Tre Piddì come Marino, Zingaretti e Renzi devono fornire risposte chiare su truffe, speculazioni e devastazioni che investono i nostri territori.
Il chirurgo e il suo assessore Caudo, dopo lo scandalo di “mafia capitale” devono rispondere sul perché non hanno agito contro la truffa dei Piani di Zona.
L' Associazione degli Inquilini e Abitanti (AS.I.A.) di Roma da 5 anni si batte con tutti i mezzi, sindacali e legali, contro questa speculazione al fine di ottenere giustizia per centinaia di famiglie.
Si va dal rigonfiamento del prezzo massimo di cessione degli alloggi, alla non applicazione delle sanzioni, previste dalla legge, con la decadenza delle convenzioni che dovevano consegnare la proprietà al Comune di Roma, essendo stati edificati su proprietà pubblica comunale come da legge 167/62. E ancora, le cooperative coinvolte nell'inchiesta facevano sborsare agli inquilini importi vertiginosi che andavano dai 100mila ai 150mila euro come prezzo massimo di cessione. La Giunta Marino/Caudo non intervenendo, ha determinato il fatto che centinaia di inquilini sono sotto il tallone speculativo e vessatorio delle imprese costruttrici che, oltre a vendere illegalmente gli alloggi, stanno eseguendo centinaia di sfratti nei confronti proprio di quelle famiglie più deboli che la legge di edilizia agevolata voleva aiutare.
Il Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, ha ripristinato, dopo alcuni decenni, il manicomio del Santa Maria della Pietà, quel luogo di dolore che per tanti anni è stato un ghetto pieno di sofferenze e costrizioni, dove tante persone con un disagio psichico, hanno scontato le peggiori pene.
Non è bastata la caparbia lotta dell'ex Lavanderia che, nel solco culturale e alternativo del pensiero di Basaglia, ha raccolto e presentato una Proposta di Legge Regionale per l'uso alternativo a fini socio-culturali, sottoscritta da oltre 12.000 cittadini.
Nascosti dietro gli Ostelli provvisori ci saranno, di nuovo, i padiglioni destinati al Sert, alla neuropsichiatria e alle RSA psichiatriche.
Sarà dura, ma dopo 10 anni l'ex Lavanderia resiste e chiede a tutte le realtà sociali e culturali di unirsi alla battaglia civica e di valori per ottenere il ritiro del piano Zingaretti.
Altra nefandezza, che chiama in causa il governo Renzi, è il dissennato raddoppio dell'aeroporto di Fiumicino che venne approvato con l’Atto Unico di Convenzione-Contratto di Programma ENAC-AdR (DPCM del 21.12.2012). Come per tutte le grandi opere inutili e devastanti, la legge lo definisce strumentalmente “strategico”.
Il Comitato Fuori Pista ha dimostrato l'inutilità per i numeri di traffico, la nocività provocata dall'inquinamento acustico e atmosferico, il consumo di 1.300 ettari di suolo agricolo (cementificati e asfaltati) dentro la Riserva Statale del Litorale Romano, i 300 espropri di abitazioni e aziende agricole, l'illegalità su cui sta indagando la Corte dei Conti.
Parliamo di un malaffare da 12 miliardi di euro e di ulteriori 5,5 miliardi di euro per le infrastrutture di connessione il cui beneficiario sarà Benetton. Difatti, Benetton ha acquistato i terreni dalla Maccarese Spa ed allo stesso tempo controlla AdR, la società di gestione aeroportuale.
La truffa consiste che lo Stato, sborsando denaro pubblico per pagare gli espropri dei terreni agricoli alla famiglia Benetton, poi con una partita di giro, restituirà sempre a Benetton gli stessi terreni, che ripuliti dai vincoli di tutela, verranno destinati all'edificabilità di alberghi e centri commerciali.
Collegata al disastro dell'aeroporto, è la condanna dell'ex AD di Alitalia, Cimoli, da parte del Tribunale di Roma a 8 anni e 8 mesi di carcere per bancarotta e dissipazione. La sentenza parla di “incalcolabili sprechi” e il Procuratore ha affermato:“L'Alitalia è fallita perché ha fatto gli interessi dei suoi tutori politici e gli imputati se ne sono giovati grazie alle loro retribuzioni”. Il riferimento è al mega-stipendio di Cimoli, 2,8 milioni di euro l'anno.
Tre esempi per tre politicanti che non sono affatto “matti da legare”, ma che vanno fermati perché sono pericolosi strumenti in mano agli affaristi privati.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/10/2015
Volkswagen sull'orlo dell'abisso
Una delle tattiche più classiche, quando butta male, è attendere che il polverone si posi. Una tattica che tutta la Germania che conta, dalla Merkel ai grandi gruppi industriali, sembra aver adottato senza neanche doversi consultare.
C'è però un problema: nel settore automobilistico – il principale comparto industriale del pianeta – la concorrenza è fortissima, a causa del certificato “eccesso di capacità produttiva” lì presente (100 milioni di unità producibili, solo 60 effettivamente sfornate ogni anno). Quindi il polverone non smetterà tanto presto di svolazzare sopra gli stabilimenti Volkswagen (più Audi, Skoda, Seat, ecc), perché molti governi coglieranno l'occasione per favorire in qualche modo le industrie nazionali (ove presenti, come Usa, Giappone, Italia, Francia e poche altre) a conquistare fette di mercato improvvisamente lasciate libere dal gruppo di Wolfsburg; se non altro per difendere – di aumentare non se ne parla proprio più – i livelli occupazionali nel settore.
Questa tendenza è fortissima negli Stati Uniti, che pure esportano poco o nulla in fatto di auto, ma devono proteggere i “tre grandi” (General Motors, Ford, Chrysler-Fiat) per motivi tutti interni. Il fatto che il governo Obama stia per far partire un'inchiesta penale nei confronti dei vertici di Vw è più che un segnale politico. Fiancheggia infatti apertamente sia la possibile sanzione di ben 18 miliardi per “frode commerciale”, sia la valanga di class action che si è messa in moto nei tribunali statunitensi ad opera di consumatori e investitori (e poco importa, al momento, che i primi abbiano ragione da vendere e i secondi neanche una; se hai sbagliato investimento sono affari tuoi...). Per dirla semplice: Vw negli Usa, ancora il principale mercato mondiale, non ha un futuro.
Ma i contraccolpi sono già in arrivo, direttamente sul piano occupazionale e produttivo. Il “braccio finanziario” di Volkswagen ha bloccato le previste nuove assunzioni, in base alla logica conclusione che ci saranno assai meno ordini di acquisto del previsto e quindi anche meno finanziamenti da erogare alla clientela. A Salzgitter, invece, dove si produce uno dei motori incriminati, è stato soppresso un turno di lavoro, per lo stesso motivo. Se le vendite dovessero continuare a restare congelate a lungo, insomma, ci si potrebbe trovare di fronte a una massiccia ondata di “messe in libertà” come non si vedevano dagli anni '20, in Germania.
Anche il previsto richiamo di undici milioni di auto presso le officine autorizzate Vw rischia di essere solo un – costosissimo – specchietto per le allodole. Tutto quello che le officine potranno fare, infatti, è sostituire il software della truffa con uno più “onesto”. Ma questo non avrà alcun effetto sulle emissioni reali rilasciate dall'auto. I motori, infatti, continueranno a restare gli stessi, senza modifica né – ovviamente, visti i costi – sostituzione. A quel punto, però, dovrebbero come conseguenza saltare anche le omologazioni “Euro 5” fin qui riconosciute a quei modelli, retrocedendole a una categoria inferiore e più antica; dunque svalutando di molto la singola automobile, che avrebbe di fronte un ciclo di vita inferiore al previsto (e pagato dal compratore) e forti limitazioni alla circolazione in caso di “stop” temporanei.
La vicenda ha ovvie ma incalcolabili ricadute sulla credibilità di tutto il made in Germany, quindi avrà una sicura incidenza negativa sulle già depresse “aspettative di crescita” del Vecchio Continente. Anche per l'Italia, che vanta alcune centinaia di subfornitori diretti di Vw, per un fatturato annuo di 1,5 miliardi. Ma soprattutto per i paesi dell'Est europeo, che costituiscono al momento il principale segmento delle filiere produttive che alimentano l'export tedesco.
Si può dunque comprendere, ma niente affatto giustificare, il perdurante silenzio assoluto osservato da due protagonisti di rilievo del “modello tedesco”: Angela Merkel e il sindacato Ig Metall, il cui segretario generale, Berthold Huber, siede come vicepresidente nel “consiglio di sorveglianza” della Volkswagen. Se per la prima c'è il timore di ritrovarsi nelle insolite vesti di imputata nei prossimi vertici europei – teatro in cui aveva fin qui ricoperto contemporaneamente il ruolo di accusa e di giudice – per il secondo c'è invece il senso della catastrofe epocale.
Quel modo di “fare cogestione”, infatti, ha corrotto completamente la funzione sindacale (già dieci anni fa i vertici dell'Ig Metall furono travolti da uno scandalo a luci rosse: Vw li comprava fornendo loro lussuose vacanze all'estero ed escort di livello vip) senza peraltro riconoscergli alcun ruolo di “sorveglianza” nella correttezza dei processi produttivi. Una crisi probabilmente definitiva, che verrà ben presto utilizzata dall'impresa per liquidare definitivamente anche quel poco di “concertazione” formale residua.
Come ha già anticipato il luciferino Wofgang Schaeuble, con l'aria di dire una banalità, in Vw “ci saranno molti cambiamenti strutturali”. Per gente come Huber è un preavviso di sfratto.
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C'è però un problema: nel settore automobilistico – il principale comparto industriale del pianeta – la concorrenza è fortissima, a causa del certificato “eccesso di capacità produttiva” lì presente (100 milioni di unità producibili, solo 60 effettivamente sfornate ogni anno). Quindi il polverone non smetterà tanto presto di svolazzare sopra gli stabilimenti Volkswagen (più Audi, Skoda, Seat, ecc), perché molti governi coglieranno l'occasione per favorire in qualche modo le industrie nazionali (ove presenti, come Usa, Giappone, Italia, Francia e poche altre) a conquistare fette di mercato improvvisamente lasciate libere dal gruppo di Wolfsburg; se non altro per difendere – di aumentare non se ne parla proprio più – i livelli occupazionali nel settore.
Questa tendenza è fortissima negli Stati Uniti, che pure esportano poco o nulla in fatto di auto, ma devono proteggere i “tre grandi” (General Motors, Ford, Chrysler-Fiat) per motivi tutti interni. Il fatto che il governo Obama stia per far partire un'inchiesta penale nei confronti dei vertici di Vw è più che un segnale politico. Fiancheggia infatti apertamente sia la possibile sanzione di ben 18 miliardi per “frode commerciale”, sia la valanga di class action che si è messa in moto nei tribunali statunitensi ad opera di consumatori e investitori (e poco importa, al momento, che i primi abbiano ragione da vendere e i secondi neanche una; se hai sbagliato investimento sono affari tuoi...). Per dirla semplice: Vw negli Usa, ancora il principale mercato mondiale, non ha un futuro.
Ma i contraccolpi sono già in arrivo, direttamente sul piano occupazionale e produttivo. Il “braccio finanziario” di Volkswagen ha bloccato le previste nuove assunzioni, in base alla logica conclusione che ci saranno assai meno ordini di acquisto del previsto e quindi anche meno finanziamenti da erogare alla clientela. A Salzgitter, invece, dove si produce uno dei motori incriminati, è stato soppresso un turno di lavoro, per lo stesso motivo. Se le vendite dovessero continuare a restare congelate a lungo, insomma, ci si potrebbe trovare di fronte a una massiccia ondata di “messe in libertà” come non si vedevano dagli anni '20, in Germania.
Anche il previsto richiamo di undici milioni di auto presso le officine autorizzate Vw rischia di essere solo un – costosissimo – specchietto per le allodole. Tutto quello che le officine potranno fare, infatti, è sostituire il software della truffa con uno più “onesto”. Ma questo non avrà alcun effetto sulle emissioni reali rilasciate dall'auto. I motori, infatti, continueranno a restare gli stessi, senza modifica né – ovviamente, visti i costi – sostituzione. A quel punto, però, dovrebbero come conseguenza saltare anche le omologazioni “Euro 5” fin qui riconosciute a quei modelli, retrocedendole a una categoria inferiore e più antica; dunque svalutando di molto la singola automobile, che avrebbe di fronte un ciclo di vita inferiore al previsto (e pagato dal compratore) e forti limitazioni alla circolazione in caso di “stop” temporanei.
La vicenda ha ovvie ma incalcolabili ricadute sulla credibilità di tutto il made in Germany, quindi avrà una sicura incidenza negativa sulle già depresse “aspettative di crescita” del Vecchio Continente. Anche per l'Italia, che vanta alcune centinaia di subfornitori diretti di Vw, per un fatturato annuo di 1,5 miliardi. Ma soprattutto per i paesi dell'Est europeo, che costituiscono al momento il principale segmento delle filiere produttive che alimentano l'export tedesco.
Si può dunque comprendere, ma niente affatto giustificare, il perdurante silenzio assoluto osservato da due protagonisti di rilievo del “modello tedesco”: Angela Merkel e il sindacato Ig Metall, il cui segretario generale, Berthold Huber, siede come vicepresidente nel “consiglio di sorveglianza” della Volkswagen. Se per la prima c'è il timore di ritrovarsi nelle insolite vesti di imputata nei prossimi vertici europei – teatro in cui aveva fin qui ricoperto contemporaneamente il ruolo di accusa e di giudice – per il secondo c'è invece il senso della catastrofe epocale.
Quel modo di “fare cogestione”, infatti, ha corrotto completamente la funzione sindacale (già dieci anni fa i vertici dell'Ig Metall furono travolti da uno scandalo a luci rosse: Vw li comprava fornendo loro lussuose vacanze all'estero ed escort di livello vip) senza peraltro riconoscergli alcun ruolo di “sorveglianza” nella correttezza dei processi produttivi. Una crisi probabilmente definitiva, che verrà ben presto utilizzata dall'impresa per liquidare definitivamente anche quel poco di “concertazione” formale residua.
Come ha già anticipato il luciferino Wofgang Schaeuble, con l'aria di dire una banalità, in Vw “ci saranno molti cambiamenti strutturali”. Per gente come Huber è un preavviso di sfratto.
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Il bluff dell’Afghan National Security Forces
Fortemente voluto dagli Stati Uniti l’Afghan National Security Forces, che raccoglie circa 400.000 soldati al costo di oltre 4 miliardi di dollari, appare tuttora carente di addestramento e non così efficiente come dovrebbe per azioni complesse come lo scontro aperto coi motivati Taliban. Costoro possono tuttora permettersi numerose perdite che, in varie circostanze come in questi giorni a Kunduz, vengono reintegrate attraverso azioni propagandiste di reclutamento in loco, rivolte agli abitanti “liberati” oppure a quei detenuti che vengono fatti uscire dalle celle. Ovviamente non tutti i prigionieri impugnano i kalashnikov, ma questa condotta negli ultimi mesi sta pagando e chi ha preso in mano il gruppo del defunto mullah Omar (il mullah Mansour) riesce, anche grazie a tali metodi, a tamponare le defezioni dei talebani dissidenti che guardano all’Isis. Egualmente approssimativa e assai meno numerosa (attorno alle 30.000 unità) è la polizia locale (Afghan Local Police) cui è assegnato il compito di controllo del territorio, cosa che fa soprattutto nella capitale e in qualche altro centro. Ma si tratta d’interventi superficiali.
Nonostante la presenza di armi, questo genere di poliziotti finisce per controllare il caotico traffico kabuliota o poco più. Come del resto i colleghi soldati che dovrebbero guerreggiare coi talebani, s’ingegnano nell’eseguire prevalentemente funzioni di vigilanza, pattugliamento e scorta, talvolta in maniera neppure soddisfacente visto l’esponenziale numero di attentati degli ultimi mesi. Poiché quando lo scontro si fa aperto e duro, l’assalto a Kunduz ne è un esempio, il piano operativo di risposta dell’esercito afghano appare claudicante e per recuperare terreno e liberare alcuni edifici istituzionali presi dai commando guerriglieri sono servite incursioni dal cielo dell’US Air Force. Inoltre ciò che si sta riscontrando sempre più frequentemente è l’ingerenza nelle vicende che riguardano armi, divise, apparati di forza dei mai dismessi signori della guerra. Soprattutto se gli stessi sono in buone relazioni col governo o ricoprono cariche istituzionali. Il pensiero corre immediatamente a un boss blasonato come Rashid Dostum, attuale vicepresidente al fianco del presidente Ghani e del “premier” Abdullah.
Il generale uzbeko, coi suoi combattenti, aveva nel 1980 appoggiato il governo filo-comunista contro i mujaheddin pashtun, poi s’era messo da parte per tornare a dire la sua nel quadriennio della guerra civile (1992-1996). Attualmente continua a disporre d’un mini esercito con cui fa il bello e cattivo tempo nelle province di Faryab e Sar-e Pot. Questa truppa, se dovesse servire, potrebbe venir utilizzata, in barba a qualsivoglia funzione dell’ANSF. Non si creda che Dostum si comporti così per la sua centralità istituzionale, la legge “della valle” e del “più forte” continua a essere dettata un po’ ovunque nel Paese, perché i warlords sono spesso governatori di quelle aree. Così a Balkh Muhammad Noor mette anch’egli il naso su divise e chi deve vestirle, promuovendo nell’esercito suoi scherani che gli rispondono come milizia personale. Durante l’estate nella zona di Badakhshan, particolari gruppi distribuivano non derrate alimentari ma armi alla gente dei villaggi. Probabilmente si trattava di Tehreek-e Taliban che in quelle zone riparano dalle retate del generale pakistano Raheel Sharif, loro repressore. Va così nell’Afghanistan democratico promosso da 14 anni di missione Isaf.
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Nonostante la presenza di armi, questo genere di poliziotti finisce per controllare il caotico traffico kabuliota o poco più. Come del resto i colleghi soldati che dovrebbero guerreggiare coi talebani, s’ingegnano nell’eseguire prevalentemente funzioni di vigilanza, pattugliamento e scorta, talvolta in maniera neppure soddisfacente visto l’esponenziale numero di attentati degli ultimi mesi. Poiché quando lo scontro si fa aperto e duro, l’assalto a Kunduz ne è un esempio, il piano operativo di risposta dell’esercito afghano appare claudicante e per recuperare terreno e liberare alcuni edifici istituzionali presi dai commando guerriglieri sono servite incursioni dal cielo dell’US Air Force. Inoltre ciò che si sta riscontrando sempre più frequentemente è l’ingerenza nelle vicende che riguardano armi, divise, apparati di forza dei mai dismessi signori della guerra. Soprattutto se gli stessi sono in buone relazioni col governo o ricoprono cariche istituzionali. Il pensiero corre immediatamente a un boss blasonato come Rashid Dostum, attuale vicepresidente al fianco del presidente Ghani e del “premier” Abdullah.
Il generale uzbeko, coi suoi combattenti, aveva nel 1980 appoggiato il governo filo-comunista contro i mujaheddin pashtun, poi s’era messo da parte per tornare a dire la sua nel quadriennio della guerra civile (1992-1996). Attualmente continua a disporre d’un mini esercito con cui fa il bello e cattivo tempo nelle province di Faryab e Sar-e Pot. Questa truppa, se dovesse servire, potrebbe venir utilizzata, in barba a qualsivoglia funzione dell’ANSF. Non si creda che Dostum si comporti così per la sua centralità istituzionale, la legge “della valle” e del “più forte” continua a essere dettata un po’ ovunque nel Paese, perché i warlords sono spesso governatori di quelle aree. Così a Balkh Muhammad Noor mette anch’egli il naso su divise e chi deve vestirle, promuovendo nell’esercito suoi scherani che gli rispondono come milizia personale. Durante l’estate nella zona di Badakhshan, particolari gruppi distribuivano non derrate alimentari ma armi alla gente dei villaggi. Probabilmente si trattava di Tehreek-e Taliban che in quelle zone riparano dalle retate del generale pakistano Raheel Sharif, loro repressore. Va così nell’Afghanistan democratico promosso da 14 anni di missione Isaf.
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Il feticcio Marchionne travolto dagli operai americani
Bocciata la proposta del sindacato per il rinnovo del contratto.
Gli operai delle fabbriche FCA degli Stati Uniti hanno bocciato la proposta di rinnovo del contratto quadriennale di lavoro presentata dall’UAW e da Marchionne. Una dopo l’altra, dalle grandi fabbriche è arrivata la conferma, nonostante l’insistenza dell’UAW di non ammettere la sconfitta. I margini sono rilevanti, dal 72% di no degli operai di linea al 65% degli specializzati a Sterling Heights (3 mila dipendenti), all’87 e rispettivamente l’80% di Toledo (5 mila dipendenti), al 77 e 65% di Kokomo/Tipton con livelli che acquistano il significato di un’ondata di protesta liberatoria. L’ultima fabbrica, su cui l’UAW contava per evitare la disfatta, è stata Belvidere con 6 mila votanti: 65% no tra gli operai di linea e 70 tra gli specializzati.
Il contratto avrebbe dovuto introdurre elementi che Marchionne ha definito trasformativi. In realtà la portata trasformativa è nascosta nelle pieghe della proposta, e riguarda i punti sui quali gli operai, nelle assemblee, hanno più insistito: ‘equal work, equal pay’, e ‘alternative work schedules’. Se l’UAW fosse riuscito a mettere una pietra tombale nei termini della proposta su queste due rivendicazioni di fondo, l’una salariale, l’altra relativa alle condizioni di lavoro, il proposito trasformativo di Marchionne si sarebbe realizzato.
Eguale lavoro, eguale paga è una richiesta pressante. Si tratta di eliminare i due livelli salariali che dividono i “veterans” dai lavoratori “in progression”. Al primo livello i ‘veterans’ assunti prima del 2007 hanno un salario di 28 dollari all’ora; al secondo livello i lavoratori ‘in progression’, 15-16 dollari, per lo stesso lavoro dei veterans. L’accordo bocciato prevede per i primi un aumento del salario del 3 per cento subito e di un altro 3 per cento al terzo anno, più 4 per cento una tantum al secondo e al quarto anno; per i secondi una progressione salariale da 17 a 25 dollari in sei anni.
La portata trasformativa perseguita da Marchionne e denunciata dai lavoratori, sta nel fatto che la proposta non solo non realizza l’obiettivo del salario eguale per eguale lavoro, ma conduce ad un abbassamento generalizzato dei salari, quando i veterans vanno, magari incentivati, in pensione.
Nell’accordo contrattuale del 2011 questa possibilità era ben presente al sindacato, tanto che per evitarla aveva imposto un limite al numero di lavoratori al secondo livello. Nella proposta di nuovo accordo questo limite non c’è più.
Finora il limite per la Chrysler era del 40% (anche se è giunta al 43). Con questo contratto era previsto che sarebbe stato portato al 25, all’incirca allineato alla Ford e alla GM (29 e 20 per cento). Questo limite già costringe la Ford ad ogni nuova assunzione a passare un dipendente dal secondo al primo livello. Se alla Chrysler fosse stato introdotto il limite di 25, circa 7 mila lavoratori avrebbero dovuto passare al primo livello.
Sul piano salariale ci sono altri problemi irrisolti. Per i lavoratori della Mopar, che si occupano dei pezzi di ricambio, è previsto un terzo livello salariale, di 22 dollari. Inoltre, non vengono reintrodotti vari elementi salariali aggiuntivi sospesi con gli accordi precedenti, come l’adeguamento al costo della vita, che ora sarebbero assorbiti da premi di produttività commisurati ai margini annuali di profitti realizzati nel Nord America.
Sul miglioramento delle condizioni di lavoro non c’è traccia nell’accordo. Si dà per scontato l’attuale generalizzato sistema di turnazioni 3-2-120, a proposito del quale nelle assemblee si erano levate proteste: aumenta lo sfruttamento al limite della sostenibilità fisica, e scardina le relazioni sociali fuori dalla fabbrica.
Le giornate lavorative di 10 ore (più mezz’ora di pausa non retribuita) si succedono su quattro giorni. Nell’arco della giornata due turni su orari complementari, l’uno di giorno l’altro di notte, assicurano l’efficienza continua degli impianti dal lunedì al sabato. Nei due turni tre gruppi di lavoratori realizzano 120 ore settimanali, senza lavoro straordinario. Un gruppo lavora di giorno da lunedì a giovedì, un altro di notte da mercoledì a sabato, un terzo gruppo lavora di giorno venerdì e sabato e di notte lunedì e martedì della settimana successiva. L’orario di lavoro diurno va dalle 6 alle 16:30, quello notturno dalle 18 alle 4:30 del giorno dopo. Alla domenica il lavoro è obbligatorio, ma retribuito come straordinario.
Quello delle condizioni di lavoro è un punto che il Detroit News del 25 settembre segna tra quelli che hanno generato insoddisfazione. La proposta di contratto infatti non se ne occupa se non per annunciare che il sabato sarà pagato un quarto in più. Viceversa annuncia che commissioni congiunte UAW e FCA verificheranno in ogni fabbrica le condizioni di competitività per migliorare la qualità e l’efficienza, superando nei fatti la divisione di competenze tra ciò che di norma è oggetto del master agreement e rispettivamente dei local agreements a livello di fabbrica.
L’UAW, a differenza del passato, rinuncia con questa proposta di contratto a negoziare l’assetto produttivo della Chrysler. Marchionne ha promesso investimenti per 5,3 miliardi, ed ha fatto sapere che intende trasferire in Messico la produzione delle autovetture, lasciando agli stabilimenti statunitensi solo suv, pick-up, e jeep. E’ prevista anche una riallocazione di alcune linee di produzione tra questi stabilimenti. Il costo del lavoro nel Nord America si aggira sui 60 dollari all’ora, in Messico è meno di 10. Tutto questo è stato comunicato dall’UAW verbalmente nelle assemblee di fabbrica, e la mancanza di indicazioni contrattuali circa la sicurezza occupazionale sembra, in alcuni contesti, aver pesato non poco sulla decisione di voto.
Infine c’è un altro grosso tema che desta preoccupazioni. Il passaggio del sistema sanitario dalle competenze dell’azienda a quelle di un costituendo ente mutualistico gestito dall’UAW. E’ una soluzione che dovrebbe rientrare tra i propositi trasformativi di Marchionne. Con una cessione una tantum al neo costituendo ente si libererebbe del peso crescente del sistema sanitario, che attualmente grava sul bilancio aziendale per 600 milioni. L’UAW si troverebbe a gestire il nuovo ente mutualistico su cui dovrebbero confluire i lavoratori occupati di tutte e tre le case automobilistiche di Detroit. Si affiancherebbe all’altro ente mutualistico, noto come Veba, dei lavoratori in pensione, con l’obiettivo di abbassare i costi degli interventi.
L’iniziativa è collegata all’entrata in vigore nel 2018 dell’Affordable Care Act con cui Obama ha generalizzato l’assicurazione sanitaria, facendo ricadere l‘onere su coloro che si avvalgono dei cosidetti Cadillac plans, che erogano prestazioni i cui costi sono superiori a 10.200 dollari nel caso di individui e 27.500 nel caso di famiglie. Le eccedenze di costo rispetto a questa cifra sono soggette ad una tassa del 40 per cento, ed è la situazione in cui si trovano i lavoratori Chrysler di primo livello.
Nel 2013 molti dirigenti sindacali avevano avvertito Obama che la legge, allora in discussione, avrebbe smantellato diritti conquistati dai lavoratori. L’UAW si era invece schierata con Obama. “Cieca ideologia politica”, come venne scritto, o prospettiva di più lungo periodo?
La costituzione del nuovo ente mutualistico è una delle top priorities del contratto, ha dichiarato Dennis Williams, presidente dell’UAW, al Detroit Free Press il 22 agosto scorso. Con 140 mila lavoratori e d’intesa con l’ente mutualistico dei pensionati che conta 900 mila iscritti, potrebbe comprimere i costi dell’assistenza al di sotto della soglia Cadillac. Lo stesso Williams non è certo di riuscirci, ma per l’UAW è un'altra struttura economica di rilevante importanza, e per Marchionne un modo per liberarsi, con una qualche somma forfettaria ancora non definita, di un costo di 600 milioni che va crescendo. La proposta di contratto è una delega in bianco richiesta ai lavoratori da Marchionne e dall’UAW, che non ha preso in considerazione altre possibili alternative contrattuali.
Dennis Williams e Marchionne insieme hanno dato l’annuncio dell’intesa contrattuale convocando una conferenza che la stampa ha definito senza precedenti. Hanno dato rassicurazioni circa la soluzione dei problemi di fondo ed hanno riaffermato l’allineamento degli interessi del sindacato e dell’azienda, dando per scontata l’approvazione dei lavoratori. Marchionne ha anche inviato loro un messaggio personale, sottolineando l’importanza di un loro maggiore e più diretto coinvolgimento per la costruzione del comune futuro, confermando in particolare il superamento dei due livelli salariali e il rilievo della costituzione del nuovo ente mutualistico per la salute dei dipendenti.
Ma la proposta di contratto è bocciata. Che cosa potrebbe succedere? Norwood Jewell, vice presidente dell’UAW che si occupa della Chrysler, aveva detto agli operai: “Sul tavolo non c'erano altro che questi soldi. Se pensate un minuto che Chrysler possa continuare ad investire in questo paese per aumentare i nostri salari così tanto da non poter competere, i conti non tornano”.
La caparbietà di Marchionne è nota, ed è improbabile che voglia abbassare ulteriormente la credibilità dell’UAW mettendo sul piatto altri soldi. Del resto, “perché dovrebbe aver fretta di sedersi e discutere di un contratto ancora più costoso?” si chiede un analista di Detroit Free Press il 25 settembre. ”Marchionne è ampiamente considerato come un negoziatore scaltro che sa come usare la pressione come leva”. La risposta dimentica che questa volta c’è la possibilità di smuoverlo con uno sciopero. L’ultima volta che i lavoratori della Chrysler hanno scioperato fu nel 2007, ed era uno hollwood strike. L’UAW ha già il mandato per dichiararlo, ma si troverebbe in una situazione davvero imbarazzante, considerata la complessità dei rapporti con Marchionne.
Potrebbe ancora schierarsi con Marchionne e mantenere in vita l’attuale contratto. Avrebbe il vantaggio di tener legati i lavoratori all’UAW e incassare le loro quote, dal momento che la legge del Michigan e dell’Indiana che hanno recepito il principio del right to work è applicabile solo a partire dal nuovo contratto. Fino ad allora i dipendenti della Chrysler devono, salvo complesse procedure, stare iscritti all’UAW pena il licenziamento.
L’abbraccio del presidente dell’UAW con Marchionne è stato oggetto di ripetute rappresentazioni. E’ un messaggio dato ai propri iscritti nel tentativo di erigere Marchionne a feticcio, rassicurandolo della capacità del sindacato di mantenere nelle fabbriche la disciplina e di contenere i costi. “Stanno nello stesso letto”, è stato osservato. Ma nell’amplesso con Marchionne, l’UAW ha perso il rapporto con i lavoratori.
L’amplesso si è stretto il 20 gennaio 2014 quando l’ente mutualistico dei lavoratori pensionati controllato dall’UAW ha venduto alla Fiat il 41,5% della proprietà dell’azienda, che deteneva dal 2009 in base agli accordi legati alla bancarotta. Ha incassato 4,35 miliardi di dollari, meno di quello che aveva fino a quel momento energicamente preteso. Era sembrato un cedimento, in realtà un mese dopo Marchionne ha versato all’ente mutualistico in un’unica soluzione altri 5 miliardi di dollari, quelli che, in base agli accordi legati alla bancarotta, avrebbe potuto rateizzare fino al 2023.
Con un accordo separato ma contestuale, ha anche garantito direttamente al sindacato, da anni in crisi finanziaria, altri 700 milioni di dollari, in 4 rate annuali di 175 milioni, la prima subito, le altre all’inizio dei tre anni successivi fino al 2017. Come contropartita l’UAW si è vincolata a collaborare con il management delle fabbriche nell’implementazione dei programmi di World Class Manufacturing, partecipando attivamente alle attività collegate di benchmarking e contribuendo al raggiungimento del piano industriale.
Il rifiuto della proposta di contratto indica che la pace sociale in fabbrica, che l’UAW ha pensato di poter svendere a Marchionne, è un obiettivo socialmente non negoziabile.
L’ultimo affare che l’UAW ha messo in campo con Marchionne è la creazione del nuovo ente mutualistico. Ma l’intesa tra Marchionne e l’UAW potrebbe non fermarsi qua. Marchionne punta alla fusione con General Motors e l’UAW Retiree Medical Benefit Trust è il più importante investitore istituzionale della General Motors, di cui detiene l’8,9 per cento delle azioni. Non gli è data, in base a vincoli esistenti, la possibilità di agire in favore di Marchionne, ma su Automotive News del 21 settembre è ventilata l’ipotesi che Exor, la finanziaria che possiede FCA, potrebbe acquistarle e farne la punta di diamante per la conquista della General Motors.
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Gli operai delle fabbriche FCA degli Stati Uniti hanno bocciato la proposta di rinnovo del contratto quadriennale di lavoro presentata dall’UAW e da Marchionne. Una dopo l’altra, dalle grandi fabbriche è arrivata la conferma, nonostante l’insistenza dell’UAW di non ammettere la sconfitta. I margini sono rilevanti, dal 72% di no degli operai di linea al 65% degli specializzati a Sterling Heights (3 mila dipendenti), all’87 e rispettivamente l’80% di Toledo (5 mila dipendenti), al 77 e 65% di Kokomo/Tipton con livelli che acquistano il significato di un’ondata di protesta liberatoria. L’ultima fabbrica, su cui l’UAW contava per evitare la disfatta, è stata Belvidere con 6 mila votanti: 65% no tra gli operai di linea e 70 tra gli specializzati.
Il contratto avrebbe dovuto introdurre elementi che Marchionne ha definito trasformativi. In realtà la portata trasformativa è nascosta nelle pieghe della proposta, e riguarda i punti sui quali gli operai, nelle assemblee, hanno più insistito: ‘equal work, equal pay’, e ‘alternative work schedules’. Se l’UAW fosse riuscito a mettere una pietra tombale nei termini della proposta su queste due rivendicazioni di fondo, l’una salariale, l’altra relativa alle condizioni di lavoro, il proposito trasformativo di Marchionne si sarebbe realizzato.
Eguale lavoro, eguale paga è una richiesta pressante. Si tratta di eliminare i due livelli salariali che dividono i “veterans” dai lavoratori “in progression”. Al primo livello i ‘veterans’ assunti prima del 2007 hanno un salario di 28 dollari all’ora; al secondo livello i lavoratori ‘in progression’, 15-16 dollari, per lo stesso lavoro dei veterans. L’accordo bocciato prevede per i primi un aumento del salario del 3 per cento subito e di un altro 3 per cento al terzo anno, più 4 per cento una tantum al secondo e al quarto anno; per i secondi una progressione salariale da 17 a 25 dollari in sei anni.
La portata trasformativa perseguita da Marchionne e denunciata dai lavoratori, sta nel fatto che la proposta non solo non realizza l’obiettivo del salario eguale per eguale lavoro, ma conduce ad un abbassamento generalizzato dei salari, quando i veterans vanno, magari incentivati, in pensione.
Nell’accordo contrattuale del 2011 questa possibilità era ben presente al sindacato, tanto che per evitarla aveva imposto un limite al numero di lavoratori al secondo livello. Nella proposta di nuovo accordo questo limite non c’è più.
Finora il limite per la Chrysler era del 40% (anche se è giunta al 43). Con questo contratto era previsto che sarebbe stato portato al 25, all’incirca allineato alla Ford e alla GM (29 e 20 per cento). Questo limite già costringe la Ford ad ogni nuova assunzione a passare un dipendente dal secondo al primo livello. Se alla Chrysler fosse stato introdotto il limite di 25, circa 7 mila lavoratori avrebbero dovuto passare al primo livello.
Sul piano salariale ci sono altri problemi irrisolti. Per i lavoratori della Mopar, che si occupano dei pezzi di ricambio, è previsto un terzo livello salariale, di 22 dollari. Inoltre, non vengono reintrodotti vari elementi salariali aggiuntivi sospesi con gli accordi precedenti, come l’adeguamento al costo della vita, che ora sarebbero assorbiti da premi di produttività commisurati ai margini annuali di profitti realizzati nel Nord America.
Sul miglioramento delle condizioni di lavoro non c’è traccia nell’accordo. Si dà per scontato l’attuale generalizzato sistema di turnazioni 3-2-120, a proposito del quale nelle assemblee si erano levate proteste: aumenta lo sfruttamento al limite della sostenibilità fisica, e scardina le relazioni sociali fuori dalla fabbrica.
Le giornate lavorative di 10 ore (più mezz’ora di pausa non retribuita) si succedono su quattro giorni. Nell’arco della giornata due turni su orari complementari, l’uno di giorno l’altro di notte, assicurano l’efficienza continua degli impianti dal lunedì al sabato. Nei due turni tre gruppi di lavoratori realizzano 120 ore settimanali, senza lavoro straordinario. Un gruppo lavora di giorno da lunedì a giovedì, un altro di notte da mercoledì a sabato, un terzo gruppo lavora di giorno venerdì e sabato e di notte lunedì e martedì della settimana successiva. L’orario di lavoro diurno va dalle 6 alle 16:30, quello notturno dalle 18 alle 4:30 del giorno dopo. Alla domenica il lavoro è obbligatorio, ma retribuito come straordinario.
Quello delle condizioni di lavoro è un punto che il Detroit News del 25 settembre segna tra quelli che hanno generato insoddisfazione. La proposta di contratto infatti non se ne occupa se non per annunciare che il sabato sarà pagato un quarto in più. Viceversa annuncia che commissioni congiunte UAW e FCA verificheranno in ogni fabbrica le condizioni di competitività per migliorare la qualità e l’efficienza, superando nei fatti la divisione di competenze tra ciò che di norma è oggetto del master agreement e rispettivamente dei local agreements a livello di fabbrica.
L’UAW, a differenza del passato, rinuncia con questa proposta di contratto a negoziare l’assetto produttivo della Chrysler. Marchionne ha promesso investimenti per 5,3 miliardi, ed ha fatto sapere che intende trasferire in Messico la produzione delle autovetture, lasciando agli stabilimenti statunitensi solo suv, pick-up, e jeep. E’ prevista anche una riallocazione di alcune linee di produzione tra questi stabilimenti. Il costo del lavoro nel Nord America si aggira sui 60 dollari all’ora, in Messico è meno di 10. Tutto questo è stato comunicato dall’UAW verbalmente nelle assemblee di fabbrica, e la mancanza di indicazioni contrattuali circa la sicurezza occupazionale sembra, in alcuni contesti, aver pesato non poco sulla decisione di voto.
Infine c’è un altro grosso tema che desta preoccupazioni. Il passaggio del sistema sanitario dalle competenze dell’azienda a quelle di un costituendo ente mutualistico gestito dall’UAW. E’ una soluzione che dovrebbe rientrare tra i propositi trasformativi di Marchionne. Con una cessione una tantum al neo costituendo ente si libererebbe del peso crescente del sistema sanitario, che attualmente grava sul bilancio aziendale per 600 milioni. L’UAW si troverebbe a gestire il nuovo ente mutualistico su cui dovrebbero confluire i lavoratori occupati di tutte e tre le case automobilistiche di Detroit. Si affiancherebbe all’altro ente mutualistico, noto come Veba, dei lavoratori in pensione, con l’obiettivo di abbassare i costi degli interventi.
L’iniziativa è collegata all’entrata in vigore nel 2018 dell’Affordable Care Act con cui Obama ha generalizzato l’assicurazione sanitaria, facendo ricadere l‘onere su coloro che si avvalgono dei cosidetti Cadillac plans, che erogano prestazioni i cui costi sono superiori a 10.200 dollari nel caso di individui e 27.500 nel caso di famiglie. Le eccedenze di costo rispetto a questa cifra sono soggette ad una tassa del 40 per cento, ed è la situazione in cui si trovano i lavoratori Chrysler di primo livello.
Nel 2013 molti dirigenti sindacali avevano avvertito Obama che la legge, allora in discussione, avrebbe smantellato diritti conquistati dai lavoratori. L’UAW si era invece schierata con Obama. “Cieca ideologia politica”, come venne scritto, o prospettiva di più lungo periodo?
La costituzione del nuovo ente mutualistico è una delle top priorities del contratto, ha dichiarato Dennis Williams, presidente dell’UAW, al Detroit Free Press il 22 agosto scorso. Con 140 mila lavoratori e d’intesa con l’ente mutualistico dei pensionati che conta 900 mila iscritti, potrebbe comprimere i costi dell’assistenza al di sotto della soglia Cadillac. Lo stesso Williams non è certo di riuscirci, ma per l’UAW è un'altra struttura economica di rilevante importanza, e per Marchionne un modo per liberarsi, con una qualche somma forfettaria ancora non definita, di un costo di 600 milioni che va crescendo. La proposta di contratto è una delega in bianco richiesta ai lavoratori da Marchionne e dall’UAW, che non ha preso in considerazione altre possibili alternative contrattuali.
Dennis Williams e Marchionne insieme hanno dato l’annuncio dell’intesa contrattuale convocando una conferenza che la stampa ha definito senza precedenti. Hanno dato rassicurazioni circa la soluzione dei problemi di fondo ed hanno riaffermato l’allineamento degli interessi del sindacato e dell’azienda, dando per scontata l’approvazione dei lavoratori. Marchionne ha anche inviato loro un messaggio personale, sottolineando l’importanza di un loro maggiore e più diretto coinvolgimento per la costruzione del comune futuro, confermando in particolare il superamento dei due livelli salariali e il rilievo della costituzione del nuovo ente mutualistico per la salute dei dipendenti.
Ma la proposta di contratto è bocciata. Che cosa potrebbe succedere? Norwood Jewell, vice presidente dell’UAW che si occupa della Chrysler, aveva detto agli operai: “Sul tavolo non c'erano altro che questi soldi. Se pensate un minuto che Chrysler possa continuare ad investire in questo paese per aumentare i nostri salari così tanto da non poter competere, i conti non tornano”.
La caparbietà di Marchionne è nota, ed è improbabile che voglia abbassare ulteriormente la credibilità dell’UAW mettendo sul piatto altri soldi. Del resto, “perché dovrebbe aver fretta di sedersi e discutere di un contratto ancora più costoso?” si chiede un analista di Detroit Free Press il 25 settembre. ”Marchionne è ampiamente considerato come un negoziatore scaltro che sa come usare la pressione come leva”. La risposta dimentica che questa volta c’è la possibilità di smuoverlo con uno sciopero. L’ultima volta che i lavoratori della Chrysler hanno scioperato fu nel 2007, ed era uno hollwood strike. L’UAW ha già il mandato per dichiararlo, ma si troverebbe in una situazione davvero imbarazzante, considerata la complessità dei rapporti con Marchionne.
Potrebbe ancora schierarsi con Marchionne e mantenere in vita l’attuale contratto. Avrebbe il vantaggio di tener legati i lavoratori all’UAW e incassare le loro quote, dal momento che la legge del Michigan e dell’Indiana che hanno recepito il principio del right to work è applicabile solo a partire dal nuovo contratto. Fino ad allora i dipendenti della Chrysler devono, salvo complesse procedure, stare iscritti all’UAW pena il licenziamento.
L’abbraccio del presidente dell’UAW con Marchionne è stato oggetto di ripetute rappresentazioni. E’ un messaggio dato ai propri iscritti nel tentativo di erigere Marchionne a feticcio, rassicurandolo della capacità del sindacato di mantenere nelle fabbriche la disciplina e di contenere i costi. “Stanno nello stesso letto”, è stato osservato. Ma nell’amplesso con Marchionne, l’UAW ha perso il rapporto con i lavoratori.
L’amplesso si è stretto il 20 gennaio 2014 quando l’ente mutualistico dei lavoratori pensionati controllato dall’UAW ha venduto alla Fiat il 41,5% della proprietà dell’azienda, che deteneva dal 2009 in base agli accordi legati alla bancarotta. Ha incassato 4,35 miliardi di dollari, meno di quello che aveva fino a quel momento energicamente preteso. Era sembrato un cedimento, in realtà un mese dopo Marchionne ha versato all’ente mutualistico in un’unica soluzione altri 5 miliardi di dollari, quelli che, in base agli accordi legati alla bancarotta, avrebbe potuto rateizzare fino al 2023.
Con un accordo separato ma contestuale, ha anche garantito direttamente al sindacato, da anni in crisi finanziaria, altri 700 milioni di dollari, in 4 rate annuali di 175 milioni, la prima subito, le altre all’inizio dei tre anni successivi fino al 2017. Come contropartita l’UAW si è vincolata a collaborare con il management delle fabbriche nell’implementazione dei programmi di World Class Manufacturing, partecipando attivamente alle attività collegate di benchmarking e contribuendo al raggiungimento del piano industriale.
Il rifiuto della proposta di contratto indica che la pace sociale in fabbrica, che l’UAW ha pensato di poter svendere a Marchionne, è un obiettivo socialmente non negoziabile.
L’ultimo affare che l’UAW ha messo in campo con Marchionne è la creazione del nuovo ente mutualistico. Ma l’intesa tra Marchionne e l’UAW potrebbe non fermarsi qua. Marchionne punta alla fusione con General Motors e l’UAW Retiree Medical Benefit Trust è il più importante investitore istituzionale della General Motors, di cui detiene l’8,9 per cento delle azioni. Non gli è data, in base a vincoli esistenti, la possibilità di agire in favore di Marchionne, ma su Automotive News del 21 settembre è ventilata l’ipotesi che Exor, la finanziaria che possiede FCA, potrebbe acquistarle e farne la punta di diamante per la conquista della General Motors.
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Eurostop: report della riunione del 26 settembre
Sabato 26 settembre a Roma, la campagna Eurostop ha convocato una riunione con tutte le realtà e i soggetti interessati a sviluppare anche nel nostro paese una iniziativa politica e di massa per l’uscita dall’Unione Europea e dall’Eurozona.
La discussione si è incentrata sulla possibilità di dare vita ad una Piattaforma anti Ue e antieuro di segno anticapitalista e sulla proposta di tenere su questo obiettivo una assemblea nazionale nelle prossime settimane.
E’ stato un elemento di consapevolezza comune il fatto che il risultato delle ultime elezioni in Grecia, con la riconferma di Tsipras, non aiuta affatto questo percorso, al contrario sembra voler rafforzare una sorta di ineluttabilità della permanenza dei vari paesi – e soprattutto di quelli più colpiti dalle misure antipopolari della Troika – dentro il quadro dell’Unione Europea e della zona euro, al massimo cercando di mitigare gli eccessi dell’austerità. Segnali analoghi sembrano arrivare anche dalla proposta di Podemos in Spagna, contrastati da segnali diversi solo dalla sinistra indipendentista in Catalogna o da meeting come quello in cantiere a metà ottobre a Barcellona convocato dalla Piattaforma uscire dall’euro.
Sul piano politico italiano poi, la filiera della sinistra europea (Sel, Prc etc.) ha riconfermato di non voler praticare il terreno della rottura ma quello della riformabilità della Ue e dell’Eurozona, traendo dal risultato greco solo la spinta per accelerare il processo di formazione di una coalizione elettorale riformista come unico orizzonte della sinistra e dei movimenti di lotta nel paese.
Dunque una piattaforma e un movimento contro la Ue e l’euro, non potrà – almeno nel breve periodo – che agire in controtendenza.
Uno dei problemi emersi nella discussione è che anche in presenza di una larga convergenza sui contenuti di tale piattaforma, fino ad oggi non si è riusciti a procedere. Una parte dei problemi nasce sulle ipotesi di soluzioni alternative alla fuoriuscita dalla Ue e dall’euro, un’altra parte sulle modalità di azione. Possiamo affermare che c’è una esigenza diffusa e convergente che, tuttavia, non riesce a darsi continuità e forme di coordinamento stabili, ad esempio come dopo la campagna per il controsemestre europeo a guida italiana e la manifestazione del 28 giugno 2014.
La discussione è entrata nel merito di molti aspetti: è stato deciso di includere nella piattaforma anche la fuoriuscita dalla Nato e dal sistema di guerra (appoggiando la mobilitazione nazionale del prossimo 24 ottobre a Napoli contro le manovre Trident Juncture 2015) e di costruire un percorso condiviso per arrivare al primo passaggio pubblico dell’assemblea nazionale (data provvisoria proposta è quella di sabato 7 novembre).
Alcuni interventi hanno sottolineato la necessità di mettere in piedi momenti di discussione su questi temi a livello locale prima dell’assemblea per poter allargare il confronto e l’inclusione di realtà, collettivi, strutture sociali e sindacali nella definizione della piattaforma e del percorso. Ma è stato anche affermato che la piattaforma, pur confrontandosi a tutto campo, non possa recedere dagli obiettivi definiti e dirimenti sulla uscita dalla Ue, dall’euro e dalla Nato.
Alcuni interventi hanno proposto una strategia dell’attenzione verso la proposta del “piano B” emersa a Parigi (Lafontaine, Varoufakis, Melenchon, Fassina), una piattaforma non del tutto coincidente con quella della nostra discussione ma comunque più avanzata di quelle messe in campo dalla sinistra europea. Altri interventi hanno indicato una analoga strategia dell’attenzione verso quei settori del M5S che sulla uscita dall’euro e dalla Ue si sono mostrati più sensibili.
E’ stato anche richiamato un paragone storico tra la posizione che rifiuta la visione europeista e quella che invece vi si è completamente adeguata: il voto sui crediti di guerra nel 1915, quando le minoranze rivoluzionarie si schierarono contro il sostegno della socialdemocrazia ai propri governi impegnati nella guerra. Una posizione minoritaria che si divise anche al suo interno tra chi rinviava la disobbedienza alla guerra ad una simultaneità di tutti i paesi coinvolti e chi affermava quanto fosse importante che anche un singolo paese uscisse unilateralmente dalla guerra. Oggi su molti aspetti la discussione sulle soluzioni alternative alla permanenza nella gabbia imperialista della Ue e dell’Eurozona o della Nato richiama nuovamente scelte decisive.
Si è deciso di avviare un lavoro di contatto “corpo a corpo” con tutte le realtà non presenti alla riunione del 26 settembre a Roma ma che si sono dette comunque interessate. A tale scopo viene riconvocata una riunione nazionale a Roma per sabato 17 ottobre alle ore 10.30 nei locali di via Giolitti 231 (vicino stazione Termini) per potere sciogliere i nodi irrisolti, verificare i contatti e le risposte ottenute e procedere alla convocazione dell’assemblea nazionale che si dovrebbe tenere nella prima metà di novembre.
Alla prima riunione erano presenti le seguenti realtà e soggettività:
Giorgio Cremaschi, Eurostop, Ernesto Screpanti (economista), Collettivo Militant/Nst, Casa del Popolo "Tanas", Ross@, Rete No War, Sinistra No Euro, Campagna Noi Restiamo, Rete dei Comunisti, Ugo Boghetta (Cpn del Prc), Usb, minoranza Cgil, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista d'Italia
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La discussione si è incentrata sulla possibilità di dare vita ad una Piattaforma anti Ue e antieuro di segno anticapitalista e sulla proposta di tenere su questo obiettivo una assemblea nazionale nelle prossime settimane.
E’ stato un elemento di consapevolezza comune il fatto che il risultato delle ultime elezioni in Grecia, con la riconferma di Tsipras, non aiuta affatto questo percorso, al contrario sembra voler rafforzare una sorta di ineluttabilità della permanenza dei vari paesi – e soprattutto di quelli più colpiti dalle misure antipopolari della Troika – dentro il quadro dell’Unione Europea e della zona euro, al massimo cercando di mitigare gli eccessi dell’austerità. Segnali analoghi sembrano arrivare anche dalla proposta di Podemos in Spagna, contrastati da segnali diversi solo dalla sinistra indipendentista in Catalogna o da meeting come quello in cantiere a metà ottobre a Barcellona convocato dalla Piattaforma uscire dall’euro.
Sul piano politico italiano poi, la filiera della sinistra europea (Sel, Prc etc.) ha riconfermato di non voler praticare il terreno della rottura ma quello della riformabilità della Ue e dell’Eurozona, traendo dal risultato greco solo la spinta per accelerare il processo di formazione di una coalizione elettorale riformista come unico orizzonte della sinistra e dei movimenti di lotta nel paese.
Dunque una piattaforma e un movimento contro la Ue e l’euro, non potrà – almeno nel breve periodo – che agire in controtendenza.
Uno dei problemi emersi nella discussione è che anche in presenza di una larga convergenza sui contenuti di tale piattaforma, fino ad oggi non si è riusciti a procedere. Una parte dei problemi nasce sulle ipotesi di soluzioni alternative alla fuoriuscita dalla Ue e dall’euro, un’altra parte sulle modalità di azione. Possiamo affermare che c’è una esigenza diffusa e convergente che, tuttavia, non riesce a darsi continuità e forme di coordinamento stabili, ad esempio come dopo la campagna per il controsemestre europeo a guida italiana e la manifestazione del 28 giugno 2014.
La discussione è entrata nel merito di molti aspetti: è stato deciso di includere nella piattaforma anche la fuoriuscita dalla Nato e dal sistema di guerra (appoggiando la mobilitazione nazionale del prossimo 24 ottobre a Napoli contro le manovre Trident Juncture 2015) e di costruire un percorso condiviso per arrivare al primo passaggio pubblico dell’assemblea nazionale (data provvisoria proposta è quella di sabato 7 novembre).
Alcuni interventi hanno sottolineato la necessità di mettere in piedi momenti di discussione su questi temi a livello locale prima dell’assemblea per poter allargare il confronto e l’inclusione di realtà, collettivi, strutture sociali e sindacali nella definizione della piattaforma e del percorso. Ma è stato anche affermato che la piattaforma, pur confrontandosi a tutto campo, non possa recedere dagli obiettivi definiti e dirimenti sulla uscita dalla Ue, dall’euro e dalla Nato.
Alcuni interventi hanno proposto una strategia dell’attenzione verso la proposta del “piano B” emersa a Parigi (Lafontaine, Varoufakis, Melenchon, Fassina), una piattaforma non del tutto coincidente con quella della nostra discussione ma comunque più avanzata di quelle messe in campo dalla sinistra europea. Altri interventi hanno indicato una analoga strategia dell’attenzione verso quei settori del M5S che sulla uscita dall’euro e dalla Ue si sono mostrati più sensibili.
E’ stato anche richiamato un paragone storico tra la posizione che rifiuta la visione europeista e quella che invece vi si è completamente adeguata: il voto sui crediti di guerra nel 1915, quando le minoranze rivoluzionarie si schierarono contro il sostegno della socialdemocrazia ai propri governi impegnati nella guerra. Una posizione minoritaria che si divise anche al suo interno tra chi rinviava la disobbedienza alla guerra ad una simultaneità di tutti i paesi coinvolti e chi affermava quanto fosse importante che anche un singolo paese uscisse unilateralmente dalla guerra. Oggi su molti aspetti la discussione sulle soluzioni alternative alla permanenza nella gabbia imperialista della Ue e dell’Eurozona o della Nato richiama nuovamente scelte decisive.
Si è deciso di avviare un lavoro di contatto “corpo a corpo” con tutte le realtà non presenti alla riunione del 26 settembre a Roma ma che si sono dette comunque interessate. A tale scopo viene riconvocata una riunione nazionale a Roma per sabato 17 ottobre alle ore 10.30 nei locali di via Giolitti 231 (vicino stazione Termini) per potere sciogliere i nodi irrisolti, verificare i contatti e le risposte ottenute e procedere alla convocazione dell’assemblea nazionale che si dovrebbe tenere nella prima metà di novembre.
Alla prima riunione erano presenti le seguenti realtà e soggettività:
Giorgio Cremaschi, Eurostop, Ernesto Screpanti (economista), Collettivo Militant/Nst, Casa del Popolo "Tanas", Ross@, Rete No War, Sinistra No Euro, Campagna Noi Restiamo, Rete dei Comunisti, Ugo Boghetta (Cpn del Prc), Usb, minoranza Cgil, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista d'Italia
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La Cgil sceglie l'Expo per il Direttivo nazionale, Landini: "Fatto grave, non parteciperò"
Dell'Expo si è detto di tutto e di più. Anche noi su questo sito e sul nostro giornale cartaceo abbiamo ripetutamente pubblicato notizie e analisi sul significato della "Esposizione Universale" di Milano e su tutto ciò che si porta dietro (qui in fondo riportiamo una rassegna di articoli).
La ciliegina sulla torta che mancava era però quella del più grande sindacato italiano, la Cgil, che ha deciso di tenere la riunione del suo Direttivo nazionale del prossimo 5-6 ottobre proprio all'Expo, suscitando le ire della Fiom di Maurizio Landini, dell'area Democrazia e Lavoro e di tanti iscritti e delegati dei luoghi di lavoro. Non solo il Direttivo si terrà all'Expo, ma addirittura nell'intervallo dei lavori è prevista una visita guidata per i sindacalisti all'interno dell'Esposizione.
"Il luogo scelto è parecchio discutibile - dice Maurizio Landini (vedi comunicato in foto) - sia per i tanti scandali che hanno accompagnato la gestione dell'area e la costruzione degli impianti, sia per le condizioni di lavoro al suo interno. Ma ancora più grave è l'intermezzo previsto e proposto nel bel mezzo della discussione del Direttivo, nel pomeriggio del 5 ottobre, con una visita guidata ai padiglioni dell'Expo". Poi prosegue: "Finanziare un tour turistico di dirigenti sindacali con i soldi dei nostri iscritti non mi sembra proprio il modo migliore per affrontare una fase che per le lavoratrici e i lavoratori è segnata soprattutto da difficoltà e sacrifici, né mi sembra possa fornire alcun contributo a rappresentare al meglio i loro interessi". E conclude: "Per tutto questo vi informo che non parteciperò a questa prima giornata del Direttivo dandovi appuntamento al giorno dopo".
È partita anche una raccolta di firme contro questa decisione, e anche l'area della Cgil "Democrazia e Lavoro" ha prodotto questo comunicato di forte contrarietà nel quale tra le altre cose afferma: "Per noi e per tantissime delle persone con cui ci relazioniamo quotidianamente, l'Expo è stato anche uno spaccato di tutto quello che ha intaccato negativamente lo sviluppo di questo paese: la corruzione, la speculazione immobiliare, la cementificazione, l'espropriazione di beni comuni, lo sfruttamento del lavoro".
Per ricordare a Susanna Camusso cos'è Expo, ecco una rassegna di articoli.
Redazione, 1 ottobre 2015
Klodian Elezi, morto di Expo nei cantieri che lavorano 24h
Expo, in 20.000 al lavoro (ma 18.500 lo faranno gratis)
Controllo a distanza: in Expo il Grande Fratello si chiama Manpower
I 70.000 posti di lavoro di Expo 2015 sono diventati 640 e precari
Expo 2015 regala 60mila euro per il Family Day
La vera eccellenza di Expo: gli arresti!
Expo 2015 e la corruzione negli appalti pubblici
Expo: Renzi si accorge che c’è vita oltre Twitter
Non a tutti piace Expo
Costi e benefici dietro la retorica di Expo 2015
Fonte
La ciliegina sulla torta che mancava era però quella del più grande sindacato italiano, la Cgil, che ha deciso di tenere la riunione del suo Direttivo nazionale del prossimo 5-6 ottobre proprio all'Expo, suscitando le ire della Fiom di Maurizio Landini, dell'area Democrazia e Lavoro e di tanti iscritti e delegati dei luoghi di lavoro. Non solo il Direttivo si terrà all'Expo, ma addirittura nell'intervallo dei lavori è prevista una visita guidata per i sindacalisti all'interno dell'Esposizione.
"Il luogo scelto è parecchio discutibile - dice Maurizio Landini (vedi comunicato in foto) - sia per i tanti scandali che hanno accompagnato la gestione dell'area e la costruzione degli impianti, sia per le condizioni di lavoro al suo interno. Ma ancora più grave è l'intermezzo previsto e proposto nel bel mezzo della discussione del Direttivo, nel pomeriggio del 5 ottobre, con una visita guidata ai padiglioni dell'Expo". Poi prosegue: "Finanziare un tour turistico di dirigenti sindacali con i soldi dei nostri iscritti non mi sembra proprio il modo migliore per affrontare una fase che per le lavoratrici e i lavoratori è segnata soprattutto da difficoltà e sacrifici, né mi sembra possa fornire alcun contributo a rappresentare al meglio i loro interessi". E conclude: "Per tutto questo vi informo che non parteciperò a questa prima giornata del Direttivo dandovi appuntamento al giorno dopo".
È partita anche una raccolta di firme contro questa decisione, e anche l'area della Cgil "Democrazia e Lavoro" ha prodotto questo comunicato di forte contrarietà nel quale tra le altre cose afferma: "Per noi e per tantissime delle persone con cui ci relazioniamo quotidianamente, l'Expo è stato anche uno spaccato di tutto quello che ha intaccato negativamente lo sviluppo di questo paese: la corruzione, la speculazione immobiliare, la cementificazione, l'espropriazione di beni comuni, lo sfruttamento del lavoro".
Per ricordare a Susanna Camusso cos'è Expo, ecco una rassegna di articoli.
Redazione, 1 ottobre 2015
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Portogallo. Elezioni il 4 ottobre. "L'urgenza della rottura"
Per PS, PSD e CDS (il Partito Socialista e i partiti di "centro-destra" che, in Portogallo, si sono avvicendati al potere nell'ultimo quarantennio, ndt) tutto è lecito. Dal lavarsi le mani rispetto alle proprie responsabilità per la politica di sfruttamento, di impoverimento, di dipendenza e sottomissione al nascondere le sue drammatiche conseguenze per il popolo e il Paese. Vogliono, cercando di far dimenticare le loro responsabilità passate e presenti, ingannare ancora una volta i portoghesi in merito alle loro vere intenzioni per il futuro. Per questo, tornano a promettere il contrario di ciò che hanno effettivamente fatto per 39 anni. Per questo, cercano di confondere, per nascondere l'essenziale che li unisce. Per questo, giocano sull'illusione di una "scelta" che, in fin dei conti, è condizionata dalla continuità della politica di destra. La menzogna e la diversione sono la loro prerogativa.
Nel frattempo, nonostante il linguaggio mistificatorio dei loro discorsi e programmi elettorali, PS, PSD e CDS non hanno null'altro da offrire al popolo portoghese che l'"inevitabilità" della politica di destra e, quindi, della sua dimensione e supporto esterni. Se esistessero dubbi, basterebbe verificare, sia per le omissioni che per le esternazioni, il loro proposito di una ancora maggiore subordinazione del Portogallo all'Unione Europea e alla NATO, vale a dire, agli interessi delle grandi multinazionali, degli USA, delle grandi potenze dell'Unione Europea.
PS, PSD e CDS non solo riaffermano i trattati, l'UEM e l'euro, il Trattato di Bilancio, la cosiddetta Governance economica, tra gli altri strumenti di dominio economico e politico dell'Unione Europea – che sono stati e sono plasmati nei PEC del PS, nel patto di aggressione di PS, PSD e CDS e nel Programma di Stabilità e Piano Nazionale di Riforme di PSD e CDS –, ma puntano a un ancor maggiore approfondimento del processo di integrazione capitalista europeo (e di questo con gli Stati Uniti, attraverso il cosiddetto "trattato transatlantico", o TTIP), con il conseguente e inaccettabile aggravamento dei condizionamenti e vincoli alla sovranità e indipendenza nazionali, della dipendenza e della sottomissione del Paese.
PS, PSD e CDS non solo hanno associato il Portogallo a guerre di aggressione degli USA e della NATO, con il loro fardello di morte, sofferenza e distruzione – Jugoslavia, 1999, PS/Guterres; Afghanistan, 2001, PS/Guterres; Iraq, 2003, PSD/CDS/Durão/Portas; Libia, 2011, PS/Socrates; Siria 2011/12, Ucraina, 2014, PSD/CDS/Passos/Portas –, ma puntano alla continuazione della politica di subordinazione delle Forze Armate Portoghesi a questo blocco politico-militare e di coinvolgimento del Portogallo nella scalata aggressiva contro i popoli e gli Stati che affermano la loro sovranità e la difesa della loro indipendenza. Quella NATO che realizzerà in ottobre, coinvolgendo il Portogallo, una delle sue maggiori manovre militari.
Le prossime elezioni legislative del 4 ottobre sono, così, l'opportunità di affermare l'urgenza della rottura con un percorso di permanente tutela esterna ed eterna regressione sociale, sottosviluppo e subalternità che PS, PSD e CDS vogliono continuare, e il necessario cambiamento nella vita nazionale che apra la strada all'alternativa, patriottica e di sinistra.
Alternativa patriottica e di sinistra che, dando risposta ai bisogni del popolo e ai problemi del Paese, affermi un Portogallo libero e sovrano e un'Europa di pace e cooperazione, rompendo con la connivenza e il servilismo nei confronti degli orientamenti dell'Unione Europea, con la rinegoziazione del debito e la liberazione dalla sottomissione all'euro e alla NATO, nel quadro di un'iniziativa determinata per la difesa intransigente degli interessi nazionali, applicando la Costituzione della Repubblica Portoghese.
Un percorso di difesa dei diritti, degli interessi e delle aspirazioni del popolo portoghese che passa necessariamente attraverso il rafforzamento della CDU (la coalizione guidata dal Partito Comunista Portoghese, ndt).
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Nel frattempo, nonostante il linguaggio mistificatorio dei loro discorsi e programmi elettorali, PS, PSD e CDS non hanno null'altro da offrire al popolo portoghese che l'"inevitabilità" della politica di destra e, quindi, della sua dimensione e supporto esterni. Se esistessero dubbi, basterebbe verificare, sia per le omissioni che per le esternazioni, il loro proposito di una ancora maggiore subordinazione del Portogallo all'Unione Europea e alla NATO, vale a dire, agli interessi delle grandi multinazionali, degli USA, delle grandi potenze dell'Unione Europea.
PS, PSD e CDS non solo riaffermano i trattati, l'UEM e l'euro, il Trattato di Bilancio, la cosiddetta Governance economica, tra gli altri strumenti di dominio economico e politico dell'Unione Europea – che sono stati e sono plasmati nei PEC del PS, nel patto di aggressione di PS, PSD e CDS e nel Programma di Stabilità e Piano Nazionale di Riforme di PSD e CDS –, ma puntano a un ancor maggiore approfondimento del processo di integrazione capitalista europeo (e di questo con gli Stati Uniti, attraverso il cosiddetto "trattato transatlantico", o TTIP), con il conseguente e inaccettabile aggravamento dei condizionamenti e vincoli alla sovranità e indipendenza nazionali, della dipendenza e della sottomissione del Paese.
PS, PSD e CDS non solo hanno associato il Portogallo a guerre di aggressione degli USA e della NATO, con il loro fardello di morte, sofferenza e distruzione – Jugoslavia, 1999, PS/Guterres; Afghanistan, 2001, PS/Guterres; Iraq, 2003, PSD/CDS/Durão/Portas; Libia, 2011, PS/Socrates; Siria 2011/12, Ucraina, 2014, PSD/CDS/Passos/Portas –, ma puntano alla continuazione della politica di subordinazione delle Forze Armate Portoghesi a questo blocco politico-militare e di coinvolgimento del Portogallo nella scalata aggressiva contro i popoli e gli Stati che affermano la loro sovranità e la difesa della loro indipendenza. Quella NATO che realizzerà in ottobre, coinvolgendo il Portogallo, una delle sue maggiori manovre militari.
Le prossime elezioni legislative del 4 ottobre sono, così, l'opportunità di affermare l'urgenza della rottura con un percorso di permanente tutela esterna ed eterna regressione sociale, sottosviluppo e subalternità che PS, PSD e CDS vogliono continuare, e il necessario cambiamento nella vita nazionale che apra la strada all'alternativa, patriottica e di sinistra.
Alternativa patriottica e di sinistra che, dando risposta ai bisogni del popolo e ai problemi del Paese, affermi un Portogallo libero e sovrano e un'Europa di pace e cooperazione, rompendo con la connivenza e il servilismo nei confronti degli orientamenti dell'Unione Europea, con la rinegoziazione del debito e la liberazione dalla sottomissione all'euro e alla NATO, nel quadro di un'iniziativa determinata per la difesa intransigente degli interessi nazionali, applicando la Costituzione della Repubblica Portoghese.
Un percorso di difesa dei diritti, degli interessi e delle aspirazioni del popolo portoghese che passa necessariamente attraverso il rafforzamento della CDU (la coalizione guidata dal Partito Comunista Portoghese, ndt).
