di Fabrizio Poggi
I golpisti ucraini vogliono a tutti i costi proseguire sulla strada della riconquista del Donbass; anche se per ora segnano il passo. Ma Kiev non ha perso ancora le speranze di mettere le mani sulle ricchezze della regione, martoriata da quasi due anni di attacchi terroristici delle forze armate ucraine e dei loro fiancheggiatori dei battaglioni neonazisti. Dopo l'azione distruttrice, ma inefficace ad assoggettare la popolazione, delle artiglierie militari, entra ora in azione anche “l'artiglieria” mediatica golpista. Kiev ha deciso di iniziare le trasmissioni della radio militare “La voce del Donbass”, riservandole sei frequenze radio nella regione di Donetsk. Ne ha dato notizia RT, in base alle dichiarazioni del portavoce del Ministero ucraino per le informazioni, Aleksandr Brighinets.
Ovviamente, ciò non significa l'abbandono dei metodi tradizionali di “confronto” con la popolazione civile del Donbass: secondo l'agenzia nnr.su, negli ultimi giorni le truppe di Kiev hanno colpito più volte il villaggio di Kominternovo che, tra l'altro, si trova lungo la linea cuscinetto che demarca le posizioni ucraine e quelle delle milizie popolari nel sud del Donbass. Secondo il presidente dell'amministrazione rionale, Oleg Morgun, l'esercito avrebbe fatto uso anche di mortai da 120 mm che, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero essere tenuti lontani dalla linea di contatto. In precedenza il Ministero della difesa della Repubblica popolare di Donetsk aveva dichiarato che le forze ucraine, tra il 3 e il 4 febbraio, avevano colpito circa 140 volte il territorio della DNR più a ridosso del fronte, facendo uso di mortai da 82 e 120 mm.
E nel quadro della più ampia politica di “decomunistizzazione”, che riguarda l'intero territorio ucraino e in base alla quale è stato “democraticamente” e definitivamente messo fuori legge il Partito Comunista ucraino, la junta ha ora in programma il cambiamento di nome di città e villaggi del Donbass e della Crimea, insieme a quelli di oltre 150 città dell'Ucraina, che abbiano attinenza al comunismo e al periodo sovietico. Lo riferisce la Tass, secondo le dichiarazioni del direttore dell'Istituto per la memoria nazionale ucraina, Vladimir Vjatrovič. Ovviamente, mentre si abbattono i monumenti a Lenin, Čapaev (il leggendario comandante dell'Esercito Rosso), Dzeržinskij (il capo della ČeKa), si innalzeranno monumenti al nazionalista Simon Petljura, che combatté contro l'Esercito Rosso dopo la rivoluzione d'ottobre e la città di Dzeržinsk verrà chiamata Toretsk (dal nome del fiume). Poi, Dnepropetrovsk (in onore del leader bolscevico Petrovskij) sarà Dnepr (il fiume) dell'apostolo Pietro; Artëmovsk (Artëm era lo pseudonimo del leader bolscevico Fëdor Sergeev) tornerà a chiamarsi Bakhmut; Iličevsk (naturalmente in onore a Vladimir Ilič Lenin) sarà Černomorsk; Krasnyj Liman (Liman Rossa) sarà d'ora in poi Liman, e basta. In generale, le autorità locali ucraine sono obbligate, nel caso le città da loro amministrate abbiano nomi pur lontanamente legati all'epoca sovietica – Kominternovo, Komsomolskoe, Lenino, ecc. – a cercare denominazioni “democratiche”; in caso contrario, lo farà per loro in maniera “democratica” l'Istituto per la memoria nazionale.
Il Ministro per le comunicazioni della Repubblica di Crimea, Dmitrij Polonskij, ha dichiarato alla Tass che “Il cosiddetto governo di Kiev, purtroppo, non capisce tantissime cose. Ad esempio, invece di occuparsi di autentiche stupidaggini, è necessario impegnarsi nell'economia del proprio paese, nella sfera sociale, preoccuparsi della gioventù e degli anziani. Ma per far questo bisogna possedere un minimo di capacità intellettuale, che manca ai nostri vicini”.
Dentro questa cornice, difficile attendersi da Kiev passi positivi, soprattutto sulla questione della pace nel Donbass. Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in una lunga intervista al mensile Limes, sintetizzata dalla Tass, ha detto semplicemente che Kiev manca della volontà politica di giungere a una soluzione della crisi ucraina. “La crisi può essere superata”, ha detto Lavrov, “solo con mezzi pacifici, con l'attuazione incondizionata degli accordi di Minsk. Condizione del successo: la soluzione delle questioni chiave nell'ambito di un dialogo diretto tra Kiev e il Donbass. Contiamo sul fatto” ha detto ancora Lavrov con riferimento al lavoro del cosiddetto “Quartetto normanno” (Mosca, Parigi, Berlino e Kiev), “che i nostri partner tedeschi e francesi cercheranno con maggiore insistenza di convincere Kiev al rigoroso rispetto degli obblighi di Minsk”.
Anche se mancherà ancora un fattore dell'equazione; al di là dell'Atlantico.
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