di Chiara Cruciati – Il Manifesto
L’accordo dell’11 febbraio
tra Nato e Turchia è in corso di implementazione: il Patto Atlantico sta
iniziando a dispiegare un proprio sistema di sorveglianza e
monitoraggio al confine turco-siriano. Lo ha reso noto ieri il
segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, definendo Ankara il
membro più danneggiato dalla crisi siriana. Per questo alla frontiera
più calda arriveranno aerei da guerra, batterie di missili e, lungo la
costa, navi militari.
La richiesta di una maggiore presenza era stata reiterata dal premier
turco Davutoglu quattro giorni fa, durante una visita al quartier
generale della Nato a Bruxelles: «Vogliamo vedere una presenza più visibile al nostro confine, che faccia da deterrente a chi ha
l’intenzione di testare le capacità della Nato».
Di navi già ce ne sono, su quel tratto di Mar Egeo che sta
portando barconi di rifugiati siriani lungo le coste elleniche. Ora
aumenteranno: «Abbiamo deciso di incrementare il numero di navi
– dice Stoltenberg – Ce ne sono già cinque, ne arriveranno altre nei
prossimi giorni». Una presenza, quella del Patto Atlantico, che
sembra essere un monito ai sogni di grandezza della Russia, sempre più
leader nei tentativi di stabilizzazione della Siria.
Lunedì dovrebbe essere il grande giorno, il via ufficiale al negoziato tra governo e opposizioni. Ieri
l’Hnc, Alto Comitato per i Negoziati, federazione dei gruppi
anti-Assad figlia del tandem Turchia-Arabia Saudita, ha annunciato la
propria partecipazione dopo i tentennamenti dell’ultima settimana:
dopo l’entrata in vigore della tregua, il 27 febbraio scorso, aveva
cambiato idea più volte a causa delle violazioni imputate alle forze
governative.
In un comunicato pubblicato ieri, l’Hnc accetta di sedersi al tavolo
in risposta ai «sinceri sforzi internazionali per trovare una soluzione
politica» e porre fine ad una quinquennale guerra civile. Ha poi
precisato che a Ginevra le opposizioni faranno pressioni per la
creazione di un governo di transizione con pieni poteri esecutivi nel
quale il presidente Assad e il suo establishment politico non rivestano
alcun ruolo. Di per sé, già una precondizione che va contro ai
tentativi di conciliazione sponsorizzati da Onu, Usa e Russia che
immaginano un esecutivo temporaneo di unità insieme ad Assad almeno fino
alle elezioni parlamentari e presidenziali. Poi, Assad sarà con molta
probabilità messo da parte. Nei piani delle Nazioni Unite il voto si
terrà tra 18 mesi e non a metà aprile come unilateralmente annunciato
dal governo poche settimane fa.
Chi ancora resta fuori dalla porta sono i kurdi siriani,
espulsi dal negoziato su preciso diktat della Turchia. Ieri a
ridiscutere l’eventuale presenza del Partito dell’Unione Democratica,
rappresentante politica della kurda Rojava, è stato il ministro degli
Esteri russo Lavrov che ha chiesto all’inviato Onu de Mistura di
invitare la compagine. La loro assenza, ha detto,
rappresenterebbe «un segno di debolezza da parte della comunità
internazionale». Al contrario, è il segno del potere negoziale ancora
rivestito da Ankara grazie all’emergenza profughi e al ruolo di
provocatore di Mosca che la Nato gli ha affibbiato. Erdogan e il monarca
saudita Salman hanno il diretto controllo delle opposizioni ammesse a
Ginevra, ne decidono priorità e precondizioni. E i kurdi non ne sono
parte.
Su un punto, però, Damasco e opposizioni sembrano sulla stessa linea
d’onda: la Siria non sarà spartita in entità amministrative diverse ma
manterrà unità e integrità statuale. La presa di posizione giunge a
seguito di indiscrezioni uscite dai meeting preparatori del negoziato di
Ginevra: secondo fonti diplomatiche anonime, i vari attori
internazionali coinvolti starebbero discutendo della possibilità di
trasformare la Siria in uno Stato federale, regioni autonome sotto un
governo centrale.
«Mantenendo l’integrità territoriale e continuando a consideralo un
paese unico, ci sono molti modelli di struttura federale che
garantirebbero molta autonomia a diverse regioni», ha detto una delle
fonti alla Reuters. A rispondere sono subito le opposizioni: il leader
dell’Hnc, Riad Hijab ha definito la proposta «inaccettabile». Il governo
di Damasco per ora non si pronuncia ma a settembre, durante
un’intervista in cui si toccò l’argomento, il presidente Assad si limitò
a dichiarare che simili decisioni spettano al popolo siriano con un
referendum. Non alle potenze occidentali che amano frammentare il Medio
Oriente, da sempre, per renderlo più gestibile. Da parte kurda arriva
un’ovvia apertura, non ad una divisione del paese ma ad una
decentralizzazione dell’autorità amministrativa.
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