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Bombardamenti russi in Siria, Mosca comincia i raid contro i jihadisti
Dopo le prime indiscrezioni, ormai è ufficiale: i caccia di Mosca hanno iniziato le operazioni militari in Siria rispondendo all’appello del governo di Damasco che ha chiesto aiuto alle forze armate russe per contrastare l’avanzata delle milizie jihadiste ma anche per rintuzzare le ingerenze di cui Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e petromonarchie del golfo si stanno rendendo protagoniste. L’obiettivo delle potenze occidentali e di quelle sunnite, del resto, rimane lo stesso di sempre – liberarsi del regime siriano – anche se rispetto al passato prevale quello ufficiale di combattere lo Stato Islamico tanto in Siria quanto in Iraq.
Secondo quanto si apprende dai comunicati diffusi da Mosca e da Damasco, i caccia russi avrebbero colpito nell’area di Homs, di Latakia e di Hama dopo che i comandi militari di Mosca avevano chiesto alle forze aeree statunitensi di astenersi dal sorvolare la regione interessata dalla prima azione militare di Mosca in Medio Oriente dagli anni ’80 ad oggi, senza però fornire i dettagli esatti degli obiettivi. Una richiesta, hanno fatto sapere stizziti al Pentagono, che i caccia statunitensi e del resto dei membri della ‘coalizione’ – alla quale oggi si è unita anche la Tunisia – non avrebbero esaudito portando avanti le missioni già programmate. I comandi militari statunitensi hanno addirittura smentito che forze russe abbiano colpito obiettivi in Siria mentre alcune fonti dell'opposizione al governo di Damasco hanno al contrario accusato i caccia di Mosca di aver 'ecceduto', colpendo e uccidendo anche dei civili nei pressi di Hama...
Da parte sua il gruppo che si fa chiamare "Tajammu al Izzah", ("Raggruppamento della Dignità") denuncia in un comunicato che quattro caccia russi avrebbero colpito e distrutto le sedi della loro organizzazione nella provincia di Hama.
Secondo gli analisti le aree colpite ad Homs sono prevalentemente sotto controllo del Fronte al Nusra, organizzazione associata ad al Qaeda, mentre le aree colpite a Latakia sono sotto il controllo della coalizione conosciuta come Esercito della Conquista, anch'essa jihadista. Le zone colpite ad Hama, invece, includerebbero località controllate da gruppi ribelli cosiddetti "moderati", ma anche da al Nusra e da alcuni gruppi minori che si sono uniti all'Isis.
La prima azione in territorio siriano all'interno della campagna militare decisa da Mosca è arrivata in contemporanea con il si del Senato russo – il Consiglio della Federazione – all’intervento nel paese scosso da una guerra civile fomentata e combattuta da potenze e forze straniere. La Duma, all’unanimità, ha approvato l’uso della forza in Siria sostenendo compattamente la richiesta in tal senso del presidente Vladimir Putin.
Secondo Putin l’impegno militare russo in Siria ha carattere ‘temporaneo’ ma è indispensabile per impedire che tutto il paese cada nelle mani degli islamisti. «L’unico modo per affrontare il terrorismo è combatterlo preventivamente... e non aspettare che i terroristi arrivino in casa» ha spiegato il presidente russo nel corso di una riunione di governo, di fatto mutuando il discorso tradizionale a sostegno degli interventi militari occidentali in quei paesi ritenuti fonte di pericolo per la propria sicurezza nazionale. D’altronde in Siria combattono migliaia di miliziani islamisti provenienti dalla Russia e dalle altre repubbliche ex sovietiche, che rappresentano una potenziale grave minaccia per la stabilità dello spazio geopolitico controllato da Mosca.
Il capo dell'amministrazione presidenziale, Serghiei Ivanov, ha chiarito che Mosca non invierà truppe sul terreno, ma si limiterà a “fornire appoggio dall’aria alle forze siriane”. In realtà è abbastanza evidente che nelle ultime settimane alcune centinaia di militari russi hanno raggiunto il piccolo contingente già presente nel paese per rafforzare la base di Tartus e coordinare l’intervento di Mosca contro le diverse forze jihadiste. I carri armati, i caccia, i sistemi missilistici e i radar arrivati da Mosca a Damasco e Latakia per blindare la resistenza delle ultime due roccaforti del regime sono stati accompagnati da una certa quantità di consiglieri, istruttori e membri delle forze speciali. Nei giorni scorsi, secondo indiscrezioni non confermate, reparti russi sarebbero stati attaccati ed avrebbero risposto al fuoco colpendo le milizie islamiste.
La Russia sarà "l'unico paese" a intervenire militarmente in Siria nel rispetto del diritto internazionale perché la decisione di lanciare dei raid aerei arriva in seguito alla richiesta di assistenza militare ricevuta dal presidente siriano Bashar al-Assad, ha precisato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui tali operazioni sono possibili solo sulla base di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu o su richiesta delle autorità legittime di un Paese interessato.
Mentre gli Stati Uniti accusano Mosca di voler forzare la mano sullo scenario siriano, l’Arabia Saudita ha reagito avvertendo ‘alleati’ e nemici – e la Russia è uno di questi ultimi – che sta valutando l’opportunità di intervenire militarmente in Siria per rimuovere Assad dal potere. “Non c’è futuro per Assad indipendentemente da ciò che la Russia o altri vogliono” ha minacciato in maniera inequivocabile il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir.
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Secondo quanto si apprende dai comunicati diffusi da Mosca e da Damasco, i caccia russi avrebbero colpito nell’area di Homs, di Latakia e di Hama dopo che i comandi militari di Mosca avevano chiesto alle forze aeree statunitensi di astenersi dal sorvolare la regione interessata dalla prima azione militare di Mosca in Medio Oriente dagli anni ’80 ad oggi, senza però fornire i dettagli esatti degli obiettivi. Una richiesta, hanno fatto sapere stizziti al Pentagono, che i caccia statunitensi e del resto dei membri della ‘coalizione’ – alla quale oggi si è unita anche la Tunisia – non avrebbero esaudito portando avanti le missioni già programmate. I comandi militari statunitensi hanno addirittura smentito che forze russe abbiano colpito obiettivi in Siria mentre alcune fonti dell'opposizione al governo di Damasco hanno al contrario accusato i caccia di Mosca di aver 'ecceduto', colpendo e uccidendo anche dei civili nei pressi di Hama...
Da parte sua il gruppo che si fa chiamare "Tajammu al Izzah", ("Raggruppamento della Dignità") denuncia in un comunicato che quattro caccia russi avrebbero colpito e distrutto le sedi della loro organizzazione nella provincia di Hama.
Secondo gli analisti le aree colpite ad Homs sono prevalentemente sotto controllo del Fronte al Nusra, organizzazione associata ad al Qaeda, mentre le aree colpite a Latakia sono sotto il controllo della coalizione conosciuta come Esercito della Conquista, anch'essa jihadista. Le zone colpite ad Hama, invece, includerebbero località controllate da gruppi ribelli cosiddetti "moderati", ma anche da al Nusra e da alcuni gruppi minori che si sono uniti all'Isis.
La prima azione in territorio siriano all'interno della campagna militare decisa da Mosca è arrivata in contemporanea con il si del Senato russo – il Consiglio della Federazione – all’intervento nel paese scosso da una guerra civile fomentata e combattuta da potenze e forze straniere. La Duma, all’unanimità, ha approvato l’uso della forza in Siria sostenendo compattamente la richiesta in tal senso del presidente Vladimir Putin.
Secondo Putin l’impegno militare russo in Siria ha carattere ‘temporaneo’ ma è indispensabile per impedire che tutto il paese cada nelle mani degli islamisti. «L’unico modo per affrontare il terrorismo è combatterlo preventivamente... e non aspettare che i terroristi arrivino in casa» ha spiegato il presidente russo nel corso di una riunione di governo, di fatto mutuando il discorso tradizionale a sostegno degli interventi militari occidentali in quei paesi ritenuti fonte di pericolo per la propria sicurezza nazionale. D’altronde in Siria combattono migliaia di miliziani islamisti provenienti dalla Russia e dalle altre repubbliche ex sovietiche, che rappresentano una potenziale grave minaccia per la stabilità dello spazio geopolitico controllato da Mosca.
Il capo dell'amministrazione presidenziale, Serghiei Ivanov, ha chiarito che Mosca non invierà truppe sul terreno, ma si limiterà a “fornire appoggio dall’aria alle forze siriane”. In realtà è abbastanza evidente che nelle ultime settimane alcune centinaia di militari russi hanno raggiunto il piccolo contingente già presente nel paese per rafforzare la base di Tartus e coordinare l’intervento di Mosca contro le diverse forze jihadiste. I carri armati, i caccia, i sistemi missilistici e i radar arrivati da Mosca a Damasco e Latakia per blindare la resistenza delle ultime due roccaforti del regime sono stati accompagnati da una certa quantità di consiglieri, istruttori e membri delle forze speciali. Nei giorni scorsi, secondo indiscrezioni non confermate, reparti russi sarebbero stati attaccati ed avrebbero risposto al fuoco colpendo le milizie islamiste.
La Russia sarà "l'unico paese" a intervenire militarmente in Siria nel rispetto del diritto internazionale perché la decisione di lanciare dei raid aerei arriva in seguito alla richiesta di assistenza militare ricevuta dal presidente siriano Bashar al-Assad, ha precisato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo cui tali operazioni sono possibili solo sulla base di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu o su richiesta delle autorità legittime di un Paese interessato.
Mentre gli Stati Uniti accusano Mosca di voler forzare la mano sullo scenario siriano, l’Arabia Saudita ha reagito avvertendo ‘alleati’ e nemici – e la Russia è uno di questi ultimi – che sta valutando l’opportunità di intervenire militarmente in Siria per rimuovere Assad dal potere. “Non c’è futuro per Assad indipendentemente da ciò che la Russia o altri vogliono” ha minacciato in maniera inequivocabile il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir.
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