto dell'Health and Social care Act, che ha modificato sensibilmente il funzionamento del sistema sanitario nazionale inglese, riducendone probabilmente l’efficacia dei servizi. E più in generale il pensiero va ai tagli di budget e alle riduzioni di personale sanitario, che con la crisi si sono diffusi in tutta Europa. Ma l’aumento delle morti è presente anche in Scozia, dove l'Health and Social care Act non è attivo.

Altrettanto, anche se in percentuali minori, sta accadendo in tutti i paesi che hanno tagliato i budget della sanità e aumentato l'età pensionabile. Ma vediamo ora cosa accade ai lavoratori italiani da giovedì prossimo. L'augurio dei padroni - messo in pratica dal loro governo con le "riforme strutturali" - è che tutti noi si lavori fino all'ultimo giorno di vita; e poi si trapassi nei cimiteri invece che nei ruoli dell'Inps...

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Da gennaio le lavoratrici dipendenti del settore privato potranno andare in pensione di vecchiaia solo dopo aver compiuto i 63 anni e 9 mesi, 18 mesi in più rispetto ai requisiti previsti per il 2013 (62 anni e tre mesi). Dal 2014 scattano infatti i nuovi requisiti per il pensionamento di vecchiaia delle donne previsti dalla riforma Fornero che porteranno gradualmente alla parificazione delle eta' di vecchiaia all'inizio del 2018 (66 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'adeguamento alla speranza di vita).

Ecco in sintesi i requisiti per l'uscita da lavoro nel 2014, in presenza comunque di almeno 20 anni di contributi (se si hanno contributi accreditati prima del 1996. Se si e' cominciato a versare dopo il 1996 e' richiesto anche un importo di pensione di almeno 1,5 volte la soglia minima):

DONNE DIPENDENTI SETTORE PRIVATO: potranno andare in pensione di vecchiaia le donne con almeno 63 anni e 9 mesi di età. Dal 2016 (fino al 31 dicembre 2017) scatterà un ulteriore scalino e saranno necessari 65 anni e tre mesi ai quali aggiungere l'aumento legato alla speranza di vita. Potranno quindi andare in pensione ancora quest'anno con 62 anni e 3 mesi le lavoratrici nate prima del 30 settembre 1951 mentre se si è nate a ottobre dello stesso anno l'uscita dal lavoro sarà rimandata almeno fino a luglio del 2015.

DONNE AUTONOME E GESTIONE SEPARATA: nel 2014 le lavoratrici autonome potranno andare in pensione con almeno 64 anni e 9 mesi, con un anno in più rispetto a quanto previsto per il 2013. Per il 2016 e il 2017 saranno necessari almeno 65 anni e 9 mesi, requisito al quale andrà aggiunta la speranza di vita.

UOMINI SETTORE PRIVATO: nel 2014 vanno in pensione con gli stessi requisiti del 2013 (66 anni e tre mesi). I requisiti cambiano nel 2016 con l'adeguamento alla speranza di vita.

SETTORE PUBBLICO, UOMINI E DONNE: restano i requisiti previsti per il 2013. Si va in pensione ancora nel 2014 e fino al 2015 con 66 anni e tre mesi di età. Il requisito andrà adattato alla speranza di vita nel 2016.

PENSIONE ANTICIPATA: nel 2014 gli uomini potranno andare in pensione in anticipo rispetto all'età di vecchiaia se hanno almeno 42 anni e 6 mesi di contributi versati, un mese in più di quanto previsto nel 2013. Per le donne saranno necessari almeno 41 anni e 6 mesi di contributi (un mese in più di quanto previsto nel 2013). Anche i requisiti per la pensione anticipata andranno adeguati dal 2016 all'aumento della speranza di vita.

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“Boom della differenziata”. Venezia chiude inceneritore

Legambiente cauta: “Differenziata aumentata in modo vertiginoso, ma ancora in fase sperimentale”


In diverse città fanno discutere quelli attivi o che potrebbero nascere. A Venezia un inceneritore ce l’hanno, ma hanno scelto di chiuderlo. Possibile – dice il Comune – grazie all’aumento della differenziata. Legambiente parla di «intervento senza eguali», di una promessa politica mantenuta ma con effetti da verificare. Se la cosa funziona, può essere la prova che questa strada è percorribile anche altrove.

Cambio di rotta
«L’impianto di Fusina (località del Comune di Venezia, ndr) è entrato in funzione nel 1998 - racconta l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin - . Negli anni è stato potenziato e reso più efficiente». Dal 2010 il sindaco è Giorgio Orsoni, Pd. «Abbiamo deciso subito di chiudere l’inceneritore – continua Bettin – . Siamo stati la prima amministrazione della città a muoversi in questa direzione». Per raggiungere l’obiettivo, dice, è stato necessario ridurre al minimo i rifiuti portati in discarica. «Era l’unico modo per non doverli far bruciare altrove».

Bettin spiega che la raccolta porta a porta è stata raddoppiata, passando da tre a sei passaggi settimanali. Poi sono stati introdotti cassonetti con una chiave personalizzata per ogni cittadino e un’apertura molto stretta, che costringe a separare la spazzatura più accuratamente. Risultati? «Nella prima municipalità in cui li abbiamo piazzati la differenziata ha superato il 78% nel giro di un anno. Nella seconda siamo sopra il 70 per cento. Nella terza oltre il 60. L’ultima in ordine di tempo è la più grande, Mestre centro, per cui finora abbiamo solo dati parziali». La terraferma veneziana, che ha più di 200mila abitanti, sarebbe stabilmente tra il 60 e il 70 per cento. «Un anno fa era poco sopra il 50. Il successo ci ha permesso addirittura di anticipare la chiusura di Fusina».

La previsione è che l’impianto si spenga del tutto entro fine gennaio. Le decine di persone che ci lavorano dovrebbero restare dipendenti dell’azienda pubblica che lo gestiva. Secondo il Comune le emissioni di anidride carbonica scenderanno di circa 60mila tonnellate all’anno. «Questa scelta – riprende l’assessore – ha comportato un investimento, ma contiamo di recuperare, perché in prospettiva la differenziata fa risparmiare. E poi su questo tema il calcolo economico non può essere decisivo». Bettin pensa che una decisione simile potrebbe esser presa ovunque, ma riconosce le difficoltà: «Negli ultimi 20 anni le politiche nazionali sono state fortemente orientate alla costruzione dei ‘termovalorizzatori’, come vengono pudicamente chiamati».

Dubbi e speranze
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, ammette che l’amministrazione ha mantenuto una promessa, ma è cauto sui prossimi mesi. «Secondo noi il Comune ha fatto un passo un po’ lungo, anche se rispettabile. La differenziata è aumentata in modo vertiginoso, però siamo ancora in fase sperimentale. Mestre è diversa dai piccoli centri, e per ora non abbiamo dati certi». Di cosa avete paura? «Se resta una quota di rifiuti da bruciare, può finire in altri inceneritori. Serve un livello di differenziata che tenda almeno al 70%: ancora non abbiamo percentuali consolidate di questo tipo».

Lazzaro si augura che l’esempio veneziano sia replicabile. «Se vogliamo che lo sia in tutta Italia dobbiamo pensare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, a riciclarli ma anche a ridurli. Bisogna produrne meno e differenziarli meglio. Su questo la politica latita a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale». Perché altri Comuni non dicono no agli inceneritori? «Usare la spazzatura per produrre energia rende. Finché Roma manterrà gli incentivi per chi lo fa, sarà difficile che le amministrazioni scelgano strade diverse». E continueremo a raccontare solo casi isolati.

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Welcome to the machine


Il testo di questa canzone lo conoscono anche i sassi, sì tratta di una tagliente critica al mercato discografico accusato (già ai tempi!!!) di mandare a puttane la passione dell'artista per rincorrere il guadagno da parte dell'etichetta.

Archiviato il fatto che anche a livello di liriche i Pink Floyd erano avanti anni luce, affrontando in questo caso un tema che ha impiegato altri 15 anni per essere "accettato" dal pubblico (che non ha comunque mai fatto una piega), il grosso in sto pezzo sta nella musica, perché il brano quasi completamente strutturato intorno ai suoni prodotti col VCS3 presenta tutte le caratteristiche dell'industrial che inizierà ad essere esplorato con cognizione di causa dai Killing Joke a partire dal 1980.

Quello che personalmente mi piace di questo pezzo è il fatto che la musica non è avanti "soltanto" a livello artistico. 
Le distorsioni cupe ed introspettive messe insieme dai Floyd anticipano, infatti, quel senso di futuro distopico che, anche in questo caso, troverà sfogo solo a distanza di un lustro abbondante dalla pubblicazione di Wish You Were Here (vedi Blade Runner) e, combinazione, a livello temporale si colloca con l'inizio del declino della classe operaia occidentale, erosa prima dalla crisi petrolifera del '73 e poi dalla seconda grande ondata di automatizzazione della produzione, resa possibile dagli abnormi sviluppi vissuti all'epoca dall'elettronica e dai primi vagiti dell'informatica (è del '75 l'introduzione del primo proto microprocessore sul mercato, anche se militare, mentre l'Apple I è del '76).

Erdoğan, il fantasma di Atatürk


Credersi padre della patria, come e più di Atatürk, seppure della Turchia del terzo millennio inizia a far davvero male a Recep Tayyip Erdoğan. La crisi oltre a coinvolgere tanti suoi ministri, in ritardo defenestrati, non può non trasferirsi sull’ambizioso premier che sognava (e tuttora sogna) di diventare Capo di Stato d’una Repubblica da orientare al presidenzialismo. Modifica costituzionale non ancora attuata, e lungamente vagheggiata proprio da lui, anche per ottenere un personale proseguimento di potere. Il rapporto col potere sta diventando il male oscuro, che più di quelli fisici comparsi e combattuti due anni or sono, inizia a logorare la vanagloria dell’ex sindaco di Istanbul. Proprio la sua città gli riserva da mesi colpi che trascinano una popolarità, indiscussa sino a tutto il 2011, verso la caduta libera. Più di un analista sottolinea l’inanellare di errori con cui sta sbagliando tutto sul fronte interno ed estero. L’attacco forsennato al dissenso politico, mediatico e da ultimo, ma sicuramente il più ingombrate, sociale iniziato con la vicenda del Gezi Park l’ha gettato in una spirale di contestazione-repressione dalla quale nonostante gas, pallottole, galera e uccisioni a uscirne malconcia è solamente la sua leadership.

Forza e insidie del blocco sociale - Visti gli intrighi di molti ministri del proprio governo e i famelici interessi di speculatori edili (comunque non diversi dai nostri Caltagirone e Ligresti) lui non s’è sentito di lasciar cadere il duello scoppiato con la gioventù del parchetto adiacente a Taksim e assimilato da tanti cittadini della cosmopolita metropoli sul Bosforo. Un conflitto che ha poi coinvolto l’altra sponda, non attenuato neppure dalle strabilianti modernizzazioni della città dei sultani descritta da Pamuk, ora unita dall’avveniristico Marmaray subacqueo. Certo c’è un gran pezzo di Turchia, ben oltre Istanbul, che non vuol perdere questo treno e l’altro di un’economia che ha viaggiato spedita, anzi sfrenata per tutti gli anni Novanta e soprattutto nel nuovo secolo. La Turchia delle tigri anatoliche che col decisionista interprete dell’Islam moderato ha creato un blocco sociale saldamente interclassista, capace d’unire businessmen e padroncini alle maestranze locali e d’importazione. Ma oltre alla spinta attenuata, e per un tratto bloccata dalla crisi mondiale, molto stanno facendo errori e megalomanie di Erdoğan stesso. Proseguiamo sulle vicende interne. Nel partito interclassista da maggioranza quasi assoluta (49,83% alle politiche del 2011) è salita una moltitudine, compresi vari carrieristi senza scrupoli.

Infamia acquisita e quella cercata - Sono costoro coi casi di corruzione personale e familiare (le vicende dei figli di tre ministri incriminati sono la punta dell’iceberg) a mettere in ampia difficoltà l’immagine di buon governo venduta per anni dal premier. Che s’era già problematizzato con altre questioni come la citata insofferenza alle critiche tanto da incrinare i rapporti con l’altra figura spendibile dal partito nella leadership nazionale: il presidente uscente Gül. Quest’ultimo  attualmente non si pronuncia sull’ampio rimpasto governativo, chi dice perché s’attiene al ruolo (la Repubblica non è ancora presidenziale), chi ne sottolinea i tratti opportunistici che lo portano a non esporsi soprattutto in un momento di marasma, chi perché lo ritiene vicino al movimento di Fetullah Gülen con cui Erdoğan s’è scontrato sulla faccenda del finanziamento alle scuole private di cui l’Hizmet è ampiamente depositario. Gravi pecche dell’azione erdoğaniana sono l’umiliazione degli avversari e le persecuzioni politiche degli oppositori; i tentativi, a volte praticati in altre ricercati, di censura dei media; l’insofferenza del ruolo della magistratura. Quest’approccio potrà pesargli non poco all’interno dello stesso partito, perché contravviene a quanto sostenuto fino a non molto tempo fa.

Diversità di pesi e misure - Tutti fanno notare che l’attacco alle gerarchie militari da lui voluto e passato attraverso i tribunali ha visto alla fine generali e ammiragli adattarsi ai voleri della Corte. Perciò Erdoğan resterebbe nudo di fronte al Paese se volesse contrastare l’azione della giustizia nei confronti dei membri del suo governo e del suo partito. Per salvare quest’ultimo, e l’Islam moderato oltreché liberista sostenuto da Gülen medesimo, si potrebbe verificare un abbandono alla sua sorte del premier, ma è solamente un’ipotesi attualmente senza segnali visibili. Ovviamente il quadro mediorientale non gioca a favore né di Erdoğan né del progetto politico accarezzato e incarnato. Dal deflagrare delle Primavere arabe le costruzioni diplomatiche dello stratega degli esteri Davutoğlu sono in declino perché, differentemente da quanto a lungo teorizzato, coi vicini, prossimi e lontani, i problemi sono diventati giganteschi. L’evoluzione militare della crisi siriana e a seguire quella egiziana hanno spiazzato totalmente le uscite del Capo del governo, che verso Damasco s’è fatto Europa più di qualsiasi nazione europea nel sostenere ribelli, ma anche mercenari se non proprio jihadisti anti Asad, mentre in Egitto ha abbracciato la causa di una Fratellanza fatta oggetto dello scempio dei generali golpisti.

Sfrenato egocentrismo - Stare a galla in politica estera nei momenti di subbuglio è peggio ch’esser naufraghi in mari tempestosi, ciò nonostante  Erdoğan è riuscito nell’impresa di tuffarsi, e non solo finire, nei marosi. Per smania di protagonismo da anni accetta ogni sfida e va a cercarne di nuove. Frutto d’una personalità - così sostiene chi ne scandaglia anche la psiche - che compie la madornale svista di concentrarsi principalmente sul proprio io, sottostimando chi ha di fronte, amici e avversari. L’eccesso di sovraesposizione si sta rivelando un limite per sé e un danno per la nazione, oggi molto isolata nell’area regionale in cui voleva stabilire un predominio dopo i reiterati dinieghi europei ad aprirle le porte dell’Unione. Per questo la soluzione più indolore per il movimento dell’Islam moderato sarebbe neutralizzare dall’interno l’artefice finora in primo piano. Passo nient’affatto scontato sia per il clan di sostegno di cui gode il premier, sia per una diretta ammissione di responsabilità. Però nel partito c’è chi fa notare che già nelle amministrative di marzo ogni membro dell’Akp impegnato nella campagna elettorale potrebbe essere additato alla maniera del “dagli al ladro” gridata a Istiklal e dintorni. Sporca faccenda per tutti, dunque. Le prossime settimane ci diranno altro.

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Svolta generazionale


Un pirla giovane è tutt'altra cosa da un pirla vecchio (secondo alcune mie amiche un po' disinvolte). Ma una carogna giovane in cosa potrebbe esser meglio di uno vecchio?

Stavo pensando a una possibile qualità migliorativa, quando ho sentito Letta parlare di "svolta generazionale". Sono rimasta fulminata: non c'è. Sono vent'anni che ci assillano col "nuovo" contro il vecchio, col "change", il "ricambio", il "merito" e l'"innovazione".

Lasciamo perdere quel che abbiamo perso, noi qui sotto, nel frattempo; e badiamo alle forme. Dopo tutto quel bel discorrere ci ritroviamo a interrogarci pensosi su quanto possa essere "di sinistra" un figlio di De Mita acculturato da Mike Bongiorno.

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Roma, bambini-facchini ai mercati generali

Una denuncia forte e un silenzio di tomba. Lo sfruttamento del lavoro minorile, se fatto da "imprenditori italiani", è forse meno grave di quello fattto da altri?

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Decine di minorenni delle case-famiglia caricano la frutta destinata ai romani per 150 euro al mese. E tutti fingono di non vedere. (da Popoff Globalist)

Fuggono da un paese, magari per non essere bambini-soldato e diventano facchini-bambini alle porte della Capitale. Un'operazione di polizia giudiziaria, su disposizione della procura della Repubblica di Tivoli ha rivelato pochi giorni prima di Natale una realtà terrificante di sfruttamento del lavoro minorile nei mercati generali di Roma. Bambini-facchini, decine e decine, più di un centinaio, per lo più ospiti delle strutture d'accoglienza del Comune, che ogni giorno si recano al Car di Guidonia, il mercato ortofrutticolo e, dopo aver scavalcato le recinzioni lavorano per 100-150 euro al mese scaricando e caricando merci sui camion. La polizia ha trovato documentazione falsificata per truccare l'età di alcuni bambini e aggirare le norme di tutela del lavoro minorile italiane.

L'indagine è cominciata un anno e mezzo fa ma, secondo un'interrogazione appena depositata da 23 parlamentari grillini, ai ministri del lavoro, delle politiche agricole e dell'interno non risulterebbe alcuna denuncia da parte di Massimo Pallottini, che dirige la struttura alle porte orientali della Capitale. Le domande dei parlamentari sono inquietanti: perché non siano state adottate misure rigide di inibizione dello sfruttamento minorile, noto da almeno un anno e mezzo, in materia di facchinaggio del mercato ortofrutticolo di Guidonia?

E, ancora, perché il prefetto di Roma Pecoraro non abbia adottato misure urgenti incisive sul C.A.R. sulla base dell'esposto scritto dal direttore Pallottini? Se l'ispettorato del lavoro nell'ultimo anno e mezzo abbia rilevato o meno la piaga del lavoro minorile nel CAR di Guidonia e comunque abbia rilevato anomalie in altre situazioni lavorative di facchinaggio del CAR che appare perfuso da un alto livello di illegalità?

Infine: se non si consideri opportuno l'invio urgente degli ispettori del lavoro a Guidonia con continuità e frequenza incessante per eliminare la vergogna del lavoro minorile nel facchinaggio delle derrate agroalimentari destinate alla spesa quotidiana soprattutto dei cittadini romani, che non vogliono essere complici indiretti del consumo di prodotti nella cui fase di lavorazione c'è un importante macchia di illegalità.

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Laggente


Laggente è come quella canzone dei Sex Pistols: non sa cosa vuole, ma sa come averlo. Laggente vuole qualcuno che le dia ragione. Come la Thatcher che «siamo qui per combattere insieme», quindi io vi distruggo e voi mi ringraziate. Come Reagan che «distruggeremo l'Unione Sovietica» e fa niente che, a distanza di un paio di decenni, gli storici siano ormai concordi nel definire la fine del blocco socialista come «la più grande catastrofe geopolitica del '900». Laggente chiede, qualcuno esaudisce. Laggente non ha letto i vecchi Urania, e non sa che bisogna stare attenti a ciò che si desidera, perché si rischia di essere accontentati.

Laggente crede che i negri gli scopino la donna e gli portino via il lavoro. Laggente fa finta di non ricordare che, la notte, prende a calci la fidanzata, e poi nega fortemente. Anche a se stessa, soprattutto a se stessa. Laggente non vuole saperne, di andare a raccogliere i pomodori sotto al sole, per pochi spiccioli. Laggente vorrebbe affondare i gommoni al largo di Lampedusa. Laggente quando va all'estero si lamenta perché «all'aeroporto di Londra sono stati così stronzi».

Laggente non paga le tasse ma si lamenta perché le tasse sono troppo alte. Laggente, a dirla un po' vetero, odia l'avanguardia, preferisce la ninnananna di chi giura che distruggerà il mondo, piuttosto che toccare certi privilegi acquisiti. Laggente vuole la rivoluzione, ma si accontenta del nuovo, che domani sarà già vecchio.

Laggente vota o non vota, ma ci rimane sempre di stucco, quando scopre che il potere, in realtà, è solo una versione amplificata del loro più cinico disinteresse. Laggente non vuole che Grillo si allei con il Pd, ma poi non si accorge delle circostanze oggettive, tipo che Berlusconi è tornato al governo, l'ha messo incinta delle larghe intese e poi se n'è andato.

Laggente odia i politici, ma poi si toglie il cappello quando incontra l'onorevole in piazza. Laggente odia le banche, ma poi fa un conto in banca al figlio quando va in prima elementare. Laggente odia l'Europa, ma poi incassa volentieri i soldi di tutti i contributi. Anzi, si incazza se sono pochi, i soldi per il loro corso di cucina ospitato dai locali della Provincia.

Laggente si intende di medicina perché ha visto il Dottor House. Laggente è un grande investigatore perché non si perde una puntata di Squadra Antimafia. Laggente adesso si intende anche di narcotraffico, perché Breaking Bad è una figata. Laggente manco lo voleva, il digitale terrestre.

Laggente vuole che i due marò tornino dall'India, dove sono detenuti in una depandance dell'ambasciata italiana, ma se ne frega del fatto che le carceri italiane siano ormai divenute dei lager, «disumani e degradanti». Laggente vuole che la polizia picchi forte i manifestanti, ma poi la domenica va allo stadio e fa i cori che «la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere, mestiere di merda ca-ra-bi-niere!». Laggente applaude la celere in piazza, e la celere si toglie il casco, perché se qualcuno si fosse preoccupato veramente, la celere avrebbe tirato fuori il manganello e avrebbe lasciato il casco in testa. Laggente «è né di destra né di sinistra», quindi tendenzialmente reazionaria. Laggente prende la discussione al bar prima dell'aperitivo e la considera «il polso del Paese». Laggente ama il populismo, ma poi ti accusa di populismo quando glielo rigiri contro.

La colpa è della scuola. Degli insegnanti di lettere che da troppo tempo spacciano gli eroi di una generazione per poeti. Degli insegnanti di storia che «bisogna studiare quello che è successo dopo la seconda guerra mondiale», quindi fare del gossip giudiziario sugli anni '70, e dimenticare quello che è successo nei secoli precedenti. Degli insegnanti di filosofia che «di Hegel tanto non ci ha capito mai un cazzo nessuno» e comunque non serve più nemmeno per provarci con le tipe. Degli insegnanti di scienze, che «democraticamente» illustrano il metodo Stamina come una possibilità e non come una mostruosa truffa. Degli insegnanti di latino e matematica, che dovrebbero far capire come analizzare e dare una logica ai discorsi, ma che si perdono in formulette e declinazioni.

La colpa è dei giornali, che hanno passato gli ultimi decenni a dar notizia di ogni sbadiglio di ogni potente di turno e adesso non vendono più niente. Adesso laggente si informa su siti che si chiamano sapevatelo.it o su pagine tipo «Quello che i potenti non vi farebbero mai leggere» ospitate su un social network che, ormai, ha più potere del parlamento europeo (ma non ci vuole poi molto...).

La colpa è di una classe politica che ha lasciato fare, troppo impegnata a portare via tutto quello che si poteva portare via. Per poi scoprire un giorno che laggente si è rotta le palle.

La colpa è anche mia, che ho ventiquattro anni e credo che già non ci sia più nulla da fare.

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Stati Uniti. Tornano le carceri per i debitori

La ruota della storia gira all’indietro. Dopo 150 anni dalle denunce del romanzo sociale di scrittori come Charles Dickens, le autorità nel mondo anglosassone tornano a punire con la prigionia quello che ritengono il peccato più grave che si possa commettere: non rimettere i propri debiti. Lo rende noto il sito Wallstreetitalia.com riprendendo un articolo di Michael Krieger.

Gli Stati Uniti che già possono contare sul triste record del 25% della popolazione detenuta a livello mondiale, stanno creando delle vere e proprie prigioni per i debitori. Una misura che era sopravvissuta solo in alcuni stati americani e in Grecia. Chi fa o non riesce a pagare multe scadute o tasse legate a spese giudiziarie, sostenute anche solo per semplici infrazioni stradali, rischia dunque di essere sbattuto in carcere negli Stati Uniti.

Si ritorna così alle prigioni che fiorirono negli Stati Uniti e in Europa occidentale oltre 150 anni fa. Quando la povera gente e i titolari di aziende in rovina venivano rinchiusi in prigione, finché non venivano saldati i loro debiti. Secondo il Centro Brennan per la giustizia e l'American Civil Liberties Union (ACLU) queste misure stanno rinascendo e vengono attuate in alcuni tribunali locali degli Stati Uniti. Hanno infatti scoperto che ben sette contee su undici prese in esame hanno creato, de facto, "prigioni dei debitori", nonostante i chiari "divieti costituzionali e legislativi". Nella seconda metà del 2012, ad esempio, nella Contea di Huron, il 20% degli arresti sono dovuti a mancati pagamenti delle ammende; mentre la Corte municipale Sandusky della Contea di Erie ha incarcerato 75 persone in poco più di un mese durante l'estate del 2012. I piccoli debitori finiscono così in carcere, i banchieri invece vengono salvati dallo Stato. Too big to fail.

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Roba da medioevo, ma senza essere un cartone di Disney.