Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/10/2016
Working poor generation o mammoni d’Europa?
La maggior parte delle persone (non la completa totalità purtroppo...) vive effettivamente su questa Terra e sa cosa succede in giro. Ascolta, guarda, legge, discute e, seppur esprimendo opinioni anche molto differenti, talvolta contrapposte, ha effettivamente un’idea della realtà. La propaganda di potere – qualche anno fa si sarebbe usata l’espressione “mezzi di disinformazione” – serve invece a plasmare la realtà reale su una realtà voluta (da alcuni). A volte però ci si spinge troppo in là e queste persone – la società civile? La gente? Il popolo? Insomma, noi – non possono né devono accettarlo.
Caso emblematico degli ultimi giorni: varie testate nazionali escono con titoli da prima pagina sui giovani italiani che “preferiscono” la mamma, sull’attaccamento a genitori e mura domestiche, snocciolando dati che danno il 67% degli under 35 ancora in casa. Anche e nonostante – ed è questo che sembra creare sconcerto – molti di loro abbiano un lavoro a tempo indeterminato.
Si tratterebbe quindi di un fenomeno culturale, la tradizione italica della famiglia, un attaccamento ossessivo che si scontra con l’attitudine dei giovani del Nord Europa (percentuali dal 3 al 4% in paesi come Danimarca e Svezia) e del Centro (10% in Francia, in calo, e intorno al 19 in Germania). Citando direttamente Repubblica, giornale tra i più attivi nella lotta a bamboccioni, fannulloni e mammoni vari, “la tendenza dei giovani italiani a non lasciare la casa dei genitori è ancora più evidente nella fascia tra i 25 e i 34 anni, ovvero quella nella quale si sono terminati gli studi e si dovrebbe cominciare a lavorare”. Calma, calma e sangue freddo.
I dati drammatici sulla (dis)occupazione, sull’aumento sintomatico dei contratti a tempo determinato a fronte di quelli indeterminati, lo stesso annullamento sostanziale del concetto di lavoro a tempo indeterminato con la riforma Fornero e la successiva introduzione del Jobs Act, l’utilizzo sfrenato del sistema dei voucher (notizia di questi giorni è che nella sola regione Emilia Romagna vengono pagati attraverso questo sistema quasi 120.000 persone!) oltre a essere l’ennesima sconfitta sul fronte del diritto del lavoro e un elemento di destabilizzazione economica, sociale e morale, rappresenta la realtà reale in cui nasce e si sviluppa questo 67% di mammoni.
L’ultimo rapporto Caritas – la quale sicuramente è ben più inserita nella società di ministri, bocconiani, agenti finanziari e giornalisti di regime – ci dice che “oggi accanto ad alcune situazioni che rimangono stabili, irrisolte e in molti casi aggravate, si evidenziano alcuni elementi inediti e in controtendenza” ovvero “negli ultimi anni sembrano aggravarsi le difficoltà di chi può contare su un’occupazione, i cosiddetti working poor, magari sotto occupati o a bassa remunerazione”.
Il rapporto va avanti, non possiamo qui citarlo per intero, ma è indubbiamente interessante notare due punti: innanzitutto che “nel corso del tempo anche aree del centro e del nord [Italia] hanno vissuto un vistoso peggioramento dei propri livelli di benessere: in soli otto anni anche in queste zone è raddoppiata la percentuale di poveri”; e poi che “oggi i dati Istat descrivono una povertà che potrebbe definirsi inversamente proporzionale all’età, con la prima che tende a diminuire all’aumentare di quest’ultima”, che tradotto in numeri vuol dire che oltre due milioni di under 35 (e oltre un milione di minori) attualmente sono da considerarsi poveri.
Dunque i giovani di oggi sarebbero la working poor generation? E noi che eravamo sicuri, tra gli appelli dei nostri rettori universitari e i titoli festosi delle testate nazionali, di essere la generazione Erasmus, quella che non è in fuga dal proprio paese ma pensa all’estero come “una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità”, usando in prestito le parole di Repubblica.
La realtà è che oggi, con una disoccupazione giovanile ormai stabilmente oltre il 50%, si è portati inesorabilmente a scegliere tra due opzioni: segui i 200.000 coetanei che solo nell’anno passato hanno scelto l’estero come prospettiva a medio/lungo termine, in quella che – oltre a curiosità personali varie – sembrerebbe essere un’imposizione del mercato del lavoro europeo, oppure rimani qua a cercare un’occupazione sottopagata e instabile? Ti sottometti a quell’infernale meccanismo Comunitario (possiamo chiamarlo antipopolare?) attraverso il quale si creano opportunità da una parte (guarda caso, i paesi del centro-nord) e stagnazione nelle periferie dall’altra (toh! i terroni d’Europa...), e che ci porta quindi inesorabilmente a cercar lavoro altrove, oppure rimani qui a fare il NEET, giovane che non studia e non lavora?
Insomma, noi, giovani del Sud o dell’Est Europa, giovani di paesi che ancora non hanno saputo se possono essere ultimi tra i primi o primi tra gli ultimi, giovani che 1 su 1000 ce la fa e che meno di 1 su 2 può pensare a una casa propria (in affitto ovviamente...), giovani selezionati in percorsi scolastici classisti e, per i pochi che arrivano alla fine, vagliati in programmi universitari europei e indirizzati a mercati del lavoro “veri”, giovani che devono imparare a essere flessibili, disponibili e sgobbare di più e a testa sempre più bassa, vorremo continuare a leggere passivamente i manifesti della realtà voluta (da altri) o sapremo non accettare questa condizione imposta e lottare per migliorare la realtà reale?
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Libano - Svolta di Hariri, ora sostiene Aoun presidente
di Stefano Mauro
“Siamo finalmente vicini all’elezione del presidente della repubblica” con queste parole il presidente del parlamento libanese e leader di Amal, lo sciita Nabih Berri, ha esordito ieri nel suo intervento all’assemblea generale interparlamentare di Ginevra. Dallo scorso giovedì, in effetti, diversi avvenimenti si sono succeduti e potrebbero portare, finalmente, all’elezione del presidente della repubblica libanese nella prossima seduta parlamentare del 31 Ottobre.
Dal maggio 2014, infatti, il paese dei cedri non ha un capo dello stato. Dopo la scadenza del mandato dell’ultimo presidente, Michel Suleiman, le forze politiche che compongono il parlamento libanese non sono riuscite a trovare un accordo per l’elezione della carica presidenziale. In questi trenta mesi di stallo politico, il paese è scivolato in una progressiva crisi economica e sociale sfociata nel movimento trasversale “You Stink”. Le proteste del movimento erano e sono le seguenti: il superamento del sistema confessionale e clientelare, il progressivo degrado dei servizi essenziali quali lo smaltimento dei rifiuti, l’acqua o l’energia elettrica, la crescente disoccupazione e l’accoglienza di oltre un milione e mezzo di rifugiati provenienti dal conflitto siriano.
In base al ”Patto Nazionale” del 1943, retaggio del colonialismo francese, i poteri in Libano vengono divisi su base confessionale: la presidenza della repubblica va ad un cristiano maronita, la presidenza del governo ad un musulmano sunnita e quella del parlamento ad un musulmano sciita, oltre alla suddivisione etnica dei seggi del parlamento. Una tale divisione, creata in base alla popolazione dell’epoca, non rispecchia più il reale andamento demografico di questi ultimi anni e le concrete aspirazioni della sua popolazione che vorrebbe, invece, il superamento dei vincoli confessionali.
Lo scontro politico è visibile tra i due schieramenti che partecipano al governo di unità nazionale presieduto dal sunnita Tammam Salam. Da una parte il movimento “8 Marzo”, a maggioranza sciita e cristiano-maronita, guidato da Hezbollah e dalla Corrente Patriottica Libera del candidato alla presidenza Michel Aoun. L’”8 marzo” sostiene il regime di Bashar Al Assad ed è intervenuto militarmente nel conflitto siriano per non far cadere il Libano nel baratro della guerra civile e del terrorismo jihadista. Dall’altra parte il movimento “14 Marzo”, guidato dal sunnita Saad Hariri leader del partito Al Mustaqbal (Futuro), ostile al regime siriano e sostenuto politicamente dall’Arabia Saudita e dalla Francia. Sia Hariri che l’altro leader del movimento, Samir Geagea segretario delle Forze Libanesi (destra maronita), avevano da subito sostenuto il rivale di Aoun alla presidenza: Suleiman Franjieh. Le prime crepe nell’alleanza del “14 Marzo” si sono avute lo scorso aprile quando, a sorpresa, Geagea dichiarò il suo sostegno politico all’acerrimo rivale Michel Aoun, favorendo la creazione di un unico fronte tra le forze politiche cristiano-maronite.
Lo scorso giovedì, invece, lo stesso Saad Hariri ha dichiarato il suo “sostegno alla candidatura del generale Aoun per la presidenza della repubblica, sulla base di un accordo politico di convergenza per il bene del Libano”.
Hariri, in una conferenza stampa congiunta con il generale, ha inoltre aggiunto di “voler dare una speranza al Libano con la presidenza di Aoun” per “rilanciare lo stato, le istituzioni, i servizi di base e per riportare i libanesi ad una vita normale”.
Nonostante le dichiarazioni di facciata la scelta di Hariri è stata obbligata principalmente per due motivi. Il primo è il progressivo isolamento politico del suo partito, sia a livello nazionale che internazionale, e la conseguente sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso maggio. Il secondo è “la via d’uscita” offerta recentemente ad Hariri dal suo “nemico” e vero vincitore politico per la conclusione dello stallo: Hassan Nasrallah. Il leader di Hezbollah, nei mesi precedenti, aveva proposto all’ex pupillo di Riyad la carica di primo ministro di un governo di unità nazionale in cambio del sostegno alla presidenza della repubblica per Aoun.
Nella serata di domenica lo stesso generale maronita ha incontrato pubblicamente il segretario di Hezbollah per ringraziarlo in merito alla sua mediazione politica e per sancire l’alleanza tra i due partiti e la vittoria politica del fronte dell’”8 Marzo”. Il sostegno di Hariri, infatti, rappresenta un’ulteriore sconfitta per quelle nazioni straniere – principalmente l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo e Israele – che, attraverso lo stallo politico, miravano ad una maggiore ingerenza nelle dinamiche interne del paese dei cedri.
Al contrario la scelta del leader sunnita rappresenta una duplice vittoria per la corrente del “Blocco della Resistenza”. Per prima cosa pone Hezbollah come principale e indiscussa forza politica del paese. Il movimento sciita è diventato sempre più una risorsa “indispensabile sia per quanto riguarda la “resistenza” alle ingerenze esterne (Arabia Saudita, Israele) sia per la parte di mediazione tra le differenti parti politiche per il dialogo e l’unità nazionale. L’appoggio di Hariri, quindi, spiana la strada all’elezione come presidente della repubblica per il generale Aoun e allontana il paese da una pericolosa instabilità politica durata tre anni.
Fonte
“Siamo finalmente vicini all’elezione del presidente della repubblica” con queste parole il presidente del parlamento libanese e leader di Amal, lo sciita Nabih Berri, ha esordito ieri nel suo intervento all’assemblea generale interparlamentare di Ginevra. Dallo scorso giovedì, in effetti, diversi avvenimenti si sono succeduti e potrebbero portare, finalmente, all’elezione del presidente della repubblica libanese nella prossima seduta parlamentare del 31 Ottobre.
Dal maggio 2014, infatti, il paese dei cedri non ha un capo dello stato. Dopo la scadenza del mandato dell’ultimo presidente, Michel Suleiman, le forze politiche che compongono il parlamento libanese non sono riuscite a trovare un accordo per l’elezione della carica presidenziale. In questi trenta mesi di stallo politico, il paese è scivolato in una progressiva crisi economica e sociale sfociata nel movimento trasversale “You Stink”. Le proteste del movimento erano e sono le seguenti: il superamento del sistema confessionale e clientelare, il progressivo degrado dei servizi essenziali quali lo smaltimento dei rifiuti, l’acqua o l’energia elettrica, la crescente disoccupazione e l’accoglienza di oltre un milione e mezzo di rifugiati provenienti dal conflitto siriano.
In base al ”Patto Nazionale” del 1943, retaggio del colonialismo francese, i poteri in Libano vengono divisi su base confessionale: la presidenza della repubblica va ad un cristiano maronita, la presidenza del governo ad un musulmano sunnita e quella del parlamento ad un musulmano sciita, oltre alla suddivisione etnica dei seggi del parlamento. Una tale divisione, creata in base alla popolazione dell’epoca, non rispecchia più il reale andamento demografico di questi ultimi anni e le concrete aspirazioni della sua popolazione che vorrebbe, invece, il superamento dei vincoli confessionali.
Lo scontro politico è visibile tra i due schieramenti che partecipano al governo di unità nazionale presieduto dal sunnita Tammam Salam. Da una parte il movimento “8 Marzo”, a maggioranza sciita e cristiano-maronita, guidato da Hezbollah e dalla Corrente Patriottica Libera del candidato alla presidenza Michel Aoun. L’”8 marzo” sostiene il regime di Bashar Al Assad ed è intervenuto militarmente nel conflitto siriano per non far cadere il Libano nel baratro della guerra civile e del terrorismo jihadista. Dall’altra parte il movimento “14 Marzo”, guidato dal sunnita Saad Hariri leader del partito Al Mustaqbal (Futuro), ostile al regime siriano e sostenuto politicamente dall’Arabia Saudita e dalla Francia. Sia Hariri che l’altro leader del movimento, Samir Geagea segretario delle Forze Libanesi (destra maronita), avevano da subito sostenuto il rivale di Aoun alla presidenza: Suleiman Franjieh. Le prime crepe nell’alleanza del “14 Marzo” si sono avute lo scorso aprile quando, a sorpresa, Geagea dichiarò il suo sostegno politico all’acerrimo rivale Michel Aoun, favorendo la creazione di un unico fronte tra le forze politiche cristiano-maronite.
Lo scorso giovedì, invece, lo stesso Saad Hariri ha dichiarato il suo “sostegno alla candidatura del generale Aoun per la presidenza della repubblica, sulla base di un accordo politico di convergenza per il bene del Libano”.
Hariri, in una conferenza stampa congiunta con il generale, ha inoltre aggiunto di “voler dare una speranza al Libano con la presidenza di Aoun” per “rilanciare lo stato, le istituzioni, i servizi di base e per riportare i libanesi ad una vita normale”.
Nonostante le dichiarazioni di facciata la scelta di Hariri è stata obbligata principalmente per due motivi. Il primo è il progressivo isolamento politico del suo partito, sia a livello nazionale che internazionale, e la conseguente sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso maggio. Il secondo è “la via d’uscita” offerta recentemente ad Hariri dal suo “nemico” e vero vincitore politico per la conclusione dello stallo: Hassan Nasrallah. Il leader di Hezbollah, nei mesi precedenti, aveva proposto all’ex pupillo di Riyad la carica di primo ministro di un governo di unità nazionale in cambio del sostegno alla presidenza della repubblica per Aoun.
Nella serata di domenica lo stesso generale maronita ha incontrato pubblicamente il segretario di Hezbollah per ringraziarlo in merito alla sua mediazione politica e per sancire l’alleanza tra i due partiti e la vittoria politica del fronte dell’”8 Marzo”. Il sostegno di Hariri, infatti, rappresenta un’ulteriore sconfitta per quelle nazioni straniere – principalmente l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo e Israele – che, attraverso lo stallo politico, miravano ad una maggiore ingerenza nelle dinamiche interne del paese dei cedri.
Al contrario la scelta del leader sunnita rappresenta una duplice vittoria per la corrente del “Blocco della Resistenza”. Per prima cosa pone Hezbollah come principale e indiscussa forza politica del paese. Il movimento sciita è diventato sempre più una risorsa “indispensabile sia per quanto riguarda la “resistenza” alle ingerenze esterne (Arabia Saudita, Israele) sia per la parte di mediazione tra le differenti parti politiche per il dialogo e l’unità nazionale. L’appoggio di Hariri, quindi, spiana la strada all’elezione come presidente della repubblica per il generale Aoun e allontana il paese da una pericolosa instabilità politica durata tre anni.
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“Siamo tutti in qualche modo dei migranti in cerca del nostro destino”
Le parole di un professore immigrato nel Delta del Po
Professor De Santis, lei è un immigrato italiano nelle Valli di Comacchio, dove ha messo su famiglia e vive. Si aspettava un episodio come quello di Gorino?
È stata una sorpresa un po’ per tutti. Nel Delta del Po dove vivo ormai da quarant’anni non siamo abituati ad episodi del genere. Il clima è molto civile e il livello di solidarietà è tra i più alti in Italia. Raramente si sono verificati episodi d’intolleranza. Anzi, posso tranquillamente testimoniare che l’accoglienza è il rispetto sono valori condivisi, ben radicati nella popolazione.
Però tutta quella comunità è scesa in strada, a suo avviso è ostaggio dell’ideologia xenofoba della Lega, che pure alberga nel Parlamento italiano, oppure l’Italia rurale regredisce?
Il fenomeno andrebbe analizzato nella sua complessità. Le cose non accadono mai per caso. Prima di tutto occorre fare una distinzione: non si tratta di Goro, ma di Gorino che è una frazione di 600 abitanti, la punta più estrema del Delta ferrarese. E serve un po’ di cronistoria del luogo: Gorino è una comunità di pescatori, vissuta con poco fino a circa trent’anni fa. Poi è giunta una ricchezza improvvisa, piovuta dall’inseminazione delle vongole: salari da capogiro per della gente abituata a tirare a campare con molta fatica che forse non hanno saputo gestire. I giovani, piuttosto che studiare, hanno preferito dedicarsi alla raccolta delle vongole, lavorando poco e guadagnando tanto, con risvolti negativi in termini sociali: aumento del tasso di tossicodipendenza, alcolismo, notti brade, incidenti stradali diffusi. Io non parlerei di xenofobia, anche se la sottocultura leghista ha prodotto danni enormi per la coesistenza pacifica e l’accoglienza tra i popoli.
Perché si temono i profughi – invasione, violenze e tutti gli stereotipi che pure attingono dalle cronache – o permane l’atavica paura del diverso?
Indubbiamente la paura del diverso, unita alla difesa di un benessere piovuto all’improvviso hanno contribuito a un’azione spontanea di rivolta e non meditata sufficientemente. In più ci sono stati errori della Prefettura, che non ha avvertito preparando adeguatamente la popolazione e che si è presentata con carabinieri e ordinanza da “coscrizione obbligatoria”. Non si agisce così, anche se credo che tale modalità sia figlia del tempo: là dove difetta la cultura, si supplisce con le “grida” di manzoniana memoria o le barricate contro i più deboli.
Nella sua esperienza personale l’accoglienza è stata frutto di legami familiari o tempo addietro quella società era più aperta?
Non ho mai avuto problemi. Anzi sono stato accolto davvero con le migliori intenzioni per farmi sentire a mio agio È vero che io ero un immigrato speciale, laureato, sposato con una donna del luogo e poi docente, ma lo stesso trattamento, che io sappia, hanno ricevuto anche immigrati di ceto sociale e provenienza diversi. Posso ancora testimoniare, per come conosco questa realtà, che i valori di tolleranza, rispetto, solidarietà e impegno civile sono ben radicati, frutto probabilmente anche di una cultura laica e socialista molta diffusa da queste parti. Qualche scollamento s’è manifestato di recente soprattutto nelle nuove generazioni. D’altronde sarebbe stato inimmaginabile il contrario, se ciò non fosse avvenuto: molti pensano che la cultura politica e l’informazione abbiano poco peso, ma non è così: l’omologazione e l’identificazione agiscono dall’alto al basso.
Lei insegna da molti anni lingua italiana negli istituti di quella provincia, come sono i diciottenni e come sono i loro genitori quarantenni, s’interessano alle vicende del mondo?
I ragazzi sono sempre gli stessi, con gli stessi problemi e la stessa voglia che avevamo noi di cavalcare la vita e affermare i nostri ideali. Meno presenti e più arroganti sono i genitori che, spesso, demandano ad altri proprie responsabilità. Forse erano meglio i nostri padri che avevano e ci hanno trasmesso pochi e giusti valori. Oggi si vuole tutto e subito senza chiedersi da dove vengono e come si conquistano le cose. Ciò che conta sono denaro, potere e immagine.
Nel mondo iper connesso si possono verificare chiusure drastiche verso chi fugge da tragedie immani: diventiamo così superficiali, egoisti, cinici?
L’uomo è per definizione superficiale, egoista e cinico. E non è detto che siano aspetti negativi se vissuti in funzione dell’esistenza. Lo diventano quando si accompagnano con una volontà di affermazione, sopraffazione e inettitudine, che è implicita nell’economia capitalistica, e con un’informazione che invece di cogliere le notizie per imparare le divora per non vedere e dimenticare. Ancora una volta è un atteggiamento che deriva da un difetto di cultura: meno si sa, meno si conosce, più si consuma e più si sta in pace con la propria coscienza. Un popolo che non sa più indignarsi di fronte a una tragedia come quella di Aleppo o per i morti in mare che fuggono in cerca di migliori condizioni, non ha più anima, è vuoto. Il nostro Paese marcia in questa direzione e i partiti che lo rappresentano ne hanno fatto la loro sostanza.
Lei è anche impegnato con associazioni locali e la casa editrice Abao Aqu, piccola ma interessata a diffusione della cultura anche su questioni socio-politiche. Serve ancora pubblicare libri, dibattere di temi come le migrazioni dei popoli?
Tocca un anello debole. Anche la mia è una posa per non sentirmi inutile, per credere ancora che la civiltà sia il prodotto dell’impegno dei tanti che sperano nell’umanità. E forse è davvero così, o forse ha senso solo per me. Una cosa è certa: io amo la vita e non riuscirei a concepirla, per il rispetto che le devo, senza raccontarla che è poi rivivere emozioni, sentimenti e capacità d’indignarsi per ogni sorta d’ingiustizia. Questo è il senso del mio impegno e questo è il senso di Abao Aqu: cercare di supplire al difetto di cultura che accompagna i nostri tempi. Siamo tutti in qualche modo dei migranti in cerca del nostro destino.
Se non fosse giunto nelle Valli di Comacchio, dove sarebbe approdato?
Ora so per certo che in qualsiasi parte del mondo vi è qualcosa da cercare e per cui si può lottare, anche a costo di non trovarla.
Giuseppe De Santis è nato a Portocannone (Cb), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (Fe) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (Ro). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di rivista nata in una scuola secondaria superiore che ha potuto usufruire del contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern.
È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu edizioni. Ha pubblicato i seguenti romanzi: Il segreto, Bastogi, 1999. Con le edizioni ABao AQu Il cacciatore di talpe, 2007, Il fiore di Brueghel, 2011, Il piantatore di melograni, 2014. Da pochi giorni è in libreria l’ultimo suo lavoro, La promessa di Bala, riflessione sulla guerra, sui contrasti fra popoli e religioni, sull’importanza delle culture migranti, sull’amore e sulla poesia.
Fonte
Professor De Santis, lei è un immigrato italiano nelle Valli di Comacchio, dove ha messo su famiglia e vive. Si aspettava un episodio come quello di Gorino?
È stata una sorpresa un po’ per tutti. Nel Delta del Po dove vivo ormai da quarant’anni non siamo abituati ad episodi del genere. Il clima è molto civile e il livello di solidarietà è tra i più alti in Italia. Raramente si sono verificati episodi d’intolleranza. Anzi, posso tranquillamente testimoniare che l’accoglienza è il rispetto sono valori condivisi, ben radicati nella popolazione.
Però tutta quella comunità è scesa in strada, a suo avviso è ostaggio dell’ideologia xenofoba della Lega, che pure alberga nel Parlamento italiano, oppure l’Italia rurale regredisce?
Il fenomeno andrebbe analizzato nella sua complessità. Le cose non accadono mai per caso. Prima di tutto occorre fare una distinzione: non si tratta di Goro, ma di Gorino che è una frazione di 600 abitanti, la punta più estrema del Delta ferrarese. E serve un po’ di cronistoria del luogo: Gorino è una comunità di pescatori, vissuta con poco fino a circa trent’anni fa. Poi è giunta una ricchezza improvvisa, piovuta dall’inseminazione delle vongole: salari da capogiro per della gente abituata a tirare a campare con molta fatica che forse non hanno saputo gestire. I giovani, piuttosto che studiare, hanno preferito dedicarsi alla raccolta delle vongole, lavorando poco e guadagnando tanto, con risvolti negativi in termini sociali: aumento del tasso di tossicodipendenza, alcolismo, notti brade, incidenti stradali diffusi. Io non parlerei di xenofobia, anche se la sottocultura leghista ha prodotto danni enormi per la coesistenza pacifica e l’accoglienza tra i popoli.
Perché si temono i profughi – invasione, violenze e tutti gli stereotipi che pure attingono dalle cronache – o permane l’atavica paura del diverso?
Indubbiamente la paura del diverso, unita alla difesa di un benessere piovuto all’improvviso hanno contribuito a un’azione spontanea di rivolta e non meditata sufficientemente. In più ci sono stati errori della Prefettura, che non ha avvertito preparando adeguatamente la popolazione e che si è presentata con carabinieri e ordinanza da “coscrizione obbligatoria”. Non si agisce così, anche se credo che tale modalità sia figlia del tempo: là dove difetta la cultura, si supplisce con le “grida” di manzoniana memoria o le barricate contro i più deboli.
Nella sua esperienza personale l’accoglienza è stata frutto di legami familiari o tempo addietro quella società era più aperta?
Non ho mai avuto problemi. Anzi sono stato accolto davvero con le migliori intenzioni per farmi sentire a mio agio È vero che io ero un immigrato speciale, laureato, sposato con una donna del luogo e poi docente, ma lo stesso trattamento, che io sappia, hanno ricevuto anche immigrati di ceto sociale e provenienza diversi. Posso ancora testimoniare, per come conosco questa realtà, che i valori di tolleranza, rispetto, solidarietà e impegno civile sono ben radicati, frutto probabilmente anche di una cultura laica e socialista molta diffusa da queste parti. Qualche scollamento s’è manifestato di recente soprattutto nelle nuove generazioni. D’altronde sarebbe stato inimmaginabile il contrario, se ciò non fosse avvenuto: molti pensano che la cultura politica e l’informazione abbiano poco peso, ma non è così: l’omologazione e l’identificazione agiscono dall’alto al basso.
Lei insegna da molti anni lingua italiana negli istituti di quella provincia, come sono i diciottenni e come sono i loro genitori quarantenni, s’interessano alle vicende del mondo?
I ragazzi sono sempre gli stessi, con gli stessi problemi e la stessa voglia che avevamo noi di cavalcare la vita e affermare i nostri ideali. Meno presenti e più arroganti sono i genitori che, spesso, demandano ad altri proprie responsabilità. Forse erano meglio i nostri padri che avevano e ci hanno trasmesso pochi e giusti valori. Oggi si vuole tutto e subito senza chiedersi da dove vengono e come si conquistano le cose. Ciò che conta sono denaro, potere e immagine.
Nel mondo iper connesso si possono verificare chiusure drastiche verso chi fugge da tragedie immani: diventiamo così superficiali, egoisti, cinici?
L’uomo è per definizione superficiale, egoista e cinico. E non è detto che siano aspetti negativi se vissuti in funzione dell’esistenza. Lo diventano quando si accompagnano con una volontà di affermazione, sopraffazione e inettitudine, che è implicita nell’economia capitalistica, e con un’informazione che invece di cogliere le notizie per imparare le divora per non vedere e dimenticare. Ancora una volta è un atteggiamento che deriva da un difetto di cultura: meno si sa, meno si conosce, più si consuma e più si sta in pace con la propria coscienza. Un popolo che non sa più indignarsi di fronte a una tragedia come quella di Aleppo o per i morti in mare che fuggono in cerca di migliori condizioni, non ha più anima, è vuoto. Il nostro Paese marcia in questa direzione e i partiti che lo rappresentano ne hanno fatto la loro sostanza.
Lei è anche impegnato con associazioni locali e la casa editrice Abao Aqu, piccola ma interessata a diffusione della cultura anche su questioni socio-politiche. Serve ancora pubblicare libri, dibattere di temi come le migrazioni dei popoli?
Tocca un anello debole. Anche la mia è una posa per non sentirmi inutile, per credere ancora che la civiltà sia il prodotto dell’impegno dei tanti che sperano nell’umanità. E forse è davvero così, o forse ha senso solo per me. Una cosa è certa: io amo la vita e non riuscirei a concepirla, per il rispetto che le devo, senza raccontarla che è poi rivivere emozioni, sentimenti e capacità d’indignarsi per ogni sorta d’ingiustizia. Questo è il senso del mio impegno e questo è il senso di Abao Aqu: cercare di supplire al difetto di cultura che accompagna i nostri tempi. Siamo tutti in qualche modo dei migranti in cerca del nostro destino.
Se non fosse giunto nelle Valli di Comacchio, dove sarebbe approdato?
Ora so per certo che in qualsiasi parte del mondo vi è qualcosa da cercare e per cui si può lottare, anche a costo di non trovarla.
Giuseppe De Santis è nato a Portocannone (Cb), una comunità arbëreshe del Molise. Oggi vive a Bosco Mesola (Fe) ed è docente di Materie Letterarie nel Polo Tecnico di Adria (Ro). È stato tra i fondatori ed ha diretto Quadernetto, unico esempio di rivista nata in una scuola secondaria superiore che ha potuto usufruire del contributo di collaboratori del calibro di: Antonia Arslan, Carmine Abate, Fernando Bandini, Guido Conti, Nando dalla Chiesa, Erri De Luca, Franco Loi, Giovanni Lugaresi, Loriano Macchiavelli, Giuseppe Marchetti, Moni Ovadia, Roberto Piumini, Franco Marcovaldi, Silvio Ramat, Mario Rigoni Stern.
È presidente dell’Associazione LiberEventi che organizza eventi culturali nel Delta del Po ed edita anche libri col marchio ABao AQu edizioni. Ha pubblicato i seguenti romanzi: Il segreto, Bastogi, 1999. Con le edizioni ABao AQu Il cacciatore di talpe, 2007, Il fiore di Brueghel, 2011, Il piantatore di melograni, 2014. Da pochi giorni è in libreria l’ultimo suo lavoro, La promessa di Bala, riflessione sulla guerra, sui contrasti fra popoli e religioni, sull’importanza delle culture migranti, sull’amore e sulla poesia.
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Duterte: “via le truppe Usa dalle Filippine”
Continuano le esternazioni del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte dopo il suo viaggio in Cina di alcuni giorni fa, durante il quale aveva siglato vari accordi economici e commerciali con Pechino e annunciato la rottura della tradizionale alleanza con Washington.
E’ di nuovo nei confronti degli Stati Uniti che Duterte si è pronunciato nei giorni scorsi, chiedendo che le truppe statunitensi presenti in forze nell’arcipelago asiatico abbandonino il paese entro due anni. Duterte ha detto: "Voglio, magari nei prossimi due anni, il mio Paese libero dalla presenza di truppe militari straniere" riferendosi ovviamente alle truppe statunitensi. "Li voglio fuori e se dovrò emendare o abrogare gli accordi esecutivi, lo farò", ha aggiunto.
L’atteggiamento dell’ex sindaco di Davao rischia seriamente di mandare all’aria i piani di Washington in Estremo Oriente, in cui la presenza militare statunitense nelle Filippine rappresenta un elemento centrale nel tentativo di accerchiamento militare e diplomatico nei confronti del crescente attivismo cinese. Dopo una lunga trattativa, nel 2014 Obama era riuscito ad imporre all’allora leader filippino Aquino la firma del cosiddetto EDCA – Enhanced Defence Cooperation Agreement – un documento programmatico mirante a rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi in continuità con il Mutual Defense Treaty del 1951. Una mossa che non era piaciuta al governo cinese, visto che nell’ambito dell’EDCA Manila aveva assicurato a Washington l’utilizzo di ben cinque basi militari – Fort Magsaysay, Basa Air Base, Mactan-Benito Ebuen Air Base, Lumbia Air Base e Antonio Bautista Air Base – che avrebbero consentito all’apparato militare statunitense di controllare una vasta porzione del Mar Cinese. Sono passati solo due anni dalla firma del documento ma sei mesi fa il populista Duterte ha stravinto le elezioni presidenziali e a Manila la musica sembra essere cambiata.
"Questi americani sono davvero matti. E' il loro stile, credono di essere qualcuno" aveva detto Duterte prima di partire per il Giappone per una visita di tre giorni dopo aver appreso dai giornali che l'assistente segretario di Stato Usa Daniel Russell ha sostenuto che la comunità di affari è preoccupato per la campagna antidroga, nella quale sono rimaste uccise dall'arrivo al potere di Duterte 3.700 persone, molte delle quali in esecuzioni extragiudiziali. Russel dice: 'I commenti di Duterte preoccupano la comunità degli affari'. Allora, fate i bagagli e andatevene. Noi ci riprenderemo, ve l'assicuro" ha replicato il capo dello stato filippino.
Poi Duterte è partito per Tokyo, allo scopo di sviluppare gli scambi commerciali con il paese, pari attualmente a vari miliardi di euro.
"Con il Giappone, uno dei principali partner delle Filippine, cercherò un sostegno e un ulteriore rafforzamento dei nostri importanti rapporti economici" ha detto all'aeroporto di Manila. "Voglio incontrare in Giappone – ha continuato – i più importanti imprenditori. Dirò loro chiaramente che le Filippine sono aperte agli affari".
Secondo vari commentatori, però, il premier nipponico Shinzo Abe tenterà di convincere il recalcitrante Rodrigo Duterte a ricucire con gli Stati Uniti, dopo le dure esternazioni del leader di Manila contro Barack Obama e la sua dichiarazione sulla "separazione" dei destini con lo storico alleato (in realtà potenza coloniale subentrata all’impero spagnolo nel controllo delle Filippine).
Secondo fonti del governo di Tokyo, riprese dall'agenzia di stampa Kyodo, Abe chiederà a Duterte di ritornare a un rapporto sereno con gli Stati Uniti, il che però allo stato appare abbastanza improbabile. Duterte ha più volte dato a Obama del "figlio di puttana" e apostrofato gli americani come "stupidi", arrivando nella sua recente visita in Cina a prospettare un rovesciamento dell'alleanza storica con Washington a favore di un nuovo asse con Pechino ed, eventualmente, con Mosca. Un approccio nuovo che l'ha portato a mettere da parte la disputa territoriale sul Mar cinese meridionale, rivendicato all'80 per cento dalla Cina, rispetto alla quale il suo predecessore Benigno Aquino aveva aperto una causa arbitrale risolta dalla Corte Internazionale dell’Aja con una sentenza favorevole a Manila ma non riconosciuta da Pechino.
Come era accaduto con la Cina, Duterte ha lungamente lodato il governo giapponese. "Il Giappone ci è stato davvero di grandissimo aiuto", ha detto, sottolineando la collaborazione sulla costruzione di un aeroporto e di alcune strade. "Il fatto è – ha continuato – che sono davvero gentili". Un modo questo, per attrarre nuovi investimenti nipponici visto il probabile calo di quelli statunitensi nel prossimo periodo. Al tempo stesso però l’endorsement di Manila nei confronti di Pechino potrebbe rappresentare un ostacolo nell’aumento dei rapporti economici con il Giappone, impegnato da tempo in un duro scontro proprio con la Cina. Forse per questo ci ha tenuto a rassicurare Abe che il rapporto tra Manila e Pechino ha un carattere esclusivamente economico: “Le Filippine – ha detto Duterte – continueranno a lavorare a stretto contatto con il Giappone su questioni di interesse comune nella regione e a sostenere i valori comuni della democrazia, dell’adesione alle leggi e della risoluzione pacifica delle dispute, inclusa quella sul Mar Cinese Meridionale.”
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E’ di nuovo nei confronti degli Stati Uniti che Duterte si è pronunciato nei giorni scorsi, chiedendo che le truppe statunitensi presenti in forze nell’arcipelago asiatico abbandonino il paese entro due anni. Duterte ha detto: "Voglio, magari nei prossimi due anni, il mio Paese libero dalla presenza di truppe militari straniere" riferendosi ovviamente alle truppe statunitensi. "Li voglio fuori e se dovrò emendare o abrogare gli accordi esecutivi, lo farò", ha aggiunto.
L’atteggiamento dell’ex sindaco di Davao rischia seriamente di mandare all’aria i piani di Washington in Estremo Oriente, in cui la presenza militare statunitense nelle Filippine rappresenta un elemento centrale nel tentativo di accerchiamento militare e diplomatico nei confronti del crescente attivismo cinese. Dopo una lunga trattativa, nel 2014 Obama era riuscito ad imporre all’allora leader filippino Aquino la firma del cosiddetto EDCA – Enhanced Defence Cooperation Agreement – un documento programmatico mirante a rafforzare la cooperazione militare tra i due paesi in continuità con il Mutual Defense Treaty del 1951. Una mossa che non era piaciuta al governo cinese, visto che nell’ambito dell’EDCA Manila aveva assicurato a Washington l’utilizzo di ben cinque basi militari – Fort Magsaysay, Basa Air Base, Mactan-Benito Ebuen Air Base, Lumbia Air Base e Antonio Bautista Air Base – che avrebbero consentito all’apparato militare statunitense di controllare una vasta porzione del Mar Cinese. Sono passati solo due anni dalla firma del documento ma sei mesi fa il populista Duterte ha stravinto le elezioni presidenziali e a Manila la musica sembra essere cambiata.
"Questi americani sono davvero matti. E' il loro stile, credono di essere qualcuno" aveva detto Duterte prima di partire per il Giappone per una visita di tre giorni dopo aver appreso dai giornali che l'assistente segretario di Stato Usa Daniel Russell ha sostenuto che la comunità di affari è preoccupato per la campagna antidroga, nella quale sono rimaste uccise dall'arrivo al potere di Duterte 3.700 persone, molte delle quali in esecuzioni extragiudiziali. Russel dice: 'I commenti di Duterte preoccupano la comunità degli affari'. Allora, fate i bagagli e andatevene. Noi ci riprenderemo, ve l'assicuro" ha replicato il capo dello stato filippino.
Poi Duterte è partito per Tokyo, allo scopo di sviluppare gli scambi commerciali con il paese, pari attualmente a vari miliardi di euro.
"Con il Giappone, uno dei principali partner delle Filippine, cercherò un sostegno e un ulteriore rafforzamento dei nostri importanti rapporti economici" ha detto all'aeroporto di Manila. "Voglio incontrare in Giappone – ha continuato – i più importanti imprenditori. Dirò loro chiaramente che le Filippine sono aperte agli affari".
Secondo vari commentatori, però, il premier nipponico Shinzo Abe tenterà di convincere il recalcitrante Rodrigo Duterte a ricucire con gli Stati Uniti, dopo le dure esternazioni del leader di Manila contro Barack Obama e la sua dichiarazione sulla "separazione" dei destini con lo storico alleato (in realtà potenza coloniale subentrata all’impero spagnolo nel controllo delle Filippine).
Secondo fonti del governo di Tokyo, riprese dall'agenzia di stampa Kyodo, Abe chiederà a Duterte di ritornare a un rapporto sereno con gli Stati Uniti, il che però allo stato appare abbastanza improbabile. Duterte ha più volte dato a Obama del "figlio di puttana" e apostrofato gli americani come "stupidi", arrivando nella sua recente visita in Cina a prospettare un rovesciamento dell'alleanza storica con Washington a favore di un nuovo asse con Pechino ed, eventualmente, con Mosca. Un approccio nuovo che l'ha portato a mettere da parte la disputa territoriale sul Mar cinese meridionale, rivendicato all'80 per cento dalla Cina, rispetto alla quale il suo predecessore Benigno Aquino aveva aperto una causa arbitrale risolta dalla Corte Internazionale dell’Aja con una sentenza favorevole a Manila ma non riconosciuta da Pechino.
Come era accaduto con la Cina, Duterte ha lungamente lodato il governo giapponese. "Il Giappone ci è stato davvero di grandissimo aiuto", ha detto, sottolineando la collaborazione sulla costruzione di un aeroporto e di alcune strade. "Il fatto è – ha continuato – che sono davvero gentili". Un modo questo, per attrarre nuovi investimenti nipponici visto il probabile calo di quelli statunitensi nel prossimo periodo. Al tempo stesso però l’endorsement di Manila nei confronti di Pechino potrebbe rappresentare un ostacolo nell’aumento dei rapporti economici con il Giappone, impegnato da tempo in un duro scontro proprio con la Cina. Forse per questo ci ha tenuto a rassicurare Abe che il rapporto tra Manila e Pechino ha un carattere esclusivamente economico: “Le Filippine – ha detto Duterte – continueranno a lavorare a stretto contatto con il Giappone su questioni di interesse comune nella regione e a sostenere i valori comuni della democrazia, dell’adesione alle leggi e della risoluzione pacifica delle dispute, inclusa quella sul Mar Cinese Meridionale.”
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“Daniel Blake”, la lotta di classe al contrario
Leggero e veloce come il taglio di una affilatissima lama di rasoio, "Io sono Daniel Blake" di Ken Loach incide nel profondo della coscienza democratica di ciascuno di noi.
Un film di una potenza politica tale da non rendere necessari comizi, non fa proclami, rifugge la propaganda.
Mentre lo spettatore si commuove delle vicende umane, la ferocia banale della burocrazia neoliberista sbriciola i diritti, calpesta la dignità, umilia le persone.
Ken Loach ci sbatte in faccia, con cura e con una maestria che toglie il fiato, come il nuovo welfare sia diventata una istituzione totale, specializzata nel prendere in carico chi oltrepassa la soglia della povertà per scaraventarlo in fondo al baratro della disperazione e della solitudine, in fondo fino alla disperazione autodistruttiva.
Non perdete la visione di "Io, Daniel Blake". E quelle parole che vi si stamperanno nella memoria: "sono un cittadino, niente di più, niente di meno".
Nota a margine: il noto regista Ken Loach è un iscritto all'Usb. Il suo ultimo film, Palma d'Oro a Cannes, è uscito in Italia il 21 ottobre, proprio il giorno dello sciopero generale contro il governo Renzi (red.)
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Un film di una potenza politica tale da non rendere necessari comizi, non fa proclami, rifugge la propaganda.
Mentre lo spettatore si commuove delle vicende umane, la ferocia banale della burocrazia neoliberista sbriciola i diritti, calpesta la dignità, umilia le persone.
Ken Loach ci sbatte in faccia, con cura e con una maestria che toglie il fiato, come il nuovo welfare sia diventata una istituzione totale, specializzata nel prendere in carico chi oltrepassa la soglia della povertà per scaraventarlo in fondo al baratro della disperazione e della solitudine, in fondo fino alla disperazione autodistruttiva.
Non perdete la visione di "Io, Daniel Blake". E quelle parole che vi si stamperanno nella memoria: "sono un cittadino, niente di più, niente di meno".
Nota a margine: il noto regista Ken Loach è un iscritto all'Usb. Il suo ultimo film, Palma d'Oro a Cannes, è uscito in Italia il 21 ottobre, proprio il giorno dello sciopero generale contro il governo Renzi (red.)
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“Un giornale è una piccola opera di comunismo reale”. Parole da insospettabili
Non lasciatevi ingannare. Avremmo voluto ma non stiamo parlando di Contropiano. I nostri lettori avranno saputo – e se non lo sanno li informiamo noi – che è in serissima crisi il principale quotidiano economico italiano, il Sole 24 Ore il cui azionista di riferimento è la Confindustria.
Da tempo il giornale è oggetto di inchieste giudiziarie e amministrative, ci sono problemi economici rilevanti ed è in corso un durissimo scontro tra gli azionisti/proprietà e la redazione, o meglio, il comitato di redazione.
Sulle pagine di un quotidiano "nemico" ma al quale lavora anche tantissima gente seria, abbiamo trovato una comunicato sindacale di estremo interesse. Ma è ancora più interessante l'intervento che – in modo lungimirante – il Comitato di Redazione fece all'assemblea degli azionisti del Sole 24 Ore nel 2011. Una assemblea alla quale confessiamo, che ognuno di noi ha sempre sognato di poter partecipare distribuendo caramelle al cianuro, almeno per pareggiare i conti con i danni umani e sociali provocati dagli azionisti. E' dunque con grande attenzione che pubblichiamo qui di seguito il comunicato sindacale del CdR del Sole 24 Ore e l'allegato intervento all'assemblea degli azionisti del 2011.
Vi invitiamo a leggerli con la dovuta attenzione.
Queste sono le ore più drammatiche nella storia del Sole 24 Ore. E quanto distanti dalla retorica di pochi mesi fa nelle celebrazioni per i 150 anni della testata. «L'ha detto il Sole» certo, ma adesso non vorremmo dovere scoprire «L'hanno fatto al Sole», tra indagini giudiziarie e inchieste amministrative. Sia le une sia le altre avranno il loro corso, ma i giornalisti e tutti i lavoratori del gruppo (gli impiegati, i poligrafici, i grafici) non possono che sottolineare con forza di essere altro dallo sfacelo dei conti (sicuro, purtroppo) e da quanto, non ce lo auguriamo, ovvio, potrà emergere di rilevante in ogni sede.
La redazione del Sole 24 Ore in particolare ha le carte in regola per potere continuare a essere un punto di riferimento nel dibattito pubblico. Perché non è stata silente e neppure reticente sui punti bui del passato. Che ci sono stati e sono stati segnalati. Non “ora per allora” ma “allora per allora”. Ce lo diciamo da soli? No, lo testimoniamo oggi e nei prossimi giorni con la pubblicazione quotidiana di un comunicato che conterrà i discorsi tenuti dal comitato di redazione all'assemblea degli azionisti nel corso degli ultimi anni. Forse una piccola controstoria del Sole 24 Ore, sicuramente una storia alternativa. Dove c'è dentro un po' di tutto e molto anche di quello che agita il nostro presente: dalle acquisizioni avventate, ai nodi della governance, alle remunerazioni dei manager, alla disponibilità dei giornalisti a lavorare per lo sviluppo senza tabù o resistenze anacronistiche, alle diversificazioni improduttive sino ad arrivare alla svolta digitale con le sue luci e ombre.
Siamo stati troppo facili profeti, Cassandre fastidiose? Certamente non siamo stati ascoltati. «Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri. Ma: perché i loro poeti hanno taciuto?», scrisse Brecht. I tempi non sono mai stati così oscuri e noi sicuramente non siamo poeti. Almeno però non abbiamo taciuto.
Il Comitato di redazione
Signor presidente, signora amministratore delegato, signori sindaci, signori consiglieri, signori azionisti,
interveniamo qui, ancora una volta, è la quarta, come rappresentanti dei giornalisti e come azionisti.
C'era una volta Il Sole 24 Ore, un'azienda editoriale considerata modello nel settore, in grado di distribuire pingui dividendi all'azionista, isola felice in un panorama non sempre entusiasmante, capace di raggiungere punte di eccellenza nell'informazione economico finanziaria e in quella giuridica e politica, con un'area professionale in grado di essere in anticipo sui concorrenti quanto a qualità dei prodotti e dei servizi.
Tutto questo, in soli due anni, è stato gravemente compromesso.
Per il secondo anno consecutivo, infatti, siamo qui a esprimere il nostro parere su un bilancio pesantemente in rosso. Il 2010, che doveva essere l'anno del rilancio dopo il disastroso 2009, si è chiuso al contrario con una perdita di 40 milioni di euro: il Gruppo ha così bruciato 92 milioni in due anni.
Ve lo diciamo subito: noi bocciamo questo bilancio, perché esprimiamo un parere fortemente critico sulla gestione di questo Gruppo.
Il verdetto dei numeri del resto è impietoso: il margine operativo lordo, positivo per quasi 50 milioni nel 2008, si è liquefatto. Le copie sono calate pesantemente, attestandosi a 265mila, un'ulteriore pesante diminuzione rispetto alle 296mila di circa un anno fa; la pubblicità non dà segni di risveglio e continua una caduta libera anche più accentuata rispetto ai concorrenti.
Eppure la redazione è rimasta nella sostanza la stessa, la stessa che ha garantito nel tempo l'affermarsi di un modello informativo unico per capacità di coniugare approfondimento e tempestività, qualità della cronaca e lucidità delle analisi, un punto di riferimento nella narrazione dell'Italia.
Guardiamo ancora i numeri allora: il tesoretto di 240 milioni di euro raccolto nelle casse del Gruppo all'indomani della quotazione in Borsa è ormai ridotto a poco più di un terzo. È stato forse impiegato per rafforzare le attività core? No, è stato prosciugato da una campagna di acquisizioni bocciata dagli stessi risultati economici che ha prodotto.
Dal 2006 sono stati spesi oltre 130 milioni di euro in uno shopping societario che ha anche mutato la fisionomia dell'azienda, distraendola dal suo core business. È aumentato in questo modo il valore aggiunto del Gruppo? Non ci sembra: le acquisizioni non hanno portato guadagni, bensì svalutazioni per oltre 30 milioni, finora, e una perdita complessiva di 12 milioni. Ne hanno fatto le spese tutti, o quasi: i piccoli azionisti hanno visto precipitare il titolo del 75% dalla quotazione. Il fallimento di una strategia.
L'iper-attivismo finanziario del management, che certo non ha trovato un freno da parte dell'azionista di riferimento, si è accompagnato all'inerzia sul piano industriale, soprattutto per quanto riguarda il cuore del gruppo, che, sarà il caso di ricordarlo, è ancora un'azienda editrice. Sul quotidiano, sul marchio che dà identità e valore alle attività del Sole 24 Ore, non si è investito. Al contrario, spesso sono state fatte scelte sbagliate, alle quali ora si deve porre rimedio in fretta.
Ora la realtà è quella di un'azienda che prima stenta a definire strategie di sviluppo chiare e poi fatica a raggiungere gli obiettivi che si pone. Anche quando c'è una situazione di crisi a imporre rapidità, come nell'ultimo anno. Anche quando si tratta di ripescare ormai vecchi tormentoni, come l'integrazione tra carta e web: è solo un esempio, poteva (ma può ancora) essere realizzata senza sforzi, capitalizzando un vantaggio comparato rispetto ai concorrenti sul mercato editoriale, una redazione mai ostile all'innovazione, tanto da farsene stimolo anziché frenarla.
L'azienda, però, ha sprecato questo patrimonio, prima nicchiando sugli investimenti tecnologici necessari e da ultimo preferendo piuttosto innescare uno sterile conflitto con le parti sociali, inseguendo una vecchia logica d'intervento, propria di chi si rassegna a veder scendere sempre più la linea dei ricavi e si concentra esclusivamente sul taglio dei costi, in una spirale autolesionistica che non può condurre alla messa in sicurezza dell'azienda, bensì solo al suo progressivo e inevitabile depauperamento.
Può allora davvero sorprendere la perdita di 40 milioni scavata nel bilancio appena chiuso? No, in assenza di iniziative e investimenti, non poteva essere altrimenti.
Per convincersene basta guardare cosa si nasconde dietro quei 40 milioni. Quello che le pagine della relazione finanziaria non raccontano a fondo è che l'azienda si è trovata per buona parte dell'anno con una governance a handicap. Nel giro di pochi mesi sono usciti tutti i dirigenti di prima linea, l'amministratore delegato del gruppo, il direttore generale dell'editrice, il direttore delle risorse umane (curiosamente assunto nell'azienda di uno dei nostri consiglieri di amministrazione), il direttore generale della System, il responsabile della business unit online. E sono stati tutti sostituiti con grande, troppa fatica, perdendo tempo prezioso all'indomani dell'apertura di uno stato di crisi aziendale. Da ultimo, anche il direttore del quotidiano è stato avvicendato. Un cambio che rappresenta anche la sconfessione delle scelte editoriali fatte negli ultimi due anni. Non rimpiangiamo chi se n'è andato, ci rammarichiamo per il lungo periodo passato, in mesi cruciali, senza una guida strutturata al timone del gruppo.
Non vogliamo aprire una polemica sindacale in questa sede, non è il luogo adatto. Ma non si può tacere che tra le conseguenze di questa inerzia c'è anche quella di stare sprecando gli ammortizzatori sociali concessi per lo stato di crisi ancora in atto, oltre che la disponibilità offerta dalla redazione del quotidiano a tutte, tutte, le richieste dell'azienda. Un'apertura di cui è stato fatto un cattivo uso visti i risultati ottenuti. Eppure una riemersione era possibile, come testimonia l'andamento di altre grandi aziende editoriali.
Ora si deve rimettere in fretta la nave sulla rotta dello sviluppo, investendo sulla centralità dell'informazione del quotidiano, che su qualsiasi mezzo si esprima, è e deve essere sempre di più il punto di riferimento della comunità economica, finanziaria, giuridica del Paese. Rispetto a questo obiettivo, il piano industriale presentato per il triennio 2011-13 sembra però timido, rinunciatario, sia sotto il profilo dei traguardi economici, sia sotto quello della filosofia d'intervento.
Signor presidente, signor amministratore delegato, signori consiglieri, non fate l'errore di liquidare il nostro intervento come la rivendicazione di una rappresentanza sindacale. La crisi del Sole 24 Ore non è un fatto che riguarda solo il futuro professionale di un certo numero di giornalisti o di dipendenti. Se è vero che questo giornale rappresenta – per chi lo possiede ma anche per gli operatori economici che lo leggono e lo utilizzano tutti i giorni – un asset vitale, allora perché non cogliere questo momento difficilissimo per aprire un ripensamento sul controllo del Sole 24 Ore?
Se un segnale di discontinuità serve, come più volte auspicato dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, invitiamo a una riflessione di forte discontinuità.
Lo scorso gennaio, l'ex presidente dell'Editrice, Innocenzo Cipolletta, scriveva in un suo articolo: «Sarebbe necessario che il quotidiano venisse quotato interamente sul mercato azionario e che investitori istituzionali stabili potessero averne quote significative. In questo modo, la gestione dell'azienda e il direttore del giornale non risponderanno solo a Confindustria, ma a una pluralità di azionisti interessati essenzialmente al risultato economico della casa editrice. Solo una redditività elevata è una garanzia di autonomia per un giornale rispetto ai propri azionisti».
Altri hanno immaginato di affidare il controllo a una fondazione.
Ci sembrano proposte di buon senso. Una strada che se è stata accantonata frettolosamente qualche anno fa come impropria, oggi potrebbe rappresentare una sfida davvero innovativa. Come si potrebbe, altrimenti, sostenere un nuovo inizio per questo giornale senza una partecipazione più ampia dei tanti soggetti che rappresentano l'economia di questo Paese. Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone la crisi della stampa è al centro del dibattito pubblico, poiché anche da un'informazione di qualità, forte e indipendente dipende la salute della democrazia e dei mercati. Perché non possiamo aprire qui un percorso in quella direzione sapendo che l'unico rischio che corriamo è di dare più forza e autorevolezza al nostro giornale?
Chiudiamo con una citazione, il titolo di un libro, di un grande reporter italiano, Tommaso Besozzi, il giornalista che scoprì la messinscena dietro l'omicidio di Salvatore Giuliano, il padre dell'ideatore del nostro Domenicale: i giornali non sono scarpe. No, i giornali non sono scarpe, sono una piccola opera di comunismo reale, l'ultima forse, un piccolo o grande prodotto intellettuale che si fa ogni giorno e che ogni giorno prova a raccontare tanti mondi. Ma si tratta di prodotti particolari per i quali serve consenso e comunione d'intenti. Ogni sera quel caos in cui si svolge perlopiù la vita di redazione arriva a una sintesi comune e quasi per miracolo il giornale va in edicola. Prova d'orchestra. Signori, allora nelle decisioni che state prendendo ricordate di non uccidere così un giornale, di non mortificare così una redazione.
Fonte
Pesantissimo!
Da tempo il giornale è oggetto di inchieste giudiziarie e amministrative, ci sono problemi economici rilevanti ed è in corso un durissimo scontro tra gli azionisti/proprietà e la redazione, o meglio, il comitato di redazione.
Sulle pagine di un quotidiano "nemico" ma al quale lavora anche tantissima gente seria, abbiamo trovato una comunicato sindacale di estremo interesse. Ma è ancora più interessante l'intervento che – in modo lungimirante – il Comitato di Redazione fece all'assemblea degli azionisti del Sole 24 Ore nel 2011. Una assemblea alla quale confessiamo, che ognuno di noi ha sempre sognato di poter partecipare distribuendo caramelle al cianuro, almeno per pareggiare i conti con i danni umani e sociali provocati dagli azionisti. E' dunque con grande attenzione che pubblichiamo qui di seguito il comunicato sindacale del CdR del Sole 24 Ore e l'allegato intervento all'assemblea degli azionisti del 2011.
Vi invitiamo a leggerli con la dovuta attenzione.
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Queste sono le ore più drammatiche nella storia del Sole 24 Ore. E quanto distanti dalla retorica di pochi mesi fa nelle celebrazioni per i 150 anni della testata. «L'ha detto il Sole» certo, ma adesso non vorremmo dovere scoprire «L'hanno fatto al Sole», tra indagini giudiziarie e inchieste amministrative. Sia le une sia le altre avranno il loro corso, ma i giornalisti e tutti i lavoratori del gruppo (gli impiegati, i poligrafici, i grafici) non possono che sottolineare con forza di essere altro dallo sfacelo dei conti (sicuro, purtroppo) e da quanto, non ce lo auguriamo, ovvio, potrà emergere di rilevante in ogni sede.
La redazione del Sole 24 Ore in particolare ha le carte in regola per potere continuare a essere un punto di riferimento nel dibattito pubblico. Perché non è stata silente e neppure reticente sui punti bui del passato. Che ci sono stati e sono stati segnalati. Non “ora per allora” ma “allora per allora”. Ce lo diciamo da soli? No, lo testimoniamo oggi e nei prossimi giorni con la pubblicazione quotidiana di un comunicato che conterrà i discorsi tenuti dal comitato di redazione all'assemblea degli azionisti nel corso degli ultimi anni. Forse una piccola controstoria del Sole 24 Ore, sicuramente una storia alternativa. Dove c'è dentro un po' di tutto e molto anche di quello che agita il nostro presente: dalle acquisizioni avventate, ai nodi della governance, alle remunerazioni dei manager, alla disponibilità dei giornalisti a lavorare per lo sviluppo senza tabù o resistenze anacronistiche, alle diversificazioni improduttive sino ad arrivare alla svolta digitale con le sue luci e ombre.
Siamo stati troppo facili profeti, Cassandre fastidiose? Certamente non siamo stati ascoltati. «Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri. Ma: perché i loro poeti hanno taciuto?», scrisse Brecht. I tempi non sono mai stati così oscuri e noi sicuramente non siamo poeti. Almeno però non abbiamo taciuto.
Il Comitato di redazione
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L'intervento del comitato di redazione all’assemblea degli azionisti del sole 24 ore del 2011
Signor presidente, signora amministratore delegato, signori sindaci, signori consiglieri, signori azionisti,
interveniamo qui, ancora una volta, è la quarta, come rappresentanti dei giornalisti e come azionisti.
C'era una volta Il Sole 24 Ore, un'azienda editoriale considerata modello nel settore, in grado di distribuire pingui dividendi all'azionista, isola felice in un panorama non sempre entusiasmante, capace di raggiungere punte di eccellenza nell'informazione economico finanziaria e in quella giuridica e politica, con un'area professionale in grado di essere in anticipo sui concorrenti quanto a qualità dei prodotti e dei servizi.
Tutto questo, in soli due anni, è stato gravemente compromesso.
Per il secondo anno consecutivo, infatti, siamo qui a esprimere il nostro parere su un bilancio pesantemente in rosso. Il 2010, che doveva essere l'anno del rilancio dopo il disastroso 2009, si è chiuso al contrario con una perdita di 40 milioni di euro: il Gruppo ha così bruciato 92 milioni in due anni.
Ve lo diciamo subito: noi bocciamo questo bilancio, perché esprimiamo un parere fortemente critico sulla gestione di questo Gruppo.
Il verdetto dei numeri del resto è impietoso: il margine operativo lordo, positivo per quasi 50 milioni nel 2008, si è liquefatto. Le copie sono calate pesantemente, attestandosi a 265mila, un'ulteriore pesante diminuzione rispetto alle 296mila di circa un anno fa; la pubblicità non dà segni di risveglio e continua una caduta libera anche più accentuata rispetto ai concorrenti.
Eppure la redazione è rimasta nella sostanza la stessa, la stessa che ha garantito nel tempo l'affermarsi di un modello informativo unico per capacità di coniugare approfondimento e tempestività, qualità della cronaca e lucidità delle analisi, un punto di riferimento nella narrazione dell'Italia.
Guardiamo ancora i numeri allora: il tesoretto di 240 milioni di euro raccolto nelle casse del Gruppo all'indomani della quotazione in Borsa è ormai ridotto a poco più di un terzo. È stato forse impiegato per rafforzare le attività core? No, è stato prosciugato da una campagna di acquisizioni bocciata dagli stessi risultati economici che ha prodotto.
Dal 2006 sono stati spesi oltre 130 milioni di euro in uno shopping societario che ha anche mutato la fisionomia dell'azienda, distraendola dal suo core business. È aumentato in questo modo il valore aggiunto del Gruppo? Non ci sembra: le acquisizioni non hanno portato guadagni, bensì svalutazioni per oltre 30 milioni, finora, e una perdita complessiva di 12 milioni. Ne hanno fatto le spese tutti, o quasi: i piccoli azionisti hanno visto precipitare il titolo del 75% dalla quotazione. Il fallimento di una strategia.
L'iper-attivismo finanziario del management, che certo non ha trovato un freno da parte dell'azionista di riferimento, si è accompagnato all'inerzia sul piano industriale, soprattutto per quanto riguarda il cuore del gruppo, che, sarà il caso di ricordarlo, è ancora un'azienda editrice. Sul quotidiano, sul marchio che dà identità e valore alle attività del Sole 24 Ore, non si è investito. Al contrario, spesso sono state fatte scelte sbagliate, alle quali ora si deve porre rimedio in fretta.
Ora la realtà è quella di un'azienda che prima stenta a definire strategie di sviluppo chiare e poi fatica a raggiungere gli obiettivi che si pone. Anche quando c'è una situazione di crisi a imporre rapidità, come nell'ultimo anno. Anche quando si tratta di ripescare ormai vecchi tormentoni, come l'integrazione tra carta e web: è solo un esempio, poteva (ma può ancora) essere realizzata senza sforzi, capitalizzando un vantaggio comparato rispetto ai concorrenti sul mercato editoriale, una redazione mai ostile all'innovazione, tanto da farsene stimolo anziché frenarla.
L'azienda, però, ha sprecato questo patrimonio, prima nicchiando sugli investimenti tecnologici necessari e da ultimo preferendo piuttosto innescare uno sterile conflitto con le parti sociali, inseguendo una vecchia logica d'intervento, propria di chi si rassegna a veder scendere sempre più la linea dei ricavi e si concentra esclusivamente sul taglio dei costi, in una spirale autolesionistica che non può condurre alla messa in sicurezza dell'azienda, bensì solo al suo progressivo e inevitabile depauperamento.
Può allora davvero sorprendere la perdita di 40 milioni scavata nel bilancio appena chiuso? No, in assenza di iniziative e investimenti, non poteva essere altrimenti.
Per convincersene basta guardare cosa si nasconde dietro quei 40 milioni. Quello che le pagine della relazione finanziaria non raccontano a fondo è che l'azienda si è trovata per buona parte dell'anno con una governance a handicap. Nel giro di pochi mesi sono usciti tutti i dirigenti di prima linea, l'amministratore delegato del gruppo, il direttore generale dell'editrice, il direttore delle risorse umane (curiosamente assunto nell'azienda di uno dei nostri consiglieri di amministrazione), il direttore generale della System, il responsabile della business unit online. E sono stati tutti sostituiti con grande, troppa fatica, perdendo tempo prezioso all'indomani dell'apertura di uno stato di crisi aziendale. Da ultimo, anche il direttore del quotidiano è stato avvicendato. Un cambio che rappresenta anche la sconfessione delle scelte editoriali fatte negli ultimi due anni. Non rimpiangiamo chi se n'è andato, ci rammarichiamo per il lungo periodo passato, in mesi cruciali, senza una guida strutturata al timone del gruppo.
Non vogliamo aprire una polemica sindacale in questa sede, non è il luogo adatto. Ma non si può tacere che tra le conseguenze di questa inerzia c'è anche quella di stare sprecando gli ammortizzatori sociali concessi per lo stato di crisi ancora in atto, oltre che la disponibilità offerta dalla redazione del quotidiano a tutte, tutte, le richieste dell'azienda. Un'apertura di cui è stato fatto un cattivo uso visti i risultati ottenuti. Eppure una riemersione era possibile, come testimonia l'andamento di altre grandi aziende editoriali.
Ora si deve rimettere in fretta la nave sulla rotta dello sviluppo, investendo sulla centralità dell'informazione del quotidiano, che su qualsiasi mezzo si esprima, è e deve essere sempre di più il punto di riferimento della comunità economica, finanziaria, giuridica del Paese. Rispetto a questo obiettivo, il piano industriale presentato per il triennio 2011-13 sembra però timido, rinunciatario, sia sotto il profilo dei traguardi economici, sia sotto quello della filosofia d'intervento.
Signor presidente, signor amministratore delegato, signori consiglieri, non fate l'errore di liquidare il nostro intervento come la rivendicazione di una rappresentanza sindacale. La crisi del Sole 24 Ore non è un fatto che riguarda solo il futuro professionale di un certo numero di giornalisti o di dipendenti. Se è vero che questo giornale rappresenta – per chi lo possiede ma anche per gli operatori economici che lo leggono e lo utilizzano tutti i giorni – un asset vitale, allora perché non cogliere questo momento difficilissimo per aprire un ripensamento sul controllo del Sole 24 Ore?
Se un segnale di discontinuità serve, come più volte auspicato dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, invitiamo a una riflessione di forte discontinuità.
Lo scorso gennaio, l'ex presidente dell'Editrice, Innocenzo Cipolletta, scriveva in un suo articolo: «Sarebbe necessario che il quotidiano venisse quotato interamente sul mercato azionario e che investitori istituzionali stabili potessero averne quote significative. In questo modo, la gestione dell'azienda e il direttore del giornale non risponderanno solo a Confindustria, ma a una pluralità di azionisti interessati essenzialmente al risultato economico della casa editrice. Solo una redditività elevata è una garanzia di autonomia per un giornale rispetto ai propri azionisti».
Altri hanno immaginato di affidare il controllo a una fondazione.
Ci sembrano proposte di buon senso. Una strada che se è stata accantonata frettolosamente qualche anno fa come impropria, oggi potrebbe rappresentare una sfida davvero innovativa. Come si potrebbe, altrimenti, sostenere un nuovo inizio per questo giornale senza una partecipazione più ampia dei tanti soggetti che rappresentano l'economia di questo Paese. Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone la crisi della stampa è al centro del dibattito pubblico, poiché anche da un'informazione di qualità, forte e indipendente dipende la salute della democrazia e dei mercati. Perché non possiamo aprire qui un percorso in quella direzione sapendo che l'unico rischio che corriamo è di dare più forza e autorevolezza al nostro giornale?
Chiudiamo con una citazione, il titolo di un libro, di un grande reporter italiano, Tommaso Besozzi, il giornalista che scoprì la messinscena dietro l'omicidio di Salvatore Giuliano, il padre dell'ideatore del nostro Domenicale: i giornali non sono scarpe. No, i giornali non sono scarpe, sono una piccola opera di comunismo reale, l'ultima forse, un piccolo o grande prodotto intellettuale che si fa ogni giorno e che ogni giorno prova a raccontare tanti mondi. Ma si tratta di prodotti particolari per i quali serve consenso e comunione d'intenti. Ogni sera quel caos in cui si svolge perlopiù la vita di redazione arriva a una sintesi comune e quasi per miracolo il giornale va in edicola. Prova d'orchestra. Signori, allora nelle decisioni che state prendendo ricordate di non uccidere così un giornale, di non mortificare così una redazione.
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Pesantissimo!
Libia. L’incidente di Malta: serissima rogna per i governi europei
L’incidente aereo avvenuto a Malta lunedì scorso, dove sono morti cinque agenti dei servizi di sicurezza francesi, ha confermato come Malta venga utilizzata quale hub da diversi paesi europei per effettuare operazioni di intelligence segrete in Libia, scrive il quotidiano britannico The Indipendent.
Il quotidiano francese Liberation citando uno specialista sul posto, sottolinea come Malta sia il paese che viene utilizzato come una sorta di "Casablanca degli anni '40." La città del Marocco, infatti era stata uno snodo fondamentale per le operazioni alleate in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Tanto che ad essa è stato dedicato un dei più noti film della storia del cinema, quello di “Play It, Sam” con un grande Humphrey Bogart.
Ma quanto accade a Malta farà di tutto per tenersi lontano e all’oscuro dai riflettori. A scanso di incidenti ovviamente. Lunedì, quando l’aereo francese è precipitato, il governo maltese si era limitato a parlare dei morti come di cinque membri dell’agenzia delle dogane francesi vittime in una missione di sorveglianza relative al traffico di esseri umani in Libia e che il volo non sarebbe approdato in Libia. Ma la Douane francese in seguito ha negato che le vittime fossero suoi uomini.
Il governo francese ha dovuto così ammettere che tre dei morti erano appartenenti alla Difesa, mentre gli altri due ufficiali erano “appaltatori civili”.
I funzionari della Difesa come è stato successivamente rivelato dai media francesi, erano in realtà membri della DGSE, il servizio segreto equivalente francese della CIA. La presenza dei militari francesi in Libia, era già stato rivelata da Le Monde in febbraio e confermato dallo stesso Francois Hollande dopo la morte di tre sottufficiali in servizio in un altro incidente di elicottero nel mese di luglio, episodi che lasciano pochi dubbi sulla loro vera destinazione", scrive Liberation.
"Malta è la base di tutte le operazioni in Libia. Francesi, inglesi, italiani, americani ... tutti sono lì", ha rivelato una fonte al giornale, sottolineando come in passato a Malta vi fosse la sede della Banca Centrale Libica e della Compagnia Petrolifera Nazionale (NOC). In pratica il bottino libico su cui tutte le potenze vogliono mettere le mani "Malta è diventato il fulcro di tutto i traffici legati alla Libia” aggiunge la fonte.
Infine, colpisce la excusatio non petita di Federica Mogherini, responsabile della politica di sicurezza dell’Unione Europea, la quale in un tweet si è sentita in dovere di precisare che: “No #EU officials involved in plane crash in #Malta. The flight was not related to any of the EU activities”. Ossia che nessun agente di apparati dell’Unione Europea era coinvolto nella vicenda. Ma qualcuno glielo aveva chiesto? No, solo che il governo di Malta, cercando di metterci una toppa, aveva legato il ruolo dell’aereo caduto alla sorveglianza del traffico di esseri umani, ovvero alla missione “Sophie” dell’Unione Europea. Insomma una toppa peggiore del buco.
La vicenda libica, come ampiamente prevedibile, si sta già rivelando e si rivelerà molto ma molto più rognosa di quanto i silenzi di stato, le menzogne dei governi e le scarne notizie che trapelano lasciano intendere. Quella in Libia è una guerra sporca fondata su tantissimo lavoro sporco degli apparati dei governi occidentali e delle petromonarchie arabe. Tutti quelli da cui Gheddafi aveva cercato di tenere lontano il suo paese.
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Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu
A Milano, il 15 ottobre 2016, con Dario Fo è stata sepolta la sinistra del tempo che fu. Ovvero, quella sinistra sorta nel corso del Novecento sull’onda, ma spesso ai margini (almeno in Italia), dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Senza mai metterlo in discussione. La sinistra rappresenta, o meglio ha rappresentato, una corrente politica che cercò di conciliare gli interessi degli operai e dei ceti medi, in breve, del popolo, riconducendoli all’interesse generale, nazionale. Il suo punto di riferimento fu lo Stato, cui delegò le politiche sociali a favore dei «lavoratori» (del braccio e della mente), con il cosiddetto Welfare State.
Con la crisi economica globale, anche la prospettiva della sinistra entrava in crisi, dal momento che venivano meno i suoi presupposti, ovvero: non c’è più trippa per gatti. La prospettiva di giustizia ed equità sociale (l’equa ripartizione del reddito) subiva una lenta ma inesorabile metamorfosi, lasciando il posto all’equa ripartizione dei sacrifici. Sempre in nome dell’interesse nazionale. In Italia, questa logica di sacrifici aveva i suoi precedenti nella politica di ricostruzione nazionale, sostenuta dal Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti nel dopoguerra. Dopo una breve parentesi negli anni del boom economico, la logica dei sacrifici fu rilanciata nel gennaio 1977 da Enrico Berlinguer (austerità, diceva lui). E da allora, la sinistra ha iniziato a scivolare lungo una china che la sta conducendo alla disgregazione.
Nel corso degli anni, in seno al popolo della sinistra, si sono manifestati atteggiamenti divergenti, e a volte anche contrastanti, seppur riconducibili a una comune visione politica di fondo. Dario Fo è stato l’espressione più emblematica di queste diverse anime e, al tempo stesso, ha rappresentato il tessuto connettivo che ha consentito di tenerle unite. Nel bene e nel male.
Il vero esordio politico di Dario Fo avvenne in occasione della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969). In tali circostanze, la sinistra (Pci e Psi) restò attonita, anzi, inizialmente, condivise la tesi della «bomba anarchica» [vedi: http://www.vbtv.it/2015/12/12/12-dicembre-1969-strage-piazza-fontana-milano/], diffusa da governo e questure. E partecipò implicitamente al linciaggio morale di Pietro Valpreda. Peggio, lo definì fascista.
Controcorrente ci furono solo le poche voci dei sovversivi di nome e di fatto: anarchici e comunisti. A queste voci, Dario dette fiato e contribuì a rafforzarle, grazie anche al successivo concorso di Lotta Continua e di qualche giornalista.
Via via che la tesi della «bomba anarchica» mostrava la corda, la denuncia contro la manovra forcaiola del governo acquistò forza. Le manifestazioni e le proteste dilagarono. Anche il Pci rientrò in scena. E riuscì a cavalcare la tigre della protesta, imprimendole quella svolta moderata antifascista che avrebbe insabbiato le inchieste. Con buona pace delle istituzioni.
Negli anni Settanta, con Franca Rame (e altri), Dario dette vita al Soccorso Rosso, un importante punto di riferimento contro un’ondata repressiva che aveva nel Pci di Berlinguer la sua punta di lancia. Nello stesso periodo, Franca e Dario sostennero le campagne per il divorzio e l’aborto, che videro il Pci assai tiepido. Erano gli anni del compromesso storico, e il Pci non voleva turbare i rapporti con la Democrazia cristiana.
In seguito, Dario si barcamenò nei flutti di una sinistra sempre più alla deriva, di cui, con maggiore o minore coerenza, cercò sempre di essere la coscienza critica. E lo fu, molto di più di tanti illustri (e pallosi) maîtres à penser.
Con la sua morte, la disgregazione della sinistra non avrà più freni. Come mostra la contrapposizione tra coloro che difendono (con settori della destra) i cascami di una malnata costituzione borghese e coloro che la vogliono riformare, per rendere più forte lo Stato dei padroni.
Poer nano, direbbe Dario.
Dino Erba, Milano, 16 ottobre 2016.
Addenda
È noto che Dario Fo fece parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Aveva 18 anni. Nel 1946/1947, Enrico Berlinguer, segretario della Federazione giovanile comunista italiana, su direttive di Palmiro Togliatti, aprì le porte della Federazione (e del Partito) a un’infornata di giovani ex repubblichini, alcuni dei quali fecero carriera nel Pci, mentre ex partigiani venivano emarginati [vedi: Pietro Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 1998]. Tra questi «fascisti rossi», non mi sembra che ci fosse Dario Fo che, probabilmente, si vergognò sempre dei suoi trascorsi repubblichini e cercò di nasconderli. Nell’esercito di Salò, tra gli attori, ci furono anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Costoro erano soldati semplici, mentre Giorgio Albertazzi era ufficiale ed ebbe responsabilità di comando. E non se ne vergognò mai.
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