Alla fine l’appello dell’Onu ha trovato orecchie pronte ad ascoltare.
Questa mattina le Nazioni Unite, da Ginevra, hanno annunciato l’accordo
tra le fazioni libiche rivali su un’agenda che preveda la formazione di
un governo di unità nazionale. L’apertura arriva a due giorni dal lancio del tavolo negoziale a Ginevra, a cui però gli islamisti del governo di Tripoli non hanno ancora aderito, chiedendo più tempo.
“I partecipanti si sono accordati dopo un’ampia discussione
su un’agenda che include il raggiungimento di un accordo politico per la
formazione di un governo di unità nazionale e le misure necessarie alla
sicurezza per porre fine agli scontri”, si legge nel
comunicato Onu rilasciato poche ore fa. Secondo il Palazzo di Vetro, le
parti si sarebbero anche impegnate a rilasciare i prigionieri politici, a
fornire aiuti umanitari nelle zone più colpite dal conflitto interno, a
riaprire gli aeroporti e a garantire la sicurezza dei movimenti via
terra e via mare.
La prossima settimana, sempre in Svizzera, il dialogo proseguirà. Che
sia la fine della divisione della Libia in due governi, due parlamenti,
due entità amministrative rivali? Difficile dirlo: a Ginevra
erano presenti rappresentanti del parlamento islamista di Tripoli e
alcuni partiti alleati, ma per ora Libya Dawn, la principale forza
politica della coalizione, non ha inviato una propria delegazione
rimandando a domenica la decisione sulla propria partecipazione.
Tutto rinviato alla prossima settimana, quindi, per un sforzo
diplomatico che l’Unione Europea ha definito “l’ultima chance per il
paese”. Dalla caduta del colonnello Gheddafi, nel 2011, per mano della
Nato che ha armato e finanziato milizie islamiste e non, la
Libia ha vissuto una crisi senza precedenti che ha trovato il suo apice
la scorsa estate con la creazione di due esecutivi rivali. A
Tobruk il governo laico di al-Thinni (riconosciuto come il solo
legittimo dalla comunità internazionale), a Tripoli quello islamista di
Libya Dawn (che ha assunto il controllo della capitale).
Gli scontri non sono certo terminati: martedì, poche ore
prima dell’apertura del tavolo del negoziato Onu, un aereo da guerra del
governo al-Thinni ha attaccato un peschereccio contenente benzina e
diretto al porto di Bengasi. Secondo Tobruk, quella benzina era
destinata a rifornire le milizie islamiste che operano in Cirenaica e
contro le quali l’esecutivo laico ha lanciato una campagna militare,
aderendo alla crociata dell’ex generale Haftar.
Sul campo la situazione resta tesa, anche a causa dell’intervento di
numerosi attori esterni. Gli scontri tra forze armate rivali sono
giornalieri, sempre più frequenti gli attacchi terroristici da parte di
gruppi islamisti libici e stranieri che operano in alcuni casi (come a
Derna) sotto l’ombrello del califfato di al-Baghdadi.
A ciò si aggiunge l’incapacità di controllare la produzione
del greggio, principale – se non unica – fonte di sostentamento del
paese che ha visto crollare in 3 anni il livello di esportazioni: oggi
la Libia produce 300mila barili al giorno contro il milione e 600mila
del 2011. Un crollo che va a colpire la popolazione civile: a
breve lo Stato non sarà in grado di pagare gli stipendi dei dipendenti
pubblici e i sussidi fiscali, né di coprire le spese per salute ed
educazione, settori già al collasso.
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