Negli ultimi anni abbiamo assistito ai clamorosi “pentimenti” di
alcuni guru della cultura digitale, alcuni dei quali – folgorati
dall’improvvisa consapevolezza dei danni psicologici, sociali e
culturali che certi discorsi rischiano di causare ai fanatici delle
nuove tecnologie – si sono cosparsi il capo di cenere in libri come “Il
lato oscuro della Rete” (di Nicholas Carr), “Tu non sei un gadget” (di
Jaron Lanier) o “Alone Together” (di Sherry Turkle), per citare i più
famosi.
L’ultimo protagonista di questo tipo di “conversione” è Greg
Hochmuth, che a suo tempo ha lavorato come ingegnere del software per
Instagram, il famoso social network che permette agli utenti di
scambiare foto. A un certo punto, il nostro si è reso conto del fatto
che alcune caratteristiche da lui progettate allo scopo di rendere il
servizio irresistibile per gli utenti provocavano un vero e proprio
stato di dipendenza, rendendoli incapaci di “uscire” dal sito. E’ quello
che alcuni studiosi dei fenomeni di Internet addiction definiscono
Network Effect e che lo stesso Hochmuth, parlando con l’autore di un articolo nel New York Times che affronta l’argomento, non esita a paragonare al rapporto fra un organismo ospite e il suo parassita.
Al contrario degli autori citati in precedenza, Hochmuth non ha
scritto un libro ma ha realizzato, assieme a Jonathan Harris, artista e
informatico, un sito che s’intitola appunto Network Effect
che offre ai visitatori una sorta di affascinante galleria di
comportamenti umani e che – quasi a voler simboleggiare la necessità di
staccare la spina – li disconnette senza preavviso e impedisce loro di
accedere al sito per le successive 24 ore.
L’autore dell’articolo spiega poi che esistono dei professionisti sul tipo di quelli che lavorano per l’impresa di software GrowthHackers.com,
i quali si occupano esclusivamente di progettare dispositivi di cattura
dell’utente per conto delle Internet Company. “Il vero obiettivo,
dichiara il CEO di GrowthHackers.com,
non è arruolare nuovi utenti. Bensì trattenere quelli che avete già
acquisito e fare in modo che siano loro ad attirarne altri”. Tristan
Harris, esperto di etica del Web, sostiene che si tratta di tecniche
paragonabili a quelle che alcuni chiamano “grilletti del piacere” e che
le industrie di prodotti alimentari usano per indurre i consumatori a
sviluppare forme di dipendenza dai propri prodotti. Ma il CEO GrowthHackers.com
non si lascia impressionare e replica cinicamente: “che questo sia
etico o no, sta di fatto che chi non si dà da fare per catturare
l’attenzione del consumatore è destinato a fallire”.
Niente di nuovo commenterà qualcuno. Giusto, né sorprende rivedere
applicate al Web pratiche che le grandi imprese commerciali conoscono e
sfruttano da tempo. Ma la cosa più divertente (o deprimente, a seconda
dei punti di vista) è che i nostri seduttori pentiti esprimono fiducia
nel fatto che saranno le stesse leggi del mercato che hanno provocato i
danni a consentire di porvi rimedio, nel senso che, prima o poi, le
Internet Company troveranno certamente un sistema per estrarre profitti
dallo sviluppo di tecnologie per monitorare e inibire i fenomeni di
Internet addiction. C’è bisogno di commentare?
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento