di Sonia Grieco
Questa settimana il presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi
ha licenziato il suo governo, ha chiesto la formazione di un esecutivo
di unità nazionale, ha in parte fatto marcia indietro sul taglio ai
sussidi per il carburante. Tutto ciò per contenere l’avanzata del
movimento dei ribelli sciiti Houthi, guidato da Abdul Malik al Houthi, che ha superato i confini della sua roccaforte, la regione settentrionale di Sa’dah, e ha il controllo del governatorato di Amran
e dell’omonima capitale e che ha istituito check point e campi di
addestramento anche nella capitale yemenita Sana’a, chiedendo le
dimissioni del governo, accusato di corruzione e incapacità.
Ieri Sana’a è stata il teatro di due manifestazioni
contrapposte. Centinaia di migliaia di persone sono sfilate per le
strade: i sostenitori del governo e quelli degli Houthi (o Zaidi, setta
dell’islam sciita), che vogliono rovesciarlo e che da giorni manifestano
all’aeroporto della città. La designazione di un nuovo primo
ministro non è stata giudicata sufficiente dal movimento sciita, che da
gruppo ribelle si sta trasformando in una vera forza politica che
raccoglie consensi tra la popolazione e minaccia il potere delle fazioni
sunnite. L’ufficio politico degli Houthi ha chiamato la
popolazione alla “disobbedienza civile” e ha annunciato nuove proteste
domani e lunedì.
La caduta di Amran ha avuto una enorme rilevanza strategica e
politica, hanno fatto notare gli analisti, perché rivela quanto la
battaglia degli Houthi più che contro il governo sia contro la potente
fazione sunnita Islah. I sostenitori delle milizie Houthi organizzano
sit-in nel quartiere Hasaba di Sana’a, roccaforte di Islah. Durante la
presa di Amaran, i miliziani Houthi hanno sbaragliato la 310 brigata,
impossessandosi delle armi, alleata del generale Ali Mohsen, ex numero
due del regime dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh caduto dopo le
proteste del 2011. Lo Yemen Times, ha spiegato che Ali Mosen,
assieme al clan Al-Ahmar e ai gruppi legati ai Fratelli Musulmani
rappresenta il cuore del Partito-ombrello sunnita Islah. Il
Partito un tempo era strettamente legato all’Arabia Saudita che al
confine lo ha usato in chiave anti-Houthi, considerati dai Saud una
sorta di Hezbollah (il movimento sciita libanese) yemeniti, e poi invece
è stato messo nella lista nera dalla monarchia wahabita per i rapporti
troppo stretti con la Fratellanza.
Secondo gli osservatori, l’avanzata degli Houthi è stata possibile
anche grazie alla complicità del presidente Hadi che, se non ha
sostenuto, ha per lo meno lasciato fare, sperando in un indebolimento di
Islah che adesso è in effetti alle strette. Da gennaio il movimento
Houthi ha intessuto alleanze con le tribù, o le ha comprate, e ha
guadagnato terreno al Nord, rompendo ripetutamente le tregue, senza
peraltro subire grosse ripercussioni da parte delle Forze armate
yemenite. Una complicità denunciata dal segretario generale del
Partito Islah, Abdul Wahab Al-Anisi, che ha parlato di incompetenza
dell’esercito (riformato da Hadi nel 2012), ma anche di “tradimento” del
presidente.
Molti ritengono che in Yemen sia in atto un riassestamento politico, o una sorta di resa dei conti tra fazioni sciite e sunnite (per anni gli Houthi hanno subito la repressione dei salafiti e dei wahabiti dello Yemen),
che mette in allarme Washington e le petromonarchie, preoccupati
dell’influenza iraniana sul povero e agitato Paese della Penisola. Ma
anche della presenza di al Qaeda, nelle regioni meridionali, dove
entrano in azione i droni americani per colpire le basi dei jihadisti.
La Casa Bianca si è unita alla condanna delle Nazioni Unite contro gli
Houthi, accusandoli di minare il processo di transizione promosso nel
2012 dal Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), una sorta di Nato
della Penisola arabica gestita da Riad.
Dopo le rivolte del 2011, sull’onda delle Primavere arabe, il
piano di transizione del CCG è consistito in sostanza in un patto di
élite, che ha spianato l’ingresso ai vertici del potere a Islah,
consentendogli di accarezzare l’idea di arrivare alla guida del Paese
dopo la fine di Saleh. Il governo di transizione è stato
formato a metà da Islah e a metà dal partito dell’ex presidente Saleh
(General People’s Congress), cui è successo Hadi, uomo del regime. Adesso
il movimento guidato da Abdul Malik al Houthi fa sentire il suo peso
politico, mostrando capacità di mobilitare la popolazione, oltre che di
combattere. Un ruolo da attore politico che forse ha superato le
previsione del presidente Hadi, tutelato dagli Usa.
Intanto, lo Yemen è in fibrillazione. Sana’a è una città blindata,
mentre la notte scorsa, a nord della capitale, la milizie Houthi si sono
scontrate con le tribù sunnite, sostenute dalle Forze armate, e 12 persone sono rimaste uccise. Sono almeno 35 le vittime da giovedì.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento