Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/08/2018

La differenza tra “il vivo” e “il morto” colpisce anche Caldarola

La politica è battaglia tra interessi sociali (strutturati o meno), visioni del mondo e idee su come cambiarlo secondo gli interessi che si supportano. In genere imprese multinazionali e finanza da una parte, piccole e medie imprese da un’altra (a tratti con disperazione), da un’altra ancora lavoratori dipendenti ormai tutti precari e insicuri, disoccupati, pensionati, senza casa, giovani, migranti, ecc.

L’aspetto intellettualmente più interessante della battaglia politica si mostra quando si incontrano persone collocate in campi assai diversi, ma capaci di guardare in faccia i problemi, bastonando – se necessario – la propria parte per indicare i punti di debolezza, forza, scoperti, sia nel proprio fronte che in quelli avversi.

Peppino Caldarola, tra le altre cose ex direttore de l’Unità, è una di queste persone, con cui più volte abbiamo intrecciato di fioretto o sciabola, a volte concordando e altre criticandolo anche duramente.

Stavolta coglie il punto essenziale di fragilità devastante in Liberi e uguali – l’immobilismo politico e sociale, ovvero il “far politica con le dichiarazioni” invece che con l’azione tra la gente che poi, ogni tanto, vota anche. E oggi non li pensa più.

Il punto di partenza è un sondaggio Swg che dà ora Potere al Popolo! davanti a Grasso e Bersani, che pur precipitando nella scala del potere godono ancora di “buona stampa” o ampie e frequenti apparizioni in tv. Pur sapendo forse meglio di tanti “esperti di statistica da tastiera” che i sondaggi sono ballerini e – su certe percentuali – alquanto aleatori, Caldarola non sottovaluta affatto questo “sorpassino”.

L’intento, esplicito, è quello di frustare l’orgoglio di quelli con cui ha condiviso una lunghissima stagione di lotta politica (Bersani, D’Alema, Cofferati, ecc), invitandoli ad agire. In qualsiasi modo, su qualsiasi tema, ma ad agire. A uscire insomma dalla routine delle riunioni diplomatiche, degli “abboccamenti” con Tizio o Caio in sofferenza nel Pd renziano, dei talk show in cui diventa ogni volta più palese l’assenza di idee (e di coerenza) del poveraccio di turno che viene invitato. E tornare finalmente a parlare “alla gente”, a immergersi “tra le masse” per un benefico bagno di umiltà, autocritica, recupero di energie e credibilità.

A noi – lo diciamo senza spocchia – sembra una speranza impossibile. Quel ceto politico ha frequentato Parlamento e ministeri per decenni. I suoi vertici hanno legalizzato la precarietà, incentivato il “lavoro gratuito”, spinto centinaia di migliaia di giovani a cercare fortuna all’estero. Hanno distrutto il sistema sanitario pubblico, quello pensionistico e l’edilizia popolare, l’istruzione a tutti i livelli; hanno regalato le industrie e le banche pubbliche per un tozzo di pane. Non hanno alcuna più credibilità sociale. Neanche se si sottoponessero a mesi di “riabilitazione” maoista riuscirebbero a farsi perdonare quel che hanno combinato in oltre venti anni di obbedienza alle politiche di austerità dell’Unione Europea. Anche se la memoria collettiva in questo paese è sempre piuttosto scarsa, ci penserebbero di certo quelli della destra o i grillini a ricordarlo h24...

L’aspetto interessante, in effetti, non è questo, ma l’aver colto la differenza qualitativa tra il soggetto calante e quello crescente nella “percezione di autenticità” della popolazione. Numeri piccoli, differenze infinitesimali che magari la prossima settimana saranno ribaltate a causa di qualche fattore contingente, ma che indicano una dinamica totalmente opposta da qui in avanti.

Sintetizza brutalmente Caldarola: “Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono”.

E’ il tema di una discussione che sta attraversando in questo periodo tutta l’area politica informe che sta tra Leu, appunto, e anche oltre Potere al Popolo! Con tanti singoli compagni, collettivi, componenti organizzate e frazioni di esse, tirate come corde di violino tra l’antico andazzo “politicista” e la spinta a “fare tutto al contrario”. In mezzo alla nostra gente, battagliando porta a porta, problema per problema, rivendicazione per rivendicazione, bisogno per bisogno. Sbagliando cento volte, per ingenuità, inesperienza e qualche errore di calcolo... Ci sta e ci si correggerà. In fondo, alle generazioni nuove di questo paese non ci sembra che nessuno possa offrire un “modello di sinistra vincente”. No?

Non è una contrapposizione ideologica (anche se c’è sempre chi, in difficoltà con la pratica, la butta su questo piano sterile), ma un’articolazione politica che si risolve solo facendo. Se è ancora vero che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, e non una serie di massime e icone da esibire con orgoglio un po’ solitario...

Non è difficile. Qualcuno che una volta era comunista, come Caldarola, ha riconosciuto a lume di naso “ciò che è vivo e ciò che è morto”. Anche se con dolore, perché “i suoi” sono decisamente l’esempio calzante del “morto che non riesce più ad afferrare il vivo”.

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Se Viola Carofalo si mangia Pietro Grasso

Peppino Caldarola

Lettera 43

L’immobilismo dei dirigenti di sinistra in questo periodo storico non ha precedenti. Così Liberi e uguali ha aperto la strada alla crescita di Potere al Popolo.

Tranne pochissimi casi, non leggo mai parole allarmate di leader di sinistra su quel che sta accadendo. Non vorrei essere frainteso: tanti dichiarano contro il governo, contro il razzismo, contro Matteo Salvini e poi Luigi Di Maio. Ma non si percepisce mai il senso della drammaticità della situazione nella sinistra. Io ho già scritto come la penso. Credo che serva una rivoluzione contro l’establishment di sinistra e una dotazione culturale che parta da un pensiero che inglobi la critica globale del capitalismo. Penso che anche se l’attuale maggioranza di governo ha sondaggi favorevoli, non credo siano dati definitivi perché molti contrasti li divideranno e molti punti di crisi sono già aperti fra alcuni di loro e porzioni di elettorato. Penso, infine, che la caduta di questa maggioranza di destra possa avvenire se si rianima una destra costituzionale che prende la bandiera della moderazione e la impugni con severità e aggressività. Non vedo, invece, fatti nuovi a sinistra a parte la buona, anzi ottima, volontà di alcuni, Maurizio Martina per primo. Prendiamo il caso del sondaggio che dà Potere al Popolo in sorpasso su Liberi ed uguali. Viola Carofalo si sta mangiando Pietro Grasso.

TROPPO SILENZIO DA PARTE DI DIRIGENTI E INTELLETTUALI DI SINISTRA

Avete letto un commento, una analisi, un cenno di preoccupazione in quella decina di parlamentari che hanno occupato manu militari le liste escludendone, ad esempio, il medico di Lampedusa Pietro Bartolo? Avete letto una presa di posizione di Pietro Grasso e di altri maggiorenti che abbia cercato di dare una spiegazione e si siano offerti di elaborare una strategia? Che si siano, come si diceva una volta, messi in gioco? Niente. Io ricordo bene la crisi del Psiup, piccolo partito denso di personalità eccezionali che ruppe con il Psi quando nacque il primo centro-sinistra organico. Era un partito vero ma era al tempo stesso un amalgama malriuscito in cui però c’era gente che veniva dai Quaderni Rossi, dal socialismo, c’erano sindacalisti alla Vittorio Foa, assieme a “carristi” alla Tullio Vecchietti e Dario Valori. Fu una campagna elettorale malriuscita, che non elesse neppure un parlamentare, a segnare la morte di quel partito che era già stato ucciso dal suo gruppo dirigente “carrista” che, a differenza del Pci, scelse i sovietici nello scontro su Praga. Tuttora, però, raccogliamo i testi apparsi nelle riviste, nei giornali pubblicati in quegli anni e vissuti poco tempo, cerchiamo i discorsi di tanti intellettuali di sinistra e di tanti giovani (in quel partito c’erano Peppino Impastato e Mauro Rostagno, un genio assoluto) e troviamo il senso del tempo, la drammaticità del tempo. I dirigenti di LeU avranno preso, in questi mesi, una dose tripla di Tavor perché non si scompongono. Il sorpasso di Potere al Popolo continuerà ad accrescere le distanze.

I RENZIANI SONO ORMAI UNA BUFFA SETTA

È ovvio che un elettorato di sinistra di fronte ad azioni esemplari preferirà questo gruppo a chi è solo chiacchiere e distintivo. Tuttavia – lo sottolineava tempo fa Antonio Bassolino in un seminario di Italianieuropei – questa assenza di drammaticità, questa incomprensione del ruolo che bisogna svolgere di fronte alla storia e ai propri errori spiegano perché questa classe dirigente non potrà fare nulla di buono. Da un lato i renziani sono, ormai, una buffa setta che nega l’evidenza (come il famoso colonnello Buttiglione del film di Mino Guerrini (del 1973), dall’altra gli anti-renziani (non tutti, ci sono molte eccezioni) si sono specializzati in convegnistica, e aspettano che il Movimento 5 stelle si “ravveda”. Non era mai successo che la sinistra stesse così ferma, così attonita, così priva di iniziativa in tutti questi decenni repubblicani. Ripeto, mai. Siamo assediati da citazioni di Bernie Sanders e di Jeremy Corbyn, ma nessuno che dica che cosa è il socialismo italiano. Accade perciò che se andate in mezzo alle persone vere, in molte città ci troverete solo quelli di Potere al Popolo. Spesso ne ho parlato bene, spesso li ho criticati, cosa che loro non sopportano. Continuerò a fare l’una cosa e l’altra. Con rispetto, perché, vivaddio, loro almeno si muovono.

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02/08/2018

“Sporco comunista”, giornalista accoltellato sulla porta di casa

Riportiamo il testo dell’agenzia AdnKronos, con tutti i suoi condizionali dubbiosi, per far vedere come “il trattamento della notizia” non sia mai innocente. L’Aggressione c’è stata, la coltellata anche, la denuncia ai carabinieri pure. La figura di Nascimbeni è abbastanza nota, con una biografia senza zone d’ombra.

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Un fendente diretto al volto, parato con un braccio e sferrato sulla porta di casa. Questo quanto sarebbe accaduto ieri sera a Enrico Nascimbeni, cantautore, scrittore, giornalista e direttore di Border OnLine del Gruppo Saman, vittima di un agguato da parte di due uomini e sul quale stanno ora indagando i carabinieri. A raccontare l’episodio di violenza è stato lo stesso cronista, che su Facebook ha voluto rassicurare amici e colleghi sulle sue condizioni di salute e ringraziare tutti per la solidarietà ricevuta.

“Sono tornato poco fa dalla stazione Garibaldi dei carabinieri – ha scritto nella tarda serata di ieri Nascimbeni – che ringrazio per tutto quello che hanno fatto e per il loro garbo la loro umanità e per come stanno svolgendo il loro lavoro e le indagini (uno di loro in casa mia ha riempito la ciotola di acqua fresca al mio cane, gesto in certi momenti che non si scorda)”. Uno dei due aggressori, secondo quanto riferisce il cronista l’avrebbe aggredito sulla porta di casa. “Mi ha tirato una coltellata al viso – racconta Nascimbeni – che per reazione istintiva ho parato con un braccio che ovviamente ha un taglio non grave. Non grave davvero”.

“Se ne sono scappati via dicendomi ‘sporco comunista di merda’. Mi sono chiuso in casa. Mi sono ripigliato un po’ – ha raccontato ancora – e chiamato i carabinieri (e ne sono arrivati tanti) ed è arrivata una ambulanza. Una paramedica mi ha medicato e poi sono andato con i CC in caserma e ci sono rimasto fino a poco fa”.

Nascimbeni ha poi ringraziato quanti gli sono stati vicini immediatamente dopo l’accaduto, a partire dal gruppo dei Sentinelli di Milano fino all’Anpi. “Non mi aspettavo una cosa del genere – ha commentato ancora -. Una violenza del genere contro un giornalista, uno scrittore, un cantautore, per le sue idee. Mi sono spaventato e parecchio. Me la sono vista brutta. Ma mi è andata tutto sommato bene”, ha scritto, per poi concludere il post con “ora e sempre Resistenza”.

Enrico Nascimbeni nel 2016 venne insignito del Premio “Amico del Popolo Rom” per il suo impegno attivo contro tutti i razzismi e del “Premio Internazionale Phralipe”, destinato ad enti, organizzazioni o persone che esprimono disinteressatamente la loro solidarietà verso il popolo Rom.

“Casualmente”, stamattina era prevista una manifestazione a Roma proprio di Rom e Sinti, dalle 12 alle 17, in piazza Montecitorio. Dall’appello:


Prima di tutto per ricordare gli ultimi 2.897, donne, uomini e bambini rom e sinti dello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau uccisi nella notte del 2 agosto 1944 e commemorare con loro più di mezzo milione di nostri fratelli e sorelle morti nei campi di sterminio d’Europa.

Poi per affermare che commemorare oggi quella data significa ricordare, imparare e agire in una nuova situazione di difficoltà. Noi siamo figli e nipoti di quelle persone. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che il razzismo non porta un futuro migliore nemmeno per i razzisti, porta solo la ripetizione di una storia atroce e devastante per tutti. Siamo determinati ad agire con tutte le nostre forze contro questa onda nera che ci riporta indietro, non soltanto per proteggere noi e i nostri figli, ma in difesa di tutti i cittadini, in difesa della nostra civiltà e della nostra democrazia.

In Europa, in questi ultimi tempi le nostre comunità vivono un rinnovato sentimento di preoccupazione e paura: in Ucraina, in Ungheria, in Slovacchia, in Romania movimenti razzisti e neonazisti attaccano le nostre comunità, bruciano le nostre abitazioni e, come in Ungheria e Ucraina, uccidono. In Italia un sentimento di odio e discriminazione a lungo coltivato si concretizza da parte del nuovo governo in minacce di censimento etnico e di espulsione di rom e sinti non italiani. Che poi a questi ultimi si dica che “purtroppo” non saranno cacciati non riduce certo la preoccupazione di una comunità che ha una storia di discriminazione e persecuzione plurisecolare e che proprio in questo periodo subisce atti di violenza grandi e piccoli di cui basta ricordare la piccola Cirasela, colpita alla schiena pochi giorni fa da uno dei vigliacchi che sparano a chi non gli piace perché nero o perché “zingaro”.

Infine, per dire al nuovo governo, al quale abbiamo chiesto per ora inutilmente un incontro, che non sarà a colpi di censimento o di ruspa che si risolvono i problemi e che noi continuiamo a essere assolutamente determinati ad assumerci la nostra parte di responsabilità nella ricerca di soluzioni a vantaggio dell’Italia e dei suoi cittadini di origine Rom e Sinti.

Per dire che rabbia e rancore verso chi è più debole non hanno mai risolto né risolverà le difficoltà. Per anni i governi non hanno svolto le azioni necessarie per risolvere i problemi reali che ci affliggono e abbiamo visto spendere il denaro dei contribuenti italiani ed europei con un approccio rivolto all’assistenza e a internarci nei campi, una soluzione inefficace, che ha prodotto più degrado e emarginazione, ma fino ad ora non abbiamo ricevuto alternative credibili.

Per tutto questo rinnoviamo la richiesta al governo di condividere la nostra determinazione di affrontare i problemi insieme non contro di noi per lavorare per un vero cambiamento che faccia sì che le persone non sentano paura e rabbia, ma coraggio e speranza.

Per tutto questo il 2 agosto saremo a Roma in piazza Montecitorio invitando cittadini, artisti, intellettuali, forze politiche e sociali a portare un segno di solidarietà a una battaglia che non è solo nostra ma di tutti coloro che vogliono per Rom e Sinti e per tutti gli italiani una vita migliore.

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Israele - I drusi si scoprono uguali agli altri arabi, cittadini di serie B

di Michele Giorgio – Il Manifesto

«Questa legge colpisce i cittadini non ebrei di Israele. Mi sento discriminato, perciò lascio le Forze armate». Safa Mansour, druso e medico militare della 91esima divisione dell’esercito, ai microfoni della radio statale ha condannato pubblicamente la legge approvata lo scorso 19 luglio dalla Knesset che definisce Israele come ”Stato nazione del popolo ebraico” e descrive la biblica “Eretz Israel”, la Palestina storica, come una terra appartenente agli ebrei. Il testo peraltro non contiene riferimenti espliciti all’uguaglianza tra ebrei e non ebrei e ha declassato l’arabo, fino a qualche giorno fa lingua ufficiale di Israele come l’ebraico. Per un milione e mezzo di arabo israeliani, i palestinesi cittadini d’Israele, la legge non è una sorpresa. La contestano con forza, ne comprendono i suoi pericolosi risvolti futuri ma allo stesso tempo la vedono come un atto nero su bianco che ufficializza le discriminazioni alle quali sono soggetti sin dalla fondazione di Israele, 70 anni fa. 

Per 130mila drusi, o gran parte di essi, invece è stato uno choc. Si sentono traditi, ingannati, messi sullo stesso piano degli arabo israeliani. Sono l’unica minoranza non ebraica che fa il servizio militare obbligatorio. I drusi combattono e talvolta muoiono per Israele. Nei Territori palestinesi occupati reprimono con violenza, arrestano, fanno il lavoro sporco e adesso scoprono di essere cittadini di serie B. Il brit damim, il “patto di sangue” che dal 1948 li legherebbe agli israeliani ebrei, si è rivelato una frase su un foglio di carta. Gli “arabi modello” a conti fatti sono soltanto degli arabi.

Un colpo al quale Safa Mansour e altri due ufficiali drusi hanno risposto annunciando di non voler più far parte delle Forze armate. Altri potrebbero seguire il loro gesto. Uno dei tre, Amir Jamal, è stato sospeso per 15 giorni e il capo di stato maggiore Eisenkot ha fatto la voce grossa esortando i militari drusi a mettere da parte la politica e a credere nella piena uguaglianza nei ranghi dell’esercito dove, a suo dire, non esisterebbero differenze tra fedi ed etnie diverse. Un appello analogo è giunto anche dal generale di brigata Ghassan Alian, l’ufficiale druso più alto in grado. 

Parole che forse non basteranno, è probabile che la legge approvata dalla Knesset favorisca l’aumento del numero degli obiettori tra i giovani drusi già in atto da alcuni anni. «Sono convinto che tanti nostri giovani adesso sceglieranno di non fare il servizio di leva, nonostante le sanzioni previste dalla legge‎ – dice al manifesto Samer Sweid, un attivista della compagna per l’obiezione di coscienza Da anni lavoriamo per questo e la nuova legge appena spingerà tanti ragazzi a ripensare al proprio status nella società israeliana e al loro ruolo nelle forze armate di Israele».

L’alleanza tra Israele e i drusi – fede religiosa di origine sciita-ismailita divenuta nel corso dei secoli di fatto anche una etnia, in ragione della spiccata tendenza nella comunità all’endogamia – risale a prima della nascita dello Stato ebraico. Il movimento sionista e i più importanti leader religiosi drusi in Galilea avviarono rapporti stretti a danno del nazionalismo palestinese. Rapporti che dopo la fondazione di Israele sfociarono nella definizione di uno status speciale per i cittadini drusi, molti dei quali rimarcano la “differenza” dai palestinesi. Oggi diverse migliaia di drusi si proclamano “sionisti”. Un loro rappresentante, il ministro Ayoub Kara, è noto per i suoi toni sempre accesi contro gli arabi. Allo stesso tempo non tutta la minoranza drusa appoggia l’integrazione totale nel sistema israeliano e la partecipazione alle Forze armate. Due celebri intellettuali drusi, entrambi scomparsi qualche anno fa, come il poeta Samih al Qassem e lo scrittore Salman Natour, si sono sempre dichiarati parte della nazione palestinese. I drusi del Golan, territorio occupato da Israele nel 1967, a differenza dei loro fratelli in Galilea si proclamano con orgoglio cittadini siriani.

Sabato migliaia di drusi israeliani parteciperanno a Tel Aviv a una manifestazione in cui invocheranno un emendamento a loro favore della legge su Israele Stato nazionale del popolo ebraico che dovrebbe essere ripresa in esame l’8 agosto dalla Knesset. Il governo comunque resta compatto nella difesa della legge malgrado le critiche espresse dal capo dello stato Rivlin e da decine di artisti, intellettuali e scrittori ebrei. La giornalista di Haifa Nahed Dirbas crede che la protesta drusa sia destinata a scemare nelle prossime settimane.‎ «Aumenteranno gli obiettori ma alla fine a decidere per tutta la comunità drusa saranno come sempre i capi religiosi» ci dice «e con ogni probabilità si accontenteranno delle rassicurazioni del governo».

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Livorno - Effetto Governo: la polizia carica sugli scali del Refugio per rimuovere uno striscione contro la Lega


La prima serata di Effetto Venezia era ormai conclusa quando sugli Scali del Refugio sono comparse due camionette delle polizia coordinate dagli agenti della Questura di Livorno.

E’ l’1:30 di notte e pochi minuti dopo gli agenti sono già schierati sulla strada che porta allo spazio occupato del Refugio con l’obiettivo di rimuovere con la forza lo striscione issato nel pomeriggio dagli organizzatori, che recita: “Effetto Pd e Lega-5 Stelle: 11 aggressioni in 50 giorni. Il vostro razzismo è emergenza. Il vero cambiamento: casa, lavoro e reddito per tutti. Lega fuorilegge”. Vano il tentativo di trovare una mediazione. “E’ tardi” rispondono gli agenti e partono le cariche, violente e ripetute sui presenti che tentano di opporsi, disarmati. Le manganellate vanno avanti per circa mezz’ora macchiando di sangue il debutto della principale festa cittadina. Nel frattempo i Vigili del Fuoco rimuovono lo striscione in mezzo all’incredulità del centinaio di persone ancora presenti nel quartiere o richiamate dalle urla della strada.

Questo il pessimo epilogo di una giornata che già dal pomeriggio aveva vissuto momenti di tensione. Dopo l’affissione dello striscione alcuni agenti erano intervenuti per sollevare alcune obiezioni circa i contenuti dello stesso, ma dopo un breve confronto con gli organizzatori la questione sembrava risolta. Le iniziative dello spazio, abitualmente tra i più frequentati della festa, sono state svolte regolarmente, ma al momento della chiusura la polizia si è ripresentata in assetto antisommossa, approfittando del ridotto numero dei presenti. Gli organizzatori, nonostante la tensione stesse salendo, si sono resi disponibili a rimuovere la parte dello striscione contestata (“Lega fuorilegge”), ma dopo un consulto (presumibilmente con il nuovo Questore), la polizia ha ribadito la necessità di rimuovere completamente lo striscione. Alla richiesta dei presenti di posticipare la rimozione in un momento di maggior quiete, visto che lo spazio era ancora abbastanza affollato, la polizia ha insistito sulla propria posizione. Pochi attimi dopo, gli Scali del Refugio sono diventati un Far West, con la polizia che è avanzata con cariche e manganellate, causando diversi feriti, e scatenando l’ira dei presenti.

“Tengo molto all’immagine della Polizia con la P maiuscola, dei suoi agenti e per questo all’operatività dei poliziotti”. Così si era presentato oggi alla stampa Lorenzo Suraci, il nuovo Questore di Livorno, e in questo suo primo giorno di attività ha dato subito prova delle sue intenzioni e dell’indirizzo voluto dal governo che lo ha scelto per gestire l’ordine pubblico. Caricare a freddo gli organizzatori di uno spazio sociale storico della Venezia per rimuovere uno striscione critico verso il governo è già un punto di non ritorno e un’offesa indelebile per tutti quelli che hanno a cuore gli spazi di espressione della città.

Crediamo che questa edizione di Effetto Venezia sia ormai compromessa da questa scellerata azione di polizia e che sia il caso che le forze sociali e politiche sia esprimano con fermezza sull’accaduto.

L’Effetto del Governo è piombato su Livorno con una sventagliata ingiustificata di manganelli.

Occorre reagire e subito.

Redazione

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Zimbabwe. Un morto e scontri per i risultati elettorali. Gli osservatori della Ue hanno soffiato sul fuoco

Le prime elezioni nello Zimbabwe (Stato africano nato dalla resistenza anticolonialista nella razzistissima Rhodesia) dopo la deposizione di Robert Mogabe. Un manifestante è stato ucciso nelle proteste scoppiate ieri nella capitale Harare, nello Zimbabwe, contro presunti brogli nelle elezioni dello scorso lunedì.

Dopo gli idranti e i gas lacrimogeni usati dalla polizia, l’esercito dello Zimbabwe ha esploso colpi di arma da fuoco contro i manifestanti radunati davanti alla sede della Commissione elettorale, accusata di aver truccato i primi risultati delle elezioni legislative che danno al partito di governo, Zanu-Pf, la maggioranza dei seggi. Ancora non sono stati resi noti i dati riguardanti le presidenziali, che hanno visto sfidarsi il capo di Stato uscente Emmerson Mnangagwa (autore nel novembre del 2017 della defenestrazione dello storico leader Robert Mugabe e subentratogli alla guida del Zanu-Pf) e il leader dell’opposizione Nelson Chamisa del Movimento per il cambiamento democratico (Mdc), storico partito di opposizione.

La portavoce della polizia Charity Charamba ha affermato che la polizia ha chiesto l’aiuto dei militari perché “non erano in grado di farcela”. La polizia sostiene che i manifestanti hanno causato “una massiccia distruzione di proprietà” ad Harare.

Gli osservatori dell’Unione europea hanno criticato oggi le elezioni nello Zimbabwe per “la disparità di condizioni” nella competizione tra candidati e partiti, pur riscontrando un “miglioramento del clima politico”. “La disparità delle condizioni (tra i candidati), le intimidazioni agli elettori e la mancanza di fiducia nel processo elettorale hanno minato l’ambiente pre-elettorale”, si legge in una nota degli osservatori Ue. Questi ultimi però non sono del tutto estranei all’escalation di tensione nel paese. Gli scontri infatti si sono scatenati poco dopo che gli osservatori occidentali delle elezioni avevano sollecitato il rilascio dei risultati elettorali il prima possibile e hanno avvertito che un ritardo avrebbe reso “volatili” i risultati.

Stando ai primi risultati diffusi oggi il partito di governo dello Zimbabwe, Zanu-Pf, ha conquistato la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento.

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Paesi baltici: ancora “fioretti europeisti” dalla Lituania

In forma più velata, senza i clamori (a esser sinceri, anche questi, molto attutiti, quando non addirittura coperti da strette di mano di parlamentari europei) degli esagitati nazionalisti e violenti neonazisti ucraini, anche in altre aree ex sovietiche si segue da tempo la strada della “criminalizzazione” di tutto ciò che ricordi il passato. Anzi: con molta più esperienza dei golpisti di Kiev che, in fondo, hanno le redini del comando da “appena” quattro anni – pure se non erano stati certo con le mani in mano durante tutto il periodo della “indipendenza”, dal 1991 al 2014 – le Repubbliche baltiche possono vantare quasi trent’anni di ininterrotta marcia a destra, consolidata da un crescendo di eroicizzazione dei “padri spirituali per l’indipendenza” che, in uniforme nazista, combatterono sin dagli anni ’40 “contro il bolscevismo”.

In fondo, nelle sfilate e nelle fiaccolate notturne di Kiev, a illuminare i ritratti di Stepan Bandera ci sono soprattutto i giovani virgulti coi tatuaggi di croce uncinata, dente di lupo, o il tridente nazionalista scolpito sulle zucche rapate a zero, bramosi di rinverdire le gesta dei loro antenati di OUN-UPA: non certo al fronte contro le milizie del Donbass, che saprebbero bene come dar loro il benservito, ma contro piccoli gruppi di pensionati rei di portare il nastro di San Giorgio della vittoria sul nazismo, o in trenta contro uno sventurato clochard, o in cinquanta contro donne e bambini di campi rom.

No: su, un po’ più a nord, dove spira la corroborante brezza del Baltico, alle sfilate “dell’orgoglio nazionale” possono ben mettere in mostra uniformi, decorazioni, stendardi, portati in parata da autentici veterani delle Waffen SS, tuttora in vita e in quantità discretamente significativa. Chissà se il clima, o il diverso tenore di vita, rispetto alle pianure del Dnepr, ormai ridotte alla fame dalla junta golpista di Kiev, ha assicurato ai veterani “komplizen” una longevità maggiore rispetto ai banderisti dell’Ucraina occidentale.

Come che sia, anche lassù “si fa sul serio”. E, come sempre, all’avanguardia è la Lituania, paese in cui sempre sembra che sia soffiato più forte il vento delle parate di Norimberga; in cui si è seguito l’esempio che veniva dalla Sprea soprattutto con gli ebrei; lì dove più attecchivano quei “dissidenti” cui le varie Radio Free Europe o Golos Ameriki tanto baccano dedicavano negli anni della guerra fredda; in cui solo 110.000 dei 670.000 emigrati tra il 1990 e il 2011 (fonte voxeurop.eu) sono rientrati in patria.

Dunque, dato che l’attività del Partito comunista lituano è vietata dal 1992, ma non è stata ancora adottata la relativa legge, ora qualcuno ha deciso che sia giunto il momento di “metter ordine”. Il partito “Unione della Patria – Cristiani democratici di Lituania” ha messo a punto un progetto di legge per qualificare il Partito comunista lituano “organizzazione criminale”. Un anno fa, il Parlamento aveva adottato una risoluzione “Sulla valutazione dell’attività criminale del PCL”; poi, nel febbraio scorso, era venuta la proposta di preparare un vero e proprio disegno di legge.

Ma solo oggi, dopo mesi di “meritorio” lavoro, il progetto dev’essere presentato in parlamento e, secondo la formulazione completa, dovrà attribuire al PCL lo status di “organizzazione criminale, che nel 1940-1941 e nel 1944-1990 ha favorito l’URSS nell’occupazione della Lituania”. Si intende così dire che nei “floridi” anni tra il 1941 e il 1944, la “benevola” presenza delle forze naziste abbia rappresentato un periodo di rara, splendente, libertà per il paese: libertà dalla presenza di comunisti, ebrei, zingari, individui “affetti da disturbi psichici”, “vagabondi”...

L’Unione della Patria specifica anche che “il PCL porta la responsabilità per le decisioni governative nel periodo della occupazione sovietica. Dal momento dell’indipendenza questa attività criminale non era stata ancora analizzata nel modo dovuto”. Dunque, sia lode al signore e merito ai cristiani-democratici che si sono assunti l’onere di tale “analisi”.

Per la cronaca, già nel giugno 2016 alcuni deputati avevano tentato di far approvare qualcosa del genere; ma non si era andati avanti, anche perché, allora, il Partito social-democratico, considerato erede del PCL, aveva forti posizioni al Sejm e molti suoi parlamentari avevano occupato posti di rilievo in epoca sovietica. A quanto pare, oggi, nonostante la stessa Presidente lituana, Dalja Gribauskajte, sia stata a suo tempo un membro di alto livello del PCUS (alcune voci la danno quale ex agente o “fiduciaria” del KGB, assieme a circa 120.000 altri lituani, compresi i 1.589 tra Presidenti o ex Presidenti, membri o ex membri del governo e del parlamento che, secondo l’elenco pubblicato lo scorso febbraio dalla rivista “Respublika”, avrebbero ammesso la cosa), si ritiene che le condizioni consentano di avviare un tentativo di successo. E che successo, nell’Europa delle “libertà” e dei “diritti civili”!

D’altronde, osserva Sputnik-litva, i conservatori, autori del disegno di legge, sono noti per le proprie posizioni “liberal”: proposte per la legalizzazione dell’abbattimento dei monumenti ai caduti sovietici, per vietare il nastro di San Giorgio, per allertare gli studenti degli istituti superiori contro “l’aggressione russa” e anche per qualificare la app “Jandex.Taxi” (la forma più largamente usata oggi in Russia per utilizzare i servizi taxi) in Lituania quale “minaccia alla sicurezza nazionale”.

Una sicurezza che, evidentemente, si ritiene meglio assicurata da uniformi grigioverdi e nere, “Eisernes Kreuz” e “Totenkopf”.

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A Bologna è sempre 2 agosto


Passano gli anni e i governi. Ma sulla strategia delle stragi di Stato continua a restare in piedi un muro di omertà. Non sarà certo il ministro dell’interno leghista a far uscire anche solo una fotocopia dagli archivi dei servizi. Così come fece Giorgio Napolitano quando sedette sulla stessa poltrona.

Riproponiamo dunque questo pezzo, da noi pubblicato in occasione dell’anniversario, ormai sei anni fa. Che fa luce su un alcuni tentativi di depistaggio che hanno visto lavorare di comune accordo servizi segreti italiani e il Mossad israeliano. Non sono stati gli unici depistaggi, ovviamente; questo è arrivato quasi ultimo, nel disperato tentativo di mischiare le carte, farne un “complotto internazionale” e dare una sponda al governo di Tel Aviv.

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Il 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, alle ore 10.25, una bomba esplode nella sala d’aspetto di seconda classe, affollata di persone in viaggio per le vacanze. L’esplosivo, una miscela tra i 20 e i 25 chilogrammi di tritolo, T4, nitroglicerina e altri materiali, è contenuto in una valigia piazzata sopra un tavolino portabagagli, a 50 centimetri da terra, sotto il muro portante dell’ala ovest. Il treno straordinario Ancona-Basilea, fermo sul primo binario, arresta in parte e restituisce l’onda d’urto dell’esplosione. Crolla un tratto del fabbricato lungo circa 50 metri, con i locali del ristorante e delle sale d’attesa di prima e seconda classe, crollano 30 metri di pensilina. Chi non è morto investito direttamente dallo scoppio, muore o viene gravemente ferito sotto le macerie. Radio e televisione interrompono i programmi e annunciano un gravissimo incidente a Bologna. La prima voce che circola è che sia stata una fuga di gas o l’esplosione di una caldaia. Ma basta poco ad accorgersi che si è trattato di ben altro.

Le vittime della strage del 2 agosto 1980 sono 85. La più piccola si chiamava Angela Fresu, aveva tre anni e veniva da Montespertoli, vicino Firenze. Il più anziano è Antonio Montanari, aveva 86 anni e aspettava l’autobus sul marciapiedi davanti alla stazione.

Il Presidente del Consiglio dell’epoca è Francesco Cossiga, “l’amerikano” con molti scheletri nell’armadio ma che se li è portati nella tomba senza mai aver spiegato che cosa sia accaduto in questa e nelle altri stragi di Stato. Tanato per rammentare un esempio, il 13 gennaio due alti ufficiali del Sismi, il servizio segreto militare, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, su input del capo della Loggia P2 Licio Gelli e con la collaborazione del faccendiere-collaboratore dei servizi segreti statunitensi Francesco Pazienza, faranno ritrovare sul treno Taranto-Milano una valigetta con armi, esplosivo (dello stesso tipo di quello utilizzato nella strage di Bologna) e documenti che dovrebbe accreditare la pista del terrorismo internazionale (l’intenzione – scriveranno i giudici a sostegno delle condanne per depistaggio – è coprire la matrice neofascista della strage).

I tribunali e le inchieste della magistratura hanno individuato tre colpevoli, i neofascisti Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, membri dei Nar. I tre si dichiarano innocenti: ammettono di aver organizzato e commesso parecchi omicidi ma insistono che con la strage di Bologna non c’entrano.

Nel maggio del 1991, Cossiga, diventato presidente della Repubblica, intervenendo davanti al Comitato parlamentare per i servizi di sicurezza afferma di essersi sbagliato ad addebitare ai fascisti la strage del 2 agosto a Bologna e si dice concorde con Giulio Andreotti sull’opportunità di “togliere la targa che alla stazione definisce fascista la strage del 1980”. Si scusa con l’allora Msi, affermando che il giudizio che diede allora “fu il frutto di errate informazioni, conseguenza d’intossicazione e di subcultura”. In una intervista al Corriere della Sera dell’8 luglio 2008, Francesco Cossiga intervistato da Aldo Cazzullo afferma che: “La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo. Quanto agli innocenti condannati, in Italia i magistrati, salvo qualcuno, non sono mai stati eroi. E nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista. In un primo tempo, gli imputati vennero assolti. Seguirono le manifestazioni politiche, e le sentenze politiche”.

Nell’aprile del 2009, Ilich Ramirez Sanchez, più noto alle cronache internazionali degli anni Settanta come Carlos, detenuto politico nel carcere francese di Poissy, viene ascoltato sulla strage del 2 agosto per rogatoria a Parigi dal pubblico ministero bolognese Enrico Cieri, nell’interrogatorio afferma che “quella è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene”.

Ad agosto del 2011, il quotidiano conservatore bolognese Il Resto del Carlino, rivela che nell’inchiesta bis sulla strage alla stazione di Bologna sono indagati i terroristi tedeschi Thomas Kram, 63 anni, e Margot Frohlich, 69, legati all’organizzazione di Carlos, (l’ORI, Organizzazione Rivoluzionaria Internazionale) in carcere a Parigi. Ma lo stesso Carlos sulla presenza di Kram a Bologna aveva già precisato che: “I servizi sapevano bene che a Bologna quel giorno c’era Thomas Kram e farlo saltare in aria con la stazione sarebbe stato come mettere la firma dei palestinesi sull’eccidio... Così l’Italia si sarebbe staccata dai palestinesi e avvicinata agli israeliani. Ma Kram si è salvato e l’operazione è fallita”.

(L'immagine utilizzata in questo articolo ritrae un’opera del pittore Carlo Carosso dedicata alla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna e collocato nella stazione di Asti)

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Il balletto osceno sull’art. 18

La sagra dell’ipocrisia è andata in scena alla Camera. Canovaccio: l’articolo 18, ossia l’impossibilità per le aziende di “licenziare senza giusta causa”, ovvero per “colpa grave” del lavoratore.

Si discuteva del cosiddetto “decreto dignità”, quel nulla che di fatto – nelle formulazione originaria presentata da Di Maio – conservava integralmente il Jobs Act di Renzi, con qualche irrilevante modifica cosmetica che ha fatto gridare ai peggiori tra gli industriali italiani (600 imprenditori veneti, quelli che una volta “piccolo era bello”) ci volete rovinare!

Tanto è bastato a spaventare i leghisti e di conserva i grillini, sempre timorosi di veder saltare la loro prima esperienza di governo nazionale. Quindi, sì alla reintroduzione dei voucher e altra spazzatura cancellata nientepopodimeno che da Gentiloni (ma solo per evitare il referendum, mica per una valutazione etica...).

In questo clima fetido, gli ex Pd di Liberi e Uguali piazzano la propria bandierina: un emendamento per reintrodurre proprio l’art. 18, la cui cancellazione era considerata dalle imprese come la “scossa” che avrebbe permesso all’economia italiana di eguagliare i tassi di crescita degli anni ‘50 (ve ne sarete accorti, no?, dopo tre anni non sappiamo più come spendere lo stipendio...).

Il primo firmatario dell’emendamento è Guglielmo Epifani, ex segretario generale della Cgil poi eletto senatore col Pd, ora alla Camera con Leu. Ossia un vero esperto dell’argomento, uno che aveva votato senza problemi l’abolizione di quella norma in obbedienza ai diktat renziani e dell’Unione Europea. Una mossa per cercare di ricostruire la verginità perduta della pattuglia di Leu, senza alcuna pretesa di successo. Anzi, con l'assoluta certezza che non sarebbe mai passata, nemmeno per sbaglio.

E infatti i Cinque Stelle – che in campagna elettorale avevano promesso la reintroduzione dell’art. 18 – votano compattamente contro. Così come la Lega e ovviamente Forza Italia, mentre il Pd si astiene. Solo i 13 “leuisti” approvano l’emendamento e tutta la parte davvero importante finisce lì.

Il resto è la sagra dell’infame. Quelli del Pd rilasciano dichiarazioni di fuoco contro i Cinque Stelle per “aver tradito le promesse elettorali”, pur essendosi rifiutati di votare (se non altro per bandiera polemica) l’emendamento. Un’astensione che avrebbe consigliato delle persone intellettualmente oneste a tacere...

I Cinque Stelle, altrettanto ovviamente, hanno glissato, con il “chiacchiera” Di Maio che si è sdilinquito in altre recite fantasmagoriche: “il governo sta tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa in altri Paesi”. Silenzio sull’argomento art. 18...

C’è un’autostrada larghissima e infinita per chi voglia davvero costruire l’opposizione sociale e politica in questo disgraziato paese. Certo, dovremmo tutti smettere di pensare che si possa percorrere con vecchie carrette e qualche frammento del disperso “ceto politico” finto-progressista. Tipo quello che prima cancella un diritto vitale e poi fa credere di volerlo reintrodurre; ma solo quando è sicuro che non si possa fare...

